Perché le chat tossiche delle mamme nascono (ancora) da un grande problema culturale

- The Wom - Tuesday, January 20, 2026
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Qualche giorno fa, Ashley Tisdale, l’attrice che due generazioni fa ci insegnava a essere cattivelle con piume e glitter nei panni di Sharpay Evans in High School Musical, ha pubblicato un articolo-memoir sul magazine The Cut dal titolo inequivocabile: Breaking Up With My Toxic Mom Group. Ha raccontato dell’inesorabile declino della chat di gruppo tra sue coetanee, tutte mamme di uno o più figli: chat parallele in cui ci si parla alle spalle, foto su Instagram di eventi privati a cui non era invitata, della sensazione, a 40 anni suonati, di essere “di nuovo al liceo”. Il gossip ha infuriato, concentrandosi su chi fossero le altre mamme (Hilary Duff? Meghan Trainor? Mandy Moore?) e sul marito di una di loro che ha postato una storia insinuante. E noi ci siamo fatti prendere dalla caccia alla celebrità, perdendo completamente il punto

Perché Ashley Tisdale non ha scoperto l’America: ha solo avuto una piattaforma e il coraggio per dire ad alta voce ciò che milioni di donne in Italia sussurrano ogni giorno, stanche, guardando la notifica di un altro messaggio vocale nella chat di mamme su WhatsApp “Mamme Classe 2°B”.

Quel gruppo non è un semplice strumento di organizzazione. È la cartina di tornasole più precisa, banale e devastante delle disuguaglianze di genere che ancora governano la genitorialità nel nostro paese

È il luogo digitale dove il “lavoro emotivo” – quel lavoro invisibile, non retribuito e socialmente femminilizzato, di gestione, mediazione, preoccupazione e organizzazione della prole – prende forma, si moltiplica e, troppo spesso, si incancrenisce fino all’esasperazione.

Le chat tossiche delle mamme raccontano meglio di tutti le disuguaglianze di genere

Questo divario non è un’astrazione: ha un indirizzo IP e un avatar di profilo. Si chiama “Chat Mamme Scuola Calvino”, oppure “Gruppo mamme catechismo”, ed è lì che quella disparità si traduce in migliaia di messaggi. Chi porta i biscotti per la festa di fine anno? Chi prenota il pulmino per la gita? Chi ricorda che domani serve il costume da bagno per educazione motoria? Chi organizza il regalo collettivo per la maestra che va in pensione? Era proprio vero che il nostro welfare si fonda sulle mamme.

Il gruppo nasce da un bisogno reale, sacrosanto: creare un villaggio virtuale, un gruppo di supporto contro la solitudine spesso opprimente della maternità, talvolta esacerbata (come nel caso delle star hollywoodiane) da una gravidanza sotto pandemia.

Ma in una società che carica sulle spalle delle madri l’intero onere organizzativo ed emotivo della famiglia, quella chat degenera rapidamente in un campo di addestramento all’ansia performativa

Diventa il palcoscenico dove si consuma una silenziosa guerra di status sociali: chi ha preparato la merenda più Instagrammabile, chi ha organizzato il compleanno a tema più elaborato, chi ha trovato il tutor più bravo per il recupero in matematica. Insomma le chat incriminate di cui parla Tisdale non sono un’invenzione hollywoodiana; sono la naturale conseguenza di un ambiente saturo di pressione sociale malcelata. Dinamiche che ti giudicano e ti escludono non (solo) per cattiveria, ma perché la tua inadeguatezza percepita – non aver fatto il corso di primo soccorso pediatrico, aver comprato i sacchetti per la festa invece di cucirli a mano – minaccia l’equilibrio precario di un sistema costruito su una perfezione di facciata necessaria a portare avanti la narrazione stereotipata.

I compiti dei padri: sempre minori di quelli delle donne

Ed ecco che arriva la domanda che punge, quella che svela il trucco di questo intero sistema: e i papà in tutto questo dove sono? La domanda, posta così, è già una trappola. È la domanda che si fa la mamma esausta, guardando il telefono che non smette di vibrare, mentre il padre del suo bambino è tranquillamente sprofondato in una pennica sul divano. È la domanda che rafforza lo stereotipo che sia compito suo occuparsene.

Allora, forse, sarebbe più giusto chiederci per quale motivo la nostra cultura ha strutturato questi spazi come territori esclusivamente o prevalentemente femminili?

La risposta è un intreccio: da un lato abbiamo molti padri che si sentono legittimati a non partecipare, che si autoescludono poiché lo stereotipo culturale del “papà spettatore” è potentissimo. C’è l’uomo che “aiuta”, quello che “fa il suo dovere quando glielo si chiede” o che dà una mano, ma che raramente c’è il padre che si assume la responsabilità proattiva del management globale della vita del figlio. Se portarlo a nuoto è un’attività eroica, ricordarsi di comprare i quaderni a righe per l’intera classe è un dettaglio amministrativo invisibile. Dall’altro lato, le stesse madri – spesso inconsapevoli portatrici dello stesso stereotipo – potrebbero compiere quella che chiameremo eteroesclusione. Quando si forma una nuova chat, chi si prende la briga di aggiungere i contatti? Quasi sempre una mamma, che aggiunge automaticamente le altre mamme che conosce. Il padre viene inserito come un ripensamento, se viene inserito. Le istituzioni – la scuola su tutte – sono complici fondamentali. Quante circolari iniziano con il dantesco “Cari Genitori” per poi essere recapitate sistematicamente all’indirizzo email o al numero della madre? Quante maestre, di fronte a un problema, chiedono “Potrei parlare con la mamma?”, quante madri hanno le password del registro elettronico dei figli e delle figlie?

Le ragioni della disparità genitoriale

Ma attenzione: questo non è un destino biologico. È una costruzione sociale che, nel 2026, suona non solo ingiusta, ma clamorosamente controproducente. Sovraccarica le donne, spesso costrette a una doppia o tripla presenza (lavoro, casa e ora anche chat), ed infantilizza gli uomini, escludendoli da interi segmenti della relazione con i propri figli e dalla comunità di supporto genitoriale. Perché, sì, esiste un lato maschile della medaglia dell’isolamento. Mentre le mamme, tra ansie e competizioni, costruiscono pur sempre una rete (tossica o meno che sia), molti padri si ritrovano senza alcun spazio di confronto o sostegno sulla genitorialità, relegati al ruolo di bancomat ambulante o di arbitro nelle liti più grosse.

Eppure, cambiare è possibile, forse addirittura necessario. Ma richiede un atto di consapevolezza prima che di rivoluzione. Per le madri: provare, con fatica, a delegare veramente, non solo il compito, ma la responsabilità organizzativa di quel compito. Non dire “puoi andare tu a prendere il latte per la festa?”, ma “tu pensi all’approvvigionamento per la festa, io al resto”. Per i padri: farsi avanti, non aspettare l’invito o il foglietto con le istruzioni. Chiedere di essere aggiunti alla chat, prendersi carico di un’intera organizzazione (dalla gita al regalo per gli insegnanti) dall’inizio alla fine, senza attendere ulteriori ordini. Per le istituzioni, a partire dalla scuola: normalizzare la comunicazione diretta e paritaria con entrambi i genitori. Smetterla con il “chiami la mamma” appena qualcuno lamenta un mal di pancia.

Il vero problema delle chat delle mamme

L’esperienza di Ashley Tisdale, dunque, ci racconta molto di più di una semplice storiella da rotocalco, come potrebbe sembrare. È un potente riflettore puntato sul quotidiano di milioni di persone. Ci mostra che il vero scandalo non è che una star sia stata esclusa da un gruppo di mamme antipatiche. Il vero scandalo è che, nel 2026, esistano ancora “gruppi di mamme” come unico pilastro organizzativo della vita dei loro figli. 

Allora, la prossima rivoluzione potrebbe iniziare con un semplice, radicale gesto: creare, e rendere obbligatorio, il gruppo “Genitori della 2°B“. E vedere finalmente, in quella bacheca digitale come il fiorire di un nuovo modello, in cui la cura smetta di essere un dovere di genere e diventi, finalmente, un linguaggio comune.

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