
Iran, la GenZ guida le proteste: le vite spezzate non fermano le piazze
- The Wom - Friday, January 16, 2026
La crisi economica in Iran ha rappresentato l’acceleratore del diffuso malcontento e della stanchezza pervasiva rispetto alle oppressioni del regime islamico: dal 28 dicembre 2025, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per reclamare migliori condizioni di vita, diritti, libertà e la fine della Repubblica islamica.
Le autorità iraniane hanno scatenato una repressione mortale contro le proteste scoppiate in tutto il Paese, ricorrendo all’uso illegale della forza, alle armi da fuoco e ad arresti di massa. Il numero delle vittime è ancora difficile da stabilire: dall’8 gennaio il regime iraniano ha imposto un blocco quasi totale di Internet e comunicare all’esterno del Paese è sempre più difficile. Per l’agenzia di notizie per i diritti umani Hrana, basata negli Usa, fino al 14 gennaio (17esima giornata di proteste) erano almeno 2.403 i manifestanti uccisi dal 28 dicembre, cui si aggiungevano 147 agenti delle forze dell’ordine e sostenitori del regime, per un totale di 2.550. Il New York Times, invece, indica la cifra di circa 3.000 morti, inclusi centinaia di agenti di sicurezza, citando due funzionari governativi che parlavano in condizioni di anonimato. Ma, secondo altre fonti stampa, i numeri potrebbero essere ancora più gravi: 12mila vittime, secondo il sito di opposizione Iran International. E addirittura 20mila secondo la CBS. Molte delle vite spezzate sono di giovani ragazzi e ragazze: in piazza per chiedere un futuro migliore.
Visualizza questo post su Instagram
Rubina Aminian, un volto diventato simbolo
Rubina Aminian aveva 23 anni e studiava design tessile e moda allo Shariati College di Teheran. L’8 gennaio 2026, subito dopo aver lasciato le lezioni, stava partecipando a una manifestazione antigovernativa quando, secondo le associazioni per i diritti umani, è stata colpita alla testa da un proiettile sparato a distanza ravvicinata.
Rubina Aminian non era un’attivista conosciuta, ma una giovane creativa, appassionata di moda, che sui social si mostrava sorridente e piena di progetti
Un’immagine di futuro luminoso spezzata della repressione. Una vita interrotta mentre chiedeva diritti e dignità. Anche dopo la sua morte, la violenza non si è fermata. La famiglia, arrivata da Kermanshah a Teheran per riconoscere il corpo, ha dovuto affrontare l’intervento delle forze di sicurezza, che hanno ostacolato il seppellimento nella città natale. Rubina è stata infine sepolta lungo una strada tra Kermanshah e Kamyaran. Il suo nome, diventato un hashtag condiviso migliaia di volte, racconta la storia di una generazione che chiede futuro.
Il massacro della GenZ che non ha paura
Rubina Aminian non è stata l’unica. E le informazioni sulle vittime trapelano lentamente dalle informazioni che le organizzazioni per i diritti umani stanno cercando di raccogliere e comunicare abbattendo il blackout. Yasin Mirzaei Ghaleh-Zanjiri, giovane studente curdo e seguace della fede Yarsan, aveva studiato all’Università di Messina ed era rientrato in Iran per visitare la famiglia. L’8 gennaio partecipava ai sit-in di protesta nel quartiere Darreh Deraz di Kermanshah quando è stato colpito a morte dalle forze governative. La sua uccisione ha attirato l’attenzione internazionale, riaccendendo le richieste di indagini indipendenti e imparziali sull’uso della forza contro i civili. Tra le vittime c’è anche Amir Ali Haydari, 17 anni, ucciso mentre protestava in piazza accanto ai suoi compagni di scuola. Secondo il racconto del cugino Diako, Amir Ali sarebbe stato colpito al cuore e poi alla testa con il calcio di una pistola mentre stava morendo. Una versione che contrasta con quella ufficiale, secondo cui il ragazzo sarebbe caduto accidentalmente da una grande altezza. Una ricostruzione già adottata in molti altri casi, che accompagna la repressione armata alla cancellazione della verità.
Una sigaretta accesa per parlare al mondo
Di fronte alla violenza e al silenzio imposto dal regime, la protesta trova nuovi linguaggi per farsi vedere e ascoltare. I gesti di solidarietà arrivano soprattutto dall’estero, dove le donne iraniane della diaspora scelgono simboli semplici ma potentissimi per raccontare ciò che in Iran non può essere mostrato. Sui social circolano le immagini di giovani donne che accendono una sigaretta con la foto di Ali Khamenei in fiamme. In Iran, fumare in pubblico per una donna è considerato una violazione della morale.
Trasformare questa presunta trasgressione in un atto politico significa ribadire, ancora una volta, che il controllo sui corpi femminili è uno dei pilastri del regime
È la stessa battaglia iniziata con Donna, Vita, Libertà: ieri con i veli bruciati e i capelli tagliati, oggi con una sigaretta accesa. Le donne iraniane continuano a lottare per la libertà dell’intero Paese, anche da lontano. Anche quando non possono scendere in piazza.
The post Iran, la GenZ guida le proteste: le vite spezzate non fermano le piazze appeared first on The Wom.