
Allenati all’inclusione: quando lo sport insegna a guardare la vita da un’altra prospettiva
- The Wom - Wednesday, December 3, 2025
I Madracs nascono nel 2010: un gruppo di persone con disabilità motoria che decide di mettersi in gioco e di costruire qualcosa di diverso. Non solo una squadra, ma una comunità. Una squadra di Powerchair Hockey, hockey in carrozzina elettrica, che ha scelto di usare la forza delle proprie ruote per rompere barriere, costruire legami e dare voce a chi spesso resta ai margini.
I Madracs, allenati all’inclusione
Da anni, i Madracs portano avanti un messaggio potente: l’inclusione non si racconta soltanto, si allena.
E lo fanno attraverso il progetto “Allenati all’Inclusione”, un percorso che trasforma lo sport in uno strumento concreto di formazione esperienziale per aziende e persone. Perché parlare di diversità è importante, ma viverla da vicino cambia tutto.
Da donna con una disabilità, so quanto a volte la società sia brava a usare parole belle, inclusione, empatia, uguaglianza, ma quanto sia difficile trasformarle in azioni quotidiane. Ecco perché progetti come questo mi commuovono: perché si uniscono alla realtà. Mettono in campo il valore dell’ascolto, della collaborazione e del rispetto. Ricordano che nessuno vince da solo, che ogni talento ha senso solo se si intreccia con quello degli altri.
L’idea di “allenarsi all’inclusione” mi colpisce profondamente. Allenarsi significa cadere, rialzarsi, sbagliare, imparare. Significa accettare che la perfezione non esiste, ma che ognuno può migliorare, passo dopo passo. E forse è proprio questo il senso della vita inclusiva: non arrivare primi, ma arrivare insieme.
Il percorso dei Madracs
Nel percorso proposto dai Madracs, le aziende imparano a costruire una leadership più umana e a scoprire come l’inclusione possa diventare una leva di business, non un semplice slogan.
Si parte dalla teoria, si passa per i workshop e si arriva in campo, dove ogni partecipante può provare le carrozzine elettriche e comprendere davvero cosa significa guardare il mondo da un’altra prospettiva.
Un’esperienza che non lascia indifferenti. Perché quando la disabilità si tocca con mano, crollano i pregiudizi e nasce la comprensione autentica.
Ogni modulo, dalla comunicazione empatica al lavoro di squadra, è un’occasione per imparare qualcosa di prezioso su se stessi. Per scoprire che l’inclusione non è una parola buona da dire nei convegni, ma un modo di vivere, di ascoltare, di lavorare. E che un’azienda inclusiva è un’azienda che cresce, non solo nei numeri, ma nel cuore delle persone che la abitano.
Forse dovremmo davvero tutti, ogni tanto, allenarci all’inclusione. Perché solo così potremo costruire un mondo dove nessuno si senta fuori gioco.
INTERVISTA AL CAPITANO DEI MADRACS BENEDETTA De Cecco
Qual è la cosa più bella che hai imparato in campo, grazie alla tua squadra?
In campo si impara sempre moltissimo, e in 15 anni di attività sportiva sono state diverse le lezioni che ho imparato. Magari non ce ne si rende conto sul momento, ma poi sono insegnamenti che restano negli anni. Fra tutti voglio citare come lo sport, in particolare un gioco di squadra come il nostro, sia uno strumento potentissimo per imparare a lavorare in gruppo per un obiettivo comune, a valorizzare i propri talenti ma anche quelli degli altri. Quando sei in campo, devi dare il tuo massimo come singolo, ma poi il risultato non è mai solo il frutto della tua bravura, del tuo impegno e delle tue capacità, ma anche e soprattutto la collaborazione con i tuoi compagni di squadra. Imparare a sacrificarsi per il bene comune che è sempre superiore. Non è sempre necessario avere i riflettori puntati addosso, essere il migliore, l’importante è dare sempre il proprio contributo, dando il massimo sempre e trovando la soddisfazione in ciò che si fa e non solamente nel risultato finale. Sono profondamente convinta infatti che ognuno di noi ha un talento, qualsiasi esso sia, e ogni talento è fondamentale per il successo del gruppo.
C’è stato un momento in cui hai pensato di mollare tutto? Cosa ti ha fatto cambiare idea?
Sì, purtroppo c’è stato un momento molto difficile da superare. Qualche anno fa abbiamo vissuto come società un periodo molto buio e io per prima volevo mollare tutto. Avevo ricevuto una ferita troppo profonda da curare, una pugnalata alle spalle da persone e compagni di squadra che io consideravo come la mia famiglia. Per diverso tempo ho avuto un vero e proprio rifiuto per tutto quello che riguardava i Madracs, la stessa squadra che io avevo contribuito a creare e alla quale avevo dedicato tutta me stessa. Non ne volevo sapere, tutti i sacrifici, la passione e la dedizione avuta negli anni erano di punto in bianco scomparsi, svaniti nel nulla. L’idea di tornare in palestra accanto a quelle stesse persone che mi avevano umiliata e ferita, l’idea di fare il gruppo con loro e lottare per un obiettivo comune, mi faceva venire gli attacchi di panico. Il lavoro in questo caso è stato su me stessa, sicuramente l’affetto di tante altre persone mi ha aiutata, ma la sfida che ho dovuto superare è stata quella di imparare a non farmi condizionare dagli altri, di valorizzarmi come persona indipendentemente dal giudizio e dalle opinioni altrui, di credere in me, nella squadra, nel progetto, indipendentemente dai singoli componenti. Imparare a resistere e superare le difficoltà proprio per il bene comune di cui parlavo anche sopra.
Se potessi insegnare una sola cosa ai giovani che ti guardano giocare, quale sarebbe?
L’insegnamento più grande che vorrei trasmettere ai giovani, ma non solo, è quello di non mollare mai, di scoprire e valorizzare i propri limiti con il desiderio di superarli e la consapevolezza che c’è sempre una strada possibile, anche se magari è diversa da quella che sognavi da bambino. Nessuno di noi è perfetto, le difficoltà, i fallimenti, sono molto più normali di quanto ci fanno credere, e sono proprio questi momenti che ci insegnano a crescere e continuare a guardare al futuro, magari da prospettive nuove che fino a quel momento non riuscivamo a vedere. Credo che il vero successo e la vera soddisfazione sia quella di avere la capacità di gioire di ogni piccolo traguardo, che è il proprio traguardo, non un traguardo assoluto uguale per tutti, ma non per questo meno importante. Non tutti diventeremo dei campioni, non per forza vinceremo delle medaglie, ma ognuno di noi può fare qualcosa che lascia il segno, piccolo o grande che sia, ha comunque un valore inestimabile.
Oggi per me la cosa più bella è avere in squadra due giovanissimi atleti, che a soli otto anni, con la loro purezza e semplicità mi fanno capire quanto sia potente mettersi in gioco, uscire dal guscio e non aver paura di sbagliare
INTERVISTA AL PRESIDENTE IVAN MINIGUTTI
Come nasce l’idea di trasformare un progetto sportivo in un percorso di formazione per le aziende?
Quello dei Madracs è sempre stato qualcosa di più di un semplice progetto sportivo. Perché è nella nostra filosofia credere che lo sport non sia mai soltanto qualcosa che si limita alla preparazione e alla competizione. Lo sport ha sempre a che fare con la crescita personale. Sfruttiamo la voglia di competere nell’hockey in carrozzina per aiutare i nostri atleti, le famiglie, gli amici e i tifosi, a confrontarsi, a capire che per la maggior parte dei problemi ci sono sempre soluzioni e che solo con il dialogo e le nuove conoscenze, la rete di contatti, queste soluzioni vengono a galla portando a prospettive di vita migliori e inaspettate. Siamo tutti un po’ egocentrici e crediamo che i nostri problemi siano i più importanti, quando in realtà ciò che crediamo una montagna insormontabile, qualcuno è già riuscito a scalarla. È la condivisione delle esperienze a mostrare il percorso. E allora ci siamo detti: perché non condividere anche la nostra esperienza per aiutare gli altri? Siamo sicuri di aver raccolto in 15 anni di avventure tante esperienze e in ognuna di queste tutti possono trovare motivi di riflessione e aiuto. Ci siamo resi conto di avere un bagaglio prezioso che si arricchisce allenamento dopo allenamento, partita dopo partita, viaggio dopo viaggio. Le aziende più avvedute, che vorranno aderire a questo progetto avranno la possibilità di attingere a questo nostro prezioso archivio di conoscenza, idee e suggerimenti che regaleranno stimoli importanti al team aziendale. Una vera e propria formazione sul campo. Abbiamo sempre avuto il desiderio di volere essere parte attiva della vita sociale e sensibilizzare su temi di primaria importanza come la D&I, purtroppo ancora troppo sottovalutata, e mettendo insieme i pezzi e la grande esperienza maturata, abbiamo pensato a una modalità per realizzarlo concretamente.
Qual è, secondo te, il segreto per costruire una squadra veramente inclusiva, dentro e fuori dal campo?
Una squadra ha bisogno di tutti. Questo è l’insegnamento che mi ha dato lo sport e che credo sia anche facilmente trasportabile in qualsiasi altro ambito. Di conseguenza è facile capire che una squadra inclusiva è quella che si basa sulle caratteristiche positive dei suoi individui, sulle loro reali capacità e su quello che possono dare al team, non sulle apparenze e sui preconcetti, su ciò che crediamo possa limitare o alterare la loro operatività. Essere inclusivi significa avere a propria disposizione molti più colori per portare a termine i progetti, significa poter vedere dà molte più prospettive la realtà che dobbiamo dipingere attorno a noi, molto spesso significa giungere a risultati molto più efficaci, in tempi più brevi. Più che un segreto è quasi una banalità tanto lampante quanto difficile da mettere in pratica: capire e valorizzare i talenti dei propri collaboratori e dei propri compagni o colleghi, provare ad ascoltare idee che di primo acchito ci sembrano lontane da noi, vedere le differenze come un valore aggiunto e non come qualcosa da temere. Che si parli di una disabilità, di preferenze di qualunque tipo, differenze di genere o di età… da chiunque può arrivare l’idea giusta, la soluzione che sembrava introvabile. Chi non si piega al vento del cambiamento alla fine si spezza.
In un’Italia che spesso parla di disabilità con pietismo o distanza, qual è la vostra sfida più grande oggi?
Attorno alla disabilità si è creata un’aura di intoccabilità che non ci appartiene. Molti di quelli che predicano rispetto resterebbero scioccati nel vederci scherzare sulle nostre stesse disgrazie, o nel sentire quanto amici e parenti “normodotati” sappiano essere pragmatici, perfino dissacranti. Per noi il rispetto non è una parola giusta o sbagliata, ma ciò che ci metti dietro: gesti, sguardi, coerenza. Politica e istituzioni invece vivono in un’altra dimensione, continuano a raccontare una disabilità antica, a colpi di influencer che parlano più al passato che al presente. Risultato: siamo dipinti o come “poverini bullizzati” o come supereroi paralimpici. Nel mezzo, il nulla. Nessuno racconta che per un ausilio servono mesi di attesa e giri folli tra uffici spesso… al secondo piano senza ascensore. Nessuno dice che il vero dramma non è la parola “disabile”, ma la fatica quotidiana di vivere normalmente: salire su un marciapiede, prendere un treno senza prenotare assistenze giorni prima, volare tutti insieme senza andare in cinque orari diversi, entrare da una porta principale invece che dalla porta di servizio. La verità è che tanti che parlano di inclusione poi si irrigidiscono se li serve un cameriere con la sindrome di Down, o rispondono all’assistente dell’atleta “che parla male”, ignorando che magari quell’atleta è un ingegnere aerospaziale. E allora la nostra missione oggi è chiarissima: iniziare una piccola rivoluzione o forse una devoluzione sociale. Raccontare che inclusione e accessibilità sono cose pratiche, semplici, concrete. Non lacrime facili, non post motivazionali, non voti.
Vogliamo alleggerire un tema diventato pesante, quasi inaccessibile. Essere un po’ sprezzanti verso le convenzioni e scendere nella dura, cruda ma anche eccitante ed entusiasmante concretezza della quotidianità. Perché è ora che impariamo tutti a guardare la realtà per quella che è
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