
Oltre i limiti: 800 km in triciclo per accendere i riflettori sull’inclusione
- The Wom - Tuesday, September 16, 2025
Angelo Catanzaro
Oltre i limiti è un percorso che durato otto giorni, con tappe ad Alessandria, Genova, La Spezia, Lucca, Siena, Bolsena e infine l’arrivo a Roma il 15 settembre. Un viaggio non solo sportivo, ma politico, sociale e culturale: perché i limiti da superare non sono solo fisici, ma anche quelli invisibili, barriere sociali, lavorative, culturali, che ancora oggi pesano sulle spalle delle persone con disabilità e delle loro famiglie.
Quando ho letto di questa iniziativa, chiamata Oltre i limiti, mi sono subito sentita coinvolta. Perché so cosa significa convivere con una disabilità, scontrarsi con barriere che non sono solo fisiche, ma soprattutto culturali. Ogni giorno bisogna dimostrare di avere un posto nel mondo, e a volte ci si sente stanchi. Poi incontri storie come quella di Angelo, e capisci che la stanchezza si trasforma in voglia di rispetto.
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E non è un caso che lungo la strada Angelo abbia incontrato associazioni, enti e cittadini, raccogliendo firme e storie su una maglietta simbolica che ha portato con sé fino alla Capitale. All’arrivo, quella maglietta è stata consegnata alla Ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, come se fosse un manifesto collettivo: dentro non solo inchiostro, ma speranze, richieste, dignità.
Il contesto: numeri che parlano chiaro
In Italia la strada per l’inclusione è ancora lunga. Quasi 7 persone con disabilità su 10 in età lavorativa non hanno un impiego. E se parliamo di disabilità intellettiva, i numeri diventano ancora più drammatici: l’esclusione dal mondo del lavoro è la regola, non l’eccezione.
Ecco perché Oltre i limiti non è un viaggio fine a se stesso, ma un modo per accendere i riflettori su un’urgenza sociale e politica: valorizzare il potenziale di ciascuno e garantire autodeterminazione
Angelo lo ripete con forza: “L’autodeterminazione è alla base di qualunque forma di inclusione. Significa avere il diritto e il sostegno necessario per decidere dove vivere, con chi abitare, come muoversi, che lavoro fare, se praticare sport e come partecipare alla vita sociale, culturale ed economica della comunità”.
Parole che risuonano anche dentro di me. Da donna con disabilità, so bene cosa significhi lottare ogni giorno per sentirsi parte di una società che troppo spesso decide al posto nostro. L’autodeterminazione è la vera libertà: non fare tutto da soli, ma poter scegliere davvero per la propria vita.
Il triciclo non è solo il mezzo che ha portato Angelo da Torino a Roma: è anche il simbolo di una libertà conquistata. Lo sport, nella sua semplicità, restituisce autonomia e dignità.
Lo conferma anche Weelo – Bicincittà Italia, partner tecnico del progetto: “Quando parliamo di mobilità sostenibile – dichiara il Ceo Gianluca Pin – non intendiamo soltanto un modo diverso di spostarsi, parliamo di città capaci di accogliere, includere e offrire opportunità a tutti. La bicicletta è un simbolo di libertà ed uguaglianza, chiunque può salirci e andare oltre i propri limiti”.
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Un progetto condiviso
Oltre ai partner tecnici, ad accompagnare fisicamente Angelo nell’impresa sono stati anche gli amici Adolfo Granito, portavoce Ada Piemonte, e lo psicologo Marco Bellagamba, referente Ufficio Disabilità UilP Torino, che hanno fornito il supporto psicologico necessario al raggiungimento degli obiettivi.
L’intera avventura diventerà anche un film documentario ufficiale, realizzato da Emanuela Ranucci e Simone Andreello, che ha raccolto immagini, voci e testimonianze incontrate lungo il percorso. Sarà proiettato al Cinema Massaua di Torino e distribuito nelle scuole come strumento di sensibilizzazione.
Al termine dell’impresa, il triciclo usato da Angelo sarà donato all’Associazione Sportiva Dilettantistica Pandha Torino, che da anni promuove l’inclusione attraverso lo sport. Perché un gesto simbolico diventi anche un’azione concreta, capace di generare altre possibilità di autonomia.
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OLTRE I LIMITI: INTERVISTA AD ANGELO CATANZARO
Angelo, 800 km in triciclo… solo a dirlo sembra impossibile. Da dove nasce quest’idea e quando hai detto a te stesso “ok, lo faccio davvero”?
In realtà era un po’ che ci pensavo. Ne ho parlato con mia moglie e con gli amici e, visto che tutti apprezzavano l’idea senza cercare di dissuadermi, ho capito che era il momento giusto per farlo. Quando ho realizzato che da impossibile poteva diventare possibile, ho iniziato a organizzare tutto. Questo viaggio però non sarebbe possibile senza i partner: Simone Andreello ed Emanuela Ranucci, che hanno scelto di accompagnarmi gratuitamente per realizzare contenuti social e un documentario, e lo sponsor tecnico Weelo, che ha donato il triciclo che al termine sarà messo all’asta per sostenere l’associazione Pandha, impegnata nello sport e nella disabilità. Un aiuto fondamentale arriva anche dalla Uil Pensionati Piemonte, che otto anni fa mi ha affidato la responsabilità dell’Ufficio Disabilità e che oggi, insieme all’associazione ADA Piemonte, sostiene concretamente i costi del viaggio.
Tu ben sai che in Italia quasi 7 persone con disabilità su 10 non lavorano. Tu cosa speri che arrivi alle istituzioni da questa tua impresa?
Non è un tema che riguarda solo le istituzioni, ma l’intera società e le aziende private. In Italia esiste una legge, la 68/99, che obbliga le imprese pubbliche e private sopra i 15 dipendenti ad assumere persone con disabilità iscritte al collocamento mirato con almeno il 45% di invalidità. Purtroppo questa norma, soprattutto nel privato, è spesso disattesa: i controlli sono pochi e le sanzioni troppo leggere. Il risultato è che tante persone con disabilità, in particolare quelle con disabilità intellettive o psichiatriche, vengono escluse dal mondo del lavoro. Con questo viaggio voglio che arrivi un messaggio chiaro: dobbiamo cambiare la cultura del lavoro e riconoscere che l’inclusione non è un obbligo da rispettare sulla carta, ma una responsabilità collettiva e un’opportunità per tutta la società.
Parli spesso di autodeterminazione. Per te cosa significa davvero, non in teoria, ma nella vita di tutti i giorni?
Autodeterminazione per me significa poter scegliere davvero cosa studiare, che lavoro fare e che vita costruire. Troppe volte le persone con disabilità non hanno voce nelle decisioni che le riguardano: famiglie e istituzioni prendono decisioni al posto loro, magari con buone intenzioni, ma senza ascoltarle. Nel mondo associativo delle persone con disabilità c’è un motto che dice: niente su di noi senza di noi. Vuol dire proprio questo: avere il diritto di scegliere dove abitare, che lavoro fare e come vivere. Si parla spesso del ‘Dopo di Noi’, ma io dico sempre che è tardi: dobbiamo occuparci del ‘Durante Noi’, aiutando le persone con disabilità a scegliere che uomini e donne vogliono diventare.
Durante il percorso non sei stato solo: cittadini, associazioni, compagni di strada. Quanto è importante per te che diventi un percorso collettivo e non un’avventura individuale?
Il rischio che diventasse un’avventura individuale c’era, ma grazie alla collaborazione con l’Ufficio Disabilità della Uil Pensionati Piemonte lo abbiamo evitato: mi hanno aiutato a organizzare gli incontri con le realtà associative e istituzionali nelle città tappa del viaggio. Inoltre, sin da subito, abbiamo invitato chiunque a pedalare con noi, perché questo non è un viaggio in solitaria, ma un percorso collettivo.
Lo sport, come nel tuo caso strumento di libertà e autonomia. Cosa diresti a chi si affaccia per la prima volta allo sport, magari con un po’ di paura o pensando che non faccia per lui?
Direi che ognuno deve fare ciò che si sente. Non riuscire in qualcosa fa parte della vita: il fallimento non è una sconfitta, ma un passaggio che ci serve per imparare e crescere. Non tutti nascono Cristiano Ronaldo o Messi, e anche loro, oltre al talento, hanno raggiunto i loro obiettivi con allenamento e sacrificio. Per questo non bisogna mai arrendersi: lo sport è prima di tutto un modo per conoscersi e conquistare un po’ di libertà e autonomia.
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