La rivoluzione della moda adattiva parte dai dettagli: Intervista a Francesca Martinengo

- The Wom - Monday, June 23, 2025
Oggi parliamo di moda adattiva insieme a Francesca Martinengo, giornalista e scrittrice che da anni convive con una disabilità

Ammettilo: anche tu, almeno una volta al giorno, ti chiedi “Cosa mi metto?”. Lo facciamo tutti, davanti all’armadio, al volo prima di uscire, o mezz’ora prima davanti allo specchio. È una scelta che racconta come ci sentiamo, come vogliamo presentarci, a volte anche come vogliamo proteggerci. Ma per milioni di persone nel mondo, la domanda è un’altra. Molto più imposta e obbligatoria, molto meno scontata: “Cosa posso mettermi?”

Per chi vive con una disabilità, vestirsi non è solo questione di stile. È anche (e soprattutto) una questione di possibilità

Di zip troppo piccole da afferrare, bottoni impossibili da chiudere, pantaloni scomodi da infilare e da tenere per ore da seduti, tessuti che graffiano la pelle. Di abiti pensati per “il corpo perfetto” (spoiler, nessuno lo è, disabilità o meno) e non per tutti i corpi. Dettagli spesso invisibili agli occhi, che non alterano la bellezza di un abito ma che sono fondamentali per chi li vive ogni giorno.

Ecco perché oggi si parla, e fatemi dire finalmente, di moda adattiva: una moda progettata per essere accessibile, comoda, bella. Per essere scelta, e non subita. Un capo capace di adattarsi al tuo corpo e alle tue esigenze e non viceversa. Per restituire a tutte e tutti il piacere di vestirsi bene, sentirsi rappresentati, star bene nel mondo con un abito che ci somiglia, in assoluta comodità.

Una moda di nicchia?

Secondo le stime di Eurostat, in Europa nel 2023 le persone con disabilità erano 101 milioni di persone, ossia un adulto su quattro nell’UE. A livello globale, si parla di oltre 1 miliardo e mezzo. Ma i numeri, per quanto importanti, non bastano a raccontare cosa si prova quando un gesto semplice, come vestirsi, diventa complicato.

Quello che serve è ascolto. Serve raccontare storie. Serve una cultura della moda che non escluda, che non guardi dall’alto, che non si limiti a inserire una modella con disabilità in una campagna pubblicitaria per “fare inclusione”. Serve che la moda pronta a mettersi in prima linea

Perché non si tratta solo di vestiti. Si tratta di sentirsi rappresentati. Si tratta di poter scegliere come raccontarsi, anche attraverso ciò che si indossa. E questo riguarda tutti, non solo “gli altri”.

Spesso purtroppo si fa ancora fatica a scindere la disabilità da un immaginario puramente medico. E la moda adattiva viene spesso assimilata a capi che ricordano tute o pigiami, sicuramente utili per lunghi ricoveri ma una persona con disabilità può avere una vita oltre l’ospedale. Nulla a che vedere con l’eleganza o con la libera espressione della propria identità. Ma qualcosa sta cambiando.

Negli Stati Uniti, ad esempio, alcuni brand hanno saputo unire glamour e funzionalità, lanciando linee accessibili, belle, desiderabili. Clip per cateteri che sembrano dettagli di design, cinture per microinfusori, gonne pensate per sedersi comodamente, camicie con chiusure magnetiche indossabili con una sola mano. Maglie senza etichette che irritano, pantaloni con elastico in vita, tessuti confortevoli: è la dimostrazione che l’adattività non ha nulla a che vedere con la rinuncia allo stile.

Molto spesso, invece, l’immagine della disabilità è ancora associata alla mancanza di eleganza. Perché si tende a sacrificare il bello in nome del funzionale. E perché la persona con disabilità viene vista ancora come “bisognosa di cure”, anziché come un individuo capace di scegliere, esprimersi e sentirsi attraente.

Per fortuna, anche grazie ai social, qualcosa si sta muovendo. Sempre più persone con disabilità prendono parola, mostrano il proprio stile, costruiscono una nuova narrazione. La rappresentazione si fa più ampia, più autentica, più visibile. E finalmente, anche in passerella, iniziamo a vedere corpi diversi. modelli e modelle che sfidano i canoni tradizionali, e che raccontano una bellezza nuova.

La moda, oggi, non è più solo estetica. È anche politica. E parlare di moda adattiva significa ripensare l’intero sistema

A raccontarcelo con competenza e passione è Francesca Martinengo, giornalista e ufficio stampa che conosce da vicino ogni singola difficoltà vivendo lei in prima persona con una disabilità per una malattia neurodegenerativa chiamata paraparesi spastica, spingendola a indagare con lucidità, professionalità e delicatezza il mondo della moda adattiva attraverso il suo ultimo libro Il mio abito ha i superpoteri.
Abbiamo parlato con lei per capire perché la moda debba davvero essere per tutte e tutti.

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Intervista a Francesca Martinengo

Francesca, nel tuo libro spieghi con grande lucidità cosa significa non poter scegliere cosa indossare. Come nasce il tuo interesse per la moda adattiva?

Il mio interesse per la moda adattiva nasce, in realtà, prima di tutto per me stessa e per le mie esigenze.
Nella mia “nuova” condizione avevo bisogno di scarpe ad hoc e di borse con la tracolla, che mi lasciassero le mani libere per usare le stampelle. Da lì ho iniziato a chiedermi come facessero a vestirsi le persone con disabilità più pesanti della mia. Nel frattempo, un altro evento ha catturato la mia attenzione. Nelle palestre di fisioterapia che frequentavo vedevo tante donne, ragazze e uomini vestiti sempre in tuta, o al massimo con jeans e maglietta anonimi. E anche lì ho iniziato a pensare: possibile che non esista qualcosa di più carino da indossare, qualcosa che possa anche sollevare un po’ l’umore?Siccome sono una giornalista, e quindi curiosa per mestiere, ho iniziato a cercare in rete… ed è così che ho scoperto il mondo della moda adattiva.

Quali sono i principali ostacoli che incontri oggi nel vestirti, e che un capo adattivo ti aiuta maggiormente?

La mia disabilità motoria mi consente comunque di mettermi quasi tutto, quindi mi ritengo ancora fortunata. Per me, i principali ostacoli sono legati soprattutto alle scarpe: trovare un paio adatto, che sia in grado di trattenere bene la caviglia e il piede, senza però apparire troppo “ortopedico”. Quindi il primo ostacolo è trovare oggetti – o meglio, vestiti e accessori – che funzionino e che mi piacciano. Nel caso delle scarpe, poi, c’è un secondo ostacolo: toglierle e rimetterle ogni volta. Ho risolto acquistando delle speciali sneaker alte, con la zip laterale. Ecco, io credo che un capo adattivo debba aiutare ognuno, secondo le proprie esigenze e i propri bisogni, a sentirsi più indipendente, sicuro e autonomo.

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C’è un passaggio molto forte nel tuo libro in cui dici che una persona con disabilità non pensa “Cosa mi metto?”, ma “Cosa posso mettermi?”. Quanto è importante che questa consapevolezza arrivi anche a chi si sente lontano dal tema?

È importantissimo che anche le persone lontane dal tema della disabilità inizino a chiedersi: “Che cosa può indossare una persona disabile?” Anche perché, se proprio non si riesce ad avere empatia e a mettersi nei panni degli altri, bisognerebbe almeno considerare che non servire persone con disabilità significa rinunciare a una fetta di mercato importante. Parliamo di un 20–30% in meno negli introiti. Ma al di là dei numeri, in una società civile dovrebbe essere scontato riconoscere che le persone con disabilità sono, prima di tutto, esseri umani con desideri e bisogni assolutamente legittimi.
E invece, sembra assurdo dirlo, ma chi non ha problemi spesso e volentieri… non ci pensa proprio.

In un capitolo del libro racconti dei dettagli tecnici della moda adattiva: zip magnetiche, chiusure velcro, cuciture piatte. Quanto conta il design intelligente, e quanto la comunicazione per far passare questo concetto?

Nella moda adattiva conta tantissimo il design intelligente, ovvero quello capace di produrre abiti e capi con una vestibilità facilitata e soluzioni davvero smart, pensate for all. Il design, per essere davvero efficace, deve unire funzionalità e bellezza. E in realtà, stiamo semplicemente parlando di come dovrebbe essere sempre il design degli abiti – non solo quelli da passerella, ma quelli che indossiamo ogni giorno. La comunicazione, in questo contesto, ha un ruolo fondamentale: serve a trasmettere l’idea di un design for all. Non basta parlarne una volta l’anno, durante la Design Week o la Fashion Week. Bisogna raccontare il design come strumento utile alla persona, alla sua quotidianità, al sostegno dei suoi diritti civili. Serve farlo su tutti i media, tutto l’anno, e soprattutto anche sui social, per arrivare alle fasce più giovani e generare – finalmente – una vera rivoluzione culturale.

Parli anche di beauty e make-up accessibili. Perché hai deciso di allargare il tuo sguardo anche a questi ambiti? E a che punto siamo in italia?

Nel libro parlo anche di beauty e make-up accessibile, perché bellezza e moda sono due mondi vicinissimi, che si contaminano tra loro. È naturale: quando ci si prepara per uscire, non ci si limita a vestirsi, ma ci si trucca, e poi, la sera, ci si strucca e si fa la propria skincare. Mi è sembrato spontaneo includere anche questo aspetto, perché per una persona con disabilità è importante poter fare tutto ciò in autonomia, con prodotti e strumenti che rispettino le sue abilità. Il make-up ha il potere di farci sentire meglio, più in controllo, più noi stesse. E proprio per questo motivo, deve essere accessibile anche a chi ha una disabilità: perché la cura di sé è un diritto, non un privilegio.

Ph Fil Mazzarino

Qual è l’errore più comune che la moda continua a fare quando parla di inclusione?

La moda parla di inclusione, ma in realtà pur essendo inclusi sulle passerelle e in televisione tutti i colori della pelle e anche delle diversità di genere la moda finge di dimenticarsi delle persone con disabilità e le esclude già nella presentazione delle collezioni. Gli ambienti sono difficilmente accessibili per una persona disabile: in realtà la moda continua a ignorare le persone disabili. Questo, come dicevo prima, è un errore anche economico, perché creare abiti funzionali e adattivi significherebbe avere un rientro economico non indifferente.

I tuoi progetti e sogni per il futuro?

Vorrei – anzi, mi piacerebbe moltissimo – che la moda e la bellezza inclusive entrassero a far parte del nostro linguaggio quotidiano, del modo in cui pensiamo e viviamo ogni giorno. Naturalmente, mi piacerebbe continuare a scrivere e a parlare di questi temi… anzi, parlarne sempre di più. Perché ci credo, perché ci sono dentro al 100%, e perché negli ultimi anni ho scoperto una community di persone straordinarie tra cui tu, Benedetta, piene di vita, di idee e di progetti bellissimi da portare avanti.

Chiudere questa intervista senza ringraziare Francesca sarebbe impossibile. Per la sua chiarezza, per la passione con cui racconta un tema ancora troppo poco esplorato, e permettetemi anche per quel passaggio in cui scrive di aver trovato una community meravigliosa, tra cui me. Sì, mi ha fatto sorridere. Ma soprattutto mi ha ricordato perché continuiamo a scrivere, parlare, progettare: per dare voce a chi ha qualcosa di importante da dire. Perché la moda non è solo forma. È libertà, possibilità, rappresentazione. E l’abito che si adatta al corpo, qualunque corpo, disabilità o meno, è un gesto di rispetto e di visione. Alla prossima storia.

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