
Il diritto di essere madre o non esserlo: perché la scelta è ancora un pregiudizio?
- The Wom - Monday, May 26, 2025
La società sembra non riuscire a concepire una donna senza figli senza etichettarla come incompleta, egoista o, peggio, insensibile. Domande come “ma chi si prenderà cura di te da anziana” o “non hai paura di pentirtene quando ormai sarà troppo tardi?” sono vere e proprie micro-aggressioni, mascherate da preoccupazioni benevole ma intrise di giudizio.
Non avere figli per scelta viene percepito come un atto contro natura, una ribellione da spiegare perché intesa come un torto all’intera società
Il mito della donna incompleta permea anche il linguaggio: in italiano, non esiste un termine corrispondente al termine inglese “childfree” o “childless”, come se la non maternità fosse un vuoto da riempire e non una scelta legittima e rispettabile. La maternità è ancora troppo spesso associata al concetto di femminilità stessa: come se essere donne e non madri fosse un ossimoro. Questa mentalità patriarcale non solo limita le donne, ma le mette anche in competizione tra loro, creando schieramenti fittizi tra “madri” e “non madri”, tra “donne realizzate” e “donne incompiute”.
Quando la maternità (voluta) non arriva
Per molte donne, la maternità non è una scelta ma una strada sbarrata. Dietro i sorrisi forzati, le frasi di circostanza e le risposte diplomatiche, si nasconde un dolore sordo, che diventa ancora più insopportabile quando viene ridotto a un banale “non ti sei impegnata abbastanza” o “non hai pensato all’adozione?”. La realtà è che l’infertilità, le condizioni mediche, le terapie fallite, sono vissuti che non si possono cancellare con una battuta o un consiglio non richiesto.
Per queste donne, ogni festa della mamma, ogni annuncio di gravidanza sui social, ogni chiacchierata tra amiche diventa una ferita che si riapre. E mentre la società celebra la maternità come l’apice della realizzazione femminile, chi non può avere figli si ritrova a sentirsi invisibile, un’eccezione ingombrante di cui non si parla mai abbastanza.
Ma perché il dolore della mancata maternità viene ignorato? Perché si continua a dire a una donna che “un figlio è la felicità più grande” come se il suo valore dipendesse unicamente da quel ruolo?
La verità è che la maternità dovrebbe essere un’opzione, non un obbligo. E che il dolore di non poter diventare madre non rende una donna meno degna di empatia, ascolto e rispetto.
Essere madre: tra aspettative e perfezionismo
Se da un lato la società condanna le donne che scelgono di non avere figli, dall’altro non risparmia giudizi a chi invece decide di diventare madre. Le madri vengono costantemente monitorate, misurate, giudicate.
La madre single è spesso vista come irresponsabile, la madre che lavora troppo come egoista, la madre con disabilità come inadeguata a crescere un figlio. Anche il corpo delle donne non sfugge al controllo: dal parto naturale all’epidurale, dalla scelta di allattare o meno, ogni decisione viene analizzata e criticata.
Anche le madri devono fare i conti con un ideale di perfezione irraggiungibile. Se una madre sceglie di rimanere a casa con i figli, viene etichettata come una donna senza ambizioni, dipendente dal partner. Se, al contrario, decide di continuare a lavorare, ecco che viene additata come una “madre assente“, incapace di mettere la famiglia al primo posto. È come se il concetto stesso di “madre ideale” fosse un bersaglio irraggiungibile, perché inesistente, facendo così sentire le madri spesso inadeguate.
Il doppio tabù per le madri con disabilità
Per una donna con disabilità, il peso del giudizio sociale si moltiplica. Spesso viene considerata incapace di gestire un figlio o, peggio, di desiderarne uno. La sua sessualità viene ignorata, la sua capacità di accudire messa in discussione.
“Ma come farai a seguirlo se non puoi correre?”, “Non è già abbastanza difficile per te occuparti di te stessa?” sono solo alcune delle frasi che una madre con disabilità può sentire
Il pregiudizio verso le madri con disabilità non è solo una questione di stereotipi, ma anche di accesso ai servizi. Le strutture, i parchi giochi, i trasporti pubblici: tutto sembra costruito pensando a una madre senza limitazioni. La società, quindi, non solo giudica, ma ostacola concretamente la possibilità di vivere una maternità serena e inclusiva.
La paura del parto: tocofobia
Il parto è spesso dipinto come un momento di gioia e sacrificio, un’esperienza che dovrebbe essere affrontata con coraggio e senza esitazioni. Ma cosa accade quando il parto diventa una fonte di angoscia anziché di attesa? La paura del parto, conosciuta anche come tocofobia, è un tema di cui si parla troppo poco, quasi fosse un tabù. Eppure, per molte donne, il pensiero del parto scatena ansia, terrore e un senso di inadeguatezza.
“Se scegli il cesareo sei egoista”, “Vuoi l’epidurale? Allora non sei una vera madre”. Questi messaggi sottintendono che il dolore sia una sorta di prova di valore, un test che la donna deve superare per dimostrare di essere una madre vera e forte. Ma il dolore non è un requisito per l’amore materno
Esistono donne che scelgono il cesareo per ragioni mediche o psicologiche, altre che desiderano un parto naturale ma con supporto farmacologico. Nessuna scelta è più o meno valida di un’altra. Eppure, il giudizio si insinua ovunque, facendo sentire le donne in difetto, incapaci di prendere decisioni autonome sul proprio corpo.
La verità è che non esiste un modo giusto o sbagliato di partorire. C’è solo quello che una donna sente come più sicuro e rispettoso per sé stessa. E in questo, ogni scelta è degna di rispetto.
Un messaggio per tutte le donne
Essere madre o non esserlo è una scelta intima, personale, che non dovrebbe mai essere oggetto di giudizio. Le donne devono poter scegliere senza sentirsi colpevolizzate, senza dover spiegare o giustificare le proprie decisioni.
La maternità non è un traguardo obbligatorio, né un metro di misura del valore di una donna. È solo una delle tante strade che una donna può decidere di percorrere
Perché ogni donna ha il diritto di scegliere come vivere la propria vita, senza dover rendere conto a nessuno. Ma soprattutto, ogni donna ha il diritto di scrivere la propria storia, che sia fatta di figli, di progetti, di passioni o di scelte controcorrente. E in quella storia, nessuno ha il diritto di mettere un punto che non le appartiene.
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