Tag - SPECIALI

COFFEE KILLAH #98: ROOTS ADDICTION PRESENTA JUNIOR KELLY
ROOTS ADDICTION PRESENTA JUNIOR KELLY podcast https://radio.sonarproject.net/media/podcast/2627/redvibes/coffe/coffe10102026.mp3 Keith Morgan nasce in Giamaica nel 1969 e cresce raccogliendo l’eredità artistica del fratello, il compianto DJ Jim Kelly, in onore del quale adotterà il suo nome d’arte. Muove i primi passi in studio a metà anni ’80 prima di farsi notare per il suo approccio conscious e militante su cui costruirà la sua carriera contribuendo a segnare il sound di fine millennio a dispetto dello slackness imperante in quel periodo. Il Coffee Killah di questa settimana è un viaggio musicale di mezz’ora a cura di Mr Green outta Roots Addiction Sound System che celebra un artista che quest’anno ha spento ben cinquantasette candeline: Junior Kelly.
SPECIALI
Coffe Killah
COFFEE KILLAH #97: ROOTS ADDICTION PRESENTA YAMI BOLO
ROOTS ADDICTION PRESENTA YAMI BOLO QT Places Error: the selected post type doesn't exists or is not active in the plugin settings.podcast https://radio.sonarproject.net/media/podcast/2627/redvibes/coffe/coffe03102026.mp3 Rolando McLean nasce in Giamaica l’1 ottobre 1970 e muove i primi passi nella musica fin da giovanissimo, trovando la grande occasione grazie a Sugar Minott e alla sua Youth Promotion. Dotato di una voce inconfondibile e di una visione profondamente spirituale, ha legato il suo percorso a un reggae culturale e intransigente, collaborando con pesi massimi come Augustus Pablo, Third World e Junior Delgado. Il Coffee Killah di questa settimana apre ufficialmente la 20ª stagione di R&D Vibes ed è un viaggio musicale di mezz’ora a cura di Mr Green outta Roots Addiction Sound System che dedica il giusto tributo a un artista internazionale che ha compiuto gli anni proprio in questi giorni: Yami Bolo.
SPECIALI
Coffe Killah
23 anni e ancora facciamo Rumore
BUON 23ESIMO ANNO A TUTTE E TUTTI, INSIEME FACCIAMO ANCORA RUMORE! Quello che comincia è il ventitreesimo anno di RadioSonar.net. Ventitré anni di microfoni aperti, musica, informazione, approfondimenti, notti in diretta, trasmissioni improbabili, discussioni infinite, server, cavi, mixer, cuffie, compagne e compagni di viaggio. E visto che siamo arrivati al 23, vale la pena fermarsi un attimo sul numero. “Ventitré” viene semplicemente da venti e tre, forma attestata nella lingua italiana già nei testi medievali. Ma, appena si esce dal dizionario e si entra nella cultura popolare, le cose diventano decisamente più interessanti. Nella Smorfia napoletana il 23 è ’o scemo e  a noi, tutto sommato, piace parecchio in quanto dietro allo “scemo” della tradizione c’è anche la figura del buffone o  del giullare, quello che attraverso l’ironia, il paradosso e il rovesciamento della realtà riusciva a raccontare quello che gli altri non potevano o non volevano dire. Uno che faceva ridere, certo ma che qualche volta, proprio ridendo, riusciva a dire la verità. A ROMA, INVECE, IL 23 PRENDE TUTTA UN’ALTRA STRADA. La tradizione popolare romana lo associa al proverbiale: “23… bucio de culo!” che, tradotto in una lingua leggermente più adatta alle comunicazioni istituzionali, significa più o meno:  una gran botta di fortuna! E dopo ventitré anni di radio indipendente, senza padroni, senza pubblicità e fuori dalle logiche commerciali, forse un po’ di fortuna ce la meritiamo. RadioSonar è ancora qui perché dietro ogni voce che arriva in onda ce ne sono tante altre. Perché una radio libera non è soltanto una frequenza o uno streaming: è una comunità  quindi il primo grazie va a chi continua ad ascoltarci. Nell’ultimo anno sono stati oltre 21.000 gli ascoltatori unici che hanno seguito le live di RadioSonar.netVentunomila persone diverse che, almeno una volta, hanno scelto di aprire il nostro streaming e ascoltare cosa avevamo da dire, raccontare o suonare. In un tempo dominato dagli algoritmi, dalle piattaforme proprietarie e dalla rincorsa compulsiva a visualizzazioni, follower e monetizzazione, per noi quel numero significa soprattutto una cosa ovvero che dall’altra parte c’è ancora qualcun* che sceglie una radio indipendente, che ascolta, che partecipa, che prede parola. Questo ventitreesimo anno arriva inoltre dopo una stagione nella quale abbiamo provato ancora di più a fare rete anziché competere o da soli con la nostra singola voce più o meno identitaria. Per questo vogliamo ringraziare RadioGrad – la Radio Resistente e Radio Samarcanda Digital Network, con cui nell’ultimo anno abbiamo costruito collaborazioni, scambiato programmi, contenuti e dirette. Una collaborazione che permette alle nostre produzioni di attraversare territori e pubblici differenti e, attraverso Radio Samarcanda Digital Network, di viaggiare anche sul DAB tra Roma, Lazio e bassa Toscana. Lo abbiamo fatto con le trasmissioni quotidiane, con gli approfondimenti e con gli speciali. E lo abbiamo fatto recentemente anche con Renoize 2026, perché ci sono momenti nei quali mettere insieme microfoni, competenze, reti e frequenze significa costruire qualcosa che va oltre la semplice somma delle singole radio. È QUESTA L’IDEA CHE VOGLIAMO PORTARCI DENTRO IL VENTITREESIMO ANNO: CONDIVIDERE INVECE DI COMPETERE. COSTRUIRE RETI INVECE DI RECINTI. PRODURRE CONTENUTI INVECE DI INSEGUIRE ALGORITMI. CREARE COMUNITÀ INVECE DI ACCUMULARE FOLLOWER. Ventitré anni dopo continuiamo a pensare che una radio possa essere uno spazio comune  dove musica, cultura, conflitto, informazione, sperimentazione o intrattenimento possano ancora incontrarsi senza dover chiedere il permesso a un algoritmo. Perciò buon anno radiofonico alla redazione, agli speaker, ai tecnici, ai DJ, alle trasmissioni, alle realtà che collaborano con noi e soprattutto alle migliaia di persone che continuano ad accendere RadioSonar. E buon anno radiofonico a RadioGrad e Radio Samarcanda, compagne di viaggio di questa piccola rete di frequenze, server, voci e idee, oltre che alle radio italiane dell’ormai ex network gemini Siamo arrivati al 23 Per la Smorfia siamo ’o scemo. Per Roma abbiamo “bucio de culo”. Per noi significa semplicemente che, dopo ventitré anni, siamo ancora qui. E finché ci sarà qualcuno disposto a parlare e qualcun altro disposto ad ascoltare, continueremo a trasmettere. Buon 23° anno radiofonico, RadioSonar. RADIOSONAR.NET — THE REVOLUTION WILL BE STREAMED.
SPECIALI
Dentro o fuori l’algoritmo?
RADIOSONAR, AUTISTICI/INVENTATI E IL DIRITTO DI COSTRUIRE INFRASTRUTTURE INDIPENDENTICI SONO STORIE CHE FINISCONO E STORIE CHE, PROPRIO QUANDO SEMBRANO FINIRE, CI OBBLIGANO A FARE I CONTI CON IL TEMPO NEL QUALE VIVIAMO. La vicenda di Autistici/Inventati, dopo venticinque anni di attività, appartiene probabilmente alla seconda categoria. Per una parte importante dei movimenti sociali italiani A/I non è stato semplicemente un fornitore di servizi. Non era soltanto una casella di posta, un server, una mailing list o uno spazio web. Era la dimostrazione pratica che anche l’infrastruttura attraverso la quale comunichiamo può essere pensata politicamente. Che un server può essere uno spazio comune. Che la tecnologia può essere sottratta, almeno in parte, alla logica del profitto. Che comunicare non significa necessariamente consegnare dati, relazioni e memoria collettiva nelle mani di una piattaforma privata. Per venticinque anni quella esperienza ha accompagnato associazioni, collettivi, movimenti, progetti culturali, media indipendenti e singole persone. La sua crisi e la decisione di terminare i servizi non raccontano quindi soltanto la difficoltà di un progetto storico della rete indipendente. Ci costringono a porci una domanda molto più grande: Di chi sono, oggi, i luoghi nei quali comunichiamo? -------------------------------------------------------------------------------- QUANDO INTERNET SEMBRAVA UN’ALTRA COSA C’è stato un momento nel quale Internet sembrava poter diventare qualcosa di profondamente diverso. Una rete distribuita, attraversabile, difficile da controllare. Un luogo nel quale chiunque poteva aprire un sito, costruire una radio, creare un forum, mettere in piedi una mailing list. Non serviva chiedere il permesso a qualcuno per esistere. Quell’idea non è completamente scomparsa. Ma sopra quella rete ne è cresciuta progressivamente un’altra. Molto più semplice da utilizzare, molto più veloce, molto più potente e soprattutto molto più concentrata. Oggi una parte enorme della nostra vita digitale passa attraverso poche infrastrutture proprietarie:  lì discutiamo, ascoltiamo musica, guardiamo video, organizziamo iniziative, costruiamo campagne politiche, promuoviamo concerti, raccontiamo vertenze ma quasi sempre lo facciamo dentro uno spazio che non ci appartiene, accettando questa trasformazione e contraddizione perché funzionava. Le piattaforme ci hanno dato una capacità di distribuzione che vent’anni fa sarebbe stata impensabile. Con un telefono possiamo trasmettere in diretta da una manifestazione, pubblicare un’intervista e raggiungere migliaia di persone in pochi secondi ma quella straordinaria possibilità aveva un prezzo che forse per molto tempo abbiamo preferito non guardarlo. Il prezzo sono  i nostri dati, la nostra attenzione, relazioni e tempo. E, lentamente, anche il modo attraverso il quale abbiamo imparato a comunicare -------------------------------------------------------------------------------- TUTTI POSSONO PARLARE. POCHISSIMI POSSIEDONO IL MICROFONO. La promessa delle piattaforme era semplice: finalmente chiunque può parlare, e bene o male  è vero. Mai nella storia così tante persone hanno avuto la possibilità tecnica di produrre e distribuire contenuti. Ma esiste una contraddizione enorme. > TUTTI POSSONO PARLARE, MA POCHISSIMI POSSIEDONO IL MICROFONO. Perché il luogo nel quale parliamo appartiene ad altri. Qualcuno decide l’algoritmo, stabilisce cosa viene mostrato e cosa scompare. Qualcuno può modificare le condizioni di utilizzo. Qualcuno controlla l’infrastruttura sulla quale abbiamo costruito una parte enorme delle nostre relazioni. La questione posta dalla vicenda di Autistici/Inventati diventa allora molto più ampia della storia di un singolo collettivo. Riguarda il rapporto tra libertà e infrastruttura. Perché non basta avere libertà di parola se qualcun altro possiede interamente il luogo nel quale possiamo esercitarla. -------------------------------------------------------------------------------- DALLA COMUNITÀ ALL’AUDIENCE Nel frattempo è cambiato anche qualcosa dentro di noi in quanto la rete delle piattaforme non ha semplicemente modificato gli strumenti attraverso i quali comunichiamo ma ha modificato il nostro immaginario. CI SIAMO PROGRESSIVAMENTE ABITUATI A MISURARE QUALSIASI COSA. Visualizzazioni. Follower. Like. Interazioni. Tempo di permanenza. Condivisioni. Engagement. La comunicazione è diventata una gigantesca competizione per conquistare attenzione, persino quando non guadagniamo un euro, produciamo continuamente valore per qualcuno. Scriviamo. Fotografiamo. Registriamo. Commentiamo. Discutiamo. Condividiamo. E ogni nostro gesto contribuisce ad alimentare un sistema economico costruito sulla raccolta dei dati e sulla capacità di trasformare la nostra attenzione in profitto. Dentro questo modello è cresciuta anche una nuova promessa: quella secondo cui ognuno di noi potrebbe trasformarsi in un piccolo imprenditore di sé stesso. IL CREATOR, IL PERSONAL BRAND, IL PROFILO. IL CANALE,LA MONETIZZAZIONE. LA VISIBILITÀ COME MISURA DEL SUCCESSO, SONO SOLO UNA GIGANTESCA FABBRICA DELL’INDIVIDUALITÀ. E questa trasformazione riguarda anche chi prova a costruire informazione indipendente, perché lentamente il rischio diventa quello di sostituire una domanda con un’altra. Non più: > Cosa possiamo costruire insieme? Ma: > Quanto sono visibile? Non più una redazione, ma il profilo. Non più un progetto, ma il creator. Non più una comunità, ma un’audience. -------------------------------------------------------------------------------- UNA RADIO NATA QUANDO TUTTO QUESTO NON ESISTEVA ANCORA RADIOSONAR NASCE IN UN’ALTRA EPOCA DELLA RETE. Quando fare una web radio significava ancora mettere insieme computer, mixer, microfoni, server, competenze e soprattutto persone. Quando trasmettere non era premere il pulsante “live” di una piattaforma, bisognava costruirselo, quello spazio, anche occupandolo. E forse proprio per questo la radio nasce con un’idea che oggi appare persino più radicale di allora: creare uno spazio libero dalle logiche del mercato e dei partiti, nel quale esperienze differenti potessero incontrarsi, contaminarsi e produrre comunicazione. Non semplicemente raccontare una comunità, ma provare a costruirla. Negli anni davanti ai microfoni sono passate centinaia di persone: Trasmissioni politiche, Musica, Movimenti sociali, Sindacati, Associazioni, Artisti, Territori Conflitti. Persone che magari arrivavano per fare un’intervista e finivano per immaginare una trasmissione. Persone che ascoltavano e poi decidevano di partecipare. Persone che imparavano a usare un mixer, montare un audio, preparare una scaletta, condurre una diretta. Questo patrimonio non compare nelle statistiche di una piattaforma. e  non entra facilmente dentro una dashboard oltreché n on produce necessariamente milioni di visualizzazioni. Ma produce qualcosa che oggi rischia di diventare molto più raro: Relazioni. -------------------------------------------------------------------------------- UNA PIATTAFORMA PRODUCE UTENTI. UNA COMUNITÀ PRODUCE RELAZIONI. È probabilmente questa la differenza fondamentale Una piattaforma ha bisogno che rimaniamo collegati. Una comunità ha bisogno che partecipiamo. La piattaforma misura il tempo che trascorriamo davanti allo schermo mentre una comunità misura la propria esistenza nella capacità delle persone di costruire qualcosa insieme. L’utente scorre. La comunità discute. L’utente segue. La comunità partecipa. L’utente produce engagement. La comunità può produrre conflitto, confronto, cultura, memoria. Questo non significa abbandonare le piattaforme perchè sarebbe ingenuo. INSTAGRAM, YOUTUBE, SPOTIFY, TIKTOK E QUALUNQUE ALTRA PIATTAFORMA POSSONO ESSERE STRUMENTI STRAORDINARIAMENTE UTILI PER DISTRIBUIRE CONTENUTI E RAGGIUNGERE PERSONE CHE ALTRIMENTI PROBABILMENTE NON INCONTREREMMO MAI. Il problema nasce quando confondiamo lo strumento di distribuzione con la nostra casa. RadioSonar può stare su Instagram Ma RadioSonar non è Instagram. Può pubblicare su YouTube. Ma non è YouTube. Può distribuire podcast attraverso Spotify. Ma non è Spotify. Quelle piattaforme possono essere strade attraverso le quali passa il nostro segnale. Non possono diventare il luogo dal quale dipende interamente la nostra possibilità di esistere. -------------------------------------------------------------------------------- L’INFRASTRUTTURA DEL DISSENSO Nelle riflessioni nate intorno al caso Autistici/Inventati è emersa un’espressione importante: l’infrastruttura del dissenso. Perché esiste un livello della comunicazione politica del quale parliamo troppo poco, siamo abituati a discutere del contenuto. Di cosa viene detto. Di chi lo dice. Molto meno spesso discutiamo dell’infrastruttura che permette a quel contenuto di esistere. Server. Domini. Hosting. Archivi. Streaming. Sistemi di pagamento. Mailing list. Software tutte questioni che sono apparentemente questioni tecniche. In realtà sono questioni profondamente politiche perché chi controlla l’infrastruttura possiede una forma enorme di potere sulla comunicazione. La storia di A/I lo rende evidente, ma la domanda riguarda tutti noi. Che cosa succede a un progetto indipendente quando il suo archivio esiste soltanto dentro una piattaforma? Che cosa succede quando anni di relazioni dipendono da un account? Che cosa succede quando un algoritmo cambia? Che cosa succede quando un servizio diventa economicamente insostenibile? Che cosa succede quando qualcuno decide che non possiamo più stare lì? -------------------------------------------------------------------------------- SE DOMANI SPENGONO LA PIATTAFORMA Forse questa è la domanda che dovremmo cominciare a farci più spesso. > Se domani qualcuno spegne la piattaforma, cosa rimane di noi? Rimangono diecimila follower? Centomila visualizzazioni? Un milione di impression? Probabilmente no. Rimangono invece le persone che abbiamo incontrato. Le competenze che abbiamo condiviso e le relazioni che abbiamo costruito. Rimane la comunità. Ed è esattamente da qui che esperienze come RadioSonar possono provare a ripensare il proprio futuro. Non cercando di diventare una versione più piccola delle grandi piattaforme. Non inseguendo disperatamente ogni nuovo algoritmo, non trasformando ogni persona davanti a un microfono nell’ennesimo aspirante creator. Ma tornando a fare quello che una radio indipendente può fare meglio. > Mettere insieme persone che da sole probabilmente non si sarebbero incontrate. -------------------------------------------------------------------------------- TORNARE A COSTRUIRE INFRASTRUTTURE COMUNI Forse la vera sfida della comunicazione indipendente nei prossimi anni sarà proprio questa. Ricostruire pezzi di autonomia. Non significa immaginare una fuga romantica dalla tecnologia. Significa esattamente il contrario. Imparare nuovamente a possederne almeno una parte. Server indipendenti siti propri. archivi accessibili Radio e Podcast Software libero, Reti federate. Spazi fisici, Redazioni aperte , Luoghi nei quali trasmettere conoscenze e competenze. E contemporaneamente attraversare le piattaforme commerciali senza diventarne completamente dipendenti. Usarle Senza essere usati soltanto da loro. Perché l’alternativa alla concentrazione proprietaria della comunicazione non può essere semplicemente costruire l’influencer antagonista più bravo degli altri. La risposta può essere tornare a costruire qualcosa che Internet sembrava promettere all’inizio della sua storia. > Una rete. > > Non soltanto tecnologica. > > Una rete di persone. -------------------------------------------------------------------------------- IL SEGNALE CONTINUA AAutistici/Inventati lascia dietro di sé venticinque anni di esperienza, contraddizioni, conoscenze e infrastrutture costruite fuori dalle grandi piattaforme. Non è poco. È una memoria dalla quale ripartire. E forse proprio nel momento in cui un’esperienza storica della rete indipendente arriva alla fine del proprio percorso, dovremmo evitare di celebrarla soltanto con nostalgia. Dovremmo raccoglierne la domanda. > Chi possiede gli strumenti attraverso i quali comunichiamo? Per RadioSonar quella domanda riguarda direttamente il proprio futuro. Dopo tanti anni di trasmissioni, la sfida non può essere semplicemente continuare a produrre programmi. Deve essere continuare a costruire uno spazio nel quale altre persone possano produrli. Un luogo attraversabile. Una radio capace di essere laboratorio. Un archivio della memoria dei movimenti e delle culture indipendenti. Un’infrastruttura comune. Perché forse l’indipendenza, oggi, non significa soltanto poter dire quello che pensiamo, significa avere ancora un posto nostro dal quale poterlo dire. E sapere che, se domani una piattaforma scompare, cambia algoritmo o decide che non siamo più interessanti per il suo mercato, il nostro segnale può continuare a viaggiare. Perché dietro quel segnale non c’è semplicemente un account. Ci sono persone. Ci sono relazioni. C’è una comunità. E allora, dopo venticinque anni di Autistici/Inventati e dopo più di vent’anni di esperienze di comunicazione indipendente, forse vale ancora la pena ripartire da una vecchia idea che continua ostinatamente a sembrare nuova: > Socializzare saperi senza fondare poteri. E continuare a trasmettere. Fuori dall’algoritmo, quando serve. Dentro le piattaforme, quando è utile. Ma sempre con un luogo nostro nel quale poter tornare.
SPECIALI
BASTA REPRESSIONE IN TURCHIA:
18 settembre 2026 Presidio in piazzale Porta Pia contro la repressione in Turchia Dal 12 settembre persone della comunità LGTBQIPAK+ sono vittime di retate, persecuzioni, arresti, fermi e blocco della possibilità di comunicare ed esprimersi via social. Quello che alcune persone che si stanno promuobendo come paladini della morale vorrebbero fare anche qui. L’operazione strumentalizza e utilizza ancora una volta lo slogan “La mia famiglia è al sicuro” mostrando quello che noi sosteniamo da sempre. La famiglia come mito di sicurezza e serenità quando invece troppo spesso è luogo di controllo e di repressione più vicino, luogo lontano dall’essere sicuro visto le tante violenze, tensioni, dipendenze e tossicità attraversano questo luogo. Non si fa riferimento quindi alle relazioni che possono essere positive basi di convivenza e di condivisione ma a quella “famiglia” che rivendica il ruolo di guardiana del sistema, un sistema da riprodurre e rigenerare fedele a se stesso. 162 persone sottoposte a indagine 9 associazioni e 13 attività coinvolte tra cui associazioni di assistenza a persone con HIV 180 account social e numerosi siti oscurati 81 persone in custodia cautelare Censura, odio di stato, repressione, marginalizzazione e criminalizzazione di genere! Questo quello che sta succedendo in Turchia e non solo Questo quello che vediamo arrivare anche qui nelle parole di questa destra fascista che governa e che pretende di farlo anche nel futuro, ma che sentiamo anche nelle aggressioni e nelle violenze quotidiane. Stare nelle piazze, riprendere i megafoni come abbiamo fatto ieri a Roma e in moltissime altre piazze è fondamentale per non lasciare che questo odio dilaghi e che si diventi noi, le comunità povere, marginalizzate, disabilizzate, LGTBQIPAK+  quelle indicate come responsabili della crisi di un sistema che continua a distruggere la vita delle persone di ogni specie e del pianeta stesso. #Actnow #Turkey
Turchia
SPECIALI
TRANSfemmINonda
transfemminismo
libere soggettività
Abbondanza e Solidarietà con la Cucina: Abundia Alvarado torna in Italia
Dalla fine di agosto a metà settembre l’attivista trans apache Abundia Alvarado sarà in Italia per condividere progetti e riflessioni elaborate negli ultimi anni all’interno dei movimenti per la giustizia sociale ed ambientale nel Sud degli Stati Uniti. Insieme a lei viaggeranno anche altri attivisti che hanno partecipato tra il 2021 e il 2024 alla difesa della foresta di Atlanta. Potete ascoltare qui la presentazione del tour: https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/Abundia-audio.mp3 In queste settimane segnate dal riscaldamento globale e dall’accanirsi della repressione sulle fasce più vulnerabili della popolazione, questo loro tour, che prevede laboratori e momenti di riflessioni, dalla Sicilia fino alla Val di Susa, offrirà l’occasione per ragionare su come sia possibile contrastare in modo comunitario questa crisi. Forte della sua esperienza con le lotte delle comunità migranti, indigene,LGTBQIPAK+ e in difesa del mondo più-che-umano, Abundia Alvarado si trova attualmente in Europa per promuovere un nuovo modello di convivenza, all’altezza delle emergenze che tutt3 avvertiamo. Con un approccio trasversale, propone a gruppi sociali diversi di convergere e lavorare insieme, a partire dalla preparazione e condivisione del cibo. I suoi Consigli Autonomi di Cucina (Autonomous Kitchen Council) possono avere la forma di un’associazione di quartiere, di un gruppo di vicini o coinquilini, che cucinano e organizzano momenti di festa adottando principi orizzontali e egualitari, svincolandosi dalla logica patriarcale e coloniale sia nella ripartizione del lavoro (le donne tradizionalmente ai fornelli), che nella scelta degli ingredienti, spesso provenienti da vecchie e nuove forme di sfruttamento, regolarmente nascoste. Oltre ai laboratori di cucina, è prevista la diffusione in traduzione italiana di un testo prodotto da questa rete AKC, che si sta via via sviluppando a livello internazionale, tra le Americhe e l’Europa. Con Abundia e lu altru attivistx ci saranno anche le persone che hanno realizzato un documentario sul movimento che ad Atlanta (sud degli Stati Uniti), ha cercato di impedire la costruzione di una delle più grandi basi di addestramento della polizia nel mondo. Soprannominata “Cop City”, la base ha comportato l’abbattimento di una foresta che sorgeva come immenso parco pubblico ai margini della città, ed è stata realizzata per decreto dell’amministrazione Biden. Dopo le proteste anti-razziste del movimento Black Lives Matter, invece di sottrarre fondi alle Forze dell’Ordine per meglio investire nei servizi sociali, il governo americano decise infatti di costruire queste enormi basi in tutto il Paese, per addestrare la polizia ad una repressione più dura dei manifestanti. Il documentario segue le fasi di questa straordinaria protesta, dagli iniziali tentativi di fermare l’avanzamento dei cantieri (puniti con il ricorso a leggi anti-terrorismo), all’inutile raccolta di centinaia di migliaia di firme, per chiedere che la popolazione di Atlanta fosse consultata tramite referendum, fino all’uccisione dell’attivista Tortuguita, mentre era impegnatə nella difesa della foresta. Il film evidenzia tra l’altro la continuità nel progetto di annientamento sociale dietro la distruzione della foresta: originariamente casa del popolo Muscogee, la foresta fu poi trasformata in latifondo dopo che gli abitanti originari vennero deportati nel 1800 dall’altra parte degli Stati Uniti, e venne in seguito “ripopolata” dai lavoratori neri, inizialmente impiegati come schiavi e (dopo l’abolizione della schiavitù) come carcerati condannati ai lavori forzati. Qui le tappe del tour di Abundia in Italia * Catania il 28 e il 29 agosto al Parco Falcone * Palermo, il 31 agosto presso Eglise e Scuola di Restanza * Verona, il 2 settembre presso l’associazione culturale Sobilla, con Non Una di Meno * Milano, il 4 settembre ospiti del festival “Abba Vive” di Cantiere; * Val di Susa, il 5 e il 6 settembre, a VisRabbia di Avigliana (per un laboratorio di cucina) e all’associazione La Credenza di Bussoleno; * Pisa, l’8 settembre a Exploit, ospiti di L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano; * Napoli, il 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II; * Roma, l’11 e 12 settembre, al CSOA exSNIA in collaborazione con il collettivo Blocco Decoloniale e vivèro – luogo di quartiere Per contribuire alle spese di viaggio, è in corso una raccolta fondi su Produzioni dal Basso:  Per ulteriori informazioni o richiesta di intervista con Abundia, gli altri attivisti e i registi del film: olga.abbiani@gmail.com, +393463800641
Salute
SPECIALI
antispecismo
libere soggettività
Resistenze
COFFEE KILLAH #75: ROOTS ADDICTION PRESENTA SLY AND ROBBIE
LE BASI DELLO STILE PERCUSSIVO GIAMAICANO SONO STATE POSTE DAL MODO INNOVATIVO DI SUONARE DI SLY DUNBAR (NATO LOWELL FILLMORE DUNBAR). podcast https://radio.sonarproject.net/media/podcast/2526/redvibes/coffe/coffe31012026.mp3 Come metà dei Riddim Twins, Dunbar si è unito al bassista Robbie Shakespeare per fornire la sezione ritmica e/o la produzione per le registrazioni di artisti reggae e non. Impossibile citarli tutti, andando random Peter Tosh, Rolling Stones, Black Uhuru, Joe Cocker, Bob Dylan, Serge Gainsbourg, Grace Jones, addirittura Francesco De Gregori e Jovanotti. Un duo che ha rivoluzionato il panorama non solo della musica giamaicana, ma di tutto il mondo, anche attraverso l’etichetta Taxi. I loro ritmi sono stati la forza trainante di innumerevoli canzoni, remix, versioni strumentali: una tempesta creativa che ha rappresentato l’avanguardia del roots, dub, del ragga e del dancehall moderni Dopo la scomparsa di Robbie nel 2021, il 26 gennaio 2026 ci ha lasciato anche Sly e non potevamo esimerci dal dedicare loro un Coffee Killah. Impensabile per Mr Green outta Roots Addiction Sound realizzare un “best of” di mezzora: si tratta più di un compendio per esplorare l’enorme varietà di stili che hanno attraversato, partendo dall’early reggae di Police & Thieves di Junior Murvin (1976, in cui compare però solo Sly alla batteria) e passando per il dancehall style di Greetings con Half Pint (1985), i roots di World A Music (Ini Kamoze, 1984) e World Hold On (Bob Sinclair, 2010) a rappresentare anche il loro affaccio sul mainstream, il rub-a-dub ispirato a Marvin Gaye e affidato alla voce di Delroy Wilson di Inner City Blues (2003), l’archetipo lovers rock di The Real Thing (Bitty McLean, 2009) fino ad arrivare a sonorità più contemporanee come il reggae revival con Luciano e Roots Radics di Make A Change (2019), il recentissimo Yearning (Double Tiger, 2025), la collaborazione con Dubmatix e Treson in Frenchman Code (2012) fino alla commovente elegia finale di Everlasting Love (2024), con i Roots Architects, Dean Fraser e Peace Diouf. Uno strumentale che rappresenta anche la dedica che vogliamo fare a una coppia di talenti irripetibili con queste dieci chicche… di caffè da gustare in 30 minuti.
SPECIALI
COFFEE KILLAH #74: ROOTS ADDICTION PRESENTA I CULTURE.
ROOTS ADDICTION PRESENTA I CULTURE podcast https://radio.sonarproject.net/media/podcast/2526/redvibes/coffe/coffe24012026.mp3 Questa settimana gusteremo un Coffee Killah insieme a un trio vocale che ha contribuito a definire il sound e lo stile del roots reggae rastafariano grazie soprattutto al carismatico cantante, compositore e leader Joseph Hill. Fedele al proprio nome – i Culture – il loro repertorio era dedicato quasi esclusivamente a messaggi spirituali, sociali e politici, che Hill trasmetteva con un’intensità fervente. Il loro classico album di debutto del 1977, Two Sevens Clash, è ancora considerato una pietra miliare del genere e anche dopo la pausa negli anni ’80, da cui tornarono con un sound più eclettico, la forza del loro messaggio non si è mai attenuata. Dopo che Hill è collassato sul palco ed è morto durante un tour europeo nel 2006, suo figlio Kenyatta Hill ha assunto il suo ruolo di cantante solista del gruppo. A vent’anni dalla sua scomparsa ma anche a 77 dalla nascita che avveniva proprio in questi giorni, il 22 gennaio 1949, gli dedichiamo il nostro ammazzacaffè reggae settimanale anche perché, a proposito di anniversari, proprio 50 anni fa – nel 1976 – il gruppo veniva fondato. Insomma, Mr Green outta Roots Addiction Sound System ha preparato anche questa settimana un intero best of di mezzora per conoscere, approfondire o semplicemente ricordare la grande musica dei Culture.
SPECIALI
COFFEE KILLAH #73: ROOTS ADDICTION PRESENTA YABBY YOU
COFFEE KILLAH #73: ROOTS ADDICTION PRESENTA YABBY YOU podcast https://radio.sonarproject.net/media/podcast/2526/redvibes/coffe/coffe17012026.mp3 80 anni fa in un ghetto di Kingston, Giamaica, nasceva Vivian Jackson. Indigenza e malnutrizione lo portarono spesso in ospedale, dove a 17 anni rimase affetto da una grave forma di artrite e con le gambe paralizzate. In seguito a tale sventura, colse come un vero e proprio dono divino il talento musicale di cui era dotato e fondò prima il trio vocale dei Prophets e poi anche l’omonima etichetta, attraverso la quale ha lanciato nomi come Michael Prophet, Willie Williams, Wayne Wade, Tony Tuff e Half Pint. Verso la metà degli anni ’70 comincia a lavorare a stretto contatto con King Tubby, che oltre a firmare diversi dub dei suoi singoli, gli affibbia anche il soprannome con cui diventerà famoso. Le sue produzioni sono caratterizzate da una linea di basso distintiva combinata con organi, fiati e armonie ascendenti che utilizzava per creare un’atmosfera meditativa e spirituale. A metà degli anni ’80 la sua salute peggiorò: costretto a interrompere il tour con i Gladiators, smise anche di registrare fino agli anni ’90, quando riemerse anche con del materiale archiviato in precedenza fino alla sua morte, proprio in questi giorni nel gennaio 2010, a causa di un aneurisma cerebrale. Anche per questo lo vogliamo ricordare con il nostro Coffee Killah settimanale a cura di Mr Green outta Roots Addiction Sound System: un intero best of di mezz’ora per godere delle magistrali produzioni di Yabby You.
SPECIALI
Per Maja T, per Gino e per tutt … antifascismo sempre!
Mobilitiamoci per Maja T. e Gino e per tutte le persone che continuano a rESISTERE al fascismo e al nazismo Maja T., 24 anni, è detenuta in carcere a Budapest con l’accusa di aver partecipato a violenze contro militanti neonazisti a Budapest nel febbraio 2023. Estradatx dalla Germania dal giugno 2024 in modo fortemente discutibile, è da allora in isolamento e in condizioni di tortura bianca. La procura ungherese le ha recentemente offerto una sorta di “patteggiamento”: 14 anni di carcere duro in cambio di una piena confessione. In caso contrario, Maja rischia una condanna fino a 24 anni. Le sue condizioni di salute sono critiche (ha subito periodi di sciopero della fame, ricoveratx e poi riportatx in carcere) e la detenzione in isolamento risulta inaccettabile. Sottolineiamo anche i grossi rischi legati alla sua identità non binaria e queer che, nel contesto ungherese, comportano ulteriori discriminazioni e torture. È imputat nello stesso processo di Ilaria Salis in un processo in cui si fatica a provare la colpevolezza di Maja T. senza prove video definitive. Nel frattempo la pressione internazionale cresce e la sentenza dovrebbe essere emessa il 22 gennaio. Rexhino Abazaj Gino da fine novembre è detenuto nel carcere di Fresnes, in Francia in via cautelare. Per ora la sua estradizione è congelata ma mercoledì 15 gennaio si terrà una nuova udienza del processo per decidere definitivamente per la sua estradizione. “Accusato anche lui per i fatti dell’11 febbraio del 2023 a Budapest, durante le celebrazioni fasciste della giornata dell’Onore, su di lui pende un mandato di cattura europeo spiccato dall’Ungheria che chiede la sua estradizione. Se venisse consegnato all’Ungheria, Gino rischierebbe anni di carcere in condizioni contrarie ai diritti umani e sarebbe sottoposto a un processo palesemente ingiusto, con una sentenza già scritta per dare una punizione esemplare agli antifascisti.” La rete internazionale free all antifas ha chiamato a due giornate di mobilitazione per il 15 e il 22 gennaio in Europa e in Italia ci sono alcuni appuntamenti già convocati: * Roma, 15 gennaio, alle 17:00, presidio, aiuole di Piazza Galeno a pochi metri dall’Ambasciata ungherese * Venezia, 15 gennaio, alle 16:30, presidio al Consolato Ungherese * Milano, 15 gennaio, alle ore 18, presidio davanti al consolato ungherese, in via Fieno 3 (fermata Missori, M3) * Firenze, 15 gennaio, h 18, via del Leone 60, proiezione del documentario “the trials”, a seguire chiacchiera sulla detenzione di persone trans in Italia, aperitivo benefit anticarcerario * Milano, 24 gennaio, ore 18:00 da Porta Genova, arrivo a San Vittore. A quasi un anno di distanza dall’ultimo corteo cittadino contro la repressione delle antifasciste e degli antifascisti, abbiamo deciso di tornare per le strade di Milano a manifestare la nostra rabbia, determinazione e solidarietà antifascista. Nel mese di gennaio le vicende giudiziarie del processo di Budapest subiranno una brusca accelerazione: il tribunale di Parigi si pronuncerà sulla richiesta di estradizione per Zaid e Gino, a Dusseldorf inizierà il processo per Nele, Paula, Emmi, Clara, Luca e Moritz (attualmente in carcere in Germania) e il 22 gennaio è prevista la sentenza per Maja e Gabri. DISPONIBILE  SU:       RADIOSONAR.NET SI BASA SULL’AUTOFINANZIAMENTO. A CAUSA DELL’EMERGENZA LEGATA AL CORONA VIRUS LE INIZIATIVE SONO SOSPESE. SE VUOI AIUTARCI A CONTINUARE A TRASMETTERE, PUOI EFFETTUARE UNA DONAZIONE ATTRAVERSO IL NOSTRO CONTOCORRENTE O PAYPAL [CP_CONTACT_FORM_PAYPAL]
SPECIALI
resistenza
anticarcerario
antifascismo
ungheria