ROOTS ADDICTION PRESENTA JUNIOR KELLY
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Keith Morgan nasce in Giamaica nel 1969 e cresce raccogliendo l’eredità
artistica del fratello, il compianto DJ Jim Kelly, in onore del quale adotterà
il suo nome d’arte. Muove i primi passi in studio a metà anni ’80 prima di farsi
notare per il suo approccio conscious e militante su cui costruirà la sua
carriera contribuendo a segnare il sound di fine millennio a dispetto dello
slackness imperante in quel periodo. Il Coffee Killah di questa settimana è un
viaggio musicale di mezz’ora a cura di Mr Green outta Roots Addiction Sound
System che celebra un artista che quest’anno ha spento ben cinquantasette
candeline: Junior Kelly.
Tag - SPECIALI
ROOTS ADDICTION PRESENTA YAMI BOLO
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Rolando McLean nasce in Giamaica l’1 ottobre 1970 e muove i primi passi nella
musica fin da giovanissimo, trovando la grande occasione grazie a Sugar Minott e
alla sua Youth Promotion. Dotato di una voce inconfondibile e di una visione
profondamente spirituale, ha legato il suo percorso a un reggae culturale e
intransigente, collaborando con pesi massimi come Augustus Pablo, Third World e
Junior Delgado. Il Coffee Killah di questa settimana apre ufficialmente la 20ª
stagione di R&D Vibes ed è un viaggio musicale di mezz’ora a cura di Mr Green
outta Roots Addiction Sound System che dedica il giusto tributo a un artista
internazionale che ha compiuto gli anni proprio in questi giorni: Yami Bolo.
BUON 23ESIMO ANNO A TUTTE E TUTTI, INSIEME FACCIAMO ANCORA RUMORE!
Quello che comincia è il ventitreesimo anno di RadioSonar.net.
Ventitré anni di microfoni aperti, musica, informazione, approfondimenti, notti
in diretta, trasmissioni improbabili, discussioni infinite, server, cavi, mixer,
cuffie, compagne e compagni di viaggio.
E visto che siamo arrivati al 23, vale la pena fermarsi un attimo sul numero.
“Ventitré” viene semplicemente da venti e tre, forma attestata nella lingua
italiana già nei testi medievali. Ma, appena si esce dal dizionario e si entra
nella cultura popolare, le cose diventano decisamente più interessanti.
Nella Smorfia napoletana il 23 è ’o scemo e a noi, tutto sommato, piace
parecchio in quanto dietro allo “scemo” della tradizione c’è anche la figura del
buffone o del giullare, quello che attraverso l’ironia, il paradosso e il
rovesciamento della realtà riusciva a raccontare quello che gli altri non
potevano o non volevano dire. Uno che faceva ridere, certo ma che qualche volta,
proprio ridendo, riusciva a dire la verità.
A ROMA, INVECE, IL 23 PRENDE TUTTA UN’ALTRA STRADA.
La tradizione popolare romana lo associa al proverbiale: “23… bucio de culo!”
che, tradotto in una lingua leggermente più adatta alle comunicazioni
istituzionali, significa più o meno: una gran botta di fortuna!
E dopo ventitré anni di radio indipendente, senza padroni, senza pubblicità e
fuori dalle logiche commerciali, forse un po’ di fortuna ce la meritiamo.
RadioSonar è ancora qui perché dietro ogni voce che arriva in onda ce ne sono
tante altre. Perché una radio libera non è soltanto una frequenza o uno
streaming: è una comunità quindi il primo grazie va a chi continua ad
ascoltarci.
Nell’ultimo anno sono stati oltre 21.000 gli ascoltatori unici che hanno seguito
le live di RadioSonar.netVentunomila persone diverse che, almeno una volta,
hanno scelto di aprire il nostro streaming e ascoltare cosa avevamo da dire,
raccontare o suonare.
In un tempo dominato dagli algoritmi, dalle piattaforme proprietarie e dalla
rincorsa compulsiva a visualizzazioni, follower e monetizzazione, per noi quel
numero significa soprattutto una cosa ovvero che dall’altra parte c’è ancora
qualcun* che sceglie una radio indipendente, che ascolta, che partecipa, che
prede parola.
Questo ventitreesimo anno arriva inoltre dopo una stagione nella quale abbiamo
provato ancora di più a fare rete anziché competere o da soli con la nostra
singola voce più o meno identitaria.
Per questo vogliamo ringraziare RadioGrad – la Radio Resistente e Radio
Samarcanda Digital Network, con cui nell’ultimo anno abbiamo costruito
collaborazioni, scambiato programmi, contenuti e dirette. Una collaborazione che
permette alle nostre produzioni di attraversare territori e pubblici differenti
e, attraverso Radio Samarcanda Digital Network, di viaggiare anche sul DAB tra
Roma, Lazio e bassa Toscana.
Lo abbiamo fatto con le trasmissioni quotidiane, con gli approfondimenti e con
gli speciali. E lo abbiamo fatto recentemente anche con Renoize 2026, perché ci
sono momenti nei quali mettere insieme microfoni, competenze, reti e frequenze
significa costruire qualcosa che va oltre la semplice somma delle singole radio.
È QUESTA L’IDEA CHE VOGLIAMO PORTARCI DENTRO IL VENTITREESIMO ANNO:
CONDIVIDERE INVECE DI COMPETERE.
COSTRUIRE RETI INVECE DI RECINTI.
PRODURRE CONTENUTI INVECE DI INSEGUIRE ALGORITMI.
CREARE COMUNITÀ INVECE DI ACCUMULARE FOLLOWER.
Ventitré anni dopo continuiamo a pensare che una radio possa essere uno spazio
comune dove musica, cultura, conflitto, informazione, sperimentazione o
intrattenimento possano ancora incontrarsi senza dover chiedere il permesso a un
algoritmo.
Perciò buon anno radiofonico alla redazione, agli speaker, ai tecnici, ai DJ,
alle trasmissioni, alle realtà che collaborano con noi e soprattutto alle
migliaia di persone che continuano ad accendere RadioSonar.
E buon anno radiofonico a RadioGrad e Radio Samarcanda, compagne di viaggio di
questa piccola rete di frequenze, server, voci e idee, oltre che alle radio
italiane dell’ormai ex network gemini
Siamo arrivati al 23
Per la Smorfia siamo ’o scemo.
Per Roma abbiamo “bucio de culo”.
Per noi significa semplicemente che, dopo ventitré anni, siamo ancora qui.
E finché ci sarà qualcuno disposto a parlare e qualcun altro disposto ad
ascoltare, continueremo a trasmettere.
Buon 23° anno radiofonico, RadioSonar.
RADIOSONAR.NET — THE REVOLUTION WILL BE STREAMED.
RADIOSONAR, AUTISTICI/INVENTATI E IL DIRITTO DI COSTRUIRE INFRASTRUTTURE
INDIPENDENTICI SONO STORIE CHE FINISCONO E STORIE CHE, PROPRIO QUANDO SEMBRANO
FINIRE, CI OBBLIGANO A FARE I CONTI CON IL TEMPO NEL QUALE VIVIAMO.
La vicenda di Autistici/Inventati, dopo venticinque anni di attività, appartiene
probabilmente alla seconda categoria.
Per una parte importante dei movimenti sociali italiani A/I non è stato
semplicemente un fornitore di servizi. Non era soltanto una casella di posta, un
server, una mailing list o uno spazio web. Era la dimostrazione pratica che
anche l’infrastruttura attraverso la quale comunichiamo può essere pensata
politicamente.
Che un server può essere uno spazio comune. Che la tecnologia può essere
sottratta, almeno in parte, alla logica del profitto. Che comunicare non
significa necessariamente consegnare dati, relazioni e memoria collettiva nelle
mani di una piattaforma privata.
Per venticinque anni quella esperienza ha accompagnato associazioni, collettivi,
movimenti, progetti culturali, media indipendenti e singole persone. La sua
crisi e la decisione di terminare i servizi non raccontano quindi soltanto la
difficoltà di un progetto storico della rete indipendente.
Ci costringono a porci una domanda molto più grande: Di chi sono, oggi, i luoghi
nei quali comunichiamo?
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QUANDO INTERNET SEMBRAVA UN’ALTRA COSA
C’è stato un momento nel quale Internet sembrava poter diventare qualcosa di
profondamente diverso.
Una rete distribuita, attraversabile, difficile da controllare. Un luogo nel
quale chiunque poteva aprire un sito, costruire una radio, creare un forum,
mettere in piedi una mailing list.
Non serviva chiedere il permesso a qualcuno per esistere.
Quell’idea non è completamente scomparsa. Ma sopra quella rete ne è cresciuta
progressivamente un’altra.
Molto più semplice da utilizzare, molto più veloce, molto più potente
e soprattutto molto più concentrata.
Oggi una parte enorme della nostra vita digitale passa attraverso poche
infrastrutture proprietarie: lì discutiamo, ascoltiamo musica, guardiamo video,
organizziamo iniziative, costruiamo campagne politiche, promuoviamo concerti,
raccontiamo vertenze ma quasi sempre lo facciamo dentro uno spazio che non ci
appartiene, accettando questa trasformazione e contraddizione perché funzionava.
Le piattaforme ci hanno dato una capacità di distribuzione che vent’anni fa
sarebbe stata impensabile. Con un telefono possiamo trasmettere in diretta da
una manifestazione, pubblicare un’intervista e raggiungere migliaia di persone
in pochi secondi ma quella straordinaria possibilità aveva un prezzo che forse
per molto tempo abbiamo preferito non guardarlo.
Il prezzo sono i nostri dati, la nostra attenzione, relazioni e tempo.
E, lentamente, anche il modo attraverso il quale abbiamo imparato a comunicare
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TUTTI POSSONO PARLARE. POCHISSIMI POSSIEDONO IL MICROFONO.
La promessa delle piattaforme era semplice: finalmente chiunque può parlare, e
bene o male è vero. Mai nella storia così tante persone hanno avuto la
possibilità tecnica di produrre e distribuire contenuti. Ma esiste una
contraddizione enorme.
> TUTTI POSSONO PARLARE, MA POCHISSIMI POSSIEDONO IL MICROFONO.
Perché il luogo nel quale parliamo appartiene ad altri. Qualcuno decide
l’algoritmo, stabilisce cosa viene mostrato e cosa scompare. Qualcuno può
modificare le condizioni di utilizzo.
Qualcuno controlla l’infrastruttura sulla quale abbiamo costruito una parte
enorme delle nostre relazioni. La questione posta dalla vicenda di
Autistici/Inventati diventa allora molto più ampia della storia di un singolo
collettivo.
Riguarda il rapporto tra libertà e infrastruttura. Perché non basta avere
libertà di parola se qualcun altro possiede interamente il luogo nel quale
possiamo esercitarla.
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DALLA COMUNITÀ ALL’AUDIENCE
Nel frattempo è cambiato anche qualcosa dentro di noi in quanto la rete delle
piattaforme non ha semplicemente modificato gli strumenti attraverso i quali
comunichiamo ma ha modificato il nostro immaginario.
CI SIAMO PROGRESSIVAMENTE ABITUATI A MISURARE QUALSIASI COSA.
Visualizzazioni. Follower. Like. Interazioni. Tempo di permanenza. Condivisioni.
Engagement.
La comunicazione è diventata una gigantesca competizione per conquistare
attenzione, persino quando non guadagniamo un euro, produciamo continuamente
valore per qualcuno.
Scriviamo. Fotografiamo. Registriamo. Commentiamo. Discutiamo. Condividiamo.
E ogni nostro gesto contribuisce ad alimentare un sistema economico costruito
sulla raccolta dei dati e sulla capacità di trasformare la nostra attenzione in
profitto.
Dentro questo modello è cresciuta anche una nuova promessa: quella secondo cui
ognuno di noi potrebbe trasformarsi in un piccolo imprenditore di sé stesso.
IL CREATOR, IL PERSONAL BRAND, IL PROFILO. IL CANALE,LA MONETIZZAZIONE. LA
VISIBILITÀ COME MISURA DEL SUCCESSO, SONO SOLO UNA GIGANTESCA FABBRICA
DELL’INDIVIDUALITÀ.
E questa trasformazione riguarda anche chi prova a costruire informazione
indipendente, perché lentamente il rischio diventa quello di sostituire una
domanda con un’altra.
Non più:
> Cosa possiamo costruire insieme?
Ma:
> Quanto sono visibile?
Non più una redazione, ma il profilo.
Non più un progetto, ma il creator.
Non più una comunità, ma un’audience.
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UNA RADIO NATA QUANDO TUTTO QUESTO NON ESISTEVA ANCORA
RADIOSONAR NASCE IN UN’ALTRA EPOCA DELLA RETE.
Quando fare una web radio significava ancora mettere insieme computer, mixer,
microfoni, server, competenze e soprattutto persone.
Quando trasmettere non era premere il pulsante “live” di una piattaforma,
bisognava costruirselo, quello spazio, anche occupandolo.
E forse proprio per questo la radio nasce con un’idea che oggi appare persino
più radicale di allora: creare uno spazio libero dalle logiche del mercato e dei
partiti, nel quale esperienze differenti potessero incontrarsi, contaminarsi e
produrre comunicazione.
Non semplicemente raccontare una comunità, ma provare a costruirla.
Negli anni davanti ai microfoni sono passate centinaia di persone: Trasmissioni
politiche, Musica, Movimenti sociali, Sindacati, Associazioni, Artisti,
Territori Conflitti.
Persone che magari arrivavano per fare un’intervista e finivano per immaginare
una trasmissione. Persone che ascoltavano e poi decidevano di partecipare.
Persone che imparavano a usare un mixer, montare un audio, preparare una
scaletta, condurre una diretta.
Questo patrimonio non compare nelle statistiche di una piattaforma.
e non entra facilmente dentro una dashboard oltreché n on produce
necessariamente milioni di visualizzazioni.
Ma produce qualcosa che oggi rischia di diventare molto più raro: Relazioni.
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UNA PIATTAFORMA PRODUCE UTENTI. UNA COMUNITÀ PRODUCE RELAZIONI.
È probabilmente questa la differenza fondamentale Una piattaforma ha bisogno che
rimaniamo collegati. Una comunità ha bisogno che partecipiamo.
La piattaforma misura il tempo che trascorriamo davanti allo schermo mentre una
comunità misura la propria esistenza nella capacità delle persone di costruire
qualcosa insieme.
L’utente scorre.
La comunità discute.
L’utente segue.
La comunità partecipa.
L’utente produce engagement.
La comunità può produrre conflitto, confronto, cultura, memoria.
Questo non significa abbandonare le piattaforme perchè sarebbe ingenuo.
INSTAGRAM, YOUTUBE, SPOTIFY, TIKTOK E QUALUNQUE ALTRA PIATTAFORMA POSSONO ESSERE
STRUMENTI STRAORDINARIAMENTE UTILI PER DISTRIBUIRE CONTENUTI E RAGGIUNGERE
PERSONE CHE ALTRIMENTI PROBABILMENTE NON INCONTREREMMO MAI.
Il problema nasce quando confondiamo lo strumento di distribuzione con la nostra
casa.
RadioSonar può stare su Instagram Ma RadioSonar non è Instagram. Può pubblicare
su YouTube. Ma non è YouTube. Può distribuire podcast attraverso Spotify. Ma non
è Spotify.
Quelle piattaforme possono essere strade attraverso le quali passa il nostro
segnale.
Non possono diventare il luogo dal quale dipende interamente la nostra
possibilità di esistere.
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L’INFRASTRUTTURA DEL DISSENSO
Nelle riflessioni nate intorno al caso Autistici/Inventati è emersa
un’espressione importante: l’infrastruttura del dissenso.
Perché esiste un livello della comunicazione politica del quale parliamo troppo
poco, siamo abituati a discutere del contenuto.
Di cosa viene detto.
Di chi lo dice.
Molto meno spesso discutiamo dell’infrastruttura che permette a quel contenuto
di esistere. Server. Domini. Hosting. Archivi. Streaming. Sistemi di pagamento.
Mailing list. Software tutte questioni che sono apparentemente questioni
tecniche. In realtà sono questioni profondamente politiche perché chi controlla
l’infrastruttura possiede una forma enorme di potere sulla comunicazione.
La storia di A/I lo rende evidente, ma la domanda riguarda tutti noi.
Che cosa succede a un progetto indipendente quando il suo archivio esiste
soltanto dentro una piattaforma?
Che cosa succede quando anni di relazioni dipendono da un account?
Che cosa succede quando un algoritmo cambia?
Che cosa succede quando un servizio diventa economicamente insostenibile?
Che cosa succede quando qualcuno decide che non possiamo più stare lì?
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SE DOMANI SPENGONO LA PIATTAFORMA
Forse questa è la domanda che dovremmo cominciare a farci più spesso.
> Se domani qualcuno spegne la piattaforma, cosa rimane di noi?
Rimangono diecimila follower? Centomila visualizzazioni? Un milione di
impression? Probabilmente no. Rimangono invece le persone che abbiamo
incontrato.
Le competenze che abbiamo condiviso e le relazioni che abbiamo costruito.
Rimane la comunità.
Ed è esattamente da qui che esperienze come RadioSonar possono provare a
ripensare il proprio futuro. Non cercando di diventare una versione più piccola
delle grandi piattaforme.
Non inseguendo disperatamente ogni nuovo algoritmo, non trasformando ogni
persona davanti a un microfono nell’ennesimo aspirante creator.
Ma tornando a fare quello che una radio indipendente può fare meglio.
> Mettere insieme persone che da sole probabilmente non si sarebbero incontrate.
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TORNARE A COSTRUIRE INFRASTRUTTURE COMUNI
Forse la vera sfida della comunicazione indipendente nei prossimi anni sarà
proprio questa.
Ricostruire pezzi di autonomia.
Non significa immaginare una fuga romantica dalla tecnologia. Significa
esattamente il contrario. Imparare nuovamente a possederne almeno una parte.
Server indipendenti siti propri. archivi accessibili Radio e Podcast Software
libero, Reti federate. Spazi fisici, Redazioni aperte , Luoghi nei quali
trasmettere conoscenze e competenze.
E contemporaneamente attraversare le piattaforme commerciali senza diventarne
completamente dipendenti.
Usarle Senza essere usati soltanto da loro.
Perché l’alternativa alla concentrazione proprietaria della comunicazione non
può essere semplicemente costruire l’influencer antagonista più bravo degli
altri.
La risposta può essere tornare a costruire qualcosa che Internet sembrava
promettere all’inizio della sua storia.
> Una rete.
>
> Non soltanto tecnologica.
>
> Una rete di persone.
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IL SEGNALE CONTINUA
AAutistici/Inventati lascia dietro di sé venticinque anni di esperienza,
contraddizioni, conoscenze e infrastrutture costruite fuori dalle grandi
piattaforme.
Non è poco. È una memoria dalla quale ripartire.
E forse proprio nel momento in cui un’esperienza storica della rete indipendente
arriva alla fine del proprio percorso, dovremmo evitare di celebrarla soltanto
con nostalgia.
Dovremmo raccoglierne la domanda.
> Chi possiede gli strumenti attraverso i quali comunichiamo?
Per RadioSonar quella domanda riguarda direttamente il proprio futuro.
Dopo tanti anni di trasmissioni, la sfida non può essere semplicemente
continuare a produrre programmi.
Deve essere continuare a costruire uno spazio nel quale altre persone possano
produrli.
Un luogo attraversabile.
Una radio capace di essere laboratorio.
Un archivio della memoria dei movimenti e delle culture indipendenti.
Un’infrastruttura comune.
Perché forse l’indipendenza, oggi, non significa soltanto poter dire quello che
pensiamo, significa avere ancora un posto nostro dal quale poterlo dire.
E sapere che, se domani una piattaforma scompare, cambia algoritmo o decide che
non siamo più interessanti per il suo mercato, il nostro segnale può continuare
a viaggiare.
Perché dietro quel segnale non c’è semplicemente un account.
Ci sono persone.
Ci sono relazioni.
C’è una comunità.
E allora, dopo venticinque anni di Autistici/Inventati e dopo più di vent’anni
di esperienze di comunicazione indipendente, forse vale ancora la pena ripartire
da una vecchia idea che continua ostinatamente a sembrare nuova:
> Socializzare saperi senza fondare poteri.
E continuare a trasmettere.
Fuori dall’algoritmo, quando serve.
Dentro le piattaforme, quando è utile.
Ma sempre con un luogo nostro nel quale poter tornare.
18 settembre 2026
Presidio in piazzale Porta Pia contro la repressione in Turchia
Dal 12 settembre persone della comunità LGTBQIPAK+ sono vittime di retate,
persecuzioni, arresti, fermi e blocco della possibilità di comunicare ed
esprimersi via social.
Quello che alcune persone che si stanno promuobendo come paladini della morale
vorrebbero fare anche qui.
L’operazione strumentalizza e utilizza ancora una volta lo slogan “La mia
famiglia è al sicuro” mostrando quello che noi sosteniamo da sempre. La famiglia
come mito di sicurezza e serenità quando invece troppo spesso è luogo di
controllo e di repressione più vicino, luogo lontano dall’essere sicuro visto le
tante violenze, tensioni, dipendenze e tossicità attraversano questo luogo. Non
si fa riferimento quindi alle relazioni che possono essere positive basi di
convivenza e di condivisione ma a quella “famiglia” che rivendica il ruolo di
guardiana del sistema, un sistema da riprodurre e rigenerare fedele a se stesso.
162 persone sottoposte a indagine
9 associazioni e 13 attività coinvolte tra cui associazioni di assistenza a
persone con HIV
180 account social e numerosi siti oscurati
81 persone in custodia cautelare
Censura, odio di stato, repressione, marginalizzazione e criminalizzazione di
genere! Questo quello che sta succedendo in Turchia e non solo
Questo quello che vediamo arrivare anche qui nelle parole di questa destra
fascista che governa e che pretende di farlo anche nel futuro, ma che sentiamo
anche nelle aggressioni e nelle violenze quotidiane.
Stare nelle piazze, riprendere i megafoni come abbiamo fatto ieri a Roma e in
moltissime altre piazze è fondamentale per non lasciare che questo odio dilaghi
e che si diventi noi, le comunità povere, marginalizzate, disabilizzate,
LGTBQIPAK+ quelle indicate come responsabili della crisi di un sistema che
continua a distruggere la vita delle persone di ogni specie e del pianeta
stesso.
#Actnow #Turkey
Dalla fine di agosto a metà settembre l’attivista trans apache Abundia Alvarado
sarà in Italia per condividere progetti e riflessioni elaborate negli ultimi
anni all’interno dei movimenti per la giustizia sociale ed ambientale nel Sud
degli Stati Uniti. Insieme a lei viaggeranno anche altri attivisti che hanno
partecipato tra il 2021 e il 2024 alla difesa della foresta di Atlanta.
Potete ascoltare qui la presentazione del tour:
https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/Abundia-audio.mp3
In queste settimane segnate dal riscaldamento globale e dall’accanirsi della
repressione sulle fasce più vulnerabili della popolazione, questo loro tour, che
prevede laboratori e momenti di riflessioni, dalla Sicilia fino alla Val di
Susa, offrirà l’occasione per ragionare su come sia possibile contrastare in
modo comunitario questa crisi.
Forte della sua esperienza con le lotte delle comunità migranti,
indigene,LGTBQIPAK+ e in difesa del mondo più-che-umano, Abundia Alvarado si
trova attualmente in Europa per promuovere un nuovo modello di convivenza,
all’altezza delle emergenze che tutt3 avvertiamo.
Con un approccio trasversale, propone a gruppi sociali diversi di convergere e
lavorare insieme, a partire dalla preparazione e condivisione del cibo. I suoi
Consigli Autonomi di Cucina (Autonomous Kitchen Council) possono avere la forma
di un’associazione di quartiere, di un gruppo di vicini o coinquilini, che
cucinano e organizzano momenti di festa adottando principi orizzontali e
egualitari, svincolandosi dalla logica patriarcale e coloniale sia nella
ripartizione del lavoro (le donne tradizionalmente ai fornelli), che nella
scelta degli ingredienti, spesso provenienti da vecchie e nuove forme di
sfruttamento, regolarmente nascoste.
Oltre ai laboratori di cucina, è prevista la diffusione in traduzione italiana
di un testo prodotto da questa rete AKC, che si sta via via sviluppando a
livello internazionale, tra le Americhe e l’Europa.
Con Abundia e lu altru attivistx ci saranno anche le persone che hanno
realizzato un documentario sul movimento che ad Atlanta (sud degli Stati Uniti),
ha cercato di impedire la costruzione di una delle più grandi basi di
addestramento della polizia nel mondo. Soprannominata “Cop City”, la base ha
comportato l’abbattimento di una foresta che sorgeva come immenso parco pubblico
ai margini della città, ed è stata realizzata per decreto dell’amministrazione
Biden. Dopo le proteste anti-razziste del movimento Black Lives Matter, invece
di sottrarre fondi alle Forze dell’Ordine per meglio investire nei servizi
sociali, il governo americano decise infatti di costruire queste enormi basi in
tutto il Paese, per addestrare la polizia ad una repressione più dura dei
manifestanti.
Il documentario segue le fasi di questa straordinaria protesta, dagli iniziali
tentativi di fermare l’avanzamento dei cantieri (puniti con il ricorso a leggi
anti-terrorismo), all’inutile raccolta di centinaia di migliaia di firme, per
chiedere che la popolazione di Atlanta fosse consultata tramite referendum, fino
all’uccisione dell’attivista Tortuguita, mentre era impegnatə nella difesa della
foresta. Il film evidenzia tra l’altro la continuità nel progetto di
annientamento sociale dietro la distruzione della foresta: originariamente casa
del popolo Muscogee, la foresta fu poi trasformata in latifondo dopo che gli
abitanti originari vennero deportati nel 1800 dall’altra parte degli Stati
Uniti, e venne in seguito “ripopolata” dai lavoratori neri, inizialmente
impiegati come schiavi e (dopo l’abolizione della schiavitù) come carcerati
condannati ai lavori forzati.
Qui le tappe del tour di Abundia in Italia
* Catania il 28 e il 29 agosto al Parco Falcone
* Palermo, il 31 agosto presso Eglise e Scuola di Restanza
* Verona, il 2 settembre presso l’associazione culturale Sobilla, con Non Una
di Meno
* Milano, il 4 settembre ospiti del festival “Abba Vive” di Cantiere;
* Val di Susa, il 5 e il 6 settembre, a VisRabbia di Avigliana (per un
laboratorio di cucina) e all’associazione La Credenza di Bussoleno;
* Pisa, l’8 settembre a Exploit, ospiti di L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano;
* Napoli, il 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II;
* Roma, l’11 e 12 settembre, al CSOA exSNIA in collaborazione con il collettivo
Blocco Decoloniale e vivèro – luogo di quartiere
Per contribuire alle spese di viaggio, è in corso una raccolta fondi su
Produzioni dal Basso:
Per ulteriori informazioni o richiesta di intervista con Abundia, gli altri
attivisti e i registi del film: olga.abbiani@gmail.com, +393463800641
LE BASI DELLO STILE PERCUSSIVO GIAMAICANO SONO STATE POSTE DAL MODO INNOVATIVO
DI SUONARE DI SLY DUNBAR (NATO LOWELL FILLMORE DUNBAR).
podcast
https://radio.sonarproject.net/media/podcast/2526/redvibes/coffe/coffe31012026.mp3
Come metà dei Riddim Twins, Dunbar si è unito al bassista Robbie Shakespeare per
fornire la sezione ritmica e/o la produzione per le registrazioni di artisti
reggae e non. Impossibile citarli tutti, andando random Peter Tosh, Rolling
Stones, Black Uhuru, Joe Cocker, Bob Dylan, Serge Gainsbourg, Grace Jones,
addirittura Francesco De Gregori e Jovanotti. Un duo che ha rivoluzionato il
panorama non solo della musica giamaicana, ma di tutto il mondo, anche
attraverso l’etichetta Taxi. I loro ritmi sono stati la forza trainante di
innumerevoli canzoni, remix, versioni strumentali: una tempesta creativa che ha
rappresentato l’avanguardia del roots, dub, del ragga e del dancehall moderni
Dopo la scomparsa di Robbie nel 2021, il 26 gennaio 2026 ci ha lasciato anche
Sly e non potevamo esimerci dal dedicare loro un Coffee Killah. Impensabile per
Mr Green outta Roots Addiction Sound realizzare un “best of” di mezzora: si
tratta più di un compendio per esplorare l’enorme varietà di stili che hanno
attraversato, partendo dall’early reggae di Police & Thieves di Junior Murvin
(1976, in cui compare però solo Sly alla batteria) e passando per il dancehall
style di Greetings con Half Pint (1985), i roots di World A Music (Ini Kamoze,
1984) e World Hold On (Bob Sinclair, 2010) a rappresentare anche il loro
affaccio sul mainstream, il rub-a-dub ispirato a Marvin Gaye e affidato alla
voce di Delroy Wilson di Inner City Blues (2003), l’archetipo lovers rock di The
Real Thing (Bitty McLean, 2009) fino ad arrivare a sonorità più contemporanee
come il reggae revival con Luciano e Roots Radics di Make A Change (2019), il
recentissimo Yearning (Double Tiger, 2025), la collaborazione con Dubmatix e
Treson in Frenchman Code (2012) fino alla commovente elegia finale di
Everlasting Love (2024), con i Roots Architects, Dean Fraser e Peace Diouf. Uno
strumentale che rappresenta anche la dedica che vogliamo fare a una coppia di
talenti irripetibili con queste dieci chicche… di caffè da gustare in 30 minuti.
ROOTS ADDICTION PRESENTA I CULTURE
podcast
https://radio.sonarproject.net/media/podcast/2526/redvibes/coffe/coffe24012026.mp3
Questa settimana gusteremo un Coffee Killah insieme a un trio vocale che ha
contribuito a definire il sound e lo stile del roots reggae rastafariano grazie
soprattutto al carismatico cantante, compositore e leader Joseph Hill. Fedele al
proprio nome – i Culture – il loro repertorio era dedicato quasi esclusivamente
a messaggi spirituali, sociali e politici, che Hill trasmetteva con un’intensità
fervente. Il loro classico album di debutto del 1977, Two Sevens Clash, è ancora
considerato una pietra miliare del genere e anche dopo la pausa negli anni ’80,
da cui tornarono con un sound più eclettico, la forza del loro messaggio non si
è mai attenuata. Dopo che Hill è collassato sul palco ed è morto durante un tour
europeo nel 2006, suo figlio Kenyatta Hill ha assunto il suo ruolo di cantante
solista del gruppo. A vent’anni dalla sua scomparsa ma anche a 77 dalla nascita
che avveniva proprio in questi giorni, il 22 gennaio 1949, gli dedichiamo il
nostro ammazzacaffè reggae settimanale anche perché, a proposito di anniversari,
proprio 50 anni fa – nel 1976 – il gruppo veniva fondato. Insomma, Mr Green
outta Roots Addiction Sound System ha preparato anche questa settimana un intero
best of di mezzora per conoscere, approfondire o semplicemente ricordare la
grande musica dei Culture.
COFFEE KILLAH #73: ROOTS ADDICTION PRESENTA YABBY YOU
podcast
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80 anni fa in un ghetto di Kingston, Giamaica, nasceva Vivian Jackson. Indigenza
e malnutrizione lo portarono spesso in ospedale, dove a 17 anni rimase affetto
da una grave forma di artrite e con le gambe paralizzate. In seguito a tale
sventura, colse come un vero e proprio dono divino il talento musicale di cui
era dotato e fondò prima il trio vocale dei Prophets e poi anche l’omonima
etichetta, attraverso la quale ha lanciato nomi come Michael Prophet, Willie
Williams, Wayne Wade, Tony Tuff e Half Pint. Verso la metà degli anni ’70
comincia a lavorare a stretto contatto con King Tubby, che oltre a firmare
diversi dub dei suoi singoli, gli affibbia anche il soprannome con cui diventerà
famoso. Le sue produzioni sono caratterizzate da una linea di basso distintiva
combinata con organi, fiati e armonie ascendenti che utilizzava per creare
un’atmosfera meditativa e spirituale. A metà degli anni ’80 la sua salute
peggiorò: costretto a interrompere il tour con i Gladiators, smise anche di
registrare fino agli anni ’90, quando riemerse anche con del materiale
archiviato in precedenza fino alla sua morte, proprio in questi giorni nel
gennaio 2010, a causa di un aneurisma cerebrale. Anche per questo lo vogliamo
ricordare con il nostro Coffee Killah settimanale a cura di Mr Green outta Roots
Addiction Sound System: un intero best of di mezz’ora per godere delle
magistrali produzioni di Yabby You.
Mobilitiamoci per Maja T. e Gino e per tutte le persone che continuano a
rESISTERE al fascismo e al nazismo
Maja T., 24 anni, è detenuta in carcere a Budapest con l’accusa di aver
partecipato a violenze contro militanti neonazisti a Budapest nel febbraio 2023.
Estradatx dalla Germania dal giugno 2024 in modo fortemente discutibile, è da
allora in isolamento e in condizioni di tortura bianca. La procura ungherese le
ha recentemente offerto una sorta di “patteggiamento”: 14 anni di carcere duro
in cambio di una piena confessione. In caso contrario, Maja rischia una condanna
fino a 24 anni.
Le sue condizioni di salute sono critiche (ha subito periodi di sciopero della
fame, ricoveratx e poi riportatx in carcere) e la detenzione in isolamento
risulta inaccettabile. Sottolineiamo anche i grossi rischi legati alla sua
identità non binaria e queer che, nel contesto ungherese, comportano ulteriori
discriminazioni e torture.
È imputat nello stesso processo di Ilaria Salis in un processo in cui si fatica
a provare la colpevolezza di Maja T. senza prove video definitive. Nel frattempo
la pressione internazionale cresce e la sentenza dovrebbe essere emessa il 22
gennaio.
Rexhino Abazaj Gino da fine novembre è detenuto nel carcere di Fresnes, in
Francia in via cautelare. Per ora la sua estradizione è congelata ma mercoledì
15 gennaio si terrà una nuova udienza del processo per decidere definitivamente
per la sua estradizione. “Accusato anche lui per i fatti dell’11 febbraio del
2023 a Budapest, durante le celebrazioni fasciste della giornata dell’Onore, su
di lui pende un mandato di cattura europeo spiccato dall’Ungheria che chiede la
sua estradizione. Se venisse consegnato all’Ungheria, Gino rischierebbe anni di
carcere in condizioni contrarie ai diritti umani e sarebbe sottoposto a un
processo palesemente ingiusto, con una sentenza già scritta per dare una
punizione esemplare agli antifascisti.”
La rete internazionale free all antifas ha chiamato a due giornate di
mobilitazione per il 15 e il 22 gennaio in Europa e in Italia ci sono alcuni
appuntamenti già convocati:
* Roma, 15 gennaio, alle 17:00, presidio, aiuole di Piazza Galeno a pochi metri
dall’Ambasciata ungherese
* Venezia, 15 gennaio, alle 16:30, presidio al Consolato Ungherese
* Milano, 15 gennaio, alle ore 18, presidio davanti al consolato ungherese, in
via Fieno 3 (fermata Missori, M3)
* Firenze, 15 gennaio, h 18, via del Leone 60, proiezione del documentario “the
trials”, a seguire chiacchiera sulla detenzione di persone trans in Italia,
aperitivo benefit anticarcerario
* Milano, 24 gennaio, ore 18:00 da Porta Genova, arrivo a San Vittore. A quasi
un anno di distanza dall’ultimo corteo cittadino contro la repressione delle
antifasciste e degli antifascisti, abbiamo deciso di tornare per le strade di
Milano a manifestare la nostra rabbia, determinazione e solidarietà
antifascista. Nel mese di gennaio le vicende giudiziarie del processo di
Budapest subiranno una brusca accelerazione: il tribunale di Parigi si
pronuncerà sulla richiesta di estradizione per Zaid e Gino, a Dusseldorf
inizierà il processo per Nele, Paula, Emmi, Clara, Luca e Moritz (attualmente
in carcere in Germania) e il 22 gennaio è prevista la sentenza per Maja e
Gabri.
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