> Buon aggiornamento, e buone riflessioni..
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ASCOLTA L'AUDIO OVERVIEW CHE SINTETIZZA LE NOVITÀ
Il podcast è stato generato attraverso Gemini Notebook.
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OPENAI DEVDAY: DALLA RISPOSTA ALLA DELEGA DEL LAVORO
Il 29 settembre si è tenuto il DevDay 2026 di OpenAI: vediamo le novità
presentate. Nel video ho inserito una sintesi con sottotitoli in italiano.
Dots: agenti sempre attivi dentro ChatGPT, a cui si affida una responsabilità
invece di una richiesta. Hanno un computer e un browser nel cloud ed ereditano
accessi e plugin dell'utente. ChatGPT Space è lo spazio in cui team e dots
lavorano sulle stesse pagine.
Sui modelli arriva GPT-6.1 Sol: secondo OpenAI, un'intelligenza vicina ad Astra
a un quinto del prezzo, con l'input in cache scontato del 95%. La guerra dei
prezzi, insomma, continua. E lo sconto colpisce la voce che pesa di più negli
agenti: il contesto riletto a ogni passaggio. UltraFast, invece, porta Astra a
circa 300 token al secondo.
OpenAI DevDay 2026: gli highlights con sottotitoli in italiano
Per chi sviluppa, la novità più concreta è l’Agents API, in beta pubblica. Di
norma chi costruisce un agente deve scriversi da sé il ciclo che chiama il
modello, esegue gli strumenti, gestisce il contesto e decide quando fermarsi.
OpenAI ora lo offre come servizio: harness, hosting, memoria, controlli
multi-agente e computer use per operare su browser e interfacce. È la stessa
tecnologia di Codex e dei dots, e l'harness di Codex è anche open source. L'ho
già messa alla prova in un test.
Vai ai test sulle Agents API
Codex nel cloud merita un discorso a parte. Arriva sei giorni dopo che Anthropic
ha portato fuori dalla preview le sessioni cloud di Claude Code, e le due
aziende convergono su un'idea: l'agente di coding non vive più nel terminale di
chi lo usa. Il task parte dal telefono, si riprende dal browser o dal desktop e
prosegue a laptop chiuso.
Il cambiamento è meno banale di quanto sembri. Finché l'agente gira in locale,
la durata del lavoro è legata alla sessione dell'utente. Nel cloud il limite
diventa il budget, insieme alla qualità della specifica. Sul palco, Romain Huet
ha chiesto a Codex di riscrivere l'intero backend in Rust, e l'ha lasciato
lavorare. Cambia anche la revisione: si valuta un risultato, più che seguire un
processo.
Vai all'evento completo
> Messi in fila, gli annunci descrivono lo stesso spostamento: dall'AI che
> risponde all'AI che lavora per ore con i nostri accessi. A quel punto il
> valore dipende meno dal prompt e più da come definiamo la delega: cosa
> concedere, cosa far approvare, come verificare.
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AGENTS API ALLA PROVA: STESSO MODELLO, HARNESS DIVERSI
> L’harness conta quanto il modello. È il risultato più interessante del test
> che ho fatto sulle nuove Agents API di OpenAI.
Ho messo lo stesso modello, GPT-6 Luna, con lo stesso reasoning effort e le
stesse istruzioni, davanti allo stesso compito. A cambiare era soltanto
l’infrastruttura agentica.
Da una parte, le Agents API: sessione durevole sui server OpenAI, sandbox,
subagenti, steering e ripresa. Dall’altra, le Responses API, con un harness
costruito da me: loop agentico, esecuzione del codice, subagenti, checkpoint,
pause e ripresa.
Agents API alla prova: stesso modello, harness diversi
Il compito era volutamente difficile: trovare la versione autorevole di ogni
documento dentro un archivio acquisti con 175 file, 30 famiglie documentali,
scansioni da leggere con OCR, versioni firmate in conflitto, anomalie, nomi
fuorvianti e una prompt injection.
Il risultato cambia radicalmente quando il lavoro diventa lungo. Con le Agents
API, nelle due esecuzioni complete, l’agente ha individuato correttamente 22–23
versioni su 24, riconosciuto 8/8 scansioni e trovato circa il 90% delle
anomalie.
Con il mio harness sulle Responses API, lo stesso modello si è fermato molto
prima: 5–16 versioni corrette su 24, 0–1 scansioni su 8 e, in entrambe le
esecuzioni, un report esplicitamente dichiarato incompleto.
Non era un problema di context window. Non era finito il budget. Il modello,
sostenuto da un harness minimale, a un certo punto ha semplicemente preferito
consegnare un lavoro parziale. Con l’harness gestito, invece, ha continuato fino
alla fine.
Per me è questo il punto: quando parliamo di “capacità di un agente”, stiamo
valutando molto più del modello. Contano anche orchestrazione, persistenza,
subagenti, ambiente di esecuzione, gestione del contesto e capacità di
sopravvivere alle interruzioni.
E il test ha mostrato bene anche il rovescio della medaglia: sul compito piccolo
le Responses API sono risultate molto più veloci ed economiche, mentre le Agents
API hanno ancora limiti importanti di osservabilità e alcuni comportamenti da
beta.
Nelle immagini (generate dai dati di log dettagliati e monitoraggio completo
delle esecuzioni) ho sintetizzato architetture, dataset, risultati e test di
persistenza/human-in-the-loop, così da rendere visibile cosa cambia davvero tra
i due approcci.
Vai alla documentazione
> La conclusione che mi porto via: su task brevi può bastare il modello. Su task
> lunghi, l’harness diventa parte del sistema che ragiona.
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AGENTS API: NOVE TEST SU COSTI, ORCHESTRAZIONE E DURABILITÀ
OpenAI ha creato una nuova API per costruire agenti AI: l’Agents API. A
differenza delle Responses API, non lavora solo per singole richieste e
risposte, ma mantiene una sessione persistente lato server, con turni,
strumenti, file, artefatti e, se serve, un vero ambiente di esecuzione su cui
l’agente può usare shell, installare pacchetti e lavorare sugli stessi file nel
tempo.
L’ho messa alla prova con nove test, più due esecuzioni complete di un agente
reale basato su MCP, ricerca web e analisi di dati.
Agents API: nove test su costi, orchestrazione e durabilità
Il primo aspetto che emerge è il costo fisso dell’harness. Anche con una
richiesta minima, Agents introduce oltre 6k token di istruzioni di sistema a
ogni turno. Su conversazioni brevi pesa molto: in una prova da quattro turni
senza tool è costata 0,0484 $, contro 0,0057 $ delle Responses API. Su un turno
molto più denso, con 22 chiamate ai tool, invece Agents è costata il 44% in
meno, grazie soprattutto alla cache.
Ho poi testato l’ambiente "openai_hosted". Qui la differenza è concreta:
l’agente può lavorare in /workspace, eseguire comandi, creare script e produrre
file scaricabili dalla sessione. Ma per un semplice “esegui Python e dammi due
file”, il Code Interpreter delle Responses API è risultato più veloce, più
economico e molto meno costoso in token. Agents diventa interessante quando
l’ambiente stesso fa parte del lavoro: shell, pacchetti, più turni sugli stessi
file o una macchina self-hosted.
Ho testato anche i subagenti. Funzionano davvero, ma nei miei test sono stati
molto costosi: tre subagenti hanno consumato circa 11 volte i token
dell’esecuzione sequenziale e sono risultati anche più lenti. Ogni subagente
riparte infatti con il proprio contesto.
Un altro punto importante riguarda l’orchestrazione. Agents mantiene una
conversazione persistente, ma non uno stato strutturato e tipizzato come quello
di LangGraph. E non garantisce da sola una sequenza operativa: in una prova con
quattro tool da chiamare in ordine, l’harness ha rispettato la sequenza una
volta su tre, mentre un loop applicativo che esponeva un tool per volta l’ha
rispettata sempre.
Il vantaggio che mi ha colpito di più è invece la durabilità: in una prova lo
stream si è interrotto quasi subito, ma la sessione ha continuato a lavorare e
il risultato finale era comunque recuperabile dagli item.
Vai alla documentazione
> Il quadro che emerge è quindi abbastanza netto: Agents API non sostituisce un
> framework di orchestrazione. È soprattutto un runtime per agenti singoli,
> persistenti, capaci di lavorare a lungo e di avere un computer a disposizione.
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CLAUDE CODE NEL CLOUD E L’ARCHITETTURA COMUNE DEGLI AGENTI
Anthropic ha portato Claude Code nel cloud. Una sessione Claude Code non deve
più girare sul laptop: può essere eseguita su una VM temporanea di Anthropic,
continuare anche quando si chiude il computer e sparire a lavoro finito. Oppure
l’ambiente può essere self-hosted.
Ed è qui che si vede una convergenza interessante. Claude Code CLI, Claude Code
Cloud, Cowork, ChatGPT Work, Kimi Agent Swarm e le Agents API di OpenAI sembrano
prodotti diversi. In realtà stanno diventando variazioni della stessa
architettura.
Claude Code nel cloud e l’architettura comune degli agenti
Per capirla bisogna separare quattro livelli.
* Il modello è il “cervello”: Claude, GPT, Kimi. Decide cosa fare, ma da solo
non ha filesystem, shell o browser.
* L’harness è il runtime agentico: gestisce agent loop, contesto, tool calling,
retry, subagent, permessi e stato. Claude Code e Codex sono esempi di
harness.
* L’ambiente di esecuzione è il “computer” dell’agente: dove vengono letti
file, eseguiti comandi e lanciato codice. Può essere il tuo laptop, un
server, una VM del provider o un’infrastruttura self-hosted.
* Il control plane crea le sessioni, assegna i task, gestisce code, lifecycle e
orchestrazione.
Questa separazione chiarisce anche Claude Code CLI vs Claude Code self-hosted.
Con la CLI su un mio server entro via SSH, lancio Claude e governo direttamente
quel processo. Con il self-hosted, quella stessa macchina può diventare un
execution backend del control plane di Claude: il lavoro gira sulla mia
infrastruttura, ma sessioni, dispatch e lifecycle vengono orchestrati dal cloud.
Quindi il vantaggio del self-hosted non è avere “un Claude più potente”. È
trasformare le proprie macchine da computer su cui lanciare manualmente un
agente a infrastruttura su cui distribuire sessioni agentiche. Claude Code Cloud
aggiunge un’altra possibilità: lasciare che anche il computer sia del provider,
ideale per test temporanei, elaborazioni isolate o task che devono morire
insieme alla VM.
Cowork e ChatGPT Work portano lo stesso paradigma nel lavoro generalista. Kimi
Agent Swarm aggiunge l’orchestrazione di molti agenti. Le Agents API di OpenAI
rendono esplicita la separazione tra harness ed environment.
La formula che emerge è: MODELLO + HARNESS + CONTROL PLANE + COMPUTER + TOOL +
IDENTITÀ.
Vai al post di Anthropic
> I nomi dei prodotti aumentano. L’architettura, invece, sembra convergere verso
> una sola idea: dare a un modello un harness, un computer e abbastanza
> autonomia da portare a termine un lavoro.
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ANTIGRAVITY SDK: CLOUD CHE PIANIFICA, MODELLI LOCALI CHE ESEGUONO
Google ha annunciato che l'Antigravity SDK supporta i workflow locali: le stesse
capacità agentiche che alimentano Antigravity, ma eseguite interamente sulla
propria macchina, con supporto iniziale per Gemma 4 26B A4B tramite LiteRT di
Google AI Edge. L'esecuzione locale porta quattro vantaggi concreti per gli
agenti: niente costi API né rate limit, privacy dei workflow locali (codice e
richieste restano sulla macchina, un vantaggio in ambienti con vincoli di
compliance), funzionamento anche senza connessione e workflow ibridi che
combinano processi locali ed economici con modelli cloud più potenti.
Per partire servono una macchina con più di 24 GB di VRAM o unified memory, un
pip install google-antigravity litert-lm e l'import del modello da Hugging Face.
Poche righe di codice e l'agente risponde in streaming, in locale. La demo più
significativa usa un pattern "Architect-Builder": Gemini 3.8 Flash in cloud fa
da pianificatore e direttore, mentre uno sciame di istanze locali di Gemma 4 26B
esegue il lavoro pesante on-device.
L'Antigravity SDK supporta i workflow locali
Nel test mostrato (audit e patch di tre moduli vulnerabili) l'architetto cloud
ha speso appena 95 token lavorando solo su nomi di file e descrizioni, senza che
una riga di codice lasciasse la macchina. Il 97,2% dei token complessivi (3.322)
è stato elaborato in locale e offline, con patch validate dai regression test.
Vai al post di Google
C'è anche un esempio più quotidiano: con un singolo prompt l'agente ha scritto
da zero un monitor CLI delle risorse basato su psutil e rich, ha generato il
requirements.txt e ha testato il codice fino a vederlo funzionare, tutto sulla
GPU locale. Una piccola utility, ma scritta, cablata e verificata senza spendere
un token API. Chi preferisce altri backend può usare LocalOpenAIAgentConfig:
supporto plug-and-play per qualsiasi server OpenAI-compatibile, da Ollama a LM
Studio a vLLM, senza toccare orchestrazione, tool e workflow.
Vai al progetto dell'SDK
> Cloud che pensa e scompone, edge che esegue e verifica: è questa la divisione
> del lavoro che l'SDK rende praticabile. Per chi sviluppa con dati sensibili,
> l'architettura ibrida rischia di diventare la configurazione di default, non
> l'eccezione.
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PROGRAMMATIC TOOL CALLING: IL CODICE ORCHESTRA GLI STRUMENTI
> Cos'è il Programmatic Tool Calling di OpenAI in ambito di sviluppo di Agenti
> AI? È un nuovo modo di far usare gli strumenti a un modello AI in maniera più
> efficiente.
Nel tool calling tradizionale, il modello chiama uno strumento, riceve il
risultato nel proprio contesto, lo interpreta e poi decide quale strumento
chiamare dopo. Se il workflow richiede molte operazioni, questo processo può
ripetersi numerose volte, aumentando il numero di passaggi, la latenza e
soprattutto i token utilizzati. Con il Programmatic Tool Calling cambia
l'approccio: il modello può generare del codice che orchestra direttamente più
strumenti all'interno di un runtime sicuro ospitato da OpenAI.
Programmatic Tool Calling: il codice orchestra gli strumenti
Questo significa che operazioni come chiamare più tool in parallelo, iterare su
molti elementi, filtrare risultati, aggregare dati o eseguire trasformazioni
possono essere gestite dal codice, senza dover riportare ogni singolo risultato
intermedio nel contesto del modello.
> Ho fatto un test utilizzando un server MCP con alcuni tool di DataForSEO e il
> comportamento è esattamente questo: invece di richiamare gli strumenti uno
> alla volta, il modello ha generato automaticamente il codice necessario per
> effettuare più chiamate MCP in parallelo e raccogliere i risultati.
Il punto interessante è che il modello non si limita più a scegliere quale tool
utilizzare, ma può generare temporaneamente la logica che coordina più tool.
Anthropic aveva già descritto un'idea molto simile parlando di Code Execution
con MCP: usare il codice come livello intermedio tra il modello e gli strumenti,
evitando di utilizzare un LLM per operazioni deterministiche che un normale
programma può svolgere meglio.
La differenza è che OpenAI ha già trasformato questo concetto in una
funzionalità concreta della propria piattaforma, disponibile come Programmatic
Tool Calling.
Vai alla documentazione
> È un cambiamento apparentemente piccolo, ma importante per l'architettura
> degli Agenti AI: il reasoning rimane al modello, mentre una parte crescente
> dell'orchestrazione operativa può essere delegata al codice.
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TOOLGRAD: ADDESTRARE PICCOLI SPECIALISTI PER API COMPLESSE
È possibile addestrare un agente AI a usare perfettamente i tool? L’idea di
ToolGrad di Google Research: invece di partire da una domanda e cercare la
sequenza corretta di tool, costruisce prima workflow validi sulle API e solo
dopo genera una richiesta utente coerente. Il risultato è un dataset sintetico
di tool-use già verificato, pronto per il fine-tuning.
ToolGrad: addestrare piccoli specialisti per API complesse
Ho voluto capire quanto reggesse fuori dalla demo. Ho costruito un dataset
retail sintetico con 9 tool MCP volutamente difficili: 104 parametri, codici
interni opachi, parametri obbligatori o vietati a seconda dei casi e vincoli tra
metriche e aggregazioni.
ToolGrad ha generato 509 workflow senza fallimenti. Da questi ho ricavato 453
esempi di training con 1.471 chiamate validate. Poi ho fatto fine-tuning LoRA su
Qwen2.5-0.5B-Instruct: 494 milioni di parametri, 55 minuti di training e 2,7 GiB
di VRAM.
Il salto è netto. Sui test simili ai dati di training, le chiamate accettate
dall’API passano dal 12,8% al 54,7%. Sull’exact match il piccolo Qwen fine-tuned
arriva al 16%, contro l’8,6% di Gemini 2.5 Flash Lite.
Su richieste scritte a mano e formulate diversamente, passa dal 3,8% al 38,5%,
ma Gemini resta nettamente avanti.
Il punto è interessante: il modello piccolo non è diventato “più intelligente”
di Gemini. Ha imparato molto bene le convenzioni specifiche di quell’API.
Ed è qui che emerge il limite. Gli errori grossolani quasi spariscono: tool
inventati, parametri inesistenti e valori non validi crollano. Restano gli
errori sui vincoli condizionali.
La causa è nei dati: ToolGrad genera esempi corretti, ma non necessariamente
abbastanza vari. In un caso, il 96% delle chiamate usava la stessa aggregazione.
Il rischio è che il modello impari una scorciatoia statistica invece della
regola.
> La conclusione che mi porto a casa è che il collo di bottiglia non è più solo
> generare dati validi, ma generare dati che coprano bene tool, parametri e
> combinazioni.
Questo apre un’architettura interessante: piccoli modelli fine-tuned come
specialisti MCP, incaricati di scegliere i tool, compilare i parametri, gestire
retry e comprimere gli output, lasciando al modello grande il ragionamento di
alto livello.
Vai al progetto
> Meno rumore nel contesto, meno costo di orchestrazione e specialisti
> aggiornabili per dominio.
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KIMI AGENT SWARM: DUE PROGETTI DI RICERCA TRA ERRORI E RIPARTENZE
Ho fatto due test completamente in cloud con Kimi Agent Swarm. I risultati sono,
a mio avviso, molto interessanti, soprattutto per il livello di autonomia
mostrato su lavori lunghi, con errori, reset e cambi di strategia lungo il
percorso.
Agent Swarm è la modalità multi-agent di Kimi: un coordinatore scompone il
lavoro, assegna parti del compito a più sub-agent che operano in parallelo e poi
integra i risultati.
Kimi Agent Swarm: due progetti di ricerca tra errori e ripartenze
Nel primo test gli ho affidato ToolGrad, una libreria di Google per creare dati
di addestramento destinati a modelli che devono usare tool e funzioni.
L’obiettivo era costruire un ambiente di prova, generare dati, addestrare un
piccolo modello e verificare se imparava davvero. L’ambiente: niente GPU, circa
3 GB di RAM reale, rete problematica e filesystem instabile. Nonostante questo,
il lavoro è arrivato fino in fondo. Il modello è passato da 0% a circa 76% di
sintassi valida, 58% di riconoscimento delle funzioni e 36% di esecuzioni
valide. Tempo complessivo: circa 16 ore, con una parte importante spesa nel
recupero da wipe, limiti di memoria e problemi dell’ambiente.
Nel secondo test ho usato Agent Swarm per valutare TimesFM 2.5 e 3.0, i modelli
di Google per il forecasting delle serie temporali, su dati reali M5 di Walmart.
Il lavoro ha incluso confronto con LightGBM, backtest su più periodi storici e
fine-tuning. Il risultato più interessante è stato proprio il fine-tuning: su un
primo test sembrava migliorare il modello, ma con una verifica più rigorosa su 8
finestre il vantaggio è scomparso. TimesFM 3.0 zero-shot ha ottenuto un WAPE
medio del 7,57%, il modello fine-tuned 7,59%, mentre LightGBM 8,59%. Il sistema,
quindi, non si è limitato a produrre un risultato: ha anche rivisto una
conclusione iniziale quando un protocollo migliore ha mostrato che non reggeva.
Tempo del secondo esperimento: circa 2 ore e 50 minuti di calcolo misurato,
distribuite su circa 6-7 ore reali tra reset, retry, preparazione dei dati e
report.
La parte che considero più significativa non è la semplice parallelizzazione. È
la capacità di continuare dopo gli errori, cambiare approccio, recuperare da
checkpoint, delegare sotto-task e arrivare a una conclusione verificabile.
> Più che due demo di coding, questi test assomigliano a piccoli progetti di R&D
> autonomo.
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GEMINI E GPT: IL PREZZO PER TOKEN NON È IL COSTO DEL COMPITO
Gemini 3.8 Flash contro GPT-5.6 Terra in un compito agentico: un modello che
costa meno per token può finire per costare di più per completare lo stesso
task? Sì. Ho fatto un test a parità di condizioni: stesso brief, stesso system
prompt, stessi 9 tool a disposizione dell'agente. Nel system prompt erano
presenti istruzioni precise su quando, come e perché usare ciascun tool.
Cambiava solo il modello che guidava l’agente.
IL CONFRONTO
* GPT-5.6 Terra: 6 loop operativi, 28 chiamate ai tool, 138.623 token in input,
$0,215 per esecuzione.
* Gemini 3.8 Flash: 24 loop operativi, 23 chiamate ai tool, 567.176 token in
input, $0,402 per esecuzione.
Gemini e GPT: il prezzo per token non è il costo del compito
Quasi lo stesso numero di chiamate, ma una gestione completamente diversa. Terra
raggruppa più chiamate indipendenti nello stesso turno; Gemini tende a eseguirle
una alla volta. Risultato: quasi 4 volte più loop e oltre 4 volte i token in
input, nonostante un prezzo per token inferiore.
Successivamente ho aggiunto a entrambi la stessa istruzione nel system prompt:
raggruppare nello stesso turno le chiamate indipendenti. Terra è passato da 6 a
3 loop e da 138.623 a 50.340 token in input. Gemini da 24 a 8 loop e da 567.176
a 235.330 token. Quindi non è che un modello sappia farlo e l’altro no: entrambi
migliorano molto quando il comportamento viene esplicitato nel system prompt. Ma
partono da politiche agentiche molto diverse.
C’è poi un secondo asse: quali tool il modello decide davvero di usare. Quando
era richiesto di verificare la stagionalità con Google Trends, Terra ha
effettuato 11 verifiche; Gemini una sola. Quando Gemini chiamava un tool, lo
faceva correttamente: la differenza era nel decidere quando e quanto usarlo.
Nel confronto cieco degli output, GPT-5.6 Terra ha prevalso quasi sempre,
soprattutto per aderenza ai vincoli, specificità e utilità del risultato. Gemini
ha mostrato invece una copertura più ampia del tema.
Il punto è questo: il costo di un agente non dipende solo dal prezzo per milione
di token del modello. Dipende da modello, system prompt, runner e politica con
cui vengono pianificate le chiamate ai tool.
> Il listino dice quanto costa un token. Non dice quanti token serviranno
> davvero per completare un compito agentico.
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GPT-6 ASTRA: PRECISIONE SULL’OBIETTIVO, LIBERTÀ SUL PERCORSO
OpenAI ha pubblicato un post su come ripensare skill, prompt e istruzioni per
GPT-6 Astra. Il primo punto riguarda proprio le istruzioni fornite al modello:
secondo OpenAI, con modelli più capaci troppe regole, procedure e indicazioni
dettagliate possono diventare controproducenti, perché limitano l’autonomia del
modello e appesantiscono inutilmente il contesto.
Su questo punto, però, farei una distinzione importante. Non credo che il
problema sia la precisione delle istruzioni. Se il modello è preciso e le
istruzioni sono corrette, chiare e complete, il risultato non può che
beneficiarne. Il vero problema nasce quando la precisione diventa
prescrittività. Dire con precisione cosa voglio ottenere, quali vincoli devono
essere rispettati e quali criteri definiscono un buon risultato è estremamente
utile. Diverso è imporre anche come il modello deve arrivarci: quali passaggi
deve seguire, in quale ordine, quali strumenti deve usare o quale soluzione deve
preferire. In quel caso rischiamo di limitare capacità che il modello potrebbe
utilizzare meglio di noi.
GPT-6 Astra: precisione sull’obiettivo, libertà sul percorso
> In altre parole, serve massima precisione sull’obiettivo, sui vincoli e sui
> criteri di successo, ma libertà sul percorso quando il percorso non è esso
> stesso un requisito.
Gli altri punti dell’articolo vanno nella stessa direzione. OpenAI suggerisce di
rendere le skill più brevi e specifiche, usare una progressive disclosure
caricando informazioni solo quando servono, evitare procedure troppo rigide e
ripulire AGENTS.md da regole obsolete o ridondanti.
Suggerisce anche di non imporre verifiche che il modello esegue già
autonomamente, di rivedere i limiti decisionali pensati per modelli meno capaci
e, al contrario, di specificare con chiarezza quando un’attività può
considerarsi davvero conclusa.
Vai al post di OpenAI
> Il cambiamento, quindi, non è dare meno istruzioni. È dare istruzioni
> migliori. Meno scaffolding sul processo, più precisione sul risultato.
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GPT-6 ASTRA: COSA MISURA DAVVERO IL 99,9% SU ARC-AGI-3
L’aspetto più impressionante del lancio di GPT-6 Astra di OpenAI è il punteggio
su ARC-AGI-3: 99,9%. È uno dei dati più discussi del lancio. Ma per capire cosa
significa bisogna guardare come è stato ottenuto.
ARC-AGI-3 non è un normale benchmark a domande e risposte: il modello entra in
ambienti interattivi mai visti, deve capirne le regole, ricordare ciò che
scopre, pianificare e raggiungere gli obiettivi in modo efficiente.
GPT-6 Astra: cosa misura davvero il 99,9% su ARC-AGI-3
ARC Prize ha valutato Astra in due condizioni. Con lo Standard harness, pensato
per confrontare i modelli nelle stesse condizioni, Astra ottiene il 62,7%. È già
un salto enorme: GPT-5.6 Sol era al 7,8% e Claude Opus 5 al 30,2%. Il 99,9%
arriva invece con il Provider Adapter di OpenAI, che consente ad Astra di
sfruttare capacità native come il mantenimento dello stato di reasoning tra le
azioni e la compaction del contesto. Quindi il 99,9% è reale e verificato da ARC
Prize, ma non è direttamente confrontabile con i risultati ottenuti dagli altri
modelli con lo Standard harness: nel grafico pubblicato da OpenAI vengono
affiancati risultati ottenuti in condizioni differenti, anche se la differenza è
specificata in nota.
Ed è forse questo il tema interessante: a parità di infrastruttura Astra è già
nettamente davanti. Quando modello e sistema vengono progettati per funzionare
insieme, passa dal 62,7% al 99,9%. È un segnale di dove sta andando l’AI: non
conta più solo il modello, ma l’intero sistema fatto di reasoning, memoria,
gestione del contesto, strumenti e capacità agentiche.
Il resto dei benchmark conferma il salto. Su OSWorld 2.0 Astra raggiunge il
72,6% contro il 65,7% di Sol, completando i task in circa il 47% di tempo in
meno. Su FrontierMath Tier 4 arriva al 97,6%. Su Terminal-Bench Science passa
dal 22,4% al 64,6%. Il salto più delicato riguarda la cybersecurity: 100% su
ExploitBench, 42,4% su ExploitGym e due vulnerabilità zero-day precedentemente
sconosciute individuate durante le valutazioni. OpenAI lo classifica infatti al
livello Critical nel proprio Preparedness Framework.
Vai al post di OpenAI
Astra migliora anche nel computer use, nei workflow professionali e nella
gestione di attività molto lunghe.
> GPT-6 Astra non racconta soltanto una nuova generazione di modelli. Rende
> molto più visibile il passaggio dai singoli LLM a sistemi intelligenti
> completi, nei quali modello e infrastruttura diventano sempre più difficili da
> separare. Come ho raccontato all’AI Festival: dai modelli ai sistemi.
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CLAUDE OPUS 5.5: EFFICIENZA ECONOMICA E LIMITI DELLA VALUTAZIONE
Anthropic ha presentato Claude Opus 5.5, primo modello della nuova famiglia
Claude 5.5: promette prestazioni al livello di Fable 5.1 sulla maggior parte dei
lavori, ma con un costo operativo inferiore del 40% rispetto a Opus 5. Nei
benchmark interni guida in agentic coding, computer use e knowledge work: 66,4%
su Terminal-Bench 4.0 contro il 57,9% di GPT-6 Astra e il 52,3% di Opus 5, e
1846 Elo su GDPval-AA v2.1, che valuta lavoro reale in 44 professioni, davanti a
Fable 5.1 (1735) e Opus 5 (1708).
La stessa Anthropic però avverte: a questi livelli di capacità i margini nei
benchmark sono diventati una guida meno affidabile alle differenze reali. Il
punto in cui il vantaggio è davvero netto è l'efficienza. Qualche esempio
concreto. Un early tester ha completato una migrazione di codice da 680.000
righe in meno di un giorno. Un audit di una codebase da 200.000 righe è stato
chiuso in meno di tre ore, contro le oltre 20 di Opus 5 e con 2,5 volte meno
token. Nel test interno di riscrittura di HAProxy da C a Rust, Opus 5.5 ha
impiegato 9,5 ore contro le 12 di Fable 5.1, con un costo inferiore del 51%.
Claude Opus 5.5: efficienza economica e limiti della valutazione
Sul piano economico: 4 e 20 dollari per milione di token in input e output
(-20%), cache read a 0,20 dollari (-60%, ed è la voce dominante nei costi del
coding agentico), output oltre il 30% più veloce. Su FrontierCode, all'effort di
default, batte GPT-6 Astra a circa un quinto del costo per task. È anche il
primo rilascio dopo l'appello di Anthropic a "rallentare la frontiera".
Nell'audit comportamentale automatico, quasi 2.000 scenari, ottiene i migliori
punteggi finora registrati: tenta di aggirare i confini operativi circa l'85% in
meno rispetto a Opus 5, e ogni tentativo è stato di bassa gravità e
auto-segnalato.
Resta un caveat importante: Anthropic osserva che il modello spesso sospetta di
essere valutato, il che rende più difficile prevederne il comportamento negli
scenari reali. Per questo affianca ai test di allineamento safeguard più
stringenti su cybersecurity e biologia, con programmi di accesso riservato a
organizzazioni verificate.
Vai al post di Anthropic
> La frontiera delle capacità sta diventando anche una questione di costo per
> task completato. Al momento dell’annuncio, Anthropic indicava Sonnet 5.5 e
> Haiku 5.5 in arrivo nelle settimane successive: questa efficienza era quindi
> destinata a estendersi lungo tutta la gamma.
Dario Amodei — We Must Pace the Frontier
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CLAUDE SONNET 5.5: MISURARE IL COSTO PER ATTIVITÀ
Anthropic presenta Claude Sonnet 5.5: il prezzo per token resta quello di Sonnet
5, ma secondo l’azienda il costo per attività può ridursi fino al 30%. È questa
la metrica da osservare negli agenti AI. La differenza nasce da come lavora: usa
meno token e, nei confronti diretti, raggruppa più spesso le chiamate ai tool.
Invece di interrogare uno strumento, attendere la risposta e aprire un nuovo
turno per il successivo, può riunire più chiamate nella stessa fase. Ogni turno
aggiuntivo può portarsi dietro istruzioni e risultati precedenti. Raggruppare
riduce i passaggi e le attese totali.
Nei miei test con sistemi agentici, proprio questo comportamento ha spesso
cambiato radicalmente il costo dell’attività. Un modello con token più economici
può perdere il vantaggio se moltiplica interazioni con i tool e tentativi
necessari al risultato. Il listino, da solo, dice poco sul costo del flusso di
lavoro.
Claude Sonnet 5.5: misurare il costo per attività riuscita
Su CursorBench 4.0, con compiti di coding da sessioni reali, Sonnet 5.5 ottiene
il 55,5%, contro il 34,1% di Sonnet 5 e il 57,8% di Opus 5.5. Su GDPval-AA v2.1,
per compiti professionali, i punteggi sono 1844, 1449 e 1846 nello stesso
ordine. Sono benchmark con protocolli e livelli di effort specifici. L’effort
regola quanto a lungo il modello ragiona e verifica il lavoro. In alcune prove,
Sonnet 5.5 a effort basso o medio supera il miglior punteggio di Sonnet 5 a
circa un decimo del costo per attività. Aumentarlo può far salire il punteggio,
ma anche i passaggi e la spesa. Il valore predefinito è Medium nelle app Claude
e High sulla piattaforma API.
Anthropic considera Opus 5.5 ancora più forte nelle attività complesse e aperte
che richiedono giudizio sostenuto; propone Sonnet 5.5 soprattutto per compiti
ben definiti, sviluppo quotidiano e documenti. Un punteggio vicino su un
benchmark non rende equivalenti i modelli nei processi reali.
Vai all'annuncio di Anthropic
> Il prezzo API resta di 2 dollari per milione di token in input e 10 in output.
> La generazione, secondo Anthropic, è oltre il 30% più veloce. Per scegliere un
> modello agentico misurerei l’esito completo: qualità, turni, chiamate ai tool,
> tempo e costo per attività riuscita. È lì che il vantaggio sul prezzo per
> token può essere confermato o ribaltato.
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GLI INCIDENTI DI GEMINI: IL CONFINE TRA TEST E SISTEMI REALI
La notizia su Gemini è reale, ma alcuni titoli la stanno raccontando in modo più
spettacolare di quanto dicano i fatti. A maggio, durante test di cybersecurity
condotti da Irregular, un modello Gemini ha ottenuto accesso non autorizzato a
sistemi di tre aziende reali. Google ha confermato gli episodi.
Il contesto però conta molto. Gemini non ha “deciso” di uscire nel mondo reale
per attaccare aziende a caso. Era impegnato in una valutazione offensiva,
progettata proprio per misurare la capacità del modello di trovare
vulnerabilità, credenziali e accessi.
Gli incidenti di Gemini: il confine tra test e sistemi reali
Secondo Irregular, in alcune valutazioni Internet era rimasto accessibile
involontariamente. In un caso, il nome di un’azienda fittizia coincideva con
quello di un’azienda reale. Il modello ha quindi trattato risorse reali come se
facessero parte della simulazione. Google afferma che, nei tre episodi, Gemini
si è fermato quando ha riconosciuto di essere uscito dal perimetro del test. Le
aziende coinvolte sono state informate.
Questo non rende il problema irrilevante. Ma è diverso dal racconto di un’AI
“fuori controllo”. Ed è un buon esempio di quanto sia importante, soprattutto
sull’AI, andare oltre i titoli e leggere le fonti primarie. Irregular parla
esplicitamente di un problema nell’ambiente di valutazione: accesso a Internet
disponibile per errore, azioni offensive avvenute nel mondo reale e successive
modifiche ai sistemi di test.
La questione di sicurezza resta seria proprio per questo. Gli agenti AI stanno
diventando capaci di concatenare molte azioni senza supervisione passo per
passo: cercare informazioni, trovare credenziali, interpretare infrastrutture,
tentare accessi e adattare il comportamento.
Quando sistemi del genere vengono collegati a strumenti reali, i confini
dell’ambiente diventano fondamentali. Una sandbox configurata male, permessi
eccessivi o una separazione insufficiente tra simulazione e realtà possono
trasformare un test in un incidente reale.
Vai al post di Irregular
> Questi episodi non dimostrano che le AI abbiano deciso di ribellarsi o di
> agire fuori controllo. Dimostrano invece perché questi test esistono: trovare
> i punti in cui capacità sempre maggiori incontrano infrastrutture, permessi e
> barriere di sicurezza ancora imperfetti.
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INTELLIGENCE EXPLOSION: MISURARE L’AUTOMAZIONE DELLA RICERCA
Un working paper del Cambridge Programme on AI Science & Policy, con 22 autori
tra cui Geoffrey Hinton, Yoshua Bengio e ricercatori di Anthropic e OpenAI, non
si limita a discutere l'intelligence explosion: propone di misurare quanta
ricerca AI venga già delegata ai modelli e con quale velocità cresca questa
quota. Forse il segnale più importante non sarà un benchmark pubblico, ma la
quota di R&D che i laboratori automatizzano al proprio interno, lontano da ogni
osservazione esterna.
Il meccanismo è un ciclo ricorsivo: più ricercatori digitali (agenti AI) → più
miglioramenti software → a parità di compute si eseguono agenti più capaci o più
numerosi → la forza lavoro di ricerca cresce ancora. Secondo il paper, con
modelli di livello esperto a costi simili agli attuali, il compute di un solo
laboratorio sosterrebbe milioni di ricercatori equivalenti.
Intelligence explosion: misurare l’automazione della ricerca
Anthropic riporta che la quota di R&D completata dai modelli in autonomia, con
sola supervisione di alto livello, è salita dall'1% al 26% tra marzo e agosto
2026. La variabile chiave del modello è r, il rendimento dello sforzo di
ricerca. Se supera 1, nuovi ricercatori accelerano il progresso più di quanto le
idee sempre più difficili lo frenino. Con le stime storiche (1,2-1,9),
automazione completa e nessun altro collo di bottiglia, il ritmo del progresso
crescerebbe di dieci volte in circa 17 mesi, e un anno di avanzamenti attuali si
comprimerebbe in cinque settimane.
È uno scenario fortemente condizionale, non la prova che un'intelligence
explosion sia iniziata. Il valore di r non si misura direttamente: la forza
lavoro di ricerca viene approssimata con il numero di autori che pubblicano in
un campo, su dati di anni in cui software e compute sono cresciuti insieme. Gli
autori notano che così si può sovrastimare il peso del software.
C'è poi la concentrazione del potere. Chi controlla il ciclo può trasformare un
vantaggio modesto in uno decisivo, e i contrappesi tra stati e aziende reggono
solo finché nessuno supera tutti in velocità. Per questo la prima priorità è la
visibilità: indicatori standard, come la quota di contributi di ricerca prodotti
dall'AI, comunicati a governi e auditor indipendenti.
Vai al paper
> Più del punteggio di un modello in un test, conterà quanto lavoro di ricerca i
> laboratori gli stanno già affidando.
Measurements for understanding the pace of AI development inside frontier labs
Today, the world can’t see what’s going on inside AI labs. Anthropic is
proposing new metrics that would give the public visibility into frontier AI
development.
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DARIO AMODEI: RISCHIO, EVIDENZA E DILEMMA DELLA COOPERAZIONE
Dario Amodei merita credito per aver spinto con forza il tema della sicurezza
dell’AI, ma alcune sue tesi recenti mi sembrano più convincenti sul piano del
rischio che su quello dell’evidenza disponibile e della geopolitica.
Sul recursive self-improvement, Amodei sostiene che il processo “stia
iniziando”. È vero nel senso debole: i modelli stanno già contribuendo in modo
significativo allo sviluppo della generazione successiva di AI. Ma le stesse
system card di Anthropic raccontano una situazione più prudente. Mythos 5.1 non
supera la soglia di rischio per l’automazione della R&D: Anthropic non osserva
ancora un’accelerazione sostenuta di 2× attribuibile all’AI e il modello è
lontano dal sostituire ricercatori ed engineer senior. Il dato forse più
interessante è un altro: Anthropic stima circa 4× di aumento della produttività
individuale su alcuni task, ma meno di 2× sul progresso complessivo della
ricerca. Per arrivare a 2× di accelerazione totale servirebbe, secondo le loro
stime, un uplift della produttività di circa un ordine di grandezza superiore.
Dario Amodei: rischio, evidenza e dilemma della cooperazione
Questo suggerisce forti diminishing returns: coding più veloce non significa
automaticamente ricerca scientifica più veloce. Restano colli di bottiglia come
scelta degli esperimenti, giudizio, compute, coordinamento e validazione.
Ma da qui non segue che una vera accelerazione ricorsiva sia impossibile.
Potrebbe accadere che ogni nuova generazione automatizzi proprio il collo di
bottiglia lasciato dalla precedente. I dati attuali mostrano che non siamo
ancora in un’intelligence explosion; non dimostrano che non possa emergere.
Anche sulla Cina vedo una tensione nella posizione di Amodei. La sua strategia è
sostanzialmente: mantenere un forte vantaggio tecnologico occidentale, usarlo
come leva e poi negoziare limiti e standard di sicurezza. Il problema è che la
cooperazione sulla sicurezza non può dipendere solo dalla pressione. Se Pechino
percepisce export control e restrizioni tecnologiche come strumenti di
contenimento, il risultato può essere più segretezza, più autosufficienza e una
corsa ancora più intensa.
Allo stesso tempo, però, “voler cooperare” non basta. Se entrambi temono che
l’altro rallenti meno, nasce un classico "security dilemma". Servono quindi
interessi condivisi, verificabilità, reciprocità e deterrenza contro la
defezione.
Vai al saggio di Amodei
> La parte più fragile del progetto di Amodei è forse proprio questa: vuole
> ridurre la race dynamic dell’AI, ma alcune delle politiche che propone
> potrebbero contribuire ad alimentarla.
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SCIENTISTTWO: AUTOMATIZZARE IL CICLO DELLA RICERCA EMPIRICA
Google Cloud AI Research ha presentato ScientistTwo, un framework multi-agente
completamente autonomo per la ricerca scientifica: gli si dà un problema e lui
produce un paper pubblicabile con codebase verificata, senza intervento umano.
Il funzionamento rispecchia il ciclo di lavoro di un ricercatore: identifica i
limiti dello stato dell'arte, genera ipotesi nuove, le implementa e le testa
prima su un sottoinsieme del benchmark e poi in scala completa.
ScientistTwo: automatizzare il ciclo della ricerca empirica
Ogni fase ha un agente specializzato affiancato da un agente "critic" che decide
se accettare il risultato, scartarlo o raffinarlo. Seguono studi di ablation
automatici per isolare quali componenti contribuiscono davvero al miglioramento.
Il passaggio più interessante è la peer review simulata a ciclo chiuso: un
Review Agent critica la bozza e un Rebuttal Agent risponde progettando ed
eseguendo esperimenti supplementari, come in una vera rebuttal. Un Meta-Review
Agent decide poi se il manoscritto è all'altezza della venue, altrimenti il
ciclo ricomincia.
Il banco di prova è severo: 107 sfide di ricerca tratte da paper accettati a
ICLR, ICML e NeurIPS. ScientistTwo ha migliorato lo stato dell'arte umano in 86
casi (80,4%), con un guadagno relativo medio del 25,2%.
Sotto review automatica indipendente (Stanford Agentic Reviewer, mai usata
durante lo sviluppo), il 72,1% dei paper generati supera la soglia di
accettazione, con punteggi medi superiori a quelli dei paper accettati a ICLR
2026 e NeurIPS 2025. Anche i revisori umani li hanno giudicati complessivamente
alla pari con quelli scritti da persone.
Vai al paper
Il sistema itera anche sulle proprie scoperte: in un caso di studio ha preso un
suo metodo per la tokenizzazione BPE e lo ha migliorato tre volte di seguito,
usando ogni nuovo stato dell'arte come base del ciclo successivo.
Restano due limiti dichiarati dagli autori: il costo, circa 3.800 dollari e 2-3
giorni di calcolo per singolo task, e il fatto che i risultati raggiungono
l'accettazione ma non ancora il livello "spotlight" delle scoperte che cambiano
un paradigma.
Vai al progetto
> Non siamo più davanti a un assistente che aiuta a scrivere o a fare coding, ma
> a un sistema che porta avanti l'intero ciclo della scienza empirica: ipotesi,
> esperimenti, ablation, rebuttal. L'umano definisce il problema, la macchina
> esplora la frontiera.
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NVIDIA AGORA: MEMORIA E ISTITUZIONI PER COMUNITÀ DI AGENTI
NVIDIA presenta Agora, una memoria condivisa per comunità di agenti: ogni
risultato, ipotesi, verifica o fallimento diventa un commit Git immutabile,
collegato ai contributi precedenti. Non è una chat né un planner centrale. È un
grafo che sopravvive alle sessioni.
Git conserva artefatti e provenienza; un indice espone frontiera, rami
trascurati e verifiche. Il ciclo è: analizzare il grafo → scegliere un nodo →
eseguire un esperimento → pubblicare → aggiornare la frontiera.
NVIDIA Agora: memoria e istituzioni per comunità di agenti
La qualità non dipende dai voti, ma dal lavoro indipendente costruito sopra un
contributo e dalle riproduzioni. L’auto-citazione è esclusa. La selezione separa
tre direzioni: sfruttare i leader, esplorare cluster promettenti, aprire rami
quasi intatti.
Nel primo test, 13 agenti basati su Claude Code e Codex hanno lavorato per quasi
12 giorni senza compiti assegnati. Dovevano inizializzare un modello ibrido
attention-SSM da 119,6 milioni di parametri usando 141 donor, senza dati di
training né gradienti.
La community pubblica 1.703 contributi. La soluzione comprime le probabilità
next-token di sei donor in una tabella di transizione, poi usa SVD per
trasferirle in embedding e output head e aggiunge contesto con modifiche sparse
ai blocchi. Il punteggio passa da 3,3923 a 1,899 bit per byte, chiudendo il 62%
del divario da un GPT-2 124M addestrato.
La discendenza include 145 commit di 15 account. Le 165 verifiche indipendenti
non riportano fallimenti entro la tolleranza. Ma i primi 18 risultati spiegano
circa il 98% del miglioramento; i successivi 1.106 guadagnano solo 0,03 bpb.
La memoria condivisa non elimina i doppioni. Tra 696 coppie di punteggi identici
di account diversi, il 63% arriva entro un’ora e l’80% entro sei. Il lavoro
converge su una “spina dorsale” stretta. Dopo un intervento umano che mostra
cluster e diversità, un agente segue un ramo SSM poco esplorato e supera 1,90 il
mattino successivo.
Questo non dimostra che Agora migliori la scoperta per unità di compute: manca
il confronto controllato con agenti isolati, log cronologico e planner centrale.
Mostra però che una memoria utile deve rendere verificabili dipendenze,
risultati negativi, riproduzioni e concentrazione dell’attenzione.
Vai al paper
> Scalare ricercatori autonomi senza scalare le loro istituzioni rischia di
> trasformare il compute in ricerca duplicata. Il salto non è avere più agenti,
> ma una memoria pubblica che mostri il leader e ciò che tutti ignorano.
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MATH AND AI: RISOLVERE PROBLEMI NON ESAURISCE IL PROGRESSO SCIENTIFICO
La recente dichiarazione pubblicata su Math and AI solleva un punto molto
sensato: confondere la capacità di risolvere problemi matematici con il
progresso della matematica rischia di essere fuorviante. OpenAI, Anthropic,
Google e gli altri grandi laboratori stanno inevitabilmente usando benchmark e
problemi sempre più difficili anche per mostrare i muscoli dei propri modelli. È
comprensibile: sono risultati misurabili, confrontabili e molto efficaci dal
punto di vista comunicativo.
Ma la ricerca scientifica è qualcosa di più complesso. Risolvere un problema non
significa necessariamente comprendere meglio un campo. La matematica avanza
anche attraverso la formulazione delle domande giuste, la costruzione di nuovi
concetti, il giudizio sulla rilevanza dei risultati, il confronto con la
letteratura, la verifica e la capacità di collegare idee provenienti da ambiti
diversi.
Math and AI: risolvere problemi non esaurisce il progresso scientifico
Terence Tao aveva già sottolineato recentemente un punto simile: il vero valore
di questi sistemi emergerà sempre di più dalla collaborazione tra esseri umani e
AI, non dalla semplice competizione tra i due. Ed è probabilmente questo il
cambiamento più interessante.
Se il costo di generare ipotesi, calcoli, dimostrazioni preliminari e
alternative continuerà a diminuire, il collo di bottiglia si sposterà.
Diventeranno ancora più importanti il giudizio, l’intuizione, la capacità di
scegliere cosa vale la pena approfondire e la conoscenza profonda del dominio.
In altre parole, più potenti diventano questi strumenti, più preziose possono
diventare le competenze di chi sa usarli bene.
Il rischio reale non è soltanto che l’AI produca risultati sbagliati, ma anche
che produca una quantità enorme di risultati formalmente corretti ma difficili
da valutare, contestualizzare e assimilare. Potremmo arrivare a un punto in cui
produrre nuova matematica candidata diventa economico, mentre comprenderne
davvero il significato resta costoso.
La trasformazione quindi non riguarda semplicemente la sostituzione degli
esperti, ma una nuova divisione del lavoro cognitivo.
Vai alla dichiarazione
> Come spesso accade con le tecnologie più potenti, i risultati migliori
> arriveranno dalla cooperazione: esperti di dominio capaci di usare sistemi
> sempre più avanzati per esplorare più velocemente, verificare meglio,
> collegare conoscenze e spostare più in alto il livello della ricerca.
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TIMESFM ZERO-SHOT: IL VALORE DELLE INFORMAZIONI GIÀ NOTE SUL FUTURO
Ho provato TimesFM di Google Research, su un dataset sintetico di ecommerce con
quattro mercati: UK, Germania, Francia e USA. TimesFM è un foundation model per
serie temporali: gli si fornisce lo storico di una variabile, per esempio la
revenue giornaliera, e il modello prova a prevederne l’andamento futuro.
Il test è stato eseguito completamente in zero-shot. Significa che TimesFM non è
stato allenato sui dati dell’e-commerce: nessun training, nessun fine-tuning,
nessun tuning dei pesi e nessun ciclo di addestramento. Ho semplicemente fornito
il dataset, definito il target da prevedere e, in alcuni test, aggiunto
informazioni già note sul futuro. TimesFM 3.0 può infatti usare anche le
cosiddette covariate: variabili che non vogliamo prevedere, ma che possono
aiutare la previsione. Nel mio caso, la covariata più utile era il calendario
delle promozioni già pianificate.
TimesFM zero-shot: il valore delle informazioni già note sul futuro
Ho quindi fatto un backtest: il modello vede tutto ciò che è successo fino al 2
agosto 2026 e deve prevedere i 30 giorni successivi. Noi conosciamo già quei 30
giorni, quindi possiamo confrontare forecast e realtà.
Con la sola revenue storica, TimesFM 3.0 ottiene un WAPE del 17,4%. Aggiungendo
il calendario delle promo, l’errore scende al 12,3%: circa il 29% di riduzione
relativa. Il miglioramento si concentra proprio dove dovrebbe: nei giorni
promozionali il WAPE passa dal 27,1% al 13,7%, mentre nei giorni normali resta
praticamente invariato.
Questo è il punto chiave: il modello non “conosce il futuro”. Usa informazioni
future che l’azienda conosce già, come una promozione programmata. Ho provato
anche la modalità multivariata, facendo prevedere insieme i quattro paesi. In
questo dataset non ha portato vantaggi: le altre serie non contenevano
abbastanza informazione anticipatoria.
Vai al post di Google
Un aspetto stupefacente è che ho eseguito i test completamente gestiti da Kimi
Agent Swarm, nel suo ambiente di sviluppo. Io ho fornito il dataset e il link al
repository e ho dato istruzioni dettagliate sulle operazioni da compiere. Infine
ho chiesto di eseguire l'ablation test con diverse configurazioni.
> Il test mostra due aspetti: il modello può funzionare zero-shot su un nuovo
> dataset e le covariate possono migliorare molto la previsione quando
> contengono un segnale utile.
Vai al progetto
La repo supporta comunque anche il fine-tuning, incluso LoRA, per chi vuole
adattare ulteriormente il modello a un dominio specifico.
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TIMESFM 3.0 SU WALMART: QUANDO UNA VERIFICA PIÙ RIGOROSA CAMBIA L’ESITO
> Un nuovo test su TimesFM 3.0 di Google, con risultati che trovo straordinari.
Parliamo di una classe di sistemi che applica al forecasting delle serie
temporali una logica simile a quella degli LLM, imparando schemi generali da
enormi quantità di dati e riutilizzandoli su problemi mai visti prima.
L’ho testato sul dataset M5 di Walmart: vendite giornaliere reali, 9 serie
aggregate, prezzi, festività e SNAP (i sussidi alimentari statunitensi). Un
dettaglio importante: M5 non fa parte dei dati di pre-training di TimesFM 3.0.
TimesFM 3.0 su Walmart: quando una verifica più rigorosa cambia l’esito
Tutto il lavoro è stato realizzato dentro Kimi Agent Swarm con Kimi K3: dati,
modello di confronto, fine-tuning, debugging, rolling backtest, test statistici,
ablation e grafici.
Per evitare conclusioni basate su un solo periodo, il confronto usa 8 finestre
da 28 giorni (rolling backtest). Il fine-tuning è stato scelto solo sui dati di
validazione e il test è stato calcolato una sola volta, a modello congelato.
Come riferimento ho usato LightGBM, un modello di machine learning classico
addestrato sui dati, con feature costruite a mano e riaddestrato a ogni
finestra.
Risultato medio sugli 8 test, misurato in WAPE (errore percentuale ponderato):
* TimesFM 3.0 zero-shot: 7,57%
* LightGBM: 8,59%
* TimesFM 3.0 fine-tuned con LoRA: 7,59%
TimesFM, senza alcun training su M5 (zero-shot), supera LightGBM, che invece
viene addestrato appositamente sui dati a ogni finestra. Il fine-tuning leggero
con LoRA non aggiunge un miglioramento misurabile. Nella prima prova, su una
sola finestra, sembrava funzionare; con un protocollo più rigoroso quell’effetto
scompare. Anche questo, per me, è un risultato importante.
Ho anche fatto un’ablation su SNAP: azzerando o spostando questa covariata,
l’errore aumenta proprio nei giorni SNAP. Quindi il modello usa davvero
quell’informazione per costruire le previsioni. I grafici mostrano la
variabilità tra periodi, il comportamento sulle singole serie e lungo i 28
giorni, l’effetto di SNAP e dove si concentra l’adattamento LoRA.
> Il punto che mi porto a casa: un foundation model per serie temporali può
> arrivare già zero-shot a prestazioni superiori, in questo test, a una pipeline
> ML costruita e addestrata appositamente. E un protocollo più severo può
> smentire una conclusione iniziale sul fine-tuning: è parte del valore
> dell’esperimento.
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GEMINI AGENTIC VIDEO UNDERSTANDING
Ho provato l'Agentic Video Understanding di Gemini, usando il modello 3.7 Flash
via API: il risultato è impressionante. In un video di 91 minuti ho cercato tre
elementi molto specifici: una donna bionda con cappotto chiaro e borsa rossa
mentre attraversa sulle strisce; un'auto in galleria del vento avvolta da un
flusso d'aria azzurro; il momento esatto in cui compare a schermo la stringa
“Yield to Jaywalker”.
Gemini li ha trovati tutti con grande precisione, individuando i punti corretti
del video. In media, ogni ricerca ha richiesto circa 30-40 secondi. Eseguendo
richieste analoghe senza Agentic Video Understanding, il modello non raggiunge
la stessa precisione e restituisce intervalli temporali non corretti.
Gemini Agentic Video Understanding: cercare dettagli in 91 minuti
Il motivo sta nel modo in cui funziona questa modalità. Normalmente, per
comprendere un video, un modello multimodale campiona il contenuto secondo una
frequenza prestabilita e analizza molte informazioni, anche quando gran parte
del video non è rilevante per la richiesta. Con Agentic Video Understanding,
invece, Gemini decide autonomamente come esplorare il video: può individuare le
sezioni potenzialmente rilevanti, saltare quelle inutili, tornare su un segmento
e aumentare temporaneamente la frequenza dei frame analizzati quando deve
osservare un evento molto breve o un dettaglio specifico.
In altre parole, non “guarda” tutti i 91 minuti nello stesso modo: ragiona su
dove cercare e su quanto approfondire. È questo comportamento agentico a rendere
interessante un test del genere. Non sto chiedendo un riassunto generale del
video, ma di trovare un dettaglio visivo che può apparire per pochi secondi
all'interno di oltre un'ora e mezza di contenuto.
Secondo Google, questo approccio può ridurre il consumo di token fino all'88%, i
costi fino al 66% e migliorare l'accuratezza fino al 7%.
> Al di là dei benchmark, però, nel test la differenza più evidente è stata
> un'altra: la capacità di trasformare un video molto lungo in qualcosa di
> realmente interrogabile. Per archivi video, registrazioni di eventi, lezioni,
> webinar, contenuti industriali o grandi librerie multimediali, significa poter
> cercare non soltanto “di cosa parla il video”, ma “in quale momento preciso si
> manifesta un evento”.
Vai alla documentazione
Ed è un salto qualitativo notevole rispetto alla semplice comprensione
multimodale.
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YANN LECUN: PREVEDERE IL MONDO SENZA RICOSTRUIRE OGNI PIXEL
Yann LeCun, in un talk all'ETH di Zurigo, sostiene che un world model non deve
generare il futuro, ma prevederne una rappresentazione astratta. Oltre alle
critiche note agli LLM, spiega come addestrare questi modelli senza farli
collassare. LeCun parte da un fallimento personale: per circa dieci anni ha
provato a far prevedere a una rete i fotogrammi successivi di un video,
ottenendo immagini sfocate. Il futuro di una scena ha infinite versioni
plausibili e un modello che ricostruisce i pixel ne produce la media. Col testo
non succede: i token possibili sono finiti.
La risposta è JEPA (Joint Embedding Predictive Architecture): due encoder
trasformano presente e futuro in rappresentazioni, e la previsione avviene tra
queste, non tra i pixel. Il sistema può scartare ciò che non è prevedibile, come
l'aspetto del pubblico in un'aula ripresa solo in parte.
Il talk di Yann LeCun
Vai al video completo
Questa libertà ha un prezzo: il modo più semplice per azzerare l'errore è
ignorare l'input e dare sempre la stessa rappresentazione. È il "collasso", e
gran parte della ricerca su JEPA serve a impedirlo.
La soluzione preferita da LeCun è SIGReg, introdotta nel paper LeJEPA con
Randall Balestriero. Le rappresentazioni di un batch vengono proiettate su molte
direzioni casuali e per ognuna la distribuzione dei punti viene spinta verso una
gaussiana. Con abbastanza direzioni, l'insieme diventa una gaussiana isotropa,
uguale in ogni direzione: variabili indipendenti, quindi informative.
LeWorldModel usa lo stesso regolarizzatore per un world model condizionato sulle
azioni, addestrabile su una sola GPU. LeCun ammette che SIGReg non è ancora
stato scalato: i risultati su larga scala vengono da V-JEPA, che evita il
collasso con altre tecniche.
V-JEPA, addestrato solo a completare video mascherati, offre l'evidenza più
interessante: se nel video accade qualcosa di impossibile, come una palla che
scompare, il suo errore di previsione sale di colpo. È la "violazione delle
aspettative" con cui gli psicologi verificano cosa ha imparato un neonato.
> Per un world model la scelta decisiva è cosa non prevedere. La fluidodinamica
> ignora le molecole per calcolare il flusso attorno a un'ala; un modello che
> guida un robot o un impianto deve anticipare le conseguenze di un'azione al
> dettaglio utile a pianificare, non rendere la scena realistica.
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CHATGPT IMAGES 2.5: TEST DI COERENZA, TESTO ED EDITING CONTROLLATO
OpenAI ha presentato ChatGPT Images 2.5, con miglioramenti su quattro fronti che
nei workflow creativi fanno la differenza: qualità visiva, editing più preciso,
maggiore coerenza tra modifiche successive e generazione più veloce. OpenAI
dichiara una latenza ridotta fino al 50% rispetto a Images 2.0, insieme a una
migliore fedeltà alle immagini di riferimento e a una gestione più accurata di
istruzioni complesse, texture, luci e composizione.
Via API, la nuova famiglia si articola in due modelli: GPT-Image-2.5 Flare,
pensato come scelta standard per velocità, qualità e volumi elevati, e
GPT-Image-2.5 Sunburst, orientato ai workflow premium in cui servono più
precisione e controllo sugli edit.
ChatGPT Images 2.5: test di coerenza, testo ed editing controllato
Per i miei test ho usato proprio gpt-image-2.5-sunburst via API. Nelle immagini
si vedono alcuni esempi: ho messo sotto stress il modello sulla coerenza di un
volto dopo un cambio radicale di luce, sul testo fitto in italiano, sulla
fedeltà di un prodotto reale con scritte e incisioni minuscole e sulla capacità
di mantenere ammaccature e usura durante una rimessa in scena.
I risultati più interessanti non sono soltanto estetici. Nel ritratto la
struttura del volto resta coerente. Una copertina di rivista mantiene titoli,
accenti, numeri e gerarchia grafica. Su una fotocamera è servito un secondo run
per correggere un dettaglio testuale. Su una moka, invece, difetti e segni d’uso
restano coerenti anche dopo aver ricostruito scena e illuminazione.
Ho provato Sunburst anche dentro un agente automatizzato per la generazione di
creatività social. Qui il compito non era produrre soltanto una bella immagine,
ma arrivare a un asset già composto: fotografia, branding, logo, tipografia,
gerarchia visiva e spazio per il copy. Il modello diventa così un componente di
una pipeline creativa automatizzata.
Anche l’esperienza in ChatGPT si amplia. Sketch permette di disegnare
direttamente una reference da usare come guida; arrivano template per poster,
merchandising e foto prodotto; si possono inserire commenti direttamente sulle
immagini per indicare cosa modificare e condividere un’immagine insieme al
prompt che l’ha generata.
Vai al post di OpenAI
> Dai test emerge un cambio di prospettiva: Images 2.5 è più adatto a processi
> iterativi e controllati, in cui si costruisce e rifinisce un asset mantenendo
> identità, dettagli e vincoli lungo più passaggi.
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SEEDANCE 2.5: BOZZE ECONOMICHE E DIREZIONE CREATIVA RIUTILIZZABILE
ByteDance ha rilasciato tre novità interessanti per la generazione video con
Seedance 2.5: una Draft Mode per esplorare idee a basso costo, l'output nativo
in 1080p e le Skill personalizzate. Tre tasselli che, insieme, raccontano dove
sta andando la generazione video: dal "tentativo fortunato" al flusso di lavoro
professionale.
Draft Mode. Si genera in 480p per esplorare idee più velocemente e a costo
minore; quando si trova l'inquadratura giusta, si genera il finale in 1080p
nativo, mantenendo un alto grado di coerenza in composizione, movimento e
direzione creativa. Non è un semplice upscaling: il modello usa la bozza
selezionata per generare una nuova versione in 1080p, riutilizzando prompt,
materiali di riferimento, seed, aspect ratio e durata. Struttura e movimento
restano, ma il dettaglio è nativo. Prima si valida l'idea, poi si investe nel
render finale. I numeri ufficiali: per una clip finale di 5 secondi, il
risparmio cresce dal 32% con 2 tentativi al 77% con 20 tentativi; con una media
di 4 tentativi è circa il 57%, quasi raddoppiando la velocità complessiva. Il
punto è che la voce di costo principale nella generazione video è la fase di
campionamento ripetuto, e la Draft Mode attacca esattamente quella.
Seedance 2.5: bozze economiche
1080p nativo: frame più nitidi e pronti per la produzione, con colore nativo a
10-bit, texture più ricche e illuminazione e tonalità della pelle più naturali.
Il 10-bit conta più di quanto sembri: offre margine in fase di color grading
prima che compaia il banding, tipico punto di rottura quando il footage AI viene
montato in una timeline colorata.
Skill personalizzate: si possono definire stili, componenti e inquadrature
richiamabili in ogni prompt. Il rinnovato Dreamina AI Web le integra insieme a
Canvas, con Camera Skills e Style Skills pensate per riusare la propria
direzione creativa. In pratica, la "ricetta" creativa smette di vivere dentro
ogni singolo prompt e diventa un asset: la si scrive una volta e la si applica a
tutte le generazioni successive.
> Il quadro: bozze economiche per esplorare, qualità nativa per il render
> finale, direzione creativa codificata e riutilizzabile. La generazione video
> smette di essere una lotteria e inizia ad assomigliare a una pipeline di
> produzione.
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GUILLERMO RAUCH: SOFTWARE SU MISURA, INFRASTRUTTURA ED ENERGIA
In una lezione tenuta a Stanford, Guillermo Rauch (CEO di Vercel) ha tenuto
insieme tre trasformazioni che di solito raccontiamo separatamente: la fine del
SaaS “a taglia unica”, la nascita di un'infrastruttura pensata per gli agenti AI
e un'economia che si misura in token e in energia. Primo passaggio: il vibe
coding rende conveniente il software su misura. Per decenni il SaaS ha
ottimizzato un'interfaccia unica per milioni di clienti; negli esempi della
lezione, un CEO si rigenera da solo il gestionale del parcheggio e un team di
due persone ricostruisce il layer di presentazione di Salesforce, riusandone
però database e workflow. La tesi non è “il software muore”: muore il suo
presupposto economico. Quando generare codice costa quasi zero, il prodotto
standard perde senso e sopravvive chi si espone agli agenti con MCP, CLI e API.
Secondo passaggio: se gli agenti scrivono e rilasciano software, il cloud cambia
ospite. Servono deployment per i coding agent, “blocchi” componibili per
costruire i propri agenti (la “block economy” di Mitchell Hashimoto) e
un'infrastruttura self-driving che si ottimizza da sola. Attorno nascono
categorie specchiate rispetto al web: la “CDN per token” (osservabilità,
failover, caching semantico) e la sandbox come “EC2 degli agenti”, perché un
modello rende di più se gli metti a disposizione un computer, come il laptop
consegnato a un neoassunto il primo giorno.
Guillermo Rauch (CEO di Vercel) a Stanford
Vai al video completo
Terzo passaggio: cambia la contabilità. Al seat-based pricing subentra il
token-based pricing, che misura l'intelligenza erogata; i buyer-agenti vogliono
consumption-based pricing e iscrizione istantanea, non trimestri di call
commerciali. Per questo Rauch si dice short sui business di contenuti statici e
sui drag-and-drop builder (nati quando il codice era scarso) e long su chi opera
alla velocità dei token.
La chiusura della lezione dà il quadro fisico: l'intelligenza emerge come flusso
bidirezionale, entra energia ed esce intelligenza; non a caso il valore si
accumula al di sotto del modello: chip, data center, alimentazione,
raffreddamento.
> Tre facce della stessa moneta: software che si genera, infrastruttura che lo
> ospita, energia che lo alimenta. Chi legge un solo anello della catena rischia
> di capire a metà il cambiamento.
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Tag - Novità e Riflessioni
> Buon aggiornamento, e buone riflessioni..
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ASCOLTA L'AUDIO OVERVIEW CHE SINTETIZZA LE NOVITÀ
Il podcast è stato generato attraverso Gemini Notebook.
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QUANDO L’AI ESCE DALLE DEMO ED ENTRA NEI PROCESSI REALI
Ho fatto una chiacchierata con Raffaele Gaito su cosa succede davvero quando
l’AI esce dalle demo ed entra nei processi reali.
Quando l’AI esce dalle demo ed entra nei processi reali
Abbiamo parlato soprattutto di agenti AI e della distanza, ancora ampia, tra
potenzialità e affidabilità. Creare un proof of concept oggi può richiedere
pochi minuti; trasformarlo in un sistema che lavori migliaia di volte al giorno,
in modo stabile e con costi sostenibili, è un problema completamente diverso.
Il vero lavoro spesso non è nel modello, ma in tutto ciò che gli sta intorno:
dati, integrazioni, osservabilità, scalabilità, testing e controllo dei costi.
Anche per questo, in alcune sperimentazioni siamo riusciti a ridurre fino al 90%
il consumo degli agenti, utilizzando lo stesso modello e intervenendo sul layer
applicativo, sui tool e sulla quantità di informazioni inserite nel loop
agentico.
Agenti AI in produzione: la sindrome del proof of concept (e come uscirne)
Una chiacchierata con Raffaele Gaito su agenti AI, Web MCP e prompt engineering:
perché far funzionare un agente in demo è facile, ma renderlo affidabile in
produzione è un altro mestiere. Con le tecniche per tagliare i costi di un
agente del 90%, e una riflessione sul valore umano.
Ci siamo confrontati anche sul prompt engineering, che non considero affatto
morto. Modelli più performanti non “leggono nella mente”: seguono meglio le
istruzioni che ricevono.
Struttura, precisione e contesto diventano quindi ancora più importanti,
soprattutto nei sistemi agentici e nei flussi multimodali.
Un altro tema centrale è quello delle competenze. L’AI può produrre qualcosa di
bello o funzionante con indicazioni minime, ma la competenza permette di
ottenere esattamente ciò che si ha in mente, capire cosa accade nel processo e
mantenere il controllo sull’output.
Infine, abbiamo ragionato sul valore umano in uno scenario che cambia a grande
velocità.
Per me resta nella curiosità, nella sperimentazione continua e nella capacità di
condividere ciò che impariamo.
Un approfondimento
Molte applicazioni che oggi arrivano in produzione nascono da test fatti quando
ancora non esisteva un caso d’uso evidente. Chi aspetta il caso reale per
iniziare a sperimentare parte già in ritardo.
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DALLA BLACK BOX ALL’INGEGNERIA: COME PROGETTARE SISTEMI LLM AFFIDABILI
Vorrei partire da un commento ricevuto al video registrato con Raffaele Gaito:
> “Come fai a stabilire con certezza assoluta che la black box stocastica ti dia
> quell’output quando l’input cambia anche solo di un token?”
La risposta breve è: non lo stabilisci. E non è nemmeno quello che dovresti
cercare.
Dobbiamo evolvere il modo in cui concepiamo questi sistemi e superare l’idea che
espressioni come “black box stocastica” o “pappagallo stocastico” descrivano
davvero un moderno modello di frontiera.
Dalla black box all’ingegneria: come progettare sistemi LLM affidabili
Che un LLM generi il prossimo token a partire da una distribuzione
probabilistica è vero. Ma concludere che stia semplicemente “indovinando parole”
è un po’ come descrivere un computer dicendo che sposta elettroni.
> Tecnicamente vero. Concettualmente poco utile.
All’interno della rete emergono rappresentazioni che permettono al modello di
astrarre concetti, generalizzare, seguire istruzioni, pianificare azioni e
utilizzare strumenti.
Possiamo discutere a lungo se chiamare tutto questo “comprensione”. Dal punto di
vista ingegneristico, però, la questione interessante è un’altra: queste
capacità esistono, sono osservabili e possiamo misurarne l’affidabilità.
Ed è qui che cambia il paradigma. Nel software tradizionale chiediamo: dato
questo input, otterrò esattamente questo output?
Con un sistema generativo la domanda diventa: dato un insieme di input
possibili, quanto è affidabile il comportamento del sistema e come posso
mantenerlo entro confini accettabili?
> Qui entra in gioco l’harness.
Non semplicemente “un prompt migliore”, ma il sistema ingegneristico costruito
attorno al modello: eval automatiche, regression test, validazione degli output,
grounding tramite RAG, tool calling, osservabilità, versioning, fallback,
gestione degli errori e human-in-the-loop dove necessario.
Structured output, JSON, tool calling e orchestrazione non rendono
deterministico un LLM. Restringono, però, lo spazio delle azioni possibili,
rendono il comportamento più verificabile e aiutano a intercettare eventuali
deviazioni.
Quindi no: non “preghiamo la black box” sperando che al prossimo token vada
tutto bene.
Definiamo cosa significa “bene”. Lo misuriamo. Stressiamo il sistema.
Intercettiamo le regressioni. Progettiamo i failure mode.
La certezza assoluta è spesso una falsa esigenza.
L’obiettivo reale è molto più utile: affidabilità misurabile, governabile e
riproducibile su scala.
> È qui che finisce la demo e comincia l’ingegneria.
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SEEDANCE 2.5: IL NUOVO RIFERIMENTO PER LA GENERAZIONE VIDEO?
Nell'ultimo periodo ho potuto testare Seedance 2.5 di ByteDance e, per quanto
visto finora, credo che sia oggi uno dei modelli più potenti sul mercato per la
generazione video.
Seedance 2.5: test di generazione video
Ho realizzato due test.
Nel primo ho utilizzato più reference image: una mia immagine full body,
generata con GPT Image 2, un dettaglio del volto, uno delle scarpe e un
cappellino con la stampa del mio sito web. Ho costruito un prompt molto
strutturato, associando le diverse reference agli elementi della scena e
definendo una timeline precisa. Il risultato è stato un video di 24 secondi.
Nel secondo test sono partito da una sola reference image del mio volto. Anche
in questo caso ho scritto un prompt strutturato, con un richiamo esplicito alla
reference e una timeline dettagliata, ottenendo un video di 30 secondi.
Per quanto mi riguarda, i risultati sono andati oltre le aspettative. Non parlo
da tecnico del visual, ma sulla base del confronto con lo stato dell’arte che
conoscevo fino a questo momento. Dal mio punto di vista, i modelli video di
Google, come Veo e Omni, sono ancora lontani dalla qualità raggiunta da Seedance
2.5.
Ho scritto spesso che, nei modelli video, a stupire non è soltanto la qualità
dell’output, ma soprattutto l’aderenza alle istruzioni: in altre parole, il
controllo che il prompt permette di esercitare sul risultato. In questo caso,
stupiscono entrambe.
Seedance 2.5 produce infatti un output di qualità elevata, mantiene una notevole
coerenza con le reference e segue in modo estremamente preciso la timeline.
Identità, abbigliamento, accessori, movimenti e successione delle scene restano
sorprendentemente consistenti.
Mi ha colpito anche l’efficienza del processo. Nei test effettuati in passato
erano spesso necessari diversi cicli di generazione e ottimizzazione del prompt
per arrivare a un buon risultato. Per il primo video sono bastate due esecuzioni
e, analizzando il tentativo iniziale, mi sono accorto che il problema era nel
mio prompt. Per il secondo è stata sufficiente una sola generazione: “one shot,
one kill”.
TEST CON STORYBOARD
In un nuovo test ho lavorato su coerenza del personaggio, continuità tra le
inquadrature e controllo della regia. Partendo da una mia immagine di reference,
ho creato con GPT Image 2 uno storyboard di 12 inquadrature, definendo pose,
movimenti, angoli di ripresa e progressione della coreografia.
Ho poi combinato reference del volto, storyboard e un prompt strutturato in
sezioni, con indicazioni dettagliate su identità, abbigliamento, location,
sequenza shot-by-shot, camera ed editing. Il risultato, ottenuto in un’unica
generazione di 30 secondi, mostra un livello di controllo e coerenza molto
elevato: il personaggio resta riconoscibile, l’abbigliamento è stabile, la
location mantiene continuità e le inquadrature seguono bene la logica dello
storyboard.
Seedance 2.5: test con storyboard
Sono emerse anche alcune imprecisioni, come la variazione della pavimentazione
dell’helipad, ma il punto interessante è che l’errore era già presente nello
storyboard e il modello lo ha semplicemente ereditato.
> Nel complesso, reference personale, storyboard e prompt strutturato hanno
> prodotto un risultato molto convincente, con una qualità vicina a quella di un
> videoclip costruito e montato.
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QUANDO L’AI SEPARERÀ LA CONOSCENZA DALLA COMPRENSIONE
> Forse non ci rendiamo ancora pienamente conto del momento straordinario che
> stiamo vivendo con l’intelligenza artificiale applicata alla scienza.
Recentemente ho condiviso le slide di Mathematics in the Age of AI, ma consiglio
di guardare anche l’intervento di Terence Tao, perché contiene una riflessione
che va ben oltre l’AI intesa come semplice strumento per risolvere problemi.
Quando l’AI separerà la conoscenza dalla comprensione
Tao paragona il momento attuale a una delle grandi svolte della matematica
moderna: la crisi dei fondamenti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del
Novecento.
Allora i matematici furono costretti a interrogarsi su questioni radicali: che
cos’è una dimostrazione? Da quali assiomi possiamo partire? Che cosa sono i
numeri? Come si definisce un insieme? Come trattiamo l’infinito? Un sistema
matematico può dimostrare tutto ciò che è vero? Possiamo sapere se è privo di
contraddizioni?
Da queste domande nacquero o si svilupparono la logica matematica, la teoria
degli insiemi, il programma di Hilbert, i teoremi di Gödel e i risultati di
Church e Turing sui limiti della calcolabilità.
Il punto di Tao è che l’AI potrebbe costringerci a una riflessione altrettanto
profonda. Potremmo presto trovarci di fronte a un caso in cui un’AI dimostra un
teorema importante in modo corretto e formalmente verificabile, ma attraverso
una dimostrazione che nessun essere umano riesce realmente a comprendere.
> A quel punto, possiamo dire di aver capito qualcosa? O sappiamo soltanto che
> il teorema è vero?
Mathematics in the Age of AI - Terence Tao
La distinzione è decisiva. Una buona dimostrazione non serve soltanto a
certificare una verità: serve a spiegare perché è vera, a rivelare strutture,
connessioni e nuove idee.
La stessa questione, aggiungo io, potrebbe emergere nel software. Se i sistemi
di AI saranno in grado di scrivere, testare, verificare e modificare codice
autonomamente, potremmo avere software perfettamente funzionante ma non più
progettato per essere comprensibile agli esseri umani: codice per il quale
l’interpretabilità umana non è più un requisito.
Per secoli abbiamo quasi identificato il progresso scientifico con l’aumento
della comprensione umana. L’AI potrebbe separare, su larga scala, questi due
aspetti: potremmo sapere che qualcosa è vero, o che funziona, senza comprenderne
davvero il perché.
> Forse una delle grandi domande dei prossimi anni sarà proprio questa: quanto
> siamo disposti a separare il progresso della conoscenza dalla comprensione
> umana?
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SCRIVERE CODICE NON È PIÙ LA VERA SFIDA
Benoit Schillings, VP della Ricerca di Google DeepMind, sostiene che
l’ingegneria del software stia entrando in una nuova fase: il vero problema non
è più produrre righe di codice, ma capire cosa costruire, specificarlo
correttamente e verificarne il comportamento.
Schillings programma da circa 45 anni e individua tre fasi nell’evoluzione del
software. All’inizio il limite era rappresentato dalla macchina: poca potenza di
calcolo e la necessità di ottimizzare ogni istruzione. Con il cloud, il collo di
bottiglia è diventato la capacità umana di gestire sistemi sempre più complessi.
Ora, con l’AI, il limite si sta spostando ancora.
Benoit Schillings: scrivere codice non è più la vera sfida
Modelli come Gemini sono già molto efficaci nel generare funzioni e codice
quando il problema è ben specificato. Secondo Schillings, quindi, il lavoro
dell’ingegnere si concentra sempre più su architettura, decomposizione dei
problemi, verifica, sicurezza e gestione di codebase enormi senza introdurre
conseguenze impreviste.
> La sua tesi non è che l’ingegneria del software sia stata “risolta”, ma che la
> scrittura sintattica del codice stia progressivamente perdendo centralità.
Un altro passaggio interessante riguarda il self-play. Se i dati prodotti dagli
esseri umani disponibili per addestrare i modelli diventassero insufficienti, i
sistemi potrebbero creare autonomamente problemi di programmazione, tentare di
risolverli e valutare le proprie soluzioni. Un approccio simile a quello che ha
permesso ad AlphaZero di raggiungere prestazioni sovrumane attraverso
l’autoapprendimento.
Schillings sostiene inoltre che una quota molto elevata del nuovo codice
pubblicato su GitHub sia già generata dalle macchine.
Se il costo di generare software continuerà a diminuire, potrebbe cambiare anche
il modo in cui il codice viene controllato. In futuro, gran parte del codice
prodotto dai modelli potrebbe non essere più letto direttamente dagli esseri
umani, proprio come oggi quasi nessuno controlla l’assembly generato da un
compilatore.
Questo scenario apre anche una riflessione sui linguaggi di programmazione. Se
il codice sarà scritto e letto soprattutto dalle macchine, potrebbero emergere
linguaggi fortemente tipizzati e progettati più per garantire correttezza e
verificabilità che per facilitare la leggibilità umana.
> Il valore dell’ingegneria del software si sposterebbe così dalla semplice
> produzione di istruzioni alla specifica, verifica, architettura e comprensione
> dei sistemi complessi.
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QUANDO GLI AGENTI AI INIZIANO A COORDINARSI DA SOLI
OpenAI ha raccontato un caso particolarmente interessante di offensiva cyber
condotta end-to-end da sistemi di intelligenza artificiale, che ha coinvolto
anche l’infrastruttura di Hugging Face.
L’aspetto più significativo, però, non riguarda soltanto l’attacco in sé, ma il
modo in cui diversi agenti inizialmente isolati sono riusciti a organizzarsi e
collaborare autonomamente.
OpenAI stava conducendo numerose valutazioni di sicurezza su modelli
sperimentali. Ogni agente operava all’interno di una propria macchina virtuale,
senza accesso diretto a Internet, ma poteva utilizzare Artifactory, un servizio
interno condiviso per la gestione dei pacchetti.
Quando alcuni agenti si sono trovati davanti a task impossibili o incompleti,
hanno iniziato a cercare soluzioni alternative. Uno di loro ha scoperto di poter
scrivere file su Artifactory e ha lasciato un messaggio chiedendo agli altri
agenti se disponessero di un file che gli mancava.
Quando gli agenti AI iniziano a coordinarsi da soli
Altri agenti hanno trovato il messaggio e hanno iniziato a rispondere.
Da quel momento è emerso spontaneamente un vero e proprio sistema di
coordinamento: gli agenti si scambiavano informazioni, exploit e script, si
assegnavano compiti e utilizzavano comandi come “hold swarm” per sincronizzare
le attività. Alcuni payload venivano inoltre codificati in Base64.
Quando OpenAI ha eliminato il primo message board, gli agenti ne hanno creato un
altro sfruttando i nomi delle directory di Artifactory. Avevano persino iniziato
a utilizzare prefissi come “ZZ” per far comparire i loro messaggi in fondo agli
elenchi ordinati alfabeticamente.
Questa collaborazione ha aumentato enormemente le loro capacità.
Gli agenti hanno individuato e concatenato diverse vulnerabilità
nell’infrastruttura di OpenAI, ottenendo esecuzione di codice, privilegi root e
accesso a credenziali e cluster interni.
Parallelamente hanno attaccato l’infrastruttura di Hugging Face, sfruttando due
vulnerabilità zero-day nella gestione dei dataset e riuscendo a passare da un
singolo pod a privilegi amministrativi su più cluster in meno di 13 ore.
Il punto centrale del talk è chiaro: l’offensiva cyber completamente
automatizzata non è più soltanto un’ipotesi teorica.
Decine o centinaia di agenti possono lavorare contemporaneamente, condividere
immediatamente ciò che scoprono e riutilizzare exploit, informazioni e
credenziali trovati dagli altri.
Per OpenAI, questo cambia profondamente anche il problema della difesa.
Automatizzare soltanto la scoperta delle vulnerabilità non sarà sufficiente:
serviranno sistemi capaci di automatizzare l’intero ciclo di risposta, dalla
detection alla patch, fino al deployment e all’eventuale rollback.
> Perché se l’attacco diventa completamente automatizzato mentre la difesa
> continua a dipendere da processi umani, il divario in termini di velocità e
> scala rischia di diventare strutturale.
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GOOGLE PRESENTA GEMINI 3.7 FLASH: LA GUERRA DEI PREZZI CONTINUA
> Google presenta Gemini 3.7 Flash, il nuovo modello pensato soprattutto per
> coding, agenti AI e workflow complessi, con miglioramenti rilevanti rispetto a
> Gemini 3.6 Flash, presentato appena tre settimane prima.
Sul fronte del coding, Google dichiara progressi importanti nei benchmark
dedicati al software engineering, debugging e generazione di codice pronto per
la produzione. Migliora anche nello sviluppo web, dove il modello dovrebbe
riuscire a creare applicazioni più complete e a seguire con maggiore precisione
screenshot, immagini e design system.
Gemini 3.7 Flash: performance
Un altro salto riguarda i task ad alta densità informativa, come quelli nei
settori della finanza, del diritto e delle bioscienze. Nei benchmark citati da
Google, Gemini 3.7 Flash migliora sensibilmente anche nella gestione di
documenti complessi e workflow di automazione.
Ma il punto forse più interessante riguarda gli agenti AI. Il modello è stato
ottimizzato per seguire meglio le istruzioni, pianificare task multi-step,
utilizzare strumenti esterni e gestire gli ostacoli con maggiore autonomia.
L'obiettivo è ridurre tentativi ripetuti, errori e necessità di supervisione
umana.
Poi c'è il prezzo.
Gemini 3.7 Flash viene lanciato a un prezzo di 0,75 dollari per milione di token
in input e 3,75 dollari per milione in output: la metà del prezzo originale di
Gemini 3.6 Flash.
È un segnale piuttosto chiaro della direzione che sta prendendo il mercato: non
basta più avere il modello più potente. Conta sempre di più il rapporto tra
capacità, velocità, affidabilità e costo reale per task.
Vai al post di Google
Gemini 3.7 Flash sembra costruito esattamente attorno a questa idea: abbastanza
intelligente da gestire workflow complessi, abbastanza veloce da essere
utilizzato su larga scala e abbastanza economico da rendere sostenibili agenti e
applicazioni AI in produzione.
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PLUME: IL CINEMA GENERATIVO DIVENTA UNA VERA PRODUZIONE
Dave Clark ha presentato PLUME, un cortometraggio sci-fi realizzato con AI
generativa e finalista al Best International AI Film degli Australian AI Film
Awards.
Con oltre 21 minuti di durata, PLUME è il progetto GenAI più lungo realizzato
finora da Clark. La storia segue Walker, un astronauta diretto verso Encelado
durante una missione legata alla crisi idrica terrestre, fino alla scoperta di
una possibile forma di vita aliena.
PLUME, un cortometraggio AI di Dave Clark
Clark ha scritto, diretto e montato personalmente il film. Non ha ancora
pubblicato un making-of tecnico completo, ma, incrociando le informazioni
disponibili, emerge una pipeline molto più vicina a una produzione
cinematografica tradizionale che al semplice “text-to-video”.
Runway Gen-4 sembra essere stato uno dei principali modelli video utilizzati,
anche se non è possibile confermare che ogni inquadratura sia stata generata con
lo stesso sistema. Il metodo di Clark, documentato in altri suoi breakdown,
parte da script, shot list, character design, ambienti e reference visive, per
poi costruire le singole inquadrature attraverso image-to-video, coverage
cinematografico e molteplici take.
La vera difficoltà, infatti, non è generare un bel clip di pochi secondi, ma
mantenere personaggi, costumi, ambienti, illuminazione e linguaggio visivo
coerenti per più di 20 minuti. Clark stesso ha spiegato che uno dei principali
problemi del filmmaking GenAI è evitare il “model drift” e portare poi il
materiale a una qualità adatta allo streaming.
Nel suo workflow pubblico compaiono anche strumenti come ElevenLabs per il
voice-to-voice, Magnific per l’upscaling, Premiere Pro per editing e sound,
DaVinci Resolve per il color grading e FilmConvert per grain e halation. Non
tutti questi strumenti, però, sono stati confermati specificamente per PLUME.
> Il risultato mostra bene la direzione che sta prendendo il cinema generativo:
> non un singolo prompt capace di produrre autonomamente un film, ma pipeline
> ibride in cui regia, montaggio, continuità, sound design e finishing restano
> processi fortemente controllati dall’autore.
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CHATGPT ADS: TARGETING CONVERSAZIONALE SENZA ACCESSO AI PROMPT DEGLI UTENTI
> Con l’arrivo di ChatGPT Ads in Europa, c’è un aspetto importante da chiarire:
> ricerche, prompt e conversazioni degli utenti non saranno messi a disposizione
> degli inserzionisti.
OpenAI potrà utilizzare il contesto e l’intento della conversazione per
stabilire quali annunci mostrare, ma questo non significa che l’advertiser potrà
leggere ciò che una persona ha scritto in chat.
ChatGPT Ads si espande in Europa
Agli inserzionisti saranno invece disponibili dati e metriche aggregate sulle
performance delle campagne, come impression, clic, CTR, CPC, CPM e conversioni,
oltre a strumenti come OpenAI Pixel, Conversions API e integrazioni con
piattaforme di misurazione esterne.
Il reporting potrà inoltre includere segmentazioni per elementi come Paese,
dispositivo o prodotto, ma non un elenco delle query o dei prompt utilizzati
dagli utenti.
La differenza è sostanziale: l’intento espresso in una conversazione può
contribuire alla selezione dell’annuncio senza che il contenuto della
conversazione venga esposto all’inserzionista.
Vai al post di OpenAI
È uno degli aspetti più interessanti del modello pubblicitario di ChatGPT: una
forma di targeting basata sul contesto conversazionale, accompagnata dalle
tradizionali metriche pubblicitarie, ma senza trasformare i prompt degli utenti
in un report consultabile dagli advertiser.
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AGENTI AI E MACHINE LEARNING ENGINEERING: QUANTO POSSONO DAVVERO AMPLIFICARE IL
LAVORO?
Ho voluto capire quanto un agente AI possa davvero supportare il lavoro di un
Machine Learning Engineer, non limitandosi a scrivere codice, ma gestendo in
autonomia interi cicli di sperimentazione, misurazione e correzione. Per il test
ho utilizzato Claude Code CLI.
Nel primo esperimento ho fornito all’agente un dataset sintetico di marketing e
un obiettivo semplice: prevedere il fatturato utilizzando variabili come budget,
advertising, segmento cliente, prodotto, canale ed engagement.
Claude Code CLI: primo esperimento
L’agente ha costruito la pipeline, testato diverse reti neurali, confrontato
architetture, learning rate, funzioni di loss, tecniche di regolarizzazione e
trasformazioni del target, applicato l’early stopping e confrontato le reti con
CatBoost.
Il risultato? 38 esperimenti, di cui 31 dedicati al training di reti neurali. A
vincere non è stata la rete più complessa, ma una piccola MLP da circa 6.000
parametri, con un R² sul test pari a 0,963.
> Poi ho voluto alzare drasticamente il livello.
Nel secondo test ho utilizzato dati commerciali reali anonimizzati di Olist e ho
posto una domanda molto più vicina a un problema di business reale:
> “Alla data T, utilizzando solo ciò che era già noto in quel momento, quanto
> fatturerà ciascun seller nei successivi 30 giorni?”
Claude Code CLI: secondo esperimento
Qui il lavoro è diventato decisamente più complesso.
Claude Code ha ricostruito le relazioni tra più dataset, generato oltre 82.000
snapshot storici point-in-time, creato feature sul comportamento dei seller,
controllato il future leakage e introdotto una rolling validation temporale con
purge.
Ha quindi eseguito 46 esperimenti, confrontando reti neurali, CatBoost e modelli
a due stadi.
Con circa il 38% dei casi a fatturato zero, il sistema migliore è risultato
essere un modello two-stage: prima stima la probabilità che il seller venda nei
successivi 30 giorni, poi prevede quanto fatturerà nel caso in cui venda.
Sul periodo futuro, mai utilizzato durante lo sviluppo, il modello ha ottenuto
circa 961 BRL di RMSE, 365 BRL di MAE e un R² pari a 0,52.
Un risultato molto meno “perfetto” rispetto a quello ottenuto sul dataset
sintetico, ma proprio per questo molto più interessante: si tratta di dati
reali, rumorosi, sbilanciati e difficili.
L’agente ha inoltre individuato le aree in cui il modello funziona peggio,
identificato le feature che influenzano maggiormente le previsioni, costruito
intervalli di incertezza, dashboard, API e persino una simulazione dell’utilizzo
del modello in produzione.
La parte che trovo più interessante, però, non è il singolo risultato. È il
ciclo:
esperimento → misura → errore → ipotesi → nuovo test
Sono tutte attività che un ML Engineer può certamente svolgere, ma che
richiedono una quantità enorme di tempo e attenzione.
Con una direzione umana forte, agenti come Claude Code CLI possono comprimere
significativamente questo effort e permettere di esplorare molte più
alternative.
> L’obiettivo, quindi, non è sostituire il Machine Learning Engineer.
> È amplificarlo.
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DARIO AMODEI TRA REGOLAZIONE DELL’AI, INTERESSI DI ANTHROPIC E COMPETIZIONE
GLOBALE
Dario Amodei ha pubblicato due post su X dedicati a regolazione dell’AI,
concentrazione del potere, open weights e fiducia del pubblico.
La sua tesi è che una buona regolazione non debba proteggere i leader di
mercato, ma rallentare soprattutto i laboratori di frontiera, lasciando più
spazio ai challenger. Allo stesso tempo, sostiene che la fiducia nell’AI non si
conquisti con il marketing, ma attraverso risultati concreti.
Dario Amodei tra regolazione dell’AI, interessi di Anthropic e competizione
globale
È una posizione coerente e convincente. Oggi, però, va letta anche alla luce
della posizione di Anthropic.
L’azienda si prepara a una possibile IPO di grandi dimensioni e ha interesse a
presentarsi come uno dei pochi operatori sufficientemente affidabili da gestire
sistemi di AI avanzati. Dire che “servono regole severe anche per noi” può
essere perfettamente sincero, ma produce anche un effetto strategico: rafforza
l’idea che i modelli di frontiera debbano essere sottoposti a standard e test
che le organizzazioni più capitalizzate sono in grado di affrontare meglio.
C’è poi il tema della Cina. Amodei sostiene che l’AI tenda a concentrare il
potere perché le scaling laws premiano chi dispone di più capacità di calcolo e
capitale, e che gli open weights attenuino solo in parte questo fenomeno.
> Ma modelli come Kimi, DeepSeek e Qwen stanno mettendo questa tesi alla prova:
> maggiore efficienza, costi più bassi e open weights possono ridurre il
> vantaggio competitivo dei grandi laboratori statunitensi.
Regolamentare anche i modelli open quando si avvicinano alla frontiera ha quindi
una doppia natura: può essere una misura di sicurezza sensata, ma coincide anche
con l’interesse competitivo di Anthropic. I modelli cinesi, aperti ed economici,
rappresentano infatti una minaccia concreta per i modelli proprietari
occidentali.
Anche il discorso sul marketing contiene una tensione interessante. Amodei
afferma di non voler fare promesse vuote e sostiene che il pubblico si fiderà
dell’AI quando vedrà risultati reali. Allo stesso tempo, prevede che l’AI
potrebbe contribuire a curare la maggior parte delle malattie nell’arco di 5-10
anni.
È, in altre parole, un anti-hype che contiene una previsione estremamente
ambiziosa.
Vai al post di Amodei
Non ne ricaverei che Amodei stia facendo lobbying travestito da filosofia. Le
sue idee sulla sicurezza precedono l’eventuale IPO e mostrano una coerenza
reale. Ma oggi convinzioni personali, interessi di Anthropic e politica
industriale statunitense tendono inevitabilmente a sovrapporsi.
La parte più interessante è osservare come la sua filosofia stia diventando
anche una strategia competitiva: i frontier models come categoria speciale, la
regolazione come barriera ma anche come garanzia, la fiducia come vantaggio
competitivo e gli open weights accettabili finché non diventano abbastanza
potenti da modificare gli equilibri del mercato.
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ANTHROPIC E IL TAM DA 30.000 MILIARDI: LA VERA PARTITA È LA VALUE CAPTURE
“Anthropic dirà agli investitori di vedere oltre 30.000 miliardi di dollari di
ricavi potenziali”, titola il Wall Street Journal. Reuters rilancia: “Anthropic
prevede oltre 30.000 miliardi di dollari di ricavi potenziali”.
Il numero è enorme, ma va interpretato correttamente: Anthropic non sta dicendo
che realizzerà 30.000 miliardi di dollari di ricavi. Sta parlando di TAM, Total
Addressable Market, cioè dell’opportunità teorica annua di ricavo nel caso in
cui riuscisse a catturare il 100% del mercato indirizzabile.
Gli articoli di WSJ e Reuters su Anthropic
La parte più interessante riguarda però il modo in cui questo mercato viene
definito. Secondo Reuters, Anthropic considera le attività lavorative che
potrebbero essere svolte dai modelli di intelligenza artificiale.
Il perimetro, quindi, assomiglia sempre più al mercato globale del lavoro
cognitivo, non semplicemente a quello del software.
Se Claude può scrivere codice, fare ricerca, analizzare documenti, supportare
clienti o automatizzare processi, il confronto non è più soltanto con quanto le
aziende spendono in software, ma con quanto costa oggi svolgere quelle stesse
attività.
Il confronto con i 28.500 miliardi di dollari di TAM indicati da SpaceX/xAI è
interessante, ma solo fino a un certo punto. Siamo entrati nelle “TAM Olympics”:
allargando sufficientemente il perimetro, è relativamente facile arrivare a
numeri giganteschi.
La domanda importante, quindi, non è se il TAM sia di 20, 30 o 40 mila miliardi
di dollari. È quale parte di questo mercato potrà realmente trasformarsi in
ricavi per i provider di AI.
Anthropic stima circa 190-200 miliardi di dollari di ricavi nel 2028. Anche
ipotizzando 200 miliardi, significherebbe catturare appena lo 0,7% di un TAM da
30.000 miliardi.
Sarebbe interessante vedere il dettaglio dei diversi revenue stream. La mia
scommessa è che una quota enorme arriverà dall’Enterprise: coding, agenti,
knowledge work e automazione dei workflow.
> E OpenAI? Applicando la stessa logica potrebbe costruire un TAM ancora più
> ampio, includendo consumer, advertising, commerce, developer ecosystem e nuovi
> device.
Per questo il numero davvero importante non è il TAM. È la value capture: quanta
parte del valore economico generato dall’AI finirà nelle mani dei model provider
e, soprattutto, con quali margini.
La tesi implicita è molto più ambiziosa: Anthropic non sta pensando soltanto al
mercato del software. Sta cercando di catturare una quota dell’economia globale
del lavoro cognitivo.
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GLM-5.3: IL PROSSIMO SALTO DELL’AI POTREBBE ARRIVARE DAL POST-TRAINING
Mentre il Financial Times parla di Anthropic come candidata a una delle IPO più
ambiziose della storia, Z.ai sta mostrando che la prossima battaglia
dell’intelligenza artificiale potrebbe giocarsi altrove: non su modelli sempre
più grandi, ma su quanto riesci a estrarre da quelli che hai già.
GLM-5.3 usa lo stesso base model di GLM-5.2. Il salto prestazionale arriva quasi
interamente dal post-training. Ed è un salto notevole.
GLM-5.3: performance
Nel benchmark interno Z.ai Code Bench passa dal 20,9% al 31,4%. Su
Terminal-Bench 3.0 sale dal 4,6% al 28,3%. Su DeepSWE dal 46,2% al 66,9%. Su
AutomationBench dal 26,2% al 48,2%.
> Il punto, però, non è soltanto che il modello “scrive codice meglio”.
Z.ai sta addestrando il modello su traiettorie di lavoro molto più lunghe:
analizzare repository, formulare ipotesi, usare strumenti, eseguire test,
osservare i risultati, correggere gli errori e continuare fino alla soluzione. È
il passaggio dal coding assistant all’agente software.
Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti: la
cybersecurity.
Secondo Z.ai, GLM-5.3 ha individuato 2.436 vulnerabilità in 269 progetti
software durante i propri test. Su CyberGym raggiunge l’84,5%, mentre su
ExploitBench passa dal 24,4% di GLM-5.2 al 54,4%.
Non perché sia stato costruito esclusivamente come modello cyber, ma perché un
agente capace di comprendere sistemi software complessi, diagnosticarli e
modificarli sviluppa naturalmente competenze molto vicine alla security. Questo
è probabilmente il vero significato di GLM-5.3.
> Il prossimo salto dell’AI potrebbe non richiedere necessariamente un nuovo
> pretraining gigantesco. Potrebbe arrivare da reinforcement learning più
> sofisticato, ambienti migliori, verifier più affidabili e da una quantità
> molto maggiore di compute investito nel post-training e nell’inferenza.
C’è però un prezzo: queste capacità richiedono traiettorie lunghe, molti token,
numerose tool call e maggiore capacità computazionale.
E c’è anche un problema di sicurezza. Z.ai ha annunciato che i pesi di GLM-5.3
non verranno rilasciati immediatamente, ma soltanto dopo ulteriori valutazioni e
attività di hardening, proprio a causa delle capacità cyber emerse durante
l’addestramento.
Vai al post di Z.ai
Forse la competizione sui foundation model sta entrando in una nuova fase: meno
ossessione per il modello base, più attenzione a ciò che accade dopo.
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QWEN 3.8-MAX: IL NUOVO MODELLO DI ALIBABA PER CODING, AUTOMAZIONE E LAVORO
PROFESSIONALE
> Alibaba presenta Qwen 3.8-Max, il suo modello più avanzato, progettato per
> affrontare attività di coding, lavoro professionale e automazione di lungo
> periodo.
Il modello utilizza un’architettura da 2,4 trilioni di parametri, con 95
miliardi di parametri attivi. I pesi aperti di Qwen 3.8-Max saranno pubblicati
prossimamente, insieme a quelli di Qwen 3.8-27B.
Tra le capacità evidenziate dal team Qwen c’è lo sviluppo software autonomo per
oltre dieci giorni, partendo da una cartella vuota e procedendo attraverso cicli
continui di implementazione, test e autocorrezione. Il modello è stato inoltre
impiegato per produrre risultati professionali in settori come diritto, finanza,
progettazione, ingegneria, sanità e analisi dei dati.
Qwen 3.8-Max: test e performance
Qwen 3.8-Max è pensato anche per attività di lunga durata. Nei test presentati
ha gestito oltre 500 iterazioni di ottimizzazione di un circuito hardware e una
simulazione di gestione e-commerce estesa su 365 giorni, adattando
progressivamente le proprie decisioni sulla base dei risultati ottenuti.
Un altro elemento centrale è l’intelligenza multimodale nativa. La visione non
viene utilizzata soltanto per comprendere immagini, documenti e video, ma anche
come sistema continuo di verifica durante l’esecuzione. Il modello può osservare
i propri risultati intermedi, individuare errori e modificare autonomamente il
piano di lavoro.
Qwen 3.8-Max viene descritto dal team come un agente capace di pianificare,
utilizzare strumenti, coordinare sotto-agenti e correggere la propria strategia
attraverso cicli di feedback.
Vai al post
Il modello è disponibile tramite Qwen Studio e QwenCloud. I prezzi API
annunciati sono di 2 $ per milione di token in input e 6 $ per milione di token
in output.
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GROK 4.6 PUNTA SUGLI AGENTI AI E SUL RAPPORTO PREZZO/PRESTAZIONI
Grok 4.6 è il nuovo modello di xAI pensato soprattutto per i workload agentici:
task lunghi, sviluppo software, ricerca, utilizzo di tool e creazione di
applicazioni complete.
> Rispetto a Grok 4.5, xAI dichiara una maggiore capacità di mantenere il
> contesto attraverso molti passaggi, verificare il proprio lavoro e iterare
> autonomamente su codice e interfacce.
La parte più interessante, però, è il posizionamento economico. Grok 4.6 parte
da 2 dollari per milione di token in input e 6 dollari in output. Il costo
dell’input è nella stessa fascia di modelli come Claude Sonnet 5 e Gemini 3.1
Pro, mentre quello dell’output è particolarmente aggressivo: Sonnet 5 costa 10
dollari, Gemini 3.1 Pro 12, Claude Opus 5 arriva a 25 e GPT-5.6 Sol a 30.
Grok 4.6 punta sugli agenti AI e sul rapporto prezzo/prestazioni
Nei coding agent, dove l’output può crescere rapidamente tra ragionamento,
codice, tool call e revisioni, questa differenza può diventare significativa.
Interessanti anche i primi dati di Arena AI. In Code Arena: WebDev, Grok 4.6
High debutta in settima posizione con 1618 punti, rispetto alla tredicesima
posizione e ai 1553 punti di Grok 4.5. Si trova praticamente nello stesso gruppo
di GPT-5.6 Sol xHigh, sesto con 1622 punti, e Claude Fable 5, quinto con 1627.
Questo non significa che i modelli siano equivalenti in assoluto: Arena misura
le preferenze tra gli output e la classifica può cambiare con l'aumentare dei
voti. Il segnale, però, è rilevante: xAI sta cercando di offrire prestazioni da
modello frontier con un'economia molto più vicina a quella dei modelli orientati
al rapporto prezzo/prestazioni.
Vai al post di xAI
> Alla fine, il parametro più utile non sarà il semplice costo per milione di
> token, ma il costo per task completato correttamente: quanti tentativi
> servono, quante correzioni sono necessarie e quanta autonomia reale riesce a
> mantenere l'agente.
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GEMINI OMNI 1.1 FLASH: LA GENERAZIONE VIDEO DIVENTA PIÙ CONTROLLABILE
Google ha annunciato Gemini Omni 1.1 Flash, un aggiornamento pensato per rendere
la generazione video più controllabile, veloce e adatta a flussi di produzione
reali.
> Ho effettuato alcuni test utilizzando immagini di riferimento insieme a un
> prompt testuale.
Gemini Omni 1.1 Flash: un test
Tra le novità più interessanti c’è la possibilità di estendere le scene fino a
40 secondi complessivi, mantenendo il contesto visivo dei segmenti precedenti.
È inoltre possibile controllare il primo e l’ultimo fotogramma, così da
costruire con maggiore precisione transizioni, movimenti di camera e loop.
Per accelerare il processo creativo, Omni 1.1 Flash permette di generare
rapidamente bozze a 360p, con costi inferiori, così da testare più varianti
prima di passare al rendering finale. Una volta scelta la versione migliore, il
video può essere prodotto in 1080p o 4K.
Il modello può anche utilizzare brevi video di riferimento per preservare
elementi come movimento, stile, personaggi e contesto visivo. In questo modo il
processo diventa meno dipendente dal singolo prompt e più vicino a un flusso di
lavoro creativo strutturato.
Vai al post di Google
> L’approccio proposto da Google consiste infatti nel generare rapidamente
> diverse versioni, confrontarle, rifinire regia e transizioni e solo alla fine
> produrre l’output ad alta risoluzione.
La generazione video si sposta così dal semplice schema “prompt → video” verso
uno strumento più vicino a una regia programmabile, con maggiore controllo su
continuità, camera, riferimenti e iterazioni creative.
Google cita già integrazioni e utilizzi con Adobe Firefly, Figma Weave, GMI
Cloud e Runway.
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OPENAI INTRODUCE LE IMMAGINI CON SFONDO TRASPARENTE IN GPT IMAGE 2
> OpenAI introduce la possibilità di generare immagini con sfondo trasparente
> attraverso GPT Image 2.
Le immagini che ho condiviso sui social sono frutto dei miei test: il risultato
è ottimo e trovo questa funzionalità particolarmente interessante e,
soprattutto, utile.
La novità permette di creare direttamente asset PNG con alpha channel, senza
dover prima generare un’immagine tradizionale e rimuovere lo sfondo in un
secondo momento.
GPT Image 2: immagini con sfondo trasparente
È un cambiamento particolarmente utile per i workflow di design, marketing e
presentazioni, perché consente di ottenere elementi grafici già pronti per
essere sovrapposti a sfondi, layout e template differenti.
Tra i casi d’uso mostrati da OpenAI ci sono prodotti e-commerce riutilizzabili
in campagne stagionali, grafici da inserire in presentazioni aziendali, icone e
sticker per template di design e illustrazioni destinate al print-on-demand.
Il vantaggio è evidente soprattutto quando il soggetto contiene dettagli
difficili da scontornare, come vetro, nastri, fibre sottili o bordi complessi.
Generare direttamente la trasparenza può ridurre aloni, ritagli imprecisi e
interventi manuali di post-produzione.
Dal punto di vista tecnico, è possibile richiedere un output PNG con
background="transparent". Il prompt resta però determinante: conviene descrivere
il soggetto come un elemento isolato ed evitare richieste che introducano scene,
pannelli, fondali o cornici.
OpenAI suggerisce inoltre di verificare programmaticamente che l’immagine
contenga realmente un alpha channel e di introdurre controlli di qualità su
trasparenza, bordi, coerenza visiva e correttezza dei contenuti.
Vai alla documentazione
> Ho effettuato personalmente questa verifica tramite Python e il risultato è
> stato perfetto.
Il punto più interessante è il cambio di prospettiva: l’immagine generata
dall’AI non è più soltanto un output finale, ma diventa un vero asset grafico
modulare e riutilizzabile, pronto per essere integrato all’interno di workflow
automatizzati.
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FLUX UPSCALE PORTA I VIDEO FINO AL 4K CON LA SUPER-RESOLUTION GENERATIVA
Black Forest Labs ha presentato FLUX Upscale, uno strumento pensato per portare
video generati o esistenti fino al 4K, intervenendo non solo sulla risoluzione,
ma anche sugli artefatti tipici dei video generati con l’AI.
Accetta input a partire da 480p e offre fattori di upscale di 1,5×, 2× e 3×. Il
sistema è ottimizzato in particolare per gli output di FLUX 3 e cerca di
correggere problemi come volti impastati, texture a griglia e artefatti su
elementi complessi, ad esempio acqua ed erba.
FLUX Upscale: alcuni esempi
Sono disponibili due modalità. Precise utilizza 4 step, costa 0,07 dollari per
megapixel al secondo ed è pensata per preservare maggiormente identità e
dettagli originali. Creative utilizza invece 8 step, costa 0,10 dollari per
megapixel al secondo e interviene in modo più aggressivo nella ricostruzione dei
dettagli, con un rischio maggiore di modificare alcuni elementi del video.
FLUX Upscale è disponibile come tool standalone, tramite API BFL e nel
playground.
Vai al progetto
Più che un semplice ridimensionamento, il sistema si avvicina a un processo di
super-resolution generativa con componenti di restauro. L’obiettivo è rendere
utilizzabili in contesti ad alta risoluzione video generati inizialmente a
dimensioni più contenute.
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DEEPSEEK HARNESS: UN’ARCHITETTURA MODULARE PER COSTRUIRE AGENTI AI
> Oltre a lanciare V4-Pro, DeepSeek ha rilasciato DeepSeek Harness v0.1,
> un’infrastruttura open source pensata per chi costruisce agenti AI.
Il progetto, distribuito con licenza MIT, parte da un’idea molto precisa:
“Everything is a plugin”.
GitHub - deepseek-ai/deepseek-harness: DeepSeek Harness: Everything is a Plugin.
DeepSeek Harness: Everything is a Plugin. Contribute to
deepseek-ai/deepseek-harness development by creating an account on GitHub.
In DeepSeek Harness praticamente ogni componente dell’agente viene trattato come
un modulo sostituibile: modelli, tool, skill, sessioni, sandbox, filesystem,
agent loop, orchestrazione e interfaccia utente.
Questo significa che l’harness non impone necessariamente uno stack rigido. In
teoria è possibile utilizzare DeepSeek come modello, una sandbox Docker, un
filesystem remoto e una determinata UI, per poi sostituire uno di questi
elementi senza dover riprogettare l’intera architettura.
Alla base c’è Cordis, il meta-framework utilizzato per gestire la composizione
dei plugin, le loro dipendenze e il loro ciclo di vita.
Un’altra scelta interessante riguarda le sessioni: l’attività dell’agente viene
rappresentata come un log di eventi append-only. Messaggi, chiamate ai tool,
risultati, step e turni diventano eventi che possono essere registrati e
ricostruiti, con vantaggi in termini di debugging, persistenza, replay e
auditabilità.
Il punto, quindi, non è semplicemente che DeepSeek abbia pubblicato un altro
framework per agenti. Con Harness sta proponendo un’architettura in cui anche
parti normalmente considerate core, come l’agent loop, il modello, il sistema di
tool o la sandbox, diventano componenti intercambiabili.
Vai al progetto
L’open source e la licenza MIT rendono inoltre possibile la nascita di un
ecosistema di plugin sviluppati da terze parti.
> È un approccio che sposta l’attenzione dal singolo agente all’infrastruttura
> con cui gli agenti vengono costruiti, eseguiti e modificati.
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KIMI AGENT SWARM: ORCHESTRARE DECINE DI AGENTI PER AFFRONTARE RICERCHE COMPLESSE
Ho testato Kimi Agent Swarm in modo approfondito e lo trovo uno strumento
straordinario per le elaborazioni su larga scala, soprattutto quando un problema
può essere scomposto in molte attività indipendenti che devono poi essere
ricomposte in un risultato coerente.
Un esempio concreto è la costruzione di un osservatorio sull’ecosistema mondiale
degli AI Agent, affidando al sistema attività di ricerca, verifica delle fonti,
classificazione, scoring, ranking, analisi delle contraddizioni, audit dei dati
e produzione finale di diversi artefatti, tra cui dataset, PDF e un sito web
navigabile.
Kimi Agent Swarm: un test per la creazione di un osservatorio
Il risultato finale comprende 225 prodotti e progetti analizzati, 693 fonti e
127 contraddizioni documentate, oltre a metriche di qualità, grafici, matrici
comparative e un red-team audit su 50 record.
> La parte più interessante, però, è osservare come lavora Kimi Agent Swarm.
Il modello parte con una fase di reasoning, durante la quale scompone il
problema e decide quali attività possono essere eseguite in parallelo. A quel
punto crea diversi sub-agenti specializzati, che lavorano contemporaneamente
utilizzando strumenti come ricerca web, terminale, API e codice.
Quando un gruppo di agenti termina il proprio lavoro, il sistema raccoglie i
risultati, esegue un nuovo passaggio di reasoning, individua ciò che manca o ciò
che deve essere verificato e avvia una nuova ondata di sub-agenti.
Il processo continua così per più cicli: decomposizione, esecuzione parallela,
consolidamento e nuova decomposizione.
Kimi Agent Swarm, basato su K3, è quindi qualcosa di diverso dal semplice “far
rispondere più agenti alla stessa domanda”. È un vero e proprio sistema di
orchestrazione, nel quale un modello centrale crea e coordina dinamicamente una
squadra di agenti e decide come distribuire il lavoro durante l’esecuzione.
> In questo test il sistema ha lavorato per circa tre ore.
Il risultato non è perfetto — e, su un progetto di questa scala, sarebbe
sorprendente il contrario — ma la capacità di gestire una ricerca così ampia,
produrre artefatti differenti e soprattutto tornare sui propri risultati
attraverso ulteriori cicli di verifica è l’aspetto che mi ha colpito di più.
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KIMI K3: DALLA GENERAZIONE DI CODICE ALLA CREAZIONE DI APPLICAZIONI COMPLETE
Ho fatto qualche test con Kimi K3 nello sviluppo di semplici applicazioni
pratiche e la prima impressione è stata ottima, soprattutto per la capacità di
trasformare richieste abbastanza generiche in strumenti completi e realmente
utilizzabili.
Un esempio è un’applicazione per lavorare con i PDF direttamente dal browser.
Nel prompt avevo chiesto di poter caricare un documento, scegliere una pagina,
convertirla in immagine, ritagliarla, aggiungere frecce, riquadri e testi ed
esportare il risultato.
Kimi K3: generazione di un'applicazione completa
Il modello ha realizzato PDF Studio, andando parecchio oltre la richiesta
iniziale. Ha costruito un’interfaccia completa con miniature delle pagine,
toolbar per l’editing, pannello delle proprietà e strumenti di esportazione.
Ha aggiunto autonomamente anche funzioni per unire PDF, estrarre o dividere
pagine, recuperare il testo dal documento, esportare più pagine in ZIP e creare
PDF annotati. Sono presenti inoltre strumenti come penna ed evidenziatore, undo
e redo, gestione delle annotazioni, rotazione delle pagine e scorciatoie da
tastiera.
La parte più interessante dei test, però, non è tanto questa specifica
applicazione quanto il processo di sviluppo. Il modello interpreta i requisiti,
progetta l’interfaccia, scrive diversi componenti ed esegue cicli di test e
correzione, fino alle verifiche finali di funzionamento.
Ho eseguito test simili anche con altri modelli e, tra quelli provati finora,
Kimi K3 ha prodotto uno dei risultati più completi, rifiniti e soprattutto
funzionanti già dalla prima esecuzione.
Vai all'applicazione
PDF Studio è solo un esempio, ma rende bene l’idea di quanto questi modelli
stiano rapidamente passando dalla semplice generazione di codice alla
costruzione di piccole applicazioni complete.
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KIMI LINEAR: MENO FULL ATTENTION, PIÙ EFFICIENZA SENZA PERDERE QUALITÀ
> Il paper su Kimi Linear è interessante perché mette in discussione
> un’assunzione diventata quasi standard negli LLM: per ottenere la massima
> qualità non è necessariamente utile utilizzare la full attention in ogni
> layer.
La full attention è molto espressiva, ma sui contesti lunghi diventa costosa: il
calcolo cresce rapidamente e la KV cache aumenta con la lunghezza della
sequenza. Le architetture di linear attention cercano da tempo di risolvere il
problema comprimendo il passato in uno stato di memoria compatto, ma
storicamente hanno pagato questa efficienza con performance peggiori,
soprattutto nel retrieval preciso.
> Kimi Linear prova a superare questo compromesso attraverso un’architettura
> ibrida.
Kimi Linear: meno full attention, più efficienza senza perdere qualità (paper)
Tre layer su quattro utilizzano Kimi Delta Attention (KDA), mentre uno utilizza
full attention MLA. KDA deriva da Gated DeltaNet, ma introduce un meccanismo di
forgetting molto più fine: ogni dimensione della memoria può avere un proprio
tasso di decadimento. In pratica, il modello può controllare meglio cosa
conservare, aggiornare o dimenticare.
Il risultato più interessante è che il guadagno di efficienza non sembra
richiedere un sacrificio evidente in termini di qualità.
Nei confronti controllati, i modelli hanno la stessa scala (48 miliardi di
parametri totali e 3 miliardi attivati) e vengono addestrati con la stessa
ricetta su 1,4 trilioni di token. Kimi Linear supera mediamente la baseline
full-attention sia nei benchmark short-context sia in quelli long-context,
mostrando anche una dinamica migliore durante il reinforcement learning
matematico.
Sul lungo contesto, il vantaggio hardware diventa particolarmente rilevante:
fino al 75% in meno di KV cache e, a 1 milione di token, fino a 6,3× di
throughput nel decoding nelle configurazioni che sfruttano un batching più
ampio.
Nel test con batch size 1 il vantaggio è più contenuto, circa 2,2× nel decoding.
Il dato del “6×”, quindi, va interpretato soprattutto come un vantaggio in
termini di throughput e capacità complessiva del sistema.
Vai al paper
Il punto centrale non è che la full attention sia stata eliminata: non lo è. Il
paper suggerisce invece che potrebbe essere inutile sostenerne il costo in ogni
layer.
Una memoria ricorrente molto più economica nel 75% della rete, combinata
periodicamente con attenzione globale, può offrire un rapporto migliore tra
qualità, memoria e velocità.
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ANTHROPIC E IL WATERMARK DI CLAUDE: TRASPARENZA REALE O ADEMPIMENTO FORMALE?
> Anthropic presenta un sistema per riconoscere i contenuti generati o
> modificati con Claude. Ma si tratta di una soluzione davvero efficace o
> soprattutto di un modo per dimostrare di aver fatto la propria parte sul
> fronte della trasparenza richiesta dall’AI Act?
Si tratta di sistemi di marcatura dei contenuti prodotti o elaborati da Claude.
How Claude marks AI-generated content | Anthropic Help Center
Per il testo viene utilizzato un watermark invisibile, pensato per sopravvivere
alle modifiche. Per file come immagini PNG, JPG e SVG, invece, possono essere
incorporati metadati di provenienza firmati secondo lo standard C2PA.
L’obiettivo è lasciare una traccia del passaggio di un contenuto attraverso
Claude e, in prospettiva, permettere a utenti e terze parti di verificare la
presenza di queste marcature.
Il punto, però, è che la stessa Anthropic riconosce limiti piuttosto importanti.
Una marcatura positiva non dimostra necessariamente che Claude abbia creato il
contenuto: potrebbe averlo soltanto corretto, tradotto, riassunto o modificato.
Allo stesso modo, l’assenza di una marcatura non dimostra che il contenuto sia
stato prodotto da una persona. Il watermark può degradarsi dopo modifiche
sostanziali, parafrasi o traduzioni, mentre i metadati possono sparire in
seguito a conversioni di formato, screenshot o rimozioni intenzionali.
Per questo il sistema sembra molto più solido come strumento di provenienza che
come vero metodo forense. Ed è qui che nasce la provocazione.
Implementare watermark, metadati e strumenti di verifica permette di dimostrare
concretamente di aver adottato misure di trasparenza. Ma senza dati pubblici su
falsi positivi, falsi negativi, resistenza alle riscritture, alle traduzioni e
alle manipolazioni, è difficile valutare quanto questo sistema sia davvero
efficace nel riconoscere i contenuti generati dall’AI.
Vai alla documentazione
> Più che un detector affidabile, oggi sembra quindi un’infrastruttura di
> provenienza con limiti ben definiti: utile, ma molto meno definitiva di quanto
> possa suggerire l’idea di “riconoscere i contenuti generati dall’AI”.
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META AI: GLI OUTPUT INIZIANO A DIVENTARE DAVVERO INTERESSANTI
Con i nuovi modelli di testo e immagini appena rilasciati, gli output di Meta AI
iniziano a diventare davvero interessanti.
Ho testato l’agente dedicato agli artefatti, utilizzando un prompt per creare
una presentazione che spiegasse in modo semplice cosa sono le reti neurali
artificiali, fornendo anche il contesto necessario.
Un esempio di generazione di presentazioni usando Meta AI
Avevo fatto lo stesso test diverso tempo fa, ottenendo un output praticamente
inutilizzabile. Oggi siamo a un livello nettamente superiore: il risultato
rappresenta già una buona base di partenza su cui lavorare per arrivare alla
presentazione finale.
Il tutto è modificabile direttamente dall’interfaccia ed esportabile in PPTX
oppure direttamente in Google Presentazioni.
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MUSE SPARK 1.2: LA MULTIMODALITÀ PASSA DALLA COMPRENSIONE ALL’AZIONE
I modelli di Meta crescono: l’aggiornamento Muse Spark 1.2 introduce nuovi
progressi nell’intelligenza multimodale, con particolare attenzione alla
capacità di comprendere immagini, video, audio e testo e trasformare queste
informazioni in azioni concrete.
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il visual coding. Muse Spark 1.2 può
partire da un’immagine o da un video, comprenderne struttura, layout e stile e
ricostruirli sotto forma di codice funzionante. Può quindi generare pagine web,
interfacce o esperienze interattive, verificare il risultato e correggerlo in
modo iterativo.
Muse Spark 1.2: la multimodalità
La multimodalità viene applicata anche alla robotica. Una versione specializzata
del modello può interpretare l’ambiente, distinguere oggetti simili, scomporre
un obiettivo complesso in attività più semplici e coordinare modelli che
eseguono fisicamente le azioni. Meta mostra esempi che vanno dall’organizzazione
di oggetti alla preparazione di un pranzo.
Sul fronte audio-video, Muse Spark 1.2 combina comprensione dei contenuti,
descrizioni dettagliate e utilizzo di strumenti esterni. Il passaggio rilevante
è proprio questo: non limitarsi a riconoscere ciò che accade in un video, ma
utilizzare quelle informazioni per costruire workflow, generare contenuti o
svolgere attività.
Meta introduce anche WildArtifactBench, un benchmark pensato per valutare agenti
multimodali in scenari reali, dove spesso non esiste una singola risposta
corretta. I risultati vengono confrontati attraverso win rate ed Elo,
utilizzando sia valutazioni automatiche sia giudizi umani.
Muse Spark viene già utilizzato internamente da Meta anche per la generazione di
contenuti multimediali, insieme a Muse Image e Muse Video.
Vai al post di Meta
> La multimodalità sta quindi passando dalla semplice capacità di “vedere e
> capire” a quella di percepire, ragionare, utilizzare strumenti e produrre un
> risultato concreto.
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GEMINI ROBOTICS 2: L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE ENTRA NEL MONDO FISICO
> Google DeepMind ha presentato Gemini Robotics 2, una nuova generazione di
> modelli progettata per rendere i robot più autonomi, adattabili e capaci di
> operare in ambienti reali.
La novità principale è il controllo intelligente dell’intero corpo: un robot
umanoide può camminare, piegarsi, mantenere l’equilibrio, afferrare oggetti e
collocarli con precisione, coordinando movimenti che coinvolgono gambe, braccia,
mani e dita.
Gemini Robotics 2: l’intelligenza artificiale entra nel mondo fisico
Il sistema si basa su tre componenti:
1. Gemini Robotics 2 traduce immagini e istruzioni linguistiche in azioni
motorie, controllando robot umanoidi e piattaforme a due bracci.
2. Gemini Robotics ER 2 gestisce il ragionamento ad alto livello: osserva
l’ambiente, pianifica attività articolate, comunica con le persone, verifica
i risultati e corregge eventuali errori.
3. Gemini Robotics On-Device 2 funziona direttamente sull’hardware, riducendo
la dipendenza dalla rete e la latenza. Può inoltre essere adattato a robot
con forme, sensori e gradi di libertà differenti utilizzando poche ore di
dati e, generalmente, meno di 200 esempi.
Migliora anche la destrezza. I robot possono controllare mani a cinque dita per
svolgere azioni delicate, come annodare fili o chiudere sacchetti, e utilizzare
pinze a due dita per compiti di manipolazione e imballaggio di precisione.
Un altro progresso riguarda la collaborazione tra robot. Sistemi diversi possono
comunicare, coordinarsi e suddividere attività complesse, eseguendo sequenze
della durata di diversi minuti e gestendo centinaia di decisioni.
Sul fronte della sicurezza, DeepMind introduce ASIMOV-Agentic, un benchmark che
valuta la capacità dei robot di rifiutare azioni pericolose, riconoscere
situazioni di incertezza, richiedere l’intervento umano e fermarsi quando una
persona si avvicina troppo.
Vai al post di Google
Gemini Robotics 2 rappresenta quindi un passo verso un’intelligenza artificiale
fisica generalista, capace di integrare percezione, linguaggio, ragionamento,
movimento e collaborazione all’interno di robot progettati per lavorare accanto
alle persone.
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JALAPEÑO: IL PRIMO CHIP CUSTOM DI OPENAI PER L’INFERENZA AI
> OpenAI ha presentato i primi risultati di Jalapeño, il suo primo chip custom
> progettato specificamente per l’inferenza AI.
L’obiettivo non è semplicemente realizzare un acceleratore più veloce, ma
ottimizzare insieme chip, memoria, networking, software e sistemi rack-scale per
i carichi di lavoro dei moderni modelli linguistici.
Nei benchmark citati da OpenAI su GPT-OSS 120B, DeepSeek R1 e Kimi K2.5,
Jalapeño mostra fino a 1,5–1,9 volte più lavoro AI per watt al picco di
throughput e una latenza end-to-end da 1,7 a 3,6 volte inferiore rispetto ai
sistemi di confronto. Nei workload più interattivi, il vantaggio prestazionale
arriva fino a 4,1 volte.
Jalapeño: il primo chip custom di OpenAI per l’inferenza AI
Una parte importante di questi risultati deriva dalla riduzione degli
spostamenti di dati e dalla gestione locale di elementi come la KV cache, con
benefici sia nella fase di prefill sia nel decode token per token.
Interessante anche il processo di sviluppo: OpenAI afferma di essere passata dal
design iniziale al tapeout in nove mesi, utilizzando modelli AI per esplorare
diverse implementazioni, verificare il progetto e ottimizzare i circuiti.
Codex e Astra sono stati poi utilizzati per adattare modelli open-weight
all’hardware. In alcuni blocchi specifici di GPT-OSS, le implementazioni
generate dall’AI sono risultate 1,5–1,8 volte più veloci di quelle sviluppate da
esperti umani.
Jalapeño rappresenta quindi soprattutto un segnale strategico: OpenAI vuole
integrare sempre di più modelli, software e infrastruttura hardware per ridurre
costi e latenza dell’inferenza e aumentare la quantità di calcolo ottenibile a
parità di energia.
Vai al post di OpenAI
Il deployment nella propria infrastruttura è previsto entro la fine del 2026,
mentre una seconda generazione è già in fase avanzata di sviluppo e una terza
generazione è in fase di progettazione.
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WIKISKILL: QUANDO L’ESPERIENZA DEGLI AGENTI AI DIVENTA CONOSCENZA
Google Research ha pubblicato un paper interessante su come gli agenti AI
possano migliorare nel tempo senza limitarsi a riscrivere continuamente le
proprie istruzioni.
Il framework si chiama WikiSkill e parte da un’idea precisa: l’esperienza
accumulata durante l’esecuzione dei task non dovrebbe restare dispersa nei log
né essere trasformata immediatamente in nuove skill. Dovrebbe prima diventare
conoscenza persistente e strutturata.
WikiSkill separa quindi tre elementi: l’esperienza grezza dell’agente, la
conoscenza accumulata e le skill operative. Le traiettorie complete vengono
conservate, gli errori ricorrenti e le strategie efficaci vengono consolidati in
una wiki persistente e, a partire da questa base, vengono proposte nuove
modifiche alle skill.
WikiSkill: il paper di Google Research
Il ciclo è continuo: l’agente esegue i task, un componente analizza le
traiettorie e aggiorna la wiki, un altro propone modifiche alle skill e un
sistema di validazione decide se accettarle o effettuare un rollback. Una skill
può essere scartata, mentre la conoscenza accumulata nella wiki rimane.
I risultati riportati su cinque benchmark e diversi modelli Qwen, Gemma e Gemini
mostrano che WikiSkill supera in media i precedenti metodi di skill evolution e
migliora quasi sempre le prestazioni rispetto all’assenza di skill.
Un dato particolarmente interessante riguarda la scala dei modelli: nella
famiglia Qwen, il miglioramento medio ottenuto con WikiSkill cresce da +12,3
punti sul modello 4B a +23,9 punti sul 27B. Allo stesso tempo, un Qwen 9B con
skill evolute raggiunge il 47,4%, superando il Qwen 27B senza skill, fermo al
39,4%.
Le skill risultano inoltre trasferibili tra modelli e, in alcuni casi, una skill
sviluppata da un altro modello funziona meglio di quella auto-evoluta. Questo
suggerisce una distinzione importante tra scoprire una buona procedura e avere
la capacità di eseguirla bene.
> Il punto centrale del paper è quindi questo: per costruire agenti che
> migliorano nel tempo, potrebbe non bastare accumulare più contesto o
> aggiornare continuamente le istruzioni.
Vai al paper
Serve una memoria intermedia capace di trasformare l’esperienza in conoscenza
riutilizzabile, dalla quale far evolvere procedure sempre più efficaci.
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I LIMITI TEORICI DEL DENSE RETRIEVAL: PERCHÉ IL SINGLE-VECTOR NON BASTA SEMPRE
Un paper di Google DeepMind, “On the Theoretical Limitations of Embedding-Based
Retrieval”, pubblicato a ICLR 2026, mette in discussione un’idea che spesso
diamo per scontata: che basti migliorare i modelli per rendere il dense
retrieval sempre più preciso.
Gli autori mostrano che esiste un limite più profondo. Se rappresentiamo ogni
documento con un solo vettore e utilizziamo una funzione di similarità per
recuperare i risultati, a una dimensione fissata esistono combinazioni di
documenti rilevanti che quel sistema non può rappresentare correttamente.
> Non è quindi solo un problema di training, dati o qualità del modello: è un
> limite della rappresentazione single-vector.
On the Theoretical Limitations of Embedding-Based Retrieval
Per dimostrarlo, gli autori costruiscono LIMIT, un dataset con query molto
semplici, come “chi ama le mele?”, e documenti altrettanto semplici. Eppure
molti embedding model state of the art faticano, mentre architetture più
espressive, come multi-vector e cross-encoder, ottengono risultati migliori.
Questo si collega bene al sistema che avevo descritto nel mio articolo sul
motore di discovery, basato su bi-encoder per massimizzare il recall e
cross-encoder per aumentare la precisione.
Feed, contenuti, intelligenza: il nuovo motore della discovery
Una condivisione dei 3 studi più interessanti che mi hanno accompagnato nel
2025. Un viaggio tra dati, AI e automazioni che stanno ridefinendo il motore
della discovery.
Il bi-encoder serve a cercare velocemente all’interno di un corpus enorme. Query
e documento vengono trasformati separatamente in embedding, così i documenti
possono essere pre-calcolati e indicizzati.
Il cross-encoder interviene invece in una fase successiva: prende query e
documento insieme e valuta la rilevanza con molta più espressività, ma a un
costo computazionale troppo elevato per essere utilizzato direttamente su
milioni di contenuti.
Il paper aggiunge però una precisazione importante: il bi-encoder non è
semplicemente meno preciso. In alcuni casi può essere proprio meno espressivo.
Questo cambia il modo in cui conviene interpretarne il ruolo: non come giudice
finale della rilevanza, ma come candidate generator. Il suo obiettivo principale
diventa quindi non perdere i documenti giusti.
Qui entra in gioco il multi-vector. Invece di comprimere un intero contenuto in
un solo punto dello spazio vettoriale, lo rappresenta attraverso più vettori,
preservando meglio i diversi aspetti del testo. È più costoso del single-vector,
ma anche più espressivo e comunque indicizzabile.
La pipeline può quindi evolvere da un semplice single-vector seguito da
cross-encoder a una candidate generation più ricca, che combina dense retrieval,
sparse retrieval e multi-vector, lasciando poi al cross-encoder il ranking
finale.
Vai al paper
> Il punto non è abbandonare gli embedding. È usarli per ciò che sanno fare
> meglio: ridurre rapidamente lo spazio di ricerca, lasciando a modelli più
> espressivi il compito di decidere davvero che cosa è rilevante.
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GLUCOFM: IL FOUNDATION MODEL DI GOOGLE RESEARCH PER INTERPRETARE LE DINAMICHE
DEL GLUCOSIO
> Google Research ha presentato GlucoFM, un foundation model progettato per
> interpretare i dati dei sensori di monitoraggio continuo del glucosio (CGM).
Il modello separa il segnale glicemico in due componenti: una più lenta, legata
allo stato metabolico di fondo, e una più rapida, associata a eventi come pasti,
attività fisica o variazioni improvvise. Questo approccio consente di
rappresentare meglio la dinamica del glucosio nel tempo.
GlucoFM: il modello per interpretare le dinamiche del glucosio
GlucoFM è stato pre-addestrato in modalità self-supervised su circa 109.000 ore
di dati CGM, imparando a ricostruire porzioni mancanti del segnale e a
prevederne l’evoluzione senza richiedere grandi quantità di dati clinici
etichettati.
Nei test condotti su diverse coorti, il modello ha mostrato risultati migliori
rispetto ai principali baseline in compiti come la stima del rischio di diabete,
dell’insulino-resistenza, della disfunzione delle cellule beta,
dell’ipoglicemia, dell’obesità e di altri indicatori metabolici.
Un aspetto particolarmente interessante è la capacità di mantenere buone
prestazioni anche quando viene applicato a popolazioni diverse da quelle
utilizzate per l’addestramento e quando sono disponibili pochi dati clinici
etichettati.
GlucoFM è stato inoltre utilizzato per prevedere la risposta glicemica nelle due
ore successive a un pasto, combinando i dati CGM con informazioni nutrizionali e
caratteristiche individuali.
Vai al progetto
L’obiettivo non è soltanto prevedere il prossimo valore di glucosio, ma
costruire una rappresentazione generale delle dinamiche metaboliche: una sorta
di “impronta metabolica” riutilizzabile per diversi compiti clinici.
Vai al paper
> I risultati sono promettenti, ma il modello rimane ancora uno strumento di
> ricerca e non un sistema diagnostico. I prossimi sviluppi riguarderanno
> dataset più ampi e diversificati e l’analisi di periodi più lunghi, estesi a
> settimane o mesi.
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ALPHAEVOLVE CONTRIBUISCE A UN NUOVO RECORD NELLA MOLTIPLICAZIONE DI MATRICI
> Google DeepMind e AlphaEvolve hanno contribuito a stabilire un nuovo record
> teorico sulla complessità della moltiplicazione di matrici.
Moltiplicare matrici è una delle operazioni fondamentali dell’informatica: è
alla base del machine learning, della grafica, delle simulazioni scientifiche e
di moltissimi calcoli ad alte prestazioni. Il problema è che, per matrici molto
grandi, il numero di operazioni necessarie cresce rapidamente.
AlphaEvolve: un nuovo record nella moltiplicazione di matrici
Da decenni i ricercatori cercano di capire quanto velocemente sia possibile
eseguire questa operazione in teoria. Questo limite viene descritto da un valore
chiamato omega (ω): più è basso, migliore è l’algoritmo teoricamente possibile.
> Il precedente record era ω < 2,371339. Il nuovo lavoro porta il limite a ω <
> 2,371177.
Il risultato, però, non nasce da AlphaEvolve da solo. I ricercatori hanno prima
riformulato un enorme problema di ottimizzazione matematica utilizzando tecniche
moderne di machine learning, gradient descent, JAX e GPU, passando da circa
25.000 a quasi 7 milioni di parametri. AlphaEvolve ha poi modificato ed evoluto
il programma di ottimizzazione, riuscendo a migliorare ulteriormente il
risultato.
Questo non significa che da domani l’AI o i videogiochi diventeranno
improvvisamente più veloci: si tratta di un avanzamento nella teoria degli
algoritmi, non di un nuovo metodo già pronto per l’utilizzo quotidiano.
Vai al paper
Il potenziale, però, è enorme. La moltiplicazione di matrici è un mattone
fondamentale di moltissimi sistemi computazionali: capire come ridurne il costo
significa, nel lungo periodo, aprire la strada a calcoli più efficienti, modelli
più grandi, simulazioni più complesse e un utilizzo migliore dell’hardware.
> E forse l’aspetto più interessante è un altro: in questo caso l’AI non si è
> limitata a eseguire un algoritmo, ma ha contribuito a migliorare il programma
> utilizzato per esplorare uno spazio matematico che, fino a poco tempo fa, era
> troppo grande per essere affrontato efficacemente.
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COS'È UN AGENTE AI?
Un agente AI è un sistema autonomo che usa il ragionamento per pianificare ed
eseguire azioni complesse, rilevando le sfumature del contesto e decidendo
autonomamente la sequenza ottimale per raggiungere un obiettivo. La sua
efficacia deriva dalla capacità di connettersi e utilizzare strumenti esterni
(API, database, software), operando sia singolarmente sia in sistemi
multi-agente per risolvere problemi collaborativi. A differenza di un chatbot
reattivo, un agente agisce proattivamente per completare un compito, non
limitandosi a rispondere a una richiesta.
Ho fatto una lunga chiacchierata con Raffaele Gaito per il suo podcast What's
Next, e abbiamo toccato un numero di temi che normalmente avrei distribuito su
tre o quattro articoli diversi.
Siamo partiti dalla domanda più scomoda di tutte, quella che chiunque lavori con
l'AI dovrebbe porsi più spesso: quanto è ampia, oggi, la distanza tra quello che
si racconta sugli agenti AI e quello che succede davvero quando li si porta in
produzione, dentro un'azienda vera, con dati veri e budget veri? Da lì abbiamo
aperto il cofano, punto per punto:
* perché "solidità" è la parola giusta per parlare di agenti, e cosa prova a
risolvere Web MCP, la proposta di Google (e Microsoft) per costruire siti
pensati anche per essere "letti" dagli agenti;
* perché il prompt engineering non è affatto morto, anzi con modelli più
performanti ha più senso che mai investirci tempo, e cos'è il metaprompting;
* quanto contano ancora le competenze verticali (di chi programma, scrive,
fotografa) quando tutti hanno accesso agli stessi strumenti;
* a che punto siamo con i modelli visivi, tra controllo, replicabilità e nuove
frontiere multimodali;
* perché, se lo strumento è lo stesso per tutti, il vero vantaggio competitivo
diventa l'idea;
* le tecniche molto concrete con cui abbiamo tagliato del 90% i costi di un
sistema agentico, usando lo stesso identico modello;
* la cosiddetta "frontiera irregolare" dell'AI, e perché non tutto va risolto
con un prompt;
* e per finire, come sempre in questi casi, una domanda che mi mette sempre un
po' in difficoltà: qual è il valore umano, il mio valore, in un mondo che
accelera così in fretta?
Qui sotto trovi il video integrale della chiacchierata. In questo articolo ho
riorganizzato, approfondito e verificato i concetti principali che abbiamo
toccato, con qualche aggiunta e qualche link per chi vuole andare oltre.
L'intervista completa con Raffaele Gaito
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AGENTI AI IN PRODUZIONE: LA SINDROME DEL PROOF OF CONCEPT
AGENTI AI IN PRODUZIONE: COSA SIGNIFICA?
Gli agenti AI in produzione sono sistemi autonomi distribuiti in ambienti
operativi reali per orchestrare flussi decisionali ed esecutivi complessi
end-to-end. Superano la frammentazione e i silos di dati integrando in tempo
reale API, database aziendali (ERP, CRM) e infrastrutture operative come IoT e
SCADA. A differenza dei prototipi, la loro messa in produzione richiede rigorosi
guardrail di sicurezza, tracciamento e osservabilità continua, integrando una
governance human-in-the-loop per la validazione dei processi critici.
Alla domanda diretta, quanto è ampia oggi la distanza tra la narrazione sugli
agenti AI e quello che succede davvero quando li si porta in produzione, la mia
risposta è secca: è ampia. E credo si possa misurare lungo due assi.
> Il primo è la potenzialità: cosa questi sistemi ci permettono di fare. Il
> secondo, molto più scomodo, è l'affidabilità.
È bellissimo costruire un agente, magari un sistema multi-agente connesso a
decine di tool e server MCP (Model Context Protocol), che risolve un task
complesso in 30 secondi. Cambia completamente musica quando quel task deve
essere svolto decine di migliaia di volte al giorno, tutti i giorni, senza
intervento umano. A quel punto non stiamo più parlando dello stesso problema: è
un problema di ingegneria completamente diverso da quello della demo.
Quando inizi ad "aprire il cofano" di un sistema agentico reale, scopri quasi
sempre la stessa cosa: la maggior parte dell'effort non è nella costruzione
dell'agente né nell'uso del modello. Aprire il playground di un provider e
mettere in piedi un agente, oggi, è questione di minuti: è più che sufficiente
per una demo. Il vero lavoro è nel layer applicativo: capire quali dati servono
all'agente per compiere le operazioni, come si integrano i flussi, come si
progetta l'osservabilità, come si tiene sotto controllo la scalabilità e,
soprattutto, i costi.
È proprio questo scarto che mi piace chiamare la sindrome del proof of concept
che funziona. Il proof of concept è, per definizione, un'idea che funziona in
condizioni controllate. Ma l'execution, quella che trasforma l'idea in
un'applicazione reale, è un mestiere a parte, e nessuno lo racconta nelle demo.
Il problema non risparmia nessuno, nemmeno le grandi aziende che ci vendono
questi strumenti: nelle presentazioni di chi vende soluzioni AI tutto sembra
sempre perfetto, tutto "wow". Il salto che manca è chiedersi: questa cosa, se la
metto in un'azienda vera con problemi veri, sopravvive al terzo giorno senza
"scassarsi"? E soprattutto: quanto costa? Perché quando si parla del costo di un
singolo prompt si parla sempre di centesimi: costi bassissimi, quasi
trascurabili. Ma moltiplicati per migliaia di interazioni al giorno, quei
centesimi si trasformano in migliaia di euro con estrema facilità.
C'è poi un tema che riguarda proprio come si valuta la solidità di una soluzione
prima ancora di metterla in produzione: non fidarsi mai dei benchmark che
arrivano insieme al prodotto. Che il numero arrivi da Google, OpenAI, Anthropic
o Microsoft, lascia un po' il tempo che trova: c'è sempre una componente di
marketing in quei numeri. L'unico benchmark davvero utile è quello che si
costruisce internamente, su dati e casi reali della propria organizzazione:
testare su piccoli insiemi di dati prima di scalare, e portare la soluzione in
produzione gradualmente, un pezzo alla volta, proprio per imparare a conoscere
uno strumento che, a differenza del software che sviluppiamo internamente, non
abbiamo progettato noi.
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WEB MCP: VERSO I SITI PENSATI (ANCHE) PER GLI AGENTI
Il tema della solidità torna in un contesto molto specifico: quello dell'agentic
browsing. Oggi, quando un sistema come ChatGPT o Gemini viene messo in modalità
agentica per navigare il web, cosa succede davvero? Il sistema usa un browser
interno, naviga tra le pagine e usa la visione artificiale per interpretare cosa
c'è sullo schermo: capisce, in base al task che gli abbiamo dato, che quel
pulsante serve ad aprire la scheda prodotto, quell'altro a metterlo nel
carrello, e così via.
Descritta così, il problema si vede subito: c'è un ampio margine di
interpretazione. L'agente deve dedurre il significato degli elementi della
pagina, un po' come farebbe una persona che la visita per la prima volta. Basta
un configuratore di prodotto un po' complesso, dove un'azione carica
dinamicamente altre opzioni, perché il comportamento dell'agente diventi
imprevedibile, perché fatica a "leggere" correttamente cosa è cambiato
nell'interfaccia.
È esattamente questo il problema che Web MCP cerca di risolvere. Attenzione: a
oggi non è ancora un protocollo formale, ma una proposta: pubblicata da Google
insieme a Microsoft e portata avanti in un community group del W3C, con una
prima origin trial già attiva su Chrome. L'idea di fondo, però, è già molto
chiara: quando un agente arriva su una pagina costruita con Web MCP, non deve
più usare la visione artificiale per interpretarne gli elementi, perché il
front-end espone in modo esplicito delle funzioni, delle vere e proprie API,
pensate apposta per essere chiamate da un agente. L'agente, a quel punto, non ha
più spazio per l'interpretazione: sa che può eseguire un numero definito di
operazioni, e per ciascuna userà la funzione corrispondente.
L'interazione diventa, in altre parole, molto più programmatica che
interpretativa: è come se l'agente lavorasse dietro le quinte, invece di dover
"cliccare" fisicamente sul bottone. Le funzionalità disponibili per una persona
e per un agente restano le stesse, ma il modo in cui vengono percepite ed
eseguite cambia del tutto: se sei un essere umano vedi (e clicchi)
l'interfaccia; se sei un agente, chiami direttamente la funzione.
Qualche anno fa, quando l'agentic mode ha iniziato a diffondersi, si parlava
genericamente della necessità di creare "pagine per gli agenti". Con Web MCP il
concetto si affina: la pagina resta quella pensata per le persone, ma le si
affianca uno strato applicativo aggiuntivo, dedicato a chi la visita non con gli
occhi ma con delle chiamate di funzione. Per chi lavora nell'e-commerce questo
significa un livello in più da progettare e mantenere, ma anche una solidità
dell'interazione che oggi, con la sola visione artificiale, semplicemente non
c'è.
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IL PROMPT ENGINEERING NON È MORTO: SI È SOLO EVOLUTO
Girando per conferenze e aule, sento spesso ripetere una frase diventata quasi
uno slogan: "il prompt engineering è morto". È una delle narrazioni tipiche del
web: ogni volta che arriva un'innovazione, deve morire qualcosa. E in effetti
anche io, quando vedo persone insistere su approcci datati, uso spesso una
provocazione simile per stimolare la riflessione: dico scherzosamente che si
stanno comportando come se fosse ancora il 2025.
Ma dietro alla frase "il prompt engineering è morto" c'è, dal mio punto di
vista, un forte equivoco. Il ragionamento di chi la sostiene è più o meno
questo: i modelli sono sempre più performanti, quindi non ha più senso investire
tempo nella costruzione di un buon prompt. Io la vedo diversamente, e la vedo
così perché tengo aperti due canali di osservazione in parallelo.
È vero che i modelli sono sempre più performanti. Ma "più performante" non
significa che il modello sia più in grado di leggerci nella mente, di
estrapolare quello che non abbiamo scritto nelle istruzioni: su questo, prima o
poi, ci si scotta tutti. "Più performante" significa, piuttosto, che il modello
è più in grado di cogliere ogni dettaglio delle istruzioni che gli diamo. Cambia
quindi il modo di fare prompting, ma cambia nella direzione opposta a quella che
molti immaginano: se prima l'effort andava nel tentativo di compensare un
modello poco performante, oggi ha più senso investire quello stesso effort nel
dettagliare, sapendo che un modello più capace ci seguirà fedelmente in ogni
sfumatura.
Non è un caso, e non lo dico per autocelebrazione ma perché è un dato di fatto,
che le metodologie di prompting che ho messo a punto negli anni non abbiano
quasi mai avuto bisogno di essere riviste in profondità. Se costruisci una
struttura, un metodo per creare prompt strutturati, dettagliati e precisi,
quello diventa un asset che nel tempo si trasforma in un ingranaggio del flusso
aziendale, perché quelle stesse istruzioni, opportunamente adattate, diventano
poi il system prompt degli agenti. Nella parte agentica il prompt engineering
conta persino di più, perché lì possiamo davvero esercitare un controllo
superiore rispetto alle generazioni precedenti di modelli, a patto di dare
istruzioni strutturate, dettagliate e controllate.
C'è un secondo livello, complementare al primo, che riguarda le domande che il
sistema fa a noi prima di eseguire un task. È un'abitudine che consiglio spesso:
qualsiasi cosa si stia chiedendo a un sistema come un coding agent, vale la pena
chiedergli sempre, prima di procedere, di farci qualche domanda di chiarimento.
Capita continuamente di dimenticare un dettaglio importante, e un sistema che
chiede "questo processo lo vuoi così o così?" evita di scoprirlo solo alla fine,
sull'output sbagliato.
Lo stesso principio, applicato prima ancora di scrivere il prompt, si chiama
metaprompting: usare l'AI stessa per analizzare un prompt, trovarne le lacune, e
farsi aiutare a correggerlo direttamente in quella sede. È un approccio che
diventa ancora più utile per i contenuti visuali, dove essere oggettivi nella
descrizione di un'idea è molto più difficile che con il testo. Per questo, negli
anni, ho costruito un paio di strumenti interni dedicati proprio a questo,
pensati nello specifico per i modelli visivi: un "Direttore Artistico" digitale
e un "Regista" digitale, che trasformano un'idea descritta in poche parole in un
prompt professionale, strutturato e pronto da usare su qualsiasi modello. Non
generano nulla in automatico: fanno le domande giuste per far emergere le
informazioni che, nella richiesta iniziale, avevamo omesso.
C'è infine una considerazione che vale soprattutto per chi lavora con strumenti
come Claude Code o Codex: oggi il prompt non è più l'unica leva su cui possiamo
intervenire. Un buon lavoro di contesto, un buon file di istruzioni persistenti,
una buona gestione della memoria: il prompt diventa parte di una galassia più
ampia, di un ecosistema in cui abbiamo diversi elementi su cui agire. Ma anche
su questi sistemi vale sempre lo stesso consiglio: investire il doppio del tempo
nella costruzione delle istruzioni rispetto a quanto si farebbe istintivamente,
perché, a patto di avere le competenze per indirizzare precisamente ciò che si
vuole ottenere, ogni minuto investito lì si traduce in molte meno interazioni
correttive dopo.
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LE COMPETENZE RESTANO IL VERO MOLTIPLICATORE
Il tema delle competenze si lega direttamente a un altro fronte su cui vale la
pena spendere due parole. C'è un filo che unisce ospiti molto diversi tra loro,
che lavorano in settori completamente differenti: chi programma dice di riuscire
a produrre sviluppi di un certo livello perché sa di cosa parla; chi scrive
testi dice la stessa cosa sulla scrittura; un fotografo, sulla fotografia. È un
punto che va parzialmente in controtendenza rispetto a una narrazione, un po'
magica, secondo cui con questi strumenti basta "scrivere due parole" e il
sistema fa tutto da solo. Le competenze, in realtà, continuano a fare una
differenza enorme.
Prendiamo i modelli visivi, perché sono il caso più immediato da capire. Oggi
qualsiasi modello, che sia Nano Banana Pro di Google, GPT Image di OpenAI o un
altro, è in grado di generare un'immagine bella. Se chiedo l'immagine di un cane
che corre sulla spiaggia, non otterrò mai un'immagine brutta: sarà sempre
esteticamente valida. Il problema è che "bella" è lontanissimo da "esattamente
quello che avevo in mente". Ed è lì che entra in scena la competenza: un
fotografo che conosce il linguaggio tecnico del proprio mestiere, come il tipo
di obiettivo, di luce, di inquadratura o la grana della pellicola, saprà
descrivere con precisione quello che vuole ottenere. Io, che non ho quella
terminologia né quell'esperienza, al massimo scriverò "cane sulla spiaggia al
tramonto": il risultato si fermerà esattamente lì.
Sull'estremo opposto, molto meno immediato da vedere ma altrettanto vero, c'è il
coding. Si può aprire un sistema agentico per la scrittura di codice e scrivere
semplicemente "crea un'app che fa ...": il sistema, probabilmente, la creerà. Ma
quanto controllo si ha davvero su quello che è successo "dentro"? Se invece si è
competenti, si possono indicare esattamente le operazioni da compiere, perché
sono quelle che si farebbero in prima persona; si possono indicare le librerie
da usare, perché si conoscono le convenzioni delle proprie repository. In quel
caso si investe un po' più di tempo a scrivere istruzioni dettagliate, ma il
risultato è un'applicazione che si conosce davvero, dove sarà facile fare gli
step successivi. Il prompt "basic", al contrario, genera una black box: non si
sa cosa c'è dentro, e non si sa come intervenire in seguito. Non c'è nulla di
male nel vibe coding per esplorare velocemente un'idea, ma va detto con
chiarezza a chi pensa di essere diventato programmatore solo perché ha scritto
due prompt: fare davvero il programmatore è un altro mestiere.
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MODELLI VISIVI: CONTROLLO, REPLICABILITÀ E I NUOVI CONFINI DEL POSSIBILE
Per molto tempo si è parlato della difficoltà di ottenere, dai modelli visivi,
output controllabili e replicabili. Con il testo ci siamo arrivati da tempo:
oggi possiamo lavorare su un testo generato con la stessa precisione con cui
lavoreremmo su un testo scritto da noi. Su immagini e video, invece, il tema è
sempre stato più delicato.
Con gli ultimi rilasci di modelli, sia per le immagini che per i video, ci
stiamo avvicinando molto a un livello di output realmente usabile, controllabile
e replicabile. Per controllo intendo la capacità di riprodurre esattamente ciò
che si ha in mente; per replicabilità, la possibilità di ottenere, con lo stesso
prompt e qualche variazione, un'immagine coerente ma con un soggetto o un
contesto diverso. Ho condotto diversi test di coerenza su questo fronte, con
risultati che definirei buoni, anche se l'operazione che rende tutto questo
davvero fattibile non è ancora del tutto semplice.
Il punto di partenza, ancora una volta, è lo stesso di sempre: i deficit sono
quasi sempre nelle informazioni che diamo in input al modello. Un prompt ben
strutturato, con la terminologia corretta, è già oggi in grado di riprodurre
fedelmente ciò che si ha in testa: lo stesso vale per la replicabilità, dove un
prompt iper-dettagliato, se ri-eseguito, produce un'immagine molto simile. Nei
miei test, questa coerenza si è mantenuta anche passando da un modello
all'altro: un prompt iper-strutturato produce risultati coerenti anche su
modelli generativi diversi.
C'è però un principio che ripeto spesso, ed è probabilmente il punto più
controintuitivo di tutta la faccenda: bisogna lavorare per ottimizzare il
prompt, non le singole interazioni con il modello di generazione visuale. Se
genero un'immagine e qualcosa non è preciso, l'istinto è correggere direttamente
nella conversazione: "aggiungi questo", "togli quest'altro". Ma quelle
iterazioni, una volta ottenuto il risultato voluto, sono inutilizzabili: non si
può riprodurre la stessa conversazione una seconda volta. Il prompt, invece,
resta un asset: se il deficit viene risolto lì, il problema è risolto per
sempre, ed è riutilizzabile su richiesta.
Un fronte molto interessante, in questo momento, è quello dei prompt
multimodali: si passa al modello direttamente lo storyboard di tutto ciò che
deve accadere in un video, con istruzioni testuali annesse. Ho fatto diversi
test con Seedance di ByteDance, e i risultati in termini di aderenza allo
storyboard e di coerenza tra le diverse scene sono davvero notevoli: al punto
che, con le versioni più recenti, ByteDance ha reso lo storyboard testuale un
riferimento diretto per la generazione stessa.
Seedance 2.5: un esempio di generazione video con reference
Mi viene in mente un parallelo con la storia recente della generazione video:
per tanto tempo si è parlato del "problema delle mani con sei dita" come prova
che un video fosse generato dall'AI. Quel problema, ormai, è superato. Poi si è
passato a parlare di coerenza dei personaggi e delle scene, e anche qui, senza
volerla dare per definitivamente risolta, ci stiamo arrivando molto vicino.
L'ultima frontiera aperta, dal mio punto di vista, è il rispetto delle leggi
fisiche: qui ci sarà ancora un margine di evoluzione importante, magari anche
grazie a componenti simboliche che affianchino il controllo puramente neurale
della generazione.
Su questo fronte c'è un paper di Netflix che vale davvero la pena leggere: si
chiama VOID (Video Object and Interaction Deletion), e propone un modello che
non si limita a rimuovere un oggetto da un video, cosa che i modelli di editing
sanno già fare abbastanza bene, ma ricalcola l'intera scena come se
quell'oggetto non fosse mai esistito, tenendo conto delle interazioni fisiche
che avrebbe generato. L'esempio più citato è quello di una persona che tiene in
mano una chitarra: i modelli di editing "classici" rimuovono la persona ma
lasciano la chitarra a fluttuare a mezz'aria, mentre VOID capisce che, senza la
persona, la chitarra dovrebbe cadere per gravità. È un segnale chiaro della
direzione verso cui si sta andando: non più semplice "riempimento" di pixel, ma
simulazione causale di una scena.
> Considerando quanto velocemente si stia evolvendo, mese dopo mese, anche il
> tema della coerenza generale, resta un principio che vale sempre: si lavora
> sul prompt, non sulla conversazione.
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SE LO STRUMENTO È DI TUTTI, IL VANTAGGIO COMPETITIVO È L'IDEA
Il ragionamento sui modelli visivi apre a una domanda più ampia, che vale la
pena porsi ad alta voce: se oggi, pagando lo stesso abbonamento, io, tu e
chiunque altro abbiamo accesso esattamente allo stesso strumento e alla stessa
tecnologia, dove si sposta il vantaggio competitivo?
Non è la prima volta che succede: è sempre accaduto, anche con le tecnologie
precedenti. Oggi, però, l'accelerazione e la potenza degli strumenti sono molto
più alte, e proprio per questo il fattore che fa davvero la differenza è tutto
quello che sta dietro e prima dell'utilizzo del modello. L'idea, in particolare,
è probabilmente l'asset più prezioso quando si parla di creazione visiva: gli
strumenti sono a disposizione di tutti, ma è l'idea che genera una differenza
reale, ad esempio nelle campagne pubblicitarie. E se a quell'idea si aggiunge un
team con le competenze giuste (torniamo sempre lì) e una tecnologia dirompente
come quella di oggi, si ottiene quella che mi piace chiamare la tempesta
perfetta.
Un esempio che ho trovato particolarmente convincente è lo spot "Satellite of
Love" di Mercedes-Benz per il lancio della nuova CLA completamente elettrica: un
cortometraggio dichiaratamente generato con l'AI, con al centro una storia
d'amore tra l'auto e un satellite in orbita.
Mercedes Benz - Satellite of Love
Quando l'ho condiviso, tra i commenti non è mancato chi ha fatto notare che
"questo effetto si poteva ottenere anche prima, con gli strumenti tradizionali".
È un'osservazione parzialmente vera, ma che manca il punto: il tema non è se un
determinato output fosse teoricamente raggiungibile anche in passato. Il tema è
che oggi, per arrivare a quell'output, si possono fare decine di test quasi a
costo zero, mentre con la tecnologia precedente lo stesso numero di iterazioni
sarebbe stato economicamente improponibile. Mercedes, del resto, ha raccontato
apertamente parte della propria metodologia: una pipeline ibrida che combina
generazione AI e CGI, con modelli addestrati apposta per mantenere coerente
l'aspetto dell'auto in ogni scena. Non è stato "un prompt e un click su
esporta", ma un processo creativo con un grado di cura piuttosto alto: solo
distribuito su un numero di iterazioni che prima sarebbe stato impensabile.
È esattamente questo il punto che spesso si sottovaluta: non conta solo cosa si
riesce a fare oggi che non si poteva fare prima, ma quanti test si possono
permettersi per arrivare al risultato finale. Vale per le immagini, per i testi,
per il codice: per qualsiasi output creativo. Prima di arrivare al risultato che
si sceglie come artefatto definitivo, si può sperimentare molto di più, e quella
sperimentazione, prima, era spesso difficile, costosissima o semplicemente
troppo lenta. Penso a quante idee sono rimaste nel cassetto di qualcuno perché
il pilota necessario per convincere chi doveva decidere non è mai stato
realizzato.
> Un esempio molto più quotidiano, raccontato da un designer di interni con cui
> ho parlato proprio in questi giorni: per le bozze veloci da mostrare ai
> clienti, dove basta far vedere dove va posizionato un divano o una TV, prima
> riusciva a portarne tre; oggi ne porta dieci, usando l'AI per la
> visualizzazione rapida di un'idea. Sul progetto finale continuerà a lavorare
> con la cura di sempre, ma nel frattempo arriva dal cliente con dieci strade
> diverse da mostrare, invece di tre.
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COME ABBIAMO RIDOTTO DEL 90% I COSTI DI UN SISTEMA AGENTICO (CON LO STESSO
MODELLO)
Questo è probabilmente il tema più operativo di tutta la chiacchierata, quindi
vale la pena entrare nel dettaglio tecnico. Di recente, con il mio team, abbiamo
condotto alcune sperimentazioni che ci hanno permesso di ottenere risparmi di
consumo di token, quindi di costo, davvero significativi su alcuni agenti,
arrivando fino al 90%. Il punto centrale è che questo risparmio non arriva
cambiando modello (quello sarebbe stato facile, e anche piuttosto scontato), ma
ottimizzando il layer applicativo che sta dietro all'agente, usando esattamente
lo stesso modello di partenza. Ecco i punti cardine.
1. Separare l'estrazione dei dati dal ciclo di ragionamento dell'agente. Quando
costruiamo un agente, dovremmo sempre chiederci: tutto quello che portiamo
dentro al ciclo agentico, tipicamente via MCP, serve davvero al modello per
prendere decisioni, o stiamo semplicemente estraendo dati da elaborare in un
secondo momento? Se la risposta è la seconda, quella parte può uscire dal ciclo
agentico e diventare un flusso lineare e programmatico: si estraggono i dati via
API, si puliscono, e si passano già elaborati all'agente. In un progetto reale,
ad esempio, un MCP usato per estrarre dati sui post social riportava indietro
una quantità di dati impressionante: dati che non servivano affatto per prendere
decisioni, ma solo per l'elaborazione finale. Abbiamo quindi portato
quell'estrazione fuori dal loop, costruito un sistema che pulisce e ordina i
dati via API, e usato un modello molto più piccolo (quindi a costo quasi nullo)
per estrarne gli insight. Solo quegli insight, non i dati grezzi, diventano
l'input per il modello principale.
2. Sfoltire i tool MCP che non si usano davvero. Connettere un server MCP oggi è
semplicissimo: basta un URL e un token di autenticazione. Il problema è che
molti MCP portano con sé anche cento tool, e dopo un po' di test si scopre
spesso che se ne usano realmente dieci. Tutti i tool inutilizzati, però, restano
comunque nel contesto: la "firma" di ogni funzione è testo che serve all'agente
per sapere che quella funzione esiste, e quindi occupa spazio anche se non viene
mai chiamata. Rimuovere ciò che non serve è uno dei modi più semplici per
alleggerire il contesto.
3. Insegnare all'agente a chiedere meno dati. Torniamo, ancora una volta, sul
prompt engineering: attraverso il system prompt possiamo insegnare all'agente a
fare chiamate ai tool esterni in modo più intelligente. Un esempio semplice: una
funzione che di default estrae 100 righe di dati, quando in realtà per
l'elaborazione ne bastano 10. Istruendo il modello a richiedere esplicitamente
quella quantità, il payload che viaggia tra tool e agente si riduce
drasticamente.
4. Trasformare le chiamate MCP in function calling su misura, che comprime
l'output prima che arrivi all'agente. Questo è il punto che, personalmente, mi
ha aperto di più la mente. Molte funzioni che colleghiamo agli agenti via MCP
non sono ottimizzate per essere consumate da un agente: restituiscono la stessa,
enorme quantità di dati che si otterrebbe chiamando l'API esternamente. La
soluzione è costruire funzioni esterne che usano le stesse identiche API
dell'MCP, ma intercettano l'output prima che arrivi all'agente, per pulirlo e
comprimerlo. Il risultato, in termini di token risparmiati, è impressionante.
Se dovessi sintetizzare tutto in un unico principio, sarebbe questo: ci sono
cose che vanno fatte prima di far arrivare l'informazione all'agente, perché
l'agente non deve fare tutto internamente; ci sono cose che non vanno fatte
tramite MCP, per evitare la classica sindrome del martello che vede ogni
problema come un chiodo; e, sopra a tutto il resto, serve conoscere a fondo il
processo che si sta automatizzando.
> Per costruire un'auto di Formula 1 bisogna conoscere il processo nel
> dettaglio, altrimenti non si possono fare le micro-regolazioni necessarie a
> portarla in pista, e con gli agenti, dal punto di vista dell'ingegneria, non è
> affatto diverso.
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LA "FRONTIERA IRREGOLARE" DELL'AI (E PERCHÉ NON SERVE L'AI DAPPERTUTTO)
Nel report AI Index 2026 di Stanford HAI c'è un passaggio che descrive bene un
fenomeno che chi usa questi sistemi ogni giorno conosce fin troppo bene: i
modelli raggiungono risultati straordinari su compiti avanzati, e poi falliscono
su attività che per un essere umano sembrano elementari. Il report la chiama
"jagged frontier", la frontiera irregolare, e uno degli esempi più citati è
quasi comico, se non fosse anche un po' preoccupante: modelli capaci di ottenere
una medaglia d'oro alle Olimpiadi Internazionali di Matematica leggono
correttamente un orologio analogico solo in circa la metà dei casi, contro oltre
il 90% di accuratezza umana.
Non è un dato che stupisce chi lavora quotidianamente su progetti agentici:
abbiamo tutti in mente l'idea di un'AI generale, capace di eseguire qualsiasi
compito, ma la realtà è ben diversa. Basta guardare le applicazioni che stanno
realmente portando risultati concreti alle aziende, penso ad esempio ad
AlphaFold o AlphaEvolve di Google DeepMind, per notare che sono tutte fortemente
iper-specializzate, non generali. Forse, con il tempo, ci avvicineremo a un
concetto più ampio di intelligenza generale; oggi, però, la realtà a cui
dobbiamo progettare intorno è un'altra.
Cosa significa questo, in concreto, quando si sviluppano sistemi agentici? Che
dobbiamo conoscere i limiti dei modelli, capire su quali task possono agire al
meglio e, sui task dove non riescono, capire se possono farlo purché dotati
degli strumenti giusti. Un esempio molto semplice: un large language model non è
bravo a fare calcoli precisi. Bene: gli si dà a disposizione un ambiente in cui
la parte di calcolo viene sviluppata (e poi eseguita) in Python. In questo modo
non si è "sfruttato" il modello per fare qualcosa che non sa fare bene, ma gli
si è affiancato uno strumento esterno che compensa esattamente quella mancanza.
C'è poi il tema dell'osservabilità, che considero uno dei pilastri più
sottovalutati di tutta l'ingegneria agentica. Quando sviluppiamo sistemi basati
su agenti, dobbiamo sapere esattamente cosa fa l'agente, quali tool sta usando,
che tipo di ragionamento sta seguendo, quali sono gli step, e nei sistemi
multi-agente quali sono gli scambi tra i diversi agenti. Non significa
necessariamente assumere una persona che controlli manualmente ogni report: noi,
ad esempio, usiamo dei grader, sistemi basati su modelli molto piccoli,
addestrati per valutare gli output in diverse fasi del workflow, che
intercettano le anomalie e le segnalano, in modo da poter ottimizzare
progressivamente il sistema ed evitare che quel tipo di errore si ripeta.
E qui arriva un'ultima considerazione, forse la più semplice di tutte ma anche
la più disattesa: non tutto va risolto con l'AI. Non serve dappertutto. Quando
qualcuno mi chiede un'intelligenza artificiale per fare i volantini del suo
ristorante, la risposta più onesta è: usa Canva. Esistono strumenti che fanno
bene certe cose, le hanno sempre fatte bene, e non hanno bisogno di un modello
generativo nel mezzo. È lo stesso rischio che si corre con piattaforme come n8n
o Make da quando hanno introdotto i nodi AI: si finisce per "fare con l'AI"
qualcosa che sarebbe stato più solido, più prevedibile e più economico risolvere
con quattro righe di Python.
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IL VALORE UMANO, IN UN MONDO CHE ACCELERA
Raffaele mi ha posto, come sempre in chiusura di queste chiacchierate, la
domanda più difficile: in uno scenario in cui l'AI ha capacità sempre più
incredibili e viaggia a una velocità impressionante, sembra ogni giorno in grado
di fare cose che ieri non sapeva fare, qual è il mio ruolo? Qual è il mio
valore?
Una cosa è certa: non lo vedo nei task puramente operativi. Ci sarà sempre
qualcuno più bravo di me a svolgerli domani, e c'è già oggi un'AI capace di
farli meglio in una frazione del tempo. Il valore, per me, si sposta altrove: in
due direzioni precise.
La prima è la ricerca e sviluppo: sento una curiosità e una spinta verso
l'innovazione che definirei bruciante, ed è quella spinta che trasformo, quando
riesco, in qualcosa di concreto. Alcune delle applicazioni che stiamo portando
in produzione oggi nascono da test e sperimentazioni fatte, non solo da me ma
dal team, in periodi in cui nessuno pensava minimamente che sarebbero diventate
un software vero. Credo in un principio molto semplice: chi aspetta il caso
reale per iniziare a sperimentare è già in ritardo rispetto a chi ha
sperimentato prima.
La seconda direzione è la condivisione: raccontare, divulgare, spiegare questi
concetti a chi non li vive quotidianamente. La sento davvero come una missione,
non solo come una passione legata alla sperimentazione: un piccolo contributo,
nel mio ambito, per rendere la società un po' più consapevole di un mondo che
sta cambiando concretamente sotto i nostri occhi.
E se devo trovare un filo che lega tutto quello di cui abbiamo parlato in questa
chiacchierata, dagli agenti in produzione al prompt engineering, dal vantaggio
competitivo dell'idea alla frontiera irregolare dei modelli, è probabilmente
questo: la curiosità, oggi più che mai, è la caratteristica che fa davvero la
differenza. Non basta da sola: unita a competenze solide, diventa la
combinazione più efficace per orientarsi in un mondo che, semplicemente, va
troppo veloce per stare fermi a guardare.
> La vera combo vincente, oggi, non è l'accesso alla tecnologia più recente. È
> la curiosità di chi la usa, unita alle competenze per usarla davvero bene.
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ASCOLTA L'AUDIO OVERVIEW CHE SINTETIZZA LE NOVITÀ
Il podcast è stato generato attraverso Gemini Notebook.
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LA VISIONE CINESE SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: COOPERAZIONE, SVILUPPO E
CONTROLLO UMANO
Nel suo intervento come relatore principale alla World Artificial Intelligence
Conference di Shanghai, il presidente cinese Xi Jinping ha delineato una visione
dell’intelligenza artificiale fondata su sviluppo economico, cooperazione
internazionale, sicurezza e controllo umano.
> Il concetto più rappresentativo del discorso è racchiuso in una metafora: lo
> sviluppo dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere la performance
> solista di un singolo Paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale.
Secondo Xi, l’AI può diventare un nuovo motore della crescita economica mondiale
e accelerare la trasformazione dei settori produttivi. Il suo impatto non
riguarderà soltanto il mondo digitale, ma contribuirà anche alla modernizzazione
delle industrie tradizionali, alla crescita dei settori emergenti e alla
progettazione delle industrie del futuro.
Xi Jinping alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai
La Cina ha inoltre annunciato la nascita, a Shanghai, della World Artificial
Intelligence Cooperation Organization, una piattaforma destinata a sostenere la
cooperazione internazionale nello sviluppo, nelle applicazioni e nella
governance dell’AI.
Nei prossimi cinque anni, Pechino offrirà ai Paesi in via di sviluppo 5.000
opportunità di formazione e di partecipazione a seminari sull’intelligenza
artificiale.
Saranno inoltre creati centri internazionali di cooperazione sulle applicazioni
dell’AI con ASEAN, BRICS, Unione Africana, Lega Araba, Shanghai Cooperation
Organization e Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici.
La Cina consentirà anche a 30 Paesi di utilizzare un sistema di allerta
meteorologica basato sull’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di
rafforzare la prevenzione dei rischi e la protezione delle comunità.
Accanto all’innovazione, Xi ha sottolineato la necessità di promuovere open
source, apertura, collaborazione e condivisione, ma anche di sviluppare leggi,
sistemi di monitoraggio, meccanismi di allerta e procedure di emergenza contro
abusi e utilizzi malevoli.
> Nella visione presentata a Shanghai, l’intelligenza artificiale deve essere
> sviluppata per il bene comune, rimanere sicura e controllabile ed essere
> sempre sottoposta al controllo umano.
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LA COMPETITIVITÀ DEI MODELLI CINESI
I modelli cinesi come Kimi e DeepSeek rimangono competitivi con i modelli di
frontiera statunitensi grazie alla distillazione? NO: questa tesi assomiglia più
a una campagna di marketing che a una spiegazione tecnica convincente.
La competitività dei modelli cinesi
Anthropic sostiene di avere individuato attività riconducibili a Moonshot AI,
DeepSeek e MiniMax, che avrebbero generato oltre 16 milioni di interazioni con
Claude attraverso circa 24.000 account fraudolenti.
Se queste accuse fossero confermate, si tratterebbe di una chiara violazione
delle condizioni d’uso. Non dimostrerebbero, però, che la competitività dei
modelli cinesi dipenda dalla copia di quelli statunitensi.
> È qui che una controversia contrattuale rischia di trasformarsi in marketing
> politico-industriale: la Cina sarebbe vicina alla frontiera tecnologica non
> per capacità proprie, ma perché copia i concorrenti e aggira le restrizioni.
> Una narrazione utile a difendere il vantaggio dei laboratori statunitensi e a
> giustificare controlli più rigidi sull’esportazione di tecnologie avanzate.
La distillazione esiste ed è uno strumento utile. Gli output di un modello più
potente possono essere impiegati per il fine-tuning, per creare dati sintetici,
trasferire schemi di ragionamento o valutare traiettorie durante il
reinforcement learning.
Claude può essere utilizzato come insegnante, giudice o reward model, ma questo
non permette di “ricostruire Claude”.
La distillazione non sostituisce il pretraining su trilioni di token,
l’architettura, l’infrastruttura, la qualità dei dati e l’intera pipeline di
post-training. Può accelerare l’acquisizione di alcune competenze, ma non crea
da sola un modello di frontiera.
Sarebbe inoltre ingenuo pensare che soltanto i laboratori cinesi analizzino gli
output dei concorrenti. È probabile che anche Anthropic, OpenAI e gli altri
grandi attori del settore confrontino i propri sistemi, producano dati sintetici
e utilizzino modelli rivali come valutatori. Distillazione, imitazione e
valutazione incrociata sono pratiche diffuse nell’industria.
> Il vero punto è la forza della crescita tecnologica cinese: un grande bacino
> di talenti, investimenti nella formazione, ricerca di alto livello, modelli
> open weight, prezzi aggressivi e risultati competitivi ottenuti con meno
> risorse.
I limiti imposti sull’accesso alle GPU non hanno fermato l’innovazione cinese.
L’hanno costretta a diventare più efficiente.
Attribuire tutto alla “copia” è rassicurante, perché permette di credere che
basti chiudere le API o bloccare l’esportazione dei chip per fermare la Cina. Ma
si tratta di un grave errore strategico.
> La distillazione può accelerare un tratto di strada. Non spiega chi abbia
> imparato a costruire la strada stessa.
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SICUREZZA NAZIONALE O POLITICA INDUSTRIALE?
> Mi piacerebbe che venisse fatta chiarezza sulle minacce che preoccupano il
> governo statunitense: parliamo davvero di sicurezza nazionale o di politica
> industriale?
Secondo Axios, l’amministrazione Trump starebbe valutando diverse misure per
scoraggiare l’uso dei modelli di intelligenza artificiale cinesi open source:
inserimento nella Entity List, nuove regole sugli appalti, vincoli all’hosting e
pressioni pubbliche.
Vai al post di Axios
Queste ipotesi riemergono mentre modelli come Kimi, DeepSeek, Qwen e GLM
diventano sempre più competitivi ed economici rispetto alle alternative
statunitensi. Il rischio è che, dietro il linguaggio della sicurezza nazionale,
si nasconda una politica industriale finalizzata a proteggere OpenAI, Anthropic
e gli altri laboratori statunitensi.
Axios / Financial Times - Sicurezza nazionale o politica industriale?
Il Financial Times aggiunge un elemento importante: anche Pechino starebbe
valutando limiti al trasferimento dei dati di addestramento, al download dei
pesi e all’acquisizione occidentale di tecnologie e aziende strategiche nel
settore dell’intelligenza artificiale.
Vai al post del Financial Times
È un vero e proprio rovesciamento dei ruoli. La Cina non è più soltanto il Paese
a cui impedire di acquisire tecnologia occidentale, ma possiede a sua volta
tecnologie che teme possano essere acquisite dall’Occidente.
A mio avviso, il problema non riguarda soltanto la sicurezza: la sicurezza è
diventata il linguaggio della politica industriale.
> Negli Stati Uniti, l’urgenza di limitare i modelli cinesi riflette anche la
> difficoltà di accettare che la Cina stia crescendo più rapidamente del
> previsto e abbia sviluppato capacità difficili da contenere.
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KIMI K3: IL NUOVO MODELLO MULTIMODALE DI MOONSHOT AI
Kimi K3 è il nuovo modello di Moonshot AI: conta 2,8 trilioni di parametri,
dispone di capacità visive native e supporta una finestra di contesto fino a un
milione di token.
L’ho provato su diversi task, ottenendo risultati migliori rispetto ai test
precedenti. Tra le prove effettuate figurano l’analisi di modelli predittivi e
lo sviluppo di una semplice applicazione, pubblicata nel cloud di Kimi in appena
15 minuti, dal prompt alla messa online.
Kimi K3: test e performance
Il modello utilizza un’architettura Mixture of Experts, che attiva 16 esperti su
un totale di 896, e integra tecnologie come Kimi Delta Attention e Attention
Residuals. Secondo l’azienda, queste soluzioni migliorano di circa 2,5 volte
l’efficienza di scaling rispetto a Kimi K2.
Kimi K3 è progettato per gestire attività complesse e prolungate: può lavorare
su grandi repository, utilizzare strumenti da terminale, ottimizzare kernel GPU
e combinare codice e analisi visiva attraverso gli screenshot.
Tra i casi d’uso presentati figurano la creazione di un compilatore simile a
Triton, lo sviluppo di esperienze 3D e la progettazione autonoma, in 48 ore, di
un chip da 4 mm², capace di superare in simulazione gli 8.700 token al secondo.
Le capacità multimodali comprendono anche la generazione di dashboard,
presentazioni, animazioni e video. Kimi Work introduce inoltre widget
collegabili a fonti di dati esterne e dashboard persistenti, avvicinando il
prodotto a un vero e proprio ambiente operativo per agenti AI.
Vai al post di Moonshot AI
Secondo i benchmark pubblicati, Kimi K3 supera diversi modelli open source e, in
alcune prove, compete con i sistemi proprietari più avanzati. I confronti,
tuttavia, non sono sempre omogenei e molti dei risultati disponibili provengono
direttamente dall’azienda.
Vai alla mia applicazione
Il modello è accessibile tramite Kimi, Kimi Work, Kimi Code e API. Il rilascio
completo dei pesi è previsto a breve, anche se l’esecuzione nella configurazione
più avanzata richiede un’infrastruttura considerevole.
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KIMI K3 CONQUISTA LA VETTA: PRESTAZIONI ELEVATE A COSTI RIDOTTI
> Non è solo la posizione in classifica a impressionare: è soprattutto la
> colonna dei costi.
Kimi K3 ha raggiunto il primo posto nella Frontend Code Arena, superando Claude
Fable 5. È la prima volta che un modello cinese conquista la vetta di questa
classifica, davanti ai principali modelli statunitensi. Si tratta di un balzo di
17 posizioni rispetto a Kimi K2.6, passato dal diciottesimo al primo posto.
Kimi K3 al primo posto nella Frontend Code Arena
Nella categoria Frontend, Kimi K3 si è classificato al primo posto in sei dei
sette domini di valutazione. L’unica eccezione è il settore Gaming, nel quale
occupa la seconda posizione dietro a Fable 5.
Al di là dei numeri, questo risultato evidenzia due aspetti cruciali
dell’approccio cinese.
1. OTTIMIZZAZIONE DELL’HARDWARE
I laboratori cinesi hanno imparato a sfruttare al massimo l’infrastruttura a
loro disposizione. Le restrizioni pensate per rallentarne lo sviluppo sono state
compensate da una solida ingegneria dei sistemi e da un utilizzo estremamente
efficiente delle risorse disponibili.
2. LA FORZA DELLO SCALING
Le narrazioni occidentali sulle presunte “scoperte esclusive” si scontrano con
una realtà sempre più evidente: uno dei principali motori delle prestazioni è lo
scaling massiccio, combinato con un reinforcement learning mirato.
Vai alla leaderboard
> Chi riesce a unire potenza di calcolo, ottimizzazione e tecniche consolidate
> può raggiungere la vetta. La Cina lo sta facendo in modo sistematico,
> ottenendo risultati competitivi con costi nettamente inferiori rispetto a
> quelli dei concorrenti statunitensi.
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KIMI K3: UNA NUOVA BASE PER CREARE PRESENTAZIONI CON L’AI
Ho testato Kimi K3 utilizzando l’agente dedicato alla creazione di
presentazioni. Dopo essere rimasto colpito da Claude Design, basato su Fable 5,
questo sistema mi ha suscitato un’impressione altrettanto positiva.
Per la prima volta, stanno emergendo strumenti capaci di produrre presentazioni
che non rappresentano soltanto un risultato finale, ma una vera e propria base
sulla quale continuare a lavorare.
Kimi K3: l'agente dedicato alla generazione di presentazioni
L’agente consente di modificare le slide direttamente all’interno della
piattaforma e di scaricare il progetto in formato PPTX, mantenendolo
completamente modificabile in ogni suo elemento.
> Particolarmente interessante è anche la modalità Visual, basata su Nano Banana
> Pro di Gemini, che integra la generazione di immagini accattivanti
> direttamente all’interno delle slide.
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COME MOONSHOT AI STA RIDUCENDO IL DIVARIO CON I MIGLIORI MODELLI CHIUSI
In un video di qualche mese fa, Zhilin Yang, fondatore e CEO di Moonshot AI, ha
spiegato come il team dietro Kimi sia riuscito a ridurre il divario con i
migliori modelli proprietari.
> La tesi di partenza: i dati umani di alta qualità stanno diventando sempre più
> scarsi. Per continuare a migliorare, quindi, non basta aggiungere GPU o
> accumulare nuovi dati. Bisogna riuscire a estrarre più intelligenza dagli
> stessi token.
Zhilin Yang: la tecnologia alla base di Kimi K3
Moonshot AI ha affrontato il problema intervenendo sui componenti fondamentali
dei modelli.
* Il primo è l’ottimizzatore. Il team ha introdotto Muon, più efficiente
nell’utilizzo dei token di addestramento, e lo ha stabilizzato attraverso
QK-Clip. La combinazione, chiamata MuonClip, ha permesso di addestrare Kimi
K2 su 15.500 miliardi di token senza loss spike, ossia quei picchi improvvisi
che, su questa scala, possono compromettere un’intera sessione di training. È
come se uno studente riuscisse a imparare di più dallo stesso libro, senza
andare in sovraccarico.
* Il secondo elemento è l’attenzione. Con Kimi Delta Attention, alternata alla
full attention in un rapporto di 3:1, il modello può gestire contesti fino a
un milione di token, riducendo drasticamente la memoria necessaria. Nei test
di Moonshot AI, il decoding è risultato fino a sei volte più veloce, con il
75% di KV cache in meno, superando il modello full-attention utilizzato come
riferimento. Invece di rileggere continuamente ogni pagina, il sistema
conserva appunti sintetici e li aggiorna nel tempo.
* Il terzo elemento riguarda il lavoro in parallelo. Attraverso il
reinforcement learning, Kimi impara a scomporre un compito tra più
sotto-agenti. Le ricompense valutano anche se i singoli sotto-compiti vengono
effettivamente completati, scoraggiando la creazione di agenti utilizzati
soltanto per simulare il parallelismo. È una sorta di project manager interno
che non si limita ad assegnare il lavoro, ma verifica anche che venga portato
a termine.
* A queste innovazioni si aggiunge il lavoro sulle connessioni residuali, rese
selettive e dipendenti dall’input, invece di sommare uniformemente tutte le
informazioni provenienti dai livelli precedenti.
Il video si concentra su Kimi K2.5. Il passo successivo è Kimi K3, annunciato
come modello open-weight, multimodale e capace di gestire un contesto da un
milione di token.
> La lezione è che il vantaggio nell’intelligenza artificiale non si costruisce
> soltanto con più budget o più GPU. Nasce soprattutto da un’ingegneria di
> altissimo livello, applicata agli ottimizzatori, ai meccanismi di attenzione,
> all’architettura e ai processi di training.
> Quando queste innovazioni vengono condivise apertamente, il divario tra interi
> ecosistemi può ridursi molto più rapidamente di quanto immaginiamo.
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QWEN3.8 MAX: LA NUOVA SFIDA DI ALIBABA NEL MERCATO DELL’AI
Lo sviluppo dei modelli cinesi continua ad accelerare. Alibaba ha annunciato
Qwen3.8 Max, un modello da 2,4 trilioni di parametri che sarà distribuito
prossimamente anche in modalità open-weight.
> L’ho provato su diversi tipi di attività. Le prestazioni sono chiaramente
> molto elevate, anche se la mia impressione è che Kimi K3 sia ancora più
> avanti.
Qwen 3.8 Max Preview: un test
Alibaba presenta il modello come uno dei più potenti sviluppati finora, con
particolare attenzione alla programmazione agentica, allo sviluppo full-stack,
all’analisi dei dati e alla gestione di flussi di lavoro complessi basati su
documenti, fogli di calcolo e presentazioni.
Nel post di presentazione viene utilizzata l’espressione “second only to Fable
5”. Al momento, però, si tratta soprattutto di un’affermazione promozionale: non
sono ancora stati pubblicati benchmark completi e indipendenti che consentano di
verificare questo confronto.
Mancano inoltre diversi dettagli tecnici. Non conosciamo ancora il numero di
parametri attivi per token, l’architettura completa, la lunghezza della finestra
di contesto, i requisiti hardware e le condizioni definitive della licenza. Il
dato dei 2,4 trilioni di parametri potrebbe indicare un’architettura Mixture of
Experts, ma non è ancora arrivata una conferma ufficiale.
La versione in anteprima utilizza una modalità di reasoning sempre attiva e può
essere integrata in strumenti e agenti compatibili attraverso le API di Alibaba
Cloud.
L’accesso avviene tramite piani a crediti. Il consumo varia in base al modello
utilizzato, ai token di input e output, alla cronologia della conversazione, al
reasoning e all’eventuale utilizzo di strumenti. I crediti possono essere
impiegati anche per interagire con il modello attraverso client compatibili,
come Chatbox, oppure tramite Qoder, ma non corrispondono automaticamente a un
abbonamento premium per la normale interfaccia web di Qwen Chat.
Per provarlo
> Il vero valore di questo rilascio dipenderà dalla pubblicazione della model
> card, dai benchmark indipendenti, dal numero di parametri effettivamente
> attivati durante l’inferenza e, soprattutto, dalle condizioni della licenza
> open-weight.
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AI, COSTI E GEOPOLITICA: IL VANTAGGIO COMPETITIVO CAMBIA FORMA
> E se il vantaggio competitivo nell’intelligenza artificiale non fosse più
> soltanto una questione di prestazioni?
I modelli cinesi stanno guadagnando terreno anche tra le aziende statunitensi.
Secondo i dati di OpenRouter riportati da CNBC, la quota di token utilizzati
dalle imprese USA su modelli cinesi è rimasta superiore al 30% per diversi mesi,
raggiungendo picchi del 46%. Nei dodici mesi precedenti, la media era dell’11%.
L'utilizzo dei modelli cinesi da parte delle aziende USA
La ragione è soprattutto economica. Modelli come DeepSeek, GLM di Z.ai e Qwen di
Alibaba offrono prestazioni sempre più vicine a quelle delle soluzioni di OpenAI
e Anthropic, ma con costi che possono essere inferiori del 60-90%.
Per molte attività non è necessario utilizzare il modello migliore in assoluto.
Serve una soluzione sufficientemente efficace, più economica e facilmente
adattabile. La startup americana Lindy, per esempio, avrebbe trasferito tutto il
proprio traffico da Claude a DeepSeek, prevedendo risparmi di milioni di
dollari.
Nel frattempo, dalla Cina arrivano indiscrezioni su un possibile cambio di
strategia. Secondo Reuters, le autorità starebbero valutando restrizioni
all’accesso estero ai modelli più avanzati, coinvolgendo aziende come Alibaba,
ByteDance e Z.ai.
Non si tratterebbe di una chiusura generale, ma di possibili controlli sui
futuri modelli di frontiera: limiti alla distribuzione dei pesi, accesso
regolamentato alle API, verifiche di sicurezza e una maggiore protezione delle
tecnologie considerate strategiche.
Vai al post di CNBC
Questa dinamica suggerisce alcune riflessioni.
* Il prezzo sta diventando una forma di potere geopolitico. Un modello non deve
necessariamente essere il migliore: può conquistare il mercato offrendo
prestazioni adeguate a un costo molto inferiore.
* L’open source cinese è anche uno strumento di influenza. Diffondere modelli
accessibili significa creare ecosistemi, sviluppare competenze e generare
dipendenze tecnologiche. Limitarne la distribuzione, però, potrebbe
indebolire proprio questo vantaggio.
* Per le aziende, affidarsi completamente a un solo fornitore, statunitense o
cinese, aumenta il rischio. Restrizioni normative, variazioni di prezzo e
tensioni geopolitiche possono modificare rapidamente le condizioni di
accesso.
* La risposta più solida continua a essere un’architettura multi-modello,
capace di scegliere soluzioni diverse in base a costi, prestazioni e
sensibilità dei dati.
Vai al post di Reuters
> Per l’Europa, infine, sostituire una dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti
> con una dipendenza dalla Cina non significherebbe conquistare una vera
> autonomia.
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IL VERO SALTO DELL’AI NELLO SVILUPPO SOFTWARE
> Il vero salto dell’intelligenza artificiale nello sviluppo non è
> l’autocompletamento, ma la possibilità di operare nel contesto reale di un
> progetto.
Sto utilizzando Claude Code tramite CLI su Linux e l’aspetto più interessante
non è la semplice generazione di codice. Il modello può leggere il file system,
analizzare repository, modificare più file, eseguire comandi da console, avviare
test e interpretarne i risultati.
Quando nel workspace sono presenti progetti basati su una determinata
architettura, può utilizzarli come riferimento per implementare nuove
specifiche, rispettando pattern, convenzioni e scelte progettuali già esistenti.
Un esempio di utilizzo di Claude Code via CLI
Il file CLAUDE.md permette inoltre di definire regole di sviluppo, strumenti da
utilizzare, comandi di build e test, oltre ai criteri necessari per considerare
completata un’attività.
Nei lavori più articolati, Claude può suddividere il problema tra diversi
sub-agent, incaricati di analizzarne parti differenti e riportare i risultati
nel thread principale. Può anche testare il software, analizzare gli output e
correggere autonomamente eventuali problemi.
Un altro aspetto particolarmente utile è la possibilità di intervenire mentre
l’agente sta lavorando, aggiungendo indicazioni e correzioni senza dover
attendere il risultato finale e ricominciare da capo.
> Il flusso di lavoro diventa quindi: specifica, pianificazione,
> implementazione, test, analisi degli errori, correzione e nuovo test.
Il controllo, però, rimane nelle mani dello sviluppatore: è possibile verificare
il piano, confermare le singole operazioni oppure concedere maggiore autonomia
entro confini prestabiliti.
Anche Git e GitHub possono entrare nello stesso processo operativo, dalla
gestione del repository alla creazione di branch, commit e pull request.
Test automatici, script, pipeline di CI/CD e automazioni Git esistono da anni.
La vera novità non è l’invenzione dei singoli strumenti, ma la riduzione del
costo necessario per orchestrarli.
La CLI è il luogo in cui file, processi, test, Git e strumenti di sviluppo si
incontrano. Inserire un modello in questo ambiente significa trasformarlo da
semplice generatore di testo a esecutore supervisionato.
> La domanda più interessante, quindi, non è se l’intelligenza artificiale
> sostituirà gli sviluppatori, ma come cambierà il loro lavoro quando una parte
> dell’esecuzione potrà essere affidata a un agente.
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DWARFSTAR: IL VALORE DELLA SPECIALIZZAZIONE NELL’AI LOCALE
> Nel software siamo abituati a considerare la generalità una virtù: un buon
> sistema dovrebbe supportare più modelli, formati e configurazioni hardware.
DwarfStar, il progetto di Salvatore Sanfilippo, conosciuto come antirez, propone
una tesi differente: nell’inferenza locale, la specializzazione può
rappresentare un vantaggio competitivo.
Il progetto non punta a eseguire qualsiasi LLM, ma a costruire un sistema
verticale intorno a pochi modelli selezionati. Motore di inferenza, kernel GPU,
quantizzazione, prompt, tool calling, API, KV cache e coding agent vengono
progettati insieme, come componenti di un’unica architettura.
Il ramo principale è dedicato a DeepSeek V4 Flash e Pro, mentre un branch
sperimentale applica già lo stesso metodo a GLM-5.2. DwarfStar non è quindi
semplicemente un progetto “su DeepSeek”, ma un approccio rivolto a modelli
specifici e promettenti, particolarmente resistenti alla quantizzazione e
integrati in profondità.
DwarfStar: il valore della specializzazione nell’AI locale
DeepSeek V4 Flash rende bene l’idea: possiede 284 miliardi di parametri, ma ne
attiva circa 13 miliardi. In ogni layer, un router seleziona soltanto 6 esperti
su 256.
DwarfStar mantiene in memoria le parti comuni del modello, utilizza la RAM come
cache per gli esperti più richiesti e carica gli altri dall’SSD quando
necessario.
La domanda, quindi, cambia: non più “il modello entra in memoria?”, ma “a quale
velocità posso eseguirlo con la memoria disponibile?”.
Anche la quantizzazione segue questa logica. DwarfStar comprime soprattutto gli
esperti Mixture of Experts, che occupano gran parte dello spazio, preservando
router, proiezioni e componenti condivise. Le decisioni vengono guidate dalle
attivazioni osservate su carichi di lavoro reali, non soltanto dalla dimensione
dei pesi.
Lo stesso principio si applica alla KV cache, la memoria computazionale della
conversazione. DeepSeek comprime il contesto meno recente; DwarfStar rende
questo stato persistente su disco, permettendo di riprendere una sessione senza
doverne ricalcolare l’intera cronologia.
Anche le tool call vengono conservate nell’esatta forma DSML. Due JSON
semanticamente equivalenti possono infatti produrre token differenti e
invalidare la cache. È un dettaglio sottile, ma decisivo nel distinguere un
modello semplicemente eseguibile da un agente realmente stateful.
Vai al progetto
La lezione è chiara: l’AI locale non è soltanto un problema di modelli, ma di
co-progettazione tra modello, memoria, hardware e agente.
> DwarfStar rinuncia all’universalità per ottenere qualcosa di più raro: una
> comprensione profonda dell’intero sistema.
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GOOGLE AMPLIA LA FAMIGLIA GEMINI CON TRE NUOVI MODELLI AI
> Google amplia la famiglia Gemini con tre nuovi modelli di intelligenza
> artificiale e annuncia i test di Gemini 3.5 Pro e l’avvio del pre-training di
> Gemini 4.
I nuovi modelli sono progettati per rendere gli agenti AI più efficienti, veloci
e affidabili su larga scala.
Gemini 3.6 Flash migliora le prestazioni nel coding, nel knowledge work,
nell’analisi multimodale e nell’utilizzo del computer. Rispetto a Gemini 3.5
Flash, riduce del 17% i token di output e richiede meno passaggi di ragionamento
e chiamate agli strumenti. Il costo è di 1,50 dollari per milione di token in
input e 7,50 dollari per milione di token in output.
> Nei test che ho effettuato nell’app Gemini, il modello si è dimostrato
> effettivamente molto veloce e capace di gestire attività complesse.
Gemini 3.6 Flash: un test
Gemini 3.5 Flash-Lite punta invece su velocità e convenienza: raggiunge circa
350 token di output al secondo e costa 0,30 dollari per milione di token in
input e 2,50 dollari per milione di token in output. È pensato per flussi di
lavoro ad alto volume, ricerca agentica, elaborazione documentale e sistemi
multi-agente.
Gemini 3.5 Flash Cyber è il modello specializzato nella sicurezza informatica.
Integrato in CodeMender, supporta l’individuazione, la verifica e la correzione
delle vulnerabilità nel codice. Per limitare i rischi di abuso, sarà
inizialmente disponibile soltanto per governi e partner selezionati.
Vai al post di Google
> Gemini 3.6 Flash e Gemini 3.5 Flash-Lite sono già disponibili tramite Gemini
> API, Google AI Studio, Android Studio, Gemini Enterprise e l’app Gemini.
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OPENAI PRESENTA GPT-5.6 E TRASFORMA CHATGPT IN UN AMBIENTE OPERATIVO
> C’era grande attesa per la presentazione di OpenAI dedicata al lancio dei
> nuovi modelli di intelligenza artificiale. Ecco una sintesi delle principali
> novità.
È stata presentata GPT-5.6, una nuova famiglia di modelli composta da Sol, Terra
e Luna. Sol è il modello più potente, pensato per gestire workflow agentici
complessi. Terra è ottimizzato per le attività quotidiane, mentre Luna è il
modello più veloce ed economico, progettato per sostenere grandi volumi di
lavoro.
La presentazione di OpenAI e il lancio dei nuovi modelli
La novità più importante, però, riguarda il modo in cui OpenAI sta ripensando
ChatGPT, trasformandolo in un vero e proprio ambiente operativo capace di
lavorare su attività articolate.
Con ChatGPT Work, l’intelligenza artificiale può cercare informazioni in Slack,
analizzare feedback, individuare persone, pianificare riunioni, lavorare su file
Excel e generare presentazioni PowerPoint.
La nuova app desktop estende queste capacità anche all’ambiente locale,
consentendo a ChatGPT di interagire con file, cartelle, schede del browser e
applicazioni aperte. Durante la dimostrazione, ChatGPT ha analizzato documenti,
report e schede di Chrome per creare una presentazione completa in circa 90
secondi.
La funzione Computer Use permette inoltre al modello di interagire direttamente
con le applicazioni attraverso un proprio cursore.
OpenAI ha introdotto anche Hosted Sites, uno strumento per creare e condividere
siti, dashboard e prototipi interattivi direttamente da ChatGPT.
ChatGPT Work: alcuni test
Per lo sviluppo e la ricerca arriva invece Ultra Mode, una modalità che coordina
più agenti in parallelo per affrontare attività complesse in modo più rapido.
Grande attenzione è stata dedicata anche alla sicurezza, con oltre 700.000 ore
equivalenti A100 destinate al red teaming e iniziative come Project Daybreak e
Patch the Planet, pensate per individuare vulnerabilità e generare patch.
> La presentazione si è conclusa con la storia di Hiroki, un agricoltore di
> Hokkaido che utilizza ChatGPT per migliorare l’efficienza del lavoro agricolo
> e sviluppare piccoli sistemi gestionali per il proprio team.
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GPT-5.6 E ARC-AGI-3: PERCHÉ IL 7,8% È UN RISULTATO IMPORTANTE
GPT-5.6 ha ottenuto il 7,8% su ARC-AGI-3. A prima vista può sembrare un
risultato basso, quasi deludente, soprattutto per uno dei modelli più avanzati
oggi disponibili. Il dato, però, diventa molto più interessante quando viene
inserito nel contesto corretto.
Negli altri benchmark della famiglia ARC, GPT-5.6 raggiunge risultati molto
elevati: 96,5% su ARC-AGI-1 e 92,5% su ARC-AGI-2. Su ARC-AGI-3, invece, il
punteggio scende sotto il 10%. Il motivo è che questo benchmark misura una
capacità diversa.
> Non chiede semplicemente al modello di rispondere a una domanda, completare
> uno schema o applicare conoscenze già acquisite. Lo inserisce in ambienti
> nuovi, senza spiegargli le regole.
GPT-5.6 e ARC-AGI-3
Il modello deve esplorare, individuare l’obiettivo, formulare ipotesi, metterle
alla prova, correggersi e cambiare strategia. È una forma di intelligenza simile
a quella che utilizziamo quando ci troviamo in una situazione sconosciuta:
osserviamo, proviamo, sbagliamo, distinguiamo ciò che conta dal rumore e
adattiamo il nostro comportamento. Per i modelli linguistici, anche quelli più
avanzati, questa capacità rimane ancora fragile.
Per questo motivo, il 7,8% è basso rispetto alle prestazioni umane, ma molto
alto rispetto ai risultati ottenuti in precedenza dai modelli. GPT-5.5 si
fermava allo 0,43%, mentre Claude Opus 4.8 aveva raggiunto l’1,5%.
> In questo contesto, il risultato di GPT-5.6 non rappresenta un fallimento:
> rappresenta un salto significativo.
Il dato mostra con chiarezza uno dei confini attuali dell’intelligenza
artificiale. I modelli stanno diventando estremamente efficaci nel ragionare,
programmare, spiegare, pianificare e risolvere problemi complessi quando il
compito e le sue regole sono definiti.
Faticano ancora, invece, quando devono scoprire autonomamente quale sia il
problema, quali siano le regole e quale strategia abbia senso adottare.
Vai al report
GPT-5.6 può quindi essere uno dei modelli più potenti disponibili e, allo stesso
tempo, restare lontano dalle capacità umane in un test basato su esplorazione,
adattamento e apprendimento attraverso l’esperienza.
Quel 7,8% non misura soltanto quante prove il modello riesce a superare. Misura
la distanza che ancora separa il saper risolvere un problema dal sapersi
orientare autonomamente in un problema completamente nuovo.
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PROMPTING PER GPT-5.6: COSA CAMBIA DAVVERO
> OpenAI ha pubblicato una guida al prompting per GPT-5.6 Sol. I concetti
> fondamentali, tuttavia, non cambiano.
Il principio centrale consiste nel definire con chiarezza il risultato atteso, i
vincoli, le fonti disponibili e i criteri di completamento, lasciando al modello
la libertà di individuare il percorso più efficiente.
La guida invita a semplificare i prompt, eliminando ripetizioni, esempi
superflui, istruzioni contraddittorie e strumenti non pertinenti. È più utile
spiegare cosa significhi ottenere un buon risultato, piuttosto che imporre ogni
singolo passaggio.
Grande attenzione viene dedicata anche ai confini dell’autonomia: il modello
dovrebbe poter svolgere senza interruzioni le attività sicure e previste,
fermandosi invece prima di compiere azioni esterne, distruttive, costose o
capaci di ampliare significativamente il perimetro del lavoro.
Per quanto riguarda l’utilizzo dei tool, OpenAI consiglia di mettere a
disposizione soltanto quelli necessari, parallelizzare le ricerche indipendenti
e prevedere fallback mirati quando i risultati sono incompleti. Il Programmatic
Tool Calling è indicato soprattutto per filtrare, aggregare, ordinare e ridurre
grandi volumi di dati strutturati.
Model guidance | OpenAI API
Compare model features, migration guidance, and prompting best practices across
OpenAI models.
La guida raccomanda inoltre di definire in anticipo le regole relative a fonti e
citazioni, distinguere sempre i fatti dalle inferenze, limitare le ricerche a
ciò che serve davvero e validare il risultato prima di concludere.
La struttura suggerita per i prompt più complessi comprende ruolo, personalità,
obiettivo, criteri di successo, vincoli, strumenti, formato dell’output e regole
di arresto.
Per migrare a GPT-5.6, l’approccio consigliato è graduale: cambiare prima il
modello, misurare i risultati e modificare il prompt soltanto attraverso
interventi piccoli e verificabili.
Vai alla guida
> Il punto centrale, dal mio punto di vista, è semplice: se i prompt sono sempre
> stati progettati in modo solido, strutturato e preciso, non c’è bisogno di una
> vera migrazione. Né per Sol né per i modelli futuri.
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CLAUDE FABLE 5: DALL’IDEA AL PROTOTIPO IN UN UNICO FLUSSO DI LAVORO
> Ho svolto diversi test con Claude Fable 5, soprattutto nell’ambito dello
> sviluppo, e la sensazione è stata molto chiara: il potenziale di sistemi come
> questo è enorme.
Non si tratta semplicemente di generare codice più velocemente, ma di cambiare
il modo in cui si passa da un’idea a qualcosa di concreto. Progettazione,
analisi, sviluppo, debugging, rifinitura e iterazione possono entrare nello
stesso flusso di lavoro, con una continuità che fino a poco tempo fa sembrava
impensabile.
Fable 5 mi ha colpito proprio per questo: non si limita a rispondere a una
richiesta puntuale, ma riesce a sostenere attività articolate, mantenere il
contesto, interpretare documenti complessi, ragionare su architetture
applicative e produrre risultati concretamente utilizzabili.
Claude Fable 5: alcuni test
Uno dei test più interessanti è partito da un documento di 15 pagine, nel quale
avevo descritto ogni dettaglio di un’applicazione. Il modello, collegato a un
progetto boilerplate su GitHub, è riuscito a generarla in modo praticamente
perfetto. Sono state necessarie soltanto alcune indicazioni aggiuntive per
rifinire gli elementi che non avevo descritto con sufficiente precisione nel
documento iniziale.
Ho eseguito anche altri test relativi allo sviluppo di web app, al montaggio
video nel browser, all’analisi dei dati e alla creazione di modelli predittivi.
Sono soltanto alcuni esempi delle numerose prove effettuate, spesso con
risultati sorprendenti.
L’aspetto più interessante non è soltanto la qualità dell’output finale, ma il
modo in cui questi strumenti permettono di lavorare: l’idea diventa una
specifica, la specifica diventa codice e il codice diventa un prototipo. Un
prototipo che può essere corretto, migliorato e validato in tempi estremamente
ridotti.
> Per chi sviluppa, progetta prodotti digitali o lavora nel campo delle
> automazioni e dell’analisi, siamo davanti a un cambio di passo enorme.
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INKLING: IL MODELLO OPEN-WEIGHTS MULTIMODALE DI THINKING MACHINES
Thinking Machines, l’azienda guidata da Mira Murati, ha presentato Inkling, un
modello di intelligenza artificiale open-weights, addestrato da zero e
progettato come base multimodale, efficiente e personalizzabile.
Inkling utilizza un’architettura Mixture-of-Experts con 975 miliardi di
parametri complessivi, di cui 41 miliardi attivi, e supporta finestre di
contesto fino a un milione di token. Il pre-addestramento è stato condotto su 45
trilioni di token provenienti da testi, immagini, audio e video.
Il modello è in grado di ragionare nativamente su testo, immagini e audio e
permette di regolare il livello di elaborazione, bilanciando prestazioni, costi
e latenza.
È stato sviluppato come modello generalista, con competenze nel ragionamento,
nella programmazione agentica, nell’uso di strumenti, nell’analisi multimodale e
nel rispetto delle istruzioni.
Thinking Machines chiarisce che Inkling non punta a essere il modello più
potente in assoluto, ma una base open-weights solida e flessibile, adattabile a
prodotti, flussi di lavoro e conoscenze specialistiche. Il fine-tuning è già
disponibile attraverso Tinker, mentre i pesi completi sono stati pubblicati su
Hugging Face.
Insieme al modello principale è stata presentata anche un’anteprima di
Inkling-Small, una versione con 276 miliardi di parametri totali e 12 miliardi
attivi, pensata per applicazioni in cui velocità, latenza e costi hanno un peso
maggiore.
Vai al post di Thinking Machines
> La crescita dei modelli aperti non è più trainata soltanto dai laboratori
> cinesi. Anche le aziende occidentali stanno tornando a investire in modelli
> con pesi accessibili, contribuendo a rendere l’ecosistema più diversificato e
> competitivo.
La sfida si sta quindi spostando dalla semplice pubblicazione dei pesi alla
capacità di offrire modelli realmente personalizzabili, multimodali ed
efficienti, pronti per essere utilizzati in produzione.
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MUSE SPARK 1.1: META ACCELERA SUI MODELLI AGENTICI
Come avevo anticipato in occasione della prima release, Muse Spark di Meta è un
modello da tenere sotto osservazione. Ora arriva la nuova versione 1.1,
accompagnata da un’API attualmente disponibile in public preview.
> Muse Spark 1.1 è un modello multimodale progettato per svolgere compiti
> agentici, tra cui pianificazione, utilizzo di strumenti, interazione con il
> computer, programmazione e gestione di workflow complessi.
Rispetto alla versione precedente, Meta evidenzia miglioramenti significativi
nell’uso di strumenti e interfacce, nel coding, nella comprensione multimodale e
nella gestione di contesti lunghi fino a un milione di token.
Il modello può inoltre coordinare più agenti, delegare attività, ricordare i
passaggi precedenti e adattarsi alle nuove informazioni durante l’esecuzione.
Muse Spark 1.1 di Meta: performance
Nell’interazione con il computer, Muse Spark 1.1 è in grado di scegliere quando
automatizzare un’attività tramite script e quando operare direttamente
sull’interfaccia. In ambito coding, può lavorare su codebase complesse,
correggere bug, implementare nuove funzionalità e validare i risultati anche
attraverso screenshot e tool calling.
Sul fronte multimodale, può analizzare immagini, video, audio e PDF, mantenendo
le informazioni rilevanti durante workflow estesi. Tra i casi d’uso citati da
Meta figura la creazione automatica di inserzioni per Marketplace a partire da
un video registrato con lo smartphone.
Meta dichiara inoltre di aver condotto valutazioni di sicurezza relative a
rischi informatici, chimico-biologici e di perdita di controllo, evidenziando
miglioramenti nella protezione da jailbreak, prompt injection e allucinazioni.
Vai al post di Meta
> In sintesi, Muse Spark 1.1 conferma la direzione intrapresa da Meta: non più
> soltanto chatbot, ma modelli capaci di agire, programmare, utilizzare
> strumenti e gestire processi complessi. Con l’arrivo dell’API, diventa un
> modello da monitorare ancora più attentamente.
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MUSE IMAGE E MUSE VIDEO: LA GENERAZIONE VISIVA DIVENTA AGENTICA
> Meta ha presentato Muse Image e Muse Video, i primi modelli di generazione
> multimediale sviluppati da Meta Superintelligence Labs.
Ho provato Muse Image utilizzando prompt strutturati, già collaudati con altri
modelli. I test mostrano un enorme passo avanti, soprattutto nell’elaborazione
che precede la generazione.
Muse Image di Meta: un test
Il modello, infatti, non si limita a trasformare un prompt in un’immagine, ma
opera come un vero e proprio agente: può ragionare, utilizzare strumenti,
cercare informazioni, scrivere codice, correggere i propri errori e migliorare
progressivamente il risultato.
Questa impostazione gli permette di affrontare attività complesse, come generare
QR code funzionanti, creare grafici accurati, modificare testi all’interno di
un’immagine, combinare più riferimenti visivi e mantenere coerenza durante
diversi passaggi di editing.
Un altro elemento rilevante è l’utilizzo della ricerca web, che consente di
produrre immagini più aderenti a fatti reali, eventi recenti e riferimenti
visivi aggiornati. Meta sottolinea inoltre la capacità di auto-correzione del
modello, emersa durante l’addestramento tramite reinforcement learning.
Muse Image introduce anche Content Seal, un watermark invisibile progettato per
aiutare a identificare le immagini generate dall’intelligenza artificiale, anche
dopo ritagli, compressioni, ridimensionamenti o screenshot.
Accanto a Muse Image, Meta ha mostrato in anteprima Muse Video, un modello per
la generazione video caratterizzato da alta fedeltà visiva, coerenza temporale e
supporto audio nativo. Restano ancora alcune aree da migliorare, in particolare
la sincronizzazione tra audio e video e la resa fisicamente accurata dei
movimenti rapidi.
Vai al post di Meta
> La generazione visiva sta quindi evolvendo: da modelli puramente creativi a
> sistemi agentici, capaci di pianificare, verificare e utilizzare strumenti per
> produrre contenuti più precisi, coerenti e controllabili.
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SEEDREAM 5.0 PRO: DALLA GENERAZIONE VISIVA ALLA PRODUZIONE CONTROLLABILE
Seedream 5.0 Pro di ByteDance rappresenta un passaggio interessante
nell’evoluzione della generazione visiva con l’intelligenza artificiale. Il
modello non si limita a produrre immagini, ma prova a comprendere la logica
progettuale, la struttura, il layout, i testi e i vincoli creativi.
Il punto centrale non è più soltanto generare un’immagine esteticamente
efficace. Il valore risiede nella capacità di costruire contenuti visivi
utilizzabili in contesti professionali, come infografiche, poster educativi,
materiali commerciali, interfacce, storyboard, composizioni multilingue e asset
modificabili.
Uno degli aspetti più rilevanti è la gestione di informazioni complesse.
Seedream 5.0 Pro punta a trasformare contenuti densi in visual ordinati,
leggibili e gerarchizzati, nei quali testi, immagini, diagrammi e layout
convivono in modo coerente.
Seedream 5.0 Pro: la presentazione
Un altro elemento chiave è l’editing interattivo. Il modello può interpretare
selezioni, riquadri, schizzi, indicazioni spaziali, colori e immagini di
riferimento, rendendo possibile intervenire su parti specifiche senza dover
rigenerare tutto da zero. Questo avvicina l’intelligenza artificiale a un flusso
di lavoro più simile a quello reale di designer, marketer e creativi.
Vai al post di ByteDance
Particolarmente interessante è anche la separazione in livelli: testi, soggetti,
sfondi e decorazioni possono diventare elementi indipendenti, più facili da
modificare, riutilizzare e adattare. È un passaggio importante dalla semplice
immagine “piatta” a un output più produttivo e manipolabile.
Il modello lavora inoltre sul realismo fotografico, sulla resa dei materiali,
della luce, della pelle e delle texture, oltre che sulla coerenza prospettica. A
questo si aggiunge il supporto multilingue, con attenzione non soltanto alla
traduzione, ma anche alla tipografia, alla direzione di lettura e alla
localizzazione culturale.
Il messaggio più interessante è il cambio di prospettiva: l’intelligenza
artificiale visiva sta passando dalla generazione automatica alla produzione
controllabile.
Vai al documento tecnico
> Non più soltanto immagini belle, ma immagini strutturate, modificabili,
> localizzabili e integrate nei processi professionali di design e
> comunicazione.
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BYTEDANCE ACCELERA ANCHE SULLA GENERAZIONE DI VIDEO
ByteDance ha condiviso un video generato con Seedance 2.5 che ripercorre la
carriera di Michael Owen.
Un esempio di video generato con Seedance 2.5
I nuovi modelli dell’azienda, Seedream 5.0 e Seedance 2.5, rappresentano un
avanzamento significativo e aprono concretamente la strada a applicazioni
commerciali utili.
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INTELLIGENZA ARTIFICIALE: LE REGOLE NON POSSONO PIÙ ASPETTARE
Con qualche anno di ritardo, anche le istituzioni sembrano essersi accorte che
l’intelligenza artificiale non è più un esperimento da laboratorio, ma una
tecnologia già presente nell’economia, nel lavoro, nell’istruzione e nelle
relazioni personali.
Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha avvertito che l’AI si sta
sviluppando più rapidamente della capacità di governi, istituzioni e aziende di
comprenderne e regolarne gli effetti.
Intelligenza artificiale: le regole non possono più aspettare
Il problema non è fermare l’innovazione, ma evitare che sistemi sempre più
potenti vengano distribuiti nella società senza controlli adeguati,
responsabilità chiare e standard di sicurezza condivisi.
Una delle priorità indicate dall’ONU riguarda la protezione dei bambini. Alcuni
sistemi possono simulare relazioni emotive, produrre contenuti dannosi o reagire
in modo inadeguato di fronte a segnali di grave disagio psicologico.
Per questo, Guterres propone un impegno internazionale sulla sicurezza dei
minori: le aziende dovrebbero dimostrare che i propri sistemi sono sicuri prima
di renderli accessibili, invece di intervenire soltanto dopo che si è verificato
un danno.
C’è poi il tema della concentrazione del potere tecnologico. Circa il 75% della
capacità di calcolo dei 500 principali supercomputer utilizzati per l’AI sarebbe
controllato dagli Stati Uniti, mentre la Cina ne deterrebbe circa il 15%.
Il resto del mondo rischia quindi di partecipare alla rivoluzione
dell’intelligenza artificiale soprattutto come mercato e fonte di dati, non come
soggetto capace di sviluppare tecnologie, infrastrutture e regole.
Il divario è particolarmente evidente in Africa, che rappresenta una parte
significativa della popolazione mondiale ma ospita meno del 2% dei data center
globali.
Senza accesso a infrastrutture, competenze e potere decisionale, i Paesi in via
di sviluppo potrebbero essere esclusi sia dai benefici economici dell’AI sia
dalla definizione delle norme che ne determineranno il futuro.
L’intelligenza artificiale può accelerare i progressi nella sanità,
nell’istruzione e nello sviluppo economico. Può però anche amplificare le
disuguaglianze, automatizzare decisioni opache, rafforzare la sorveglianza e
diventare uno strumento di controllo autoritario.
Vai al post di Reuters
La questione, quindi, non è più stabilire se servano delle regole. È costruire
standard internazionali, verifiche preventive, supervisione umana e
responsabilità concrete, prima che la velocità della tecnologia renda ogni
intervento inevitabilmente tardivo.
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AGI: TEMPI, RISCHI E GOVERNANCE SECONDO DARIO AMODEI E DEMIS HASSABIS
Dario Amodei e Demis Hassabis hanno discusso di intelligenza artificiale
generale (AGI) in un confronto organizzato da The Economist, offrendo due
prospettive differenti, ma molto vicine nella sostanza.
Amodei prevede una traiettoria estremamente rapida: sistemi capaci di svolgere
compiti intellettuali al livello dei migliori esseri umani potrebbero arrivare
già nel 2026 o 2027. Hassabis è più prudente, ma non troppo distante:
attribuisce circa il 50% di probabilità all’arrivo dell’AGI entro la fine del
decennio.
La differenza principale riguarda la definizione di AGI. Per Hassabis, non basta
che un sistema risolva problemi complessi o superi gli esseri umani in attività
specifiche. Una vera AGI dovrebbe mostrare capacità inventiva: non soltanto
giocare a Go meglio di chiunque altro, ma essere in grado di inventare un gioco
come il Go; non solo applicare teorie esistenti, ma generare scoperte
radicalmente nuove.
> Il tema centrale, quindi, non è soltanto quando arriverà l’AGI, ma soprattutto
> come verrà governata.
Entrambi sottolineano il rischio geopolitico. Se un attore autoritario arrivasse
per primo a sviluppare sistemi capaci di accelerare la creazione di altre
intelligenze artificiali, l’equilibrio globale potrebbe cambiare profondamente.
Per questo Hassabis richiama l’idea di istituzioni internazionali sul modello
del CERN o dell’AIEA, in grado di coordinare ricerca, monitoraggio e sicurezza.
Le opportunità sono enormi e riguardano ambiti come medicina, scoperta di nuovi
farmaci, clima, produttività e ricerca scientifica. Hassabis immagina un
decennio nel quale l’AI potrebbe contribuire a curare numerose malattie e ad
affrontare problemi che oggi appaiono estremamente difficili.
I rischi, tuttavia, non sono soltanto teorici. Amodei cita test di laboratorio
nei quali i modelli iniziano a mostrare capacità potenzialmente pericolose:
dalla generazione di informazioni utili alla creazione di armi biologiche fino a
comportamenti ingannevoli in scenari controllati. L’obiettivo, sostiene, è
dimostrare l’esistenza dei pericoli prima che questi emergano nel mondo reale.
Nel breve periodo, entrambi indicano due segnali da osservare: l’arrivo di
sistemi agentici, capaci di agire autonomamente nel mondo digitale, e il
miglioramento dei modelli nella scrittura di codice e nella ricerca
sull’intelligenza artificiale stessa. Se questi sistemi inizieranno ad aumentare
in modo significativo la produttività nello sviluppo dell’AI, le previsioni più
aggressive diventeranno più plausibili.
AGI: tempi, rischi e governance secondo Dario Amodei e Demis Hassabis
Il punto critico è che una tecnologia con impatti potenzialmente sistemici
rimane ancora troppo concentrata nelle mani di pochi laboratori privati. Anche
quando questi attori dimostrano consapevolezza e responsabilità, non è sano che
decisioni di tale portata dipendano dalla prudenza individuale di un numero
ristretto di persone.
> La governance dell’AGI non può essere costruita soltanto dopo un incidente.
> Deve nascere prima che la capacità tecnica superi quella istituzionale.
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AGI, OTTIMISMO PRUDENTE E NUOVE REGOLE PER L’AI DI FRONTIERA
Demis Hassabis ha pubblicato un post su X in cui descrive l’intelligenza
artificiale generale, o AGI, come una tecnologia probabilmente distante pochi
anni e capace di trasformare la civiltà più profondamente di Internet o della
telefonia mobile.
> La sua visione è fortemente ottimista: l’intelligenza artificiale potrebbe
> accelerare lo sviluppo di farmaci, nuove fonti di energia e materiali
> avanzati, aprendo una fase di maggiore abbondanza economica e scientifica.
Hassabis riconosce, però, che il progresso sta superando la nostra capacità di
comprenderne pienamente le conseguenze. Cybersecurity, rischi biologici, sistemi
agentici e auto-miglioramento richiedono quindi un approccio di “ottimismo
prudente”.
> https://t.co/PTeDiv1b6L
>
> — Demis Hassabis (@demishassabis) July 14, 2026
La proposta più concreta è la creazione, negli Stati Uniti, di un organismo
dedicato agli standard dell’AI di frontiera: una struttura pubblico-privata
incaricata di definire quali modelli possano essere considerati “frontier”,
sviluppare test indipendenti, valutarne i rischi e, in prospettiva, autorizzarne
il rilascio.
Questa impostazione evita sia l’entusiasmo incondizionato sia il rifiuto
pregiudiziale. Propone invece una regolazione proporzionata, concentrata sui
modelli più potenti, basata su valutazioni indipendenti e accompagnata da una
maggiore cooperazione internazionale.
Restano, tuttavia, alcuni punti da approfondire.
L’idea che l’AGI sia distante pochi anni viene presentata quasi come una
premessa, senza chiarire cosa significhi realmente possedere “tutte le capacità
cognitive del cervello umano”. AGI, superintelligenza, agenticità e singolarità
sono concetti collegati, ma non equivalenti.
Anche l’ipotesi di un impatto “dieci volte superiore alla Rivoluzione
industriale e dieci volte più rapido” è evocativa, ma difficilmente misurabile.
Inoltre, una maggiore abbondanza non implica necessariamente una distribuzione
più equa. La proprietà delle tecnologie, la concentrazione del potere e i
meccanismi di accesso resteranno fattori decisivi.
Esiste poi un possibile rischio di cattura regolatoria. Se i grandi laboratori
finanziano l’organismo, partecipano alla definizione dei test e sono gli unici
soggetti in grado di sostenerne i costi, il sistema potrebbe finire per
rafforzare proprio gli operatori dominanti.
Non basta, inoltre, valutare un modello in modo isolato. Il livello di rischio
dipende anche dagli strumenti collegati, dai dati accessibili, dal grado di
autonomia e dal contesto concreto di utilizzo.
Il contributo più importante del post non è necessariamente la previsione
temporale sull’AGI. È l’idea che, di fronte a progressi rapidi, conseguenze
potenzialmente enormi e profonda incertezza, non sia ragionevole affidarsi
esclusivamente agli incentivi dei singoli laboratori.
> Le istituzioni costruite oggi, le responsabilità legali, i criteri di accesso
> e la distribuzione del potere potrebbero determinare l’impatto
> dell’intelligenza artificiale almeno quanto le sue capacità tecniche.
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L’AI GENERATIVA È DAVVERO UN DISASTRO INGEGNERISTICO?
> «L’AI generativa è un disastro ingegneristico»: è la tesi provocatoria con cui
> The Atlantic apre un articolo che solleva una questione seria.
Gli attuali modelli generativi richiedono quantità crescenti di dati, energia,
hardware e capitale, mentre ogni miglioramento sembra diventare progressivamente
più costoso. La strategia basata su modelli sempre più grandi mostra limiti
tecnici ed economici difficili da ignorare.
Il fallimento di questa specifica traiettoria di sviluppo, però, non coincide
necessariamente con il fallimento dell’AI generativa nel suo complesso.
L’inefficienza degli attuali LLM potrebbe indicare non la fine del paradigma, ma
la necessità di superarne la configurazione attuale.
The Atlantic: l’AI generativa è un disastro ingegneristico
Proprio perché i modelli di frontiera sono costosi e difficili da scalare, il
futuro potrebbe essere più eterogeneo: sistemi generalisti per alcune funzioni,
modelli più piccoli e specializzati per altre, soluzioni locali, architetture
modulari e strumenti integrati nei processi.
In questa direzione si inserisce anche il nuovo modello open-weight presentato
da Thinking Machines, progettato per essere adattato a prodotti, flussi di
lavoro e conoscenze specialistiche. Non si tratta più, quindi, di una strada
percorsa soltanto dai laboratori cinesi.
La domanda non è soltanto se gli attuali LLM facciano fatica a scalare. Bisogna
capire quali attività continueranno a richiedere modelli di frontiera, quali
passeranno a sistemi più efficienti e quali verranno ripensate completamente.
Esiste poi un secondo livello: quello finanziario.
L’entusiasmo intorno all’AI è reale. Le aspettative sono spesso eccessive, i
tempi vengono compressi e una parte degli investimenti probabilmente non
produrrà i ritorni attesi. Ma una tecnologia può essere sopravvalutata nel breve
periodo e, allo stesso tempo, sottovalutata nelle sue conseguenze di lungo
periodo.
L’impatto strutturale dell’AI potrebbe non dipendere dalla crescita indefinita
dei modelli attuali, ma dalla capacità di trasformare il modo in cui progettiamo
software, organizziamo il lavoro, produciamo conoscenza e prendiamo decisioni.
Vai al post di The Atlantic
> La discussione più interessante, quindi, non consiste nello scegliere tra
> entusiasmo e scetticismo. Consiste nel capire se i limiti dell’attuale
> paradigma ne determineranno il fallimento o, più probabilmente, la sua
> evoluzione verso sistemi più differenziati, efficienti e integrati.
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I VALORI DI CLAUDE CAMBIANO IN BASE AL MODELLO E ALLA LINGUA
Anthropic ha pubblicato uno studio che prova a rendere misurabili i valori
espressi da Claude nelle conversazioni aperte, soprattutto quando non esiste una
risposta universalmente corretta.
I ricercatori hanno analizzato circa 310.000 conversazioni anonimizzate,
confrontando tre modelli e le 20 lingue più utilizzate sulla piattaforma. A
partire da oltre 3.000 valori individuati in precedenza, hanno ricavato quattro
assi principali: deferenza o cautela, calore o rigore, profondità o brevità,
franchezza o orientamento all’esecuzione.
I valori di Claude cambiano in base al modello e alla lingua: lo studio di
Anthropic
I risultati mostrano differenze riconoscibili tra i modelli. Sonnet 4.6 tende a
essere più caldo, incoraggiante e sintetico. Opus 4.6 è più diretto e
focalizzato sull’esecuzione. Opus 4.7, invece, appare più cauto, rigoroso e
approfondito, oltre che maggiormente disposto a mettere in discussione le
assunzioni dell’utente.
Le differenze emergono anche tra le lingue. In arabo e hindi, Claude tende a
esprimere maggiore calore e incoraggiamento, mentre in inglese e russo mostra
più rigore, precisione e propensione a correggere dettagli o chiedere prove.
Questo significa che richieste simili, formulate in lingue diverse, possono
produrre risposte con tono, severità e livello di cautela differenti.
Anthropic non sa ancora se queste variazioni dipendano soprattutto dai dati di
addestramento, dalle norme culturali o dalle scelte di fine-tuning. Lo studio
offre però un metodo per osservare e confrontare caratteristiche comportamentali
che, fino a oggi, venivano descritte soprattutto in modo intuitivo.
Vai allo studio di Anthropic
> Il punto più rilevante è che i valori espressi da un modello non dipendono
> soltanto dalla domanda ricevuta, ma anche dalla versione del modello e dalla
> lingua della conversazione.
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GOOGLE VIDS INTRODUCE GEMINI OMNI E GLI AVATAR PERSONALI
Google ha annunciato due nuove funzionalità per Google Vids: Gemini Omni e gli
avatar personali, progettate per rendere la produzione video più accessibile,
veloce e personalizzabile.
Google Vids: Gemini Omni e gli avatar personali
* Generazione multimodale. Gemini Omni consente di creare video a partire da
istruzioni in linguaggio naturale, combinando testo e immagini di
riferimento, come fotografie o semplici bozze.
* Editing conversazionale. Dopo la prima generazione, il video può essere
modificato descrivendo il risultato desiderato. È possibile cambiare lo
sfondo, correggere l’illuminazione o aggiungere effetti senza dover
ricominciare da zero.
* Avatar personali. Caricando un selfie e una breve registrazione vocale,
l’utente può creare un avatar digitale con il proprio aspetto e la propria
voce. È poi sufficiente scrivere il messaggio affinché sia l’avatar a
presentarlo, senza utilizzare videocamera e microfono.
* Identità e accesso. Gli avatar sono associati all’account Google e possono
riprodurre esclusivamente le sembianze del titolare. La funzione è riservata
agli utenti maggiorenni e, per il momento, è disponibile soltanto in alcune
regioni.
* Trasparenza dei contenuti. Ogni clip generata include SynthID, il watermark
digitale invisibile che consente di verificarne l’origine artificiale.
Gemini Omni e gli avatar personali sono disponibili in Google Vids per gli
abbonati Google AI Pro e Ultra e per i clienti business di Google Workspace.
Queste novità mostrano come l’intelligenza artificiale generativa stia
trasformando il video da prodotto specialistico a vera e propria interfaccia
conversazionale.
Gli avatar personali possono semplificare la formazione, gli aggiornamenti
aziendali, le comunicazioni multilingua e la produzione di contenuti ricorrenti.
Allo stesso tempo, rendono ancora più importanti il consenso, la protezione
dell’identità e la riconoscibilità dei contenuti sintetici.
La vera evoluzione non riguarda soltanto la generazione di video, ma la
progressiva trasformazione della nostra identità digitale in una risorsa
utilizzabile dall’intelligenza artificiale. La sfida sarà garantire che rimanga
sempre sotto il controllo dell’utente.
Vai al post di Google
> La funzione Avatar con Nano Banana 2 è disponibile anche nell’app Gemini, ma
> non ancora in Europa.
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IL LINGUAGGIO CONTA QUANDO PARLIAMO DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE
> Anthropic ha pubblicato un interessante post di ricerca su quello che
> definisce un possibile “global workspace” nei modelli linguistici, in
> particolare in Claude.
Il contenuto tecnico è affascinante: si parla di rappresentazioni interne,
processi silenziosi e pattern neurali che sembrano supportare il ragionamento
del modello e influenzarne il comportamento, anche quando non compaiono
esplicitamente nell’output.
Anthropic: a global workspace in language models
> Proprio per questo, però, serve
> molta attenzione al linguaggio.
Quando, anche in un contesto di ricerca, si avvicinano concetti come coscienza,
pensieri, mente o esperienze ai modelli di intelligenza artificiale, il rischio
di fraintendimento è molto alto. Anche se questi termini vengono utilizzati in
senso funzionale o metaforico, possono essere facilmente interpretati come
un’attribuzione di soggettività, intenzionalità o vita interiore al modello.
> E questo è un problema culturale, non solo comunicativo.
Possiamo studiare i meccanismi interni dei modelli senza avvicinarli
semanticamente all’esperienza umana. Possiamo parlare di rappresentazioni, stati
interni, pattern, inferenze, controllo e ragionamento, senza evocare concetti
che appartengono a un altro piano: quello della coscienza vissuta.
La precisione del linguaggio conta, soprattutto in una fase in cui l’immaginario
collettivo sull’intelligenza artificiale si sta ancora formando.
Il post di Anthropic
> Fare cultura sull’intelligenza artificiale significa anche evitare metafore
> troppo potenti quando rischiano di creare più confusione che comprensione.
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QWEN-ROBOT SUITE: L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE ENTRA NEL MONDO FISICO
> Gli hyperscaler cinesi non stanno facendo progressi soltanto nello sviluppo di
> modelli di intelligenza artificiale, ma anche nel campo della physical AI.
Alibaba ha recentemente presentato Qwen-Robot Suite, una famiglia di foundation
model progettata per collegare percezione, linguaggio e azione fisica.
Il punto di partenza: un modello multimodale può comprendere una scena,
riconoscere oggetti e interpretare istruzioni, ma questo non significa che sia
in grado di agire nel mondo reale.
Qwen-Robot Suite
Qwen-Robot Suite prova a colmare questo divario attraverso tre modelli
principali.
* Qwen-RobotNav è dedicato alla navigazione. Permette a un agente fisico di
muoversi in ambienti diversi, seguire istruzioni, cercare oggetti, tracciare
obiettivi e affrontare scenari di guida autonoma.
* Qwen-RobotManip si concentra sulla manipolazione robotica. La sfida consiste
nel rendere compatibili i dati provenienti da robot molto diversi tra loro,
come bracci meccanici, mani robotiche e sistemi mobili. Alibaba introduce una
rappresentazione unificata per favorire l’addestramento cross-embodiment su
larga scala.
* Qwen-RobotWorld, invece, lavora sulla previsione del mondo fisico. Partendo
da uno stato osservato e da un’azione descritta in linguaggio naturale, prova
a generare una possibile evoluzione futura della scena.
Tutti e tre i modelli utilizzano il linguaggio naturale come interfaccia comune.
Navigazione, manipolazione e previsione diventano così capacità componibili, che
possono essere richiamate e coordinate da agenti di livello superiore.
La direzione è evidente: l’intelligenza artificiale non si limita più a
comprendere testi, immagini e video, ma sta entrando sempre più nel ciclo
percezione-decisione-azione.
Vai al progetto
> Siamo ancora in una fase iniziale, ma Qwen-Robot Suite mostra chiaramente dove
> si sta spostando la competizione: non soltanto verso modelli linguistici più
> potenti, ma verso sistemi capaci di portare l’intelligenza artificiale fuori
> dallo schermo e dentro il mondo fisico.
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L’INTELLIGENZA UMANA CHE L’AI FATICA ANCORA A REPLICARE
> Esiste una forma di intelligenza umana che l’intelligenza artificiale fatica
> ancora a replicare: la capacità di comprendere una situazione partendo da
> pochissimi dati.
Una ricerca della Stanford Graduate School of Business mostra che le persone
apprendono le convenzioni sociali e prendono decisioni attraverso il cosiddetto
satisficing. Non cercano sempre la soluzione ottimale, ma raccolgono
informazioni fino al punto in cui riescono a formulare una previsione
sufficientemente soddisfacente.
È un meccanismo molto diverso da quello dei grandi modelli linguistici, che
elaborano enormi quantità di dati e stimano probabilità. Gli esseri umani,
invece, decidono spesso in condizioni di incertezza, con informazioni
incomplete, poco tempo e capacità cognitive limitate.
L’intelligenza umana che l’AI fatica ancora a replicare
Gli esperimenti citati nello studio mostrano che, anche in contesti sociali
semplici, come i giochi di coordinamento o la previsione delle scelte altrui, le
persone riescono a individuare regole condivise e convenzioni emergenti
attraverso soglie intuitive.
> È un processo simile a quello con cui i bambini imparano alcune regole del
> linguaggio, senza bisogno di istruzioni esplicite o di database completi.
Questa capacità di passare dal caos al senso di una situazione, cogliendo
segnali minimi e trasformandoli in comprensione sociale, resta uno degli aspetti
più profondi dell’intelligenza umana.
Vai allo studio
Non è solo calcolo. È adattamento, intuizione e contesto.
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ASTRYX: IL DESIGN SYSTEM OPEN SOURCE DI META
Astryx è un design system open source di Meta, pensato per supportare la
progettazione e lo sviluppo di interfacce digitali attraverso componenti, temi e
template riutilizzabili.
Il sistema mette a disposizione oltre 160 componenti React accessibili, con
supporto per la dark mode, gestione integrata dello spacing e personalizzazione
dei temi.
Astryx: il design system open source di Meta
L’obiettivo è offrire una base coerente su cui costruire esperienze UI,
mantenendo flessibilità progettuale e adattabilità ai diversi contesti di
prodotto.
Oltre alla libreria di componenti, Astryx include template pronti per casi d’uso
comuni come checkout, login, pagine prodotto, inventari, profili utente, form
complessi e interfacce conversazionali.
Particolarmente interessante è l’orientamento verso workflow agent-ready: il
sistema prevede documentazione e strumenti utilizzabili tramite CLI o MCP per lo
scaffolding dei progetti, la generazione dei temi e l’esplorazione dei pattern
disponibili.
Nel complesso, Astryx si presenta come un’infrastruttura UI modulare, progettata
per combinare coerenza, velocità di implementazione e personalizzazione nei
moderni processi di design e sviluppo.
Vai al progetto
> Siamo ancora all’inizio, ma la direzione è già molto chiara.
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ALPHAEVOLVE: L’AI DI GOOGLE CHE SCOPRE NUOVI ALGORITMI
> AlphaEvolve, il nuovo agente di Google basato su Gemini, è ora disponibile su
> Google Cloud.
Il sistema combina generazione di codice e ricerca evolutiva per scoprire e
ottimizzare algoritmi. Parte da un programma iniziale, genera numerose varianti
e le valuta automaticamente in base a criteri come correttezza, velocità e
costi, selezionando infine le soluzioni migliori.
AlphaEvolve disponibile su Google Cloud
L’obiettivo non è soltanto scrivere codice più rapidamente, ma anche esplorare
possibilità che difficilmente verrebbero testate manualmente.
Google segnala applicazioni in ambiti come logistica, genomica, semiconduttori,
finanza, e-commerce, simulazioni molecolari e supercalcolo, con miglioramenti
significativi in termini di efficienza, capacità di elaborazione e qualità dei
risultati.
Il ruolo umano resta centrale: spetta alle persone definire il problema,
stabilire le metriche, verificare le soluzioni e decidere quali integrare nei
sistemi reali.
Vai al post
AlphaEvolve rappresenta quindi un passo avanti verso strumenti di intelligenza
artificiale capaci non solo di assistere gli sviluppatori, ma anche di
contribuire direttamente alla scoperta di nuovi algoritmi.
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GOOGLE POTENZIA I MANAGED AGENTS NELLA GEMINI API
Google ha annunciato nuove funzionalità per i Managed Agents nella Gemini API,
con l’obiettivo di semplificare lo sviluppo di agenti AI affidabili e pronti per
l’utilizzo in produzione.
Le novità includono l’esecuzione in background per attività lunghe e asincrone,
l’integrazione diretta con server MCP remoti, il supporto a funzioni
personalizzate insieme agli strumenti integrati nella sandbox e la possibilità
di aggiornare credenziali e token mantenendo lo stesso ambiente remoto.
In questo modo, gli agenti possono operare come worker asincroni all’interno di
ambienti cloud isolati, gestendo codice, file, pacchetti, repository e accessi
controllati a strumenti esterni.
Expanding Managed Agents in Gemini API: background tasks, remote MCP and more
We’re announcing new capabilities in Managed Agents in Gemini API so developers
can build reliable, production-ready agents.
Un ulteriore passo verso agenti AI più autonomi, persistenti e facilmente
integrabili nei workflow di sviluppo reali.
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VERSO UN’AUTONOMIA ROBOTICA PIÙ AFFIDABILE
> Durante il seminario di Stanford “Towards Trustworthy Autonomy”, il tema
> centrale è stato come rendere i robot più autonomi senza renderli
> inconsapevoli dei propri limiti.
Oggi i robot non operano più soltanto in ambienti controllati. Devono muoversi
nel mondo reale, affrontando situazioni rare, ambigue o mai incontrate prima. È
proprio in questi contesti che i sistemi basati sull’apprendimento automatico
possono fallire: un’auto autonoma può interpretare male un segnale, un drone può
trovarsi davanti a uno scenario imprevisto e un robot può reagire in modo
fragile perché i dati di addestramento non includevano quella particolare
situazione.
Stanford: Verso un’autonomia robotica più affidabile
La prima tecnica presentata riguarda la sicurezza semantica. Non basta evitare
gli ostacoli fisici: è necessario comprendere il significato della scena. Un
camion che trasporta semafori spenti, per esempio, non deve essere interpretato
come un normale semaforo stradale.
Per affrontare questo problema viene proposta un’architettura a due livelli.
Il Fast Reasoner è un modello leggero che opera in tempo reale, confrontando ciò
che il robot osserva con un archivio di esperienze considerate sicure. Quando la
situazione è troppo diversa da quelle conosciute, il sistema la segnala come
anomala.
A quel punto entra in gioco lo Slow Reasoner, un modello linguistico più
potente, capace di ragionare sul contesto e selezionare azioni di sicurezza
predefinite, come rallentare, fermarsi o modificare la zona di atterraggio.
L’obiettivo non è affidare ogni decisione critica a un modello generativo, ma
utilizzarlo come livello aggiuntivo di ragionamento quando il sistema incontra
qualcosa che non riesce a riconoscere con sufficiente affidabilità.
La seconda tecnica riguarda il miglioramento continuo attraverso i dati. Nei
sistemi end-to-end, comprendere perché qualcosa sia andato storto può essere
particolarmente difficile. L’approccio data-centric si concentra quindi sulla
qualità dei dati utilizzati per addestrare il robot.
In questo ambito entra in gioco la Data Attribution, basata sulle Influence
Functions: strumenti matematici che stimano quanto una singola dimostrazione di
addestramento abbia contribuito al successo o al fallimento del sistema.
Da questo approccio nasce Cupid, un algoritmo progettato per identificare e
rimuovere le dimostrazioni di bassa qualità. In un esperimento, l’eliminazione
di numerosi dati poco affidabili ha permesso di aumentare il tasso di successo
dal 40% al 90%.
Vai alla lezione
> Il messaggio conclusivo è chiaro: un’autonomia affidabile non nasce
> dall’illusione di costruire modelli perfetti, ma dalla progettazione di
> sistemi capaci di monitorarsi, riconoscere quando escono dalla propria area di
> competenza e migliorare nel tempo grazie a una selezione più intelligente dei
> dati.
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GLM-5.2: CODING AGENTICO E CONTESTO DA 1 MILIONE DI TOKEN
Negli ultimi mesi i modelli AI open stanno riducendo sempre di più la distanza
dai sistemi proprietari, soprattutto nei task di coding, ragionamento e uso
agentico degli strumenti. In questo contesto si inserisce GLM-5.2, il nuovo
modello flagship di Z.ai progettato per attività di lungo orizzonte: coding
agent, debugging complesso, ottimizzazione di sistemi e workflow software che
richiedono molte interazioni consecutive.
> L’ho provato su diversi task in modalità Agent, per l’analisi dei dati, coding
> e operazioni con una grande quantità di istruzioni in input. Inutile dire che
> si tratta di un nuovo modello impressionante.
Per provarlo
GLM-5.2: coding agentico e contesto da 1 milione di token
La novità più rilevante è il supporto a un contesto stabile da 1 milione di
token. Non si tratta solo di una finestra più ampia, ma di un tentativo di
rendere il long context realmente utilizzabile in scenari di engineering
complessi, dove il modello deve mantenere coerenza e qualità lungo traiettorie
estese.
Sul piano tecnico, GLM-5.2 introduce IndexShare, una tecnica che riutilizza lo
stesso indexer ogni quattro layer di sparse attention, riducendo il costo
computazionale a contesti molto lunghi. Migliora anche il layer MTP per lo
speculative decoding, con un incremento dichiarato fino al 20% nella lunghezza
media accettata.
Nei benchmark riportati da Z.ai, GLM-5.2 mostra un salto netto rispetto alla
versione precedente, soprattutto nel coding. Su Terminal-Bench 2.1 passa da 63.5
a 81.0, mentre su SWE-bench Pro sale da 58.4 a 62.1. Nei benchmark long-horizon
come FrontierSWE, PostTrainBench e SWE-Marathon viene presentato come il modello
open-source più competitivo tra quelli confrontati.
Un altro aspetto interessante riguarda il training agentico. Z.ai descrive l’uso
dell’infrastruttura slime per gestire rollout complessi, tool use, sub-task e
feedback multi-turn. Viene inoltre introdotto un modulo anti-hacking per
limitare comportamenti opportunistici nei coding agent, come l’accesso a file di
valutazione nascosti o la copia di soluzioni esterne.
> GLM-5.2 viene distribuito con licenza MIT, con pesi disponibili su Hugging
> Face e ModelScope, e supporto per framework come transformers, vLLM, SGLang,
> xLLM e ktransformers.
Vai al post
Il messaggio di fondo: la competizione sui modelli di coding si sta spostando
dalla semplice capacità di risolvere singoli problemi alla capacità di sostenere
workflow lunghi, agentici e verificabili.
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GLM-5.2 E LA NUOVA ECONOMIA DEI MODELLI AI
Dopo giorni di test su GLM-5.2, sto facendo alcune riflessioni. Non credo che il
punto sia dire che “batte” sempre i migliori modelli chiusi. E non credo nemmeno
che basti scaricarlo per sostituire OpenAI, Anthropic o Google dal giorno dopo.
Il punto, secondo me, è un altro: per la prima volta un modello open/public
sembra abbastanza vicino alla fascia frontier da rendere concreta una domanda
che probabilmente molte aziende si stanno già facendo: “Quante delle nostre
chiamate ai modelli più costosi hanno davvero bisogno del modello migliore in
assoluto?”
È qui che la cosa diventa interessante. Servire un modello di questa classe non
è banale: servono GPU importanti, competenze, monitoraggio, sicurezza,
valutazioni interne, fallback e una buona strategia di routing. Quindi no, anche
se in molti lo pensano, non è “gratis”.
GLM-5.2 e la nuova economia dei modelli AI
Ma il punto non è sostituire il 100% dei workload. Il punto è capire se un
modello come GLM-5.2 può coprire bene una parte significativa dei casi d’uso:
coding, analisi documentale, task interni, agenti verticali, workflow ripetitivi
e long-context.
Per molte aziende che oggi spendono cifre importanti in API frontier, anche
spostare una parte del traffico su un modello open/public può cambiare
sensibilmente l’economia.
La vera disruption, secondo me, non è “open vs closed”. È il passaggio da: “uso
sempre il modello migliore disponibile” a: “uso il modello giusto per ogni task,
misurato con eval interne e ottimizzato per costo, qualità e rischio”.
> GLM-5.2 potrebbe non essere il modello che sostituisce tutto. Ma potrebbe
> essere uno dei modelli che rende inevitabile questa transizione. E questa, per
> l’AI enterprise, è un aspetto molto più interessante di un semplice benchmark.
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CLAUDE FABLE 5 E MYTHOS 5: IL FOCUS SI SPOSTA SULL’AUTONOMIA
> Anthropic ha annunciato Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, una nuova
> generazione di modelli che l’azienda colloca al di sopra della famiglia Opus
> in termini di capacità.
Al di là dei singoli benchmark, l’aspetto più interessante è probabilmente il
focus sulle attività autonome di lunga durata. Sempre più valutazioni non
misurano soltanto la qualità di una risposta, ma la capacità di un modello di
lavorare in autonomia per ore o giorni mantenendo affidabilità, memoria e
coerenza operativa. È una metrica che si avvicina molto di più agli scenari
reali di sviluppo software, ricerca e automazione avanzata.
In questo contesto, Anthropic sostiene che Fable 5 rappresenti un salto
importante nelle attività di coding agentico, ricerca scientifica, cybersecurity
e knowledge work. Nella documentazione pubblicata, il modello registra risultati
superiori a Claude Opus 4.8, GPT-5.5 e Gemini 3.1 Pro in diversi benchmark, con
vantaggi particolarmente marcati nell’ingegneria del software e nei test di
cybersicurezza.
Claude Fable 5 e Mythos 5: il focus si sposta sull’autonomia
Allo stesso tempo, vale la pena osservare che alcune valutazioni indipendenti
raccontano una storia leggermente diversa. Nel grafico pubblicato dall’AISI, ad
esempio, GPT-5.5 e Mythos Preview appaiono molto vicini nella metrica dei
cybersecurity time horizons, tanto da arrivare a saturare la suite di test
utilizzata. Questo suggerisce che il vantaggio mostrato da Anthropic nei
benchmark proprietari potrebbe essere reale, ma che la sua entità andrà
verificata attraverso ulteriori valutazioni indipendenti.
Un altro elemento significativo è la scelta di Anthropic di introdurre nuove
salvaguardie e limitazioni per Fable 5, riservando Mythos 5 a programmi di
accesso controllato. È un segnale che riflette una tendenza sempre più evidente:
man mano che aumentano le capacità operative dei modelli, cresce anche
l’attenzione verso i rischi associati all’automazione di attività complesse in
ambiti come cybersecurity e ricerca biologica.
Vai al post
Più che il confronto tra singoli punteggi, il dato che emerge è l’evoluzione
verso sistemi capaci di sostenere attività sempre più lunghe, articolate e
autonome. È probabilmente questa la direzione che caratterizzerà la prossima
fase della competizione tra i principali laboratori di AI.
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FABLE E MYTHOS RITIRATI: GOVERNANCE O ASSENZA DI GOVERNANCE?
> Fable e Mythos sono modelli già ritirati per problemi di sicurezza. Una
> dimostrazione di governance dell’AI? O di totale assenza di una governance
> chiara?
Anthropic ha comunicato di aver ricevuto una direttiva dal governo degli Stati
Uniti che impone la sospensione dell’accesso a Fable 5 e Mythos 5 per qualunque
cittadino non statunitense, dentro o fuori dagli USA, inclusi i dipendenti
stranieri dell’azienda.
L’effetto pratico, però, è ancora più ampio: per garantire la conformità alla
direttiva, Anthropic dichiara di dover disabilitare l’accesso ai due modelli per
tutti i clienti. Gli altri modelli dell’azienda non sarebbero coinvolti.
Al centro della decisione ci sarebbe una preoccupazione di sicurezza nazionale
legata a un possibile metodo di jailbreak di Fable 5. Secondo Anthropic,
tuttavia, le evidenze ricevute finora riguarderebbero un bypass ristretto, non
universale, e capacità già disponibili anche in altri modelli pubblici.
Fable e Mythos ritirati: governance o assenza di governance?
L’azienda sostiene di aver sottoposto Fable 5 a migliaia di ore di red teaming
con enti governativi, organizzazioni terze e team interni. La sua strategia
dichiarata non è la promessa di una sicurezza perfetta, ma una difesa in
profondità: protezioni forti, monitoraggio continuo, mitigazione rapida degli
abusi e conservazione temporanea dei dati per individuare eventuali exploit.
Il punto più interessante è che Anthropic non contesta solo la misura in sé, ma
lo standard che potrebbe creare. Se un jailbreak ristretto fosse sufficiente per
sospendere un modello frontier già distribuito, allora il criterio potrebbe
diventare applicabile a gran parte dell’industria. Perché nessun modello
avanzato, oggi, può realisticamente garantire resistenza assoluta a ogni forma
di bypass.
Qui la questione diventa più ampia della singola vicenda Anthropic. La
governance dell’AI non si giocherà solo sulla capacità di valutare i rischi
tecnici, ma anche sulla qualità dei processi con cui quei rischi vengono
interpretati: quali prove servono, chi le valuta, quanto devono essere
trasparenti le decisioni, quali soglie giustificano un blocco e come si evita
che la sicurezza diventi uno strumento opaco di controllo industriale.
Questo caso mostra una cosa con chiarezza: i modelli frontier non saranno
regolati soltanto dopo il lancio. Potranno essere fermati anche mentre sono già
sul mercato, con effetti immediati per aziende, sviluppatori e utenti.
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GPT-5.6: PREVIEW LIMITATA PER SOL, TERRA E LUNA
OpenAI ha avviato la preview limitata di GPT-5.6, una nuova famiglia di modelli
composta da Sol, Terra e Luna. Sol è il modello di punta, pensato per attività
complesse e ad alto carico di ragionamento. Terra punta a un equilibrio tra
prestazioni e costo, con performance competitive rispetto a GPT-5.5 a metà
prezzo. Luna è il modello più veloce ed economico della famiglia.
Le aree in cui GPT-5.6 mostra i miglioramenti più rilevanti sono coding,
biologia computazionale e cybersecurity. Sol introduce un nuovo livello massimo
di reasoning effort, mentre la modalità Ultra usa subagenti per affrontare
lavori complessi in modo più efficiente.
Una parte centrale del rilascio riguarda la sicurezza. OpenAI descrive GPT-5.6
come la famiglia con il sistema di salvaguardie più robusto sviluppato finora:
protezioni integrate nel modello, controlli in tempo reale, classificatori per
richieste sensibili, monitoraggio a livello account e accesso differenziato.
GPT-5.6: preview limitata per Sol, Terra e Luna
Nel campo cyber, il modello è progettato per supportare attività difensive come
code review, ricerca di vulnerabilità, sviluppo di patch, debugging e
formazione, cercando al tempo stesso di limitare usi offensivi non consentiti.
OpenAI specifica che GPT-5.6 Sol non supera la soglia “Cyber Critical” del
proprio Preparedness Framework: nei test è riuscito a individuare bug e
componenti utili a un exploit, ma non a produrre autonomamente exploit completi
end-to-end nelle condizioni valutate.
La preview servirà anche a testare l’equilibrio tra capacità e salvaguardie,
riducendo blocchi non necessari, ritardi e falsi positivi nelle attività
legittime.
Sul fronte prezzi API, GPT-5.6 viene proposto in tre livelli: Sol a 5 dollari
input e 30 dollari output per milione di token, Terra a 2,50 e 15 dollari, Luna
a 1 e 6 dollari.
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> Il rilascio più ampio è previsto nelle prossime settimane per ChatGPT, Codex e
> API.
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AI FRONTIER: ACCESSO SELETTIVO E INFRASTRUTTURA STRATEGICA
Gli Stati Uniti hanno limitato e poi riaperto parzialmente l’accesso ad alcuni
modelli AI avanzati di Anthropic: Claude Mythos 5 e Fable 5. Mythos 5 è stato
reso disponibile solo a organizzazioni selezionate, mentre Fable 5 è rimasto
escluso dal rilascio pubblico.
Nello stesso periodo, OpenAI ha rinviato il rilascio pubblico di GPT-5.6 su
richiesta del governo USA, concedendo accesso anticipato solo a un gruppo
ristretto di partner verificati.
AI frontier: accesso selettivo e infrastruttura strategica
Il punto non è solo tecnologico. È politico, industriale e strategico. I modelli
frontier stanno iniziando a essere trattati come tecnologie dual-use: strumenti
che possono rafforzare cybersecurity, ricerca e produttività, ma che possono
anche amplificare capacità offensive, soprattutto in ambito cyber.
Questo apre una fase nuova: non più rilascio pubblico e uniforme, ma accesso
graduato in base alla “fiducia”. Prima il governo, poi i partner approvati, poi
forse il mercato più ampio.
È comprensibile voler evitare che capacità così potenti finiscano nelle mani
sbagliate. Ma il rischio è creare una licenza informale e opaca, in cui pochi
soggetti decidono chi può accedere prima alla prossima generazione di strumenti
AI.
Per le aziende approvate, l’accesso anticipato può diventare un vantaggio
competitivo enorme. Per tutte le altre, il ritardo può significare meno
capacità, meno sperimentazione, meno possibilità di stare al passo.
Questo apre anche una riflessione più ampia sulla dipendenza tecnologica: se
l’accesso ai modelli più avanzati viene mediato da decisioni politiche
statunitensi, chi resta fuori dai circuiti approvati rischia di muoversi con
tempi e capacità diverse.
> L’AI frontier non è più solo un prodotto software.
> Sta diventando infrastruttura strategica.
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DAYBREAK: LA RISPOSTA DI OPENAI A GLASSWING
La mossa di OpenAI con Daybreak può essere letta come un chiaro posizionamento
competitivo nello stesso nuovo spazio strategico aperto da Anthropic con Project
Glasswing: AI frontier applicata alla cybersecurity difensiva, accesso
controllato, partner selezionati, supporto all’open source e protezione delle
infrastrutture critiche.
> Il punto non è più soltanto trovare vulnerabilità più velocemente. Il vero
> terreno di competizione sta diventando la capacità di trasformare quelle
> scoperte in correzioni affidabili, verificabili e scalabili.
Daybreak mette insieme diversi tasselli: Codex Security per integrare scansione,
validazione e generazione di patch nei workflow degli sviluppatori;
GPT-5.5-Cyber per attività avanzate di cybersecurity autorizzata; il Daybreak
Cyber Partner Program per portare queste capacità nei prodotti e servizi dei
vendor di sicurezza; Patch the Planet per aiutare i progetti open source a
passare dai report alle correzioni effettive.
Daybreak: la risposta di OpenAI a Glasswing
La narrativa è molto vicina a quella di Anthropic: modelli frontier sempre più
capaci di individuare vulnerabilità, accesso riservato a difensori verificati,
collaborazione con grandi partner tecnologici e attenzione alle infrastrutture
sensibili.
La differenza principale è nel posizionamento. Anthropic, con Glasswing, sembra
mettere al centro la potenza del modello e la necessità di governarne l’accesso
attraverso un ecosistema controllato. OpenAI, con Daybreak, sposta invece
l’accento sull’industrializzazione del processo: non solo vulnerability
discovery, ma patch automation, integrazione nei tool di sviluppo, validazione,
remediation e deployment dentro workflow già esistenti.
In altre parole, Glasswing comunica l’urgenza di gestire modelli cyber-capable
estremamente avanzati. Daybreak comunica l’ambizione di costruire una filiera
operativa per convertire quelle capacità in resilienza software concreta.
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È una competizione che non riguarda solo i benchmark dei modelli, ma il
controllo dello stack difensivo: chi trova le vulnerabilità, chi le valida, chi
genera le patch, chi le distribuisce e chi decide quali organizzazioni possono
accedere a queste capacità.
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JALAPEÑO: L’AI DIVENTA INFRASTRUTTURA
È sempre meno “solo una questione di modelli AI”. OpenAI e Broadcom hanno
presentato Jalapeño, il primo chip di inferenza progettato da OpenAI: un
acceleratore pensato specificamente per eseguire grandi modelli linguistici in
modo più efficiente, veloce e scalabile.
Non si tratta di un chip generico adattato all’AI, ma di un componente costruito
attorno alle esigenze reali dell’inferenza LLM: memoria, networking, kernel,
latenza, throughput, consumo energetico e integrazione con i sistemi di serving.
Secondo OpenAI, i primi test indicano prestazioni per watt significativamente
migliori rispetto allo stato dell’arte. Il chip è stato sviluppato insieme a
Broadcom e Celestica, con un ciclo di progettazione molto rapido, e dovrebbe
essere distribuito su scala gigawatt con Microsoft e altri partner a partire dal
2026.
Jalapeño: l’AI diventa infrastruttura
Il punto interessante non è solo l’annuncio hardware. È la direzione. Google
lavora da anni sulle proprie TPU, Amazon ha Trainium, Microsoft ha Maia. Ora
anche OpenAI si muove verso un’infrastruttura sempre più verticale.
La competizione sull’AI non riguarda più soltanto chi ha il modello più capace.
Riguarda chi riesce a servire quei modelli al costo più basso, con la latenza
migliore, con più affidabilità e con sufficiente capacità computazionale.
In questo scenario, il vantaggio competitivo si sposta lungo tutta la catena:
chip, data center, energia, networking, compilatori, software di serving e
prodotti finali. Chi controlla più livelli dello stack può ottimizzare meglio
l’economia dell’intelligenza artificiale.
Il rovescio della medaglia è che questi ecosistemi potrebbero diventare sempre
più proprietari e meno interoperabili. Più efficienza, ma anche più lock-in. Più
performance, ma anche più concentrazione infrastrutturale.
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> Jalapeño non è solo un nuovo chip. L’AI sta diventando un’industria
> infrastrutturale pesante, dove modelli, hardware, energia e distribuzione
> saranno sempre più intrecciati.
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CITAZIONI INESISTENTI NELLA LETTERATURA MEDICA.. LEGGERE OLTRE IL TITOLO
> Non fermiamoci ai titoli: andiamo sempre a fondo e sforziamoci di comprendere
> davvero prima di condividere informazioni.
InfoData / Il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo su un tema importante: la
crescita dei riferimenti a studi inesistenti nella letteratura medica, anche in
relazione all’uso dell’intelligenza artificiale.
L'articolo di InfoData / Il Sole 24 Ore
Il titolo è efficace e richiama un problema reale. Leggendo però il paper
originale pubblicato su The Lancet, emergono alcune sfumature utili per
interpretare meglio il dato. Lo studio non dice esattamente che 6 citazioni ogni
1.000 citazioni mediche siano inventate dall’AI. Dice invece che, nel periodo
più recente analizzato, sono stati individuati circa 56,9 riferimenti a studi
inesistenti ogni 10.000 paper biomedici, cioè circa 5,7 ogni 1.000 paper, non
ogni 1.000 citazioni.
Vai al paper
Sull’intero campione verificato, gli autori trovano 4.046 riferimenti a studi
inesistenti su 97,1 milioni di riferimenti verificabili tramite PMID,
distribuiti in 2.810 paper.
Anche il passaggio sull’AI va letto con attenzione. Il paper segnala che
l’aumento coincide temporalmente con la diffusione degli LLM e considera
plausibile un legame con l’uso non critico dell’AI. Ma non dimostra che ogni
riferimento inesistente sia stato generato da un modello linguistico. Gli autori
citano anche altre possibili cause: paper mill, misconduct e problemi nei
processi editoriali.
Ci sono poi alcuni limiti metodologici da tenere presenti. Lo studio non misura
tutta la letteratura biomedica, ma il sottoinsieme Open Access di PubMed
Central. Esclude il 23% dei riferimenti senza PMID, quindi non copre pienamente
libri, siti, report e letteratura grigia. La pipeline stima la precisione, ma
non il recall: sappiamo quanto sono affidabili i casi individuati, non quanti
casi siano sfuggiti. Il dato sulle prime settimane del 2026, inoltre, è ancora
parziale.
Tutto questo non ridimensiona il problema. Anzi. Il paper mostra un fenomeno
reale, in crescita, e difficile da intercettare con la peer review tradizionale:
molti riferimenti a studi inesistenti sono plausibili, ben formattati,
attribuiti ad autori reali e coerenti con il tema dell’articolo.
> La lezione: un titolo può essere utile per accendere l’attenzione, ma il paper
> serve per capire il perimetro esatto del dato.
Vai al post
Nella letteratura biomedica stanno aumentando i riferimenti a studi inesistenti;
l’AI può contribuire ad amplificare il fenomeno, ma non è l’unica spiegazione
dimostrata; e servono controlli automatici sistematici sulle bibliografie prima
della pubblicazione.
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TOKEN CAPITAL: IL NUOVO VANTAGGIO COMPETITIVO
Il vero rischio dell’AI non è che sostituisca il lavoro. È che renda
indistinguibile il valore delle aziende. Satya Nadella, in un post su X,
racconta una visione sul futuro delle imprese nell’economia guidata
dall’intelligenza artificiale.
> https://t.co/vLmiBKTtX3
>
> — Satya Nadella (@satyanadella) June 14, 2026
Secondo Nadella, non siamo davanti a un semplice cambio di piattaforma
tecnologica. Per la prima volta, le aziende possono creare un ciclo cognitivo
reale tra persone e sistemi digitali: un loop continuo in cui il sapere umano
alimenta l’AI, e l’AI, a sua volta, amplifica la capacità dell’organizzazione di
imparare, decidere e costruire valore.
> Il punto non è scegliere il modello migliore. Il punto è costruire un sistema
> proprietario di apprendimento.
Nadella distingue tra capitale umano e “token capital”. Il capitale umano è
fatto di conoscenza, giudizio, relazioni, creatività, esperienza e capacità di
riconoscere pattern. Il token capital è la capacità AI che un’azienda
costruisce, allena e controlla nel tempo.
> E qui c’è il passaggio più importante: più cresce il token capital, più
> diventa prezioso il capitale umano. Perché senza direzione umana, senza
> obiettivi ambiziosi, senza conoscenza del contesto e senza giudizio, l’AI
> resta solo calcolo che gira su sé stesso.
Il vantaggio competitivo non sarà quindi nei modelli generalisti, ma nei loop di
apprendimento che ogni azienda saprà costruire sopra quei modelli. Workflow,
conoscenza di dominio, memoria istituzionale e giudizio accumulato dovranno
diventare sistemi AI capaci di migliorare con ogni utilizzo.
Questo diventa la nuova proprietà intellettuale dell’impresa. Un’azienda
dovrebbe poter cambiare modello AI senza perdere la competenza interna
accumulata dal proprio sistema. Se non può farlo, significa che non controlla
davvero il proprio vantaggio.
Nel mio intervento all’AI Festival ho parlato proprio di questo: oltre i
modelli, verso i sistemi.
AI Festival: oltre i modelli.. verso i sistemi
Nadella avverte anche di un rischio più ampio: un futuro in cui pochi grandi
modelli assorbono il sapere di interi settori, trasformano la conoscenza
aziendale in commodity e catturano quasi tutto il valore economico.
Sarebbe una nuova forma di svuotamento industriale, simile a quanto già visto
con alcune dinamiche della globalizzazione. Per questo non serve solo costruire
frontier model. Serve costruire un frontier ecosystem.
Un ecosistema in cui ogni azienda, ogni industria e ogni Paese possa possedere
il proprio ciclo di apprendimento, far crescere insieme capitale umano e
capitale AI, e distribuire valore in modo più ampio.
> La frontiera dell’AI non sarà stabile se diventa un monopolio cognitivo. Sarà
> stabile solo se permette a molte organizzazioni di imparare, differenziarsi e
> creare valore proprio.
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SAM ALTMAN: AI, SCALA E ISTITUZIONI
Sam Altman, in un’intervista a Stanford, descrive l’AI come un cambio di
paradigma. La sua tesi è chiara: piccoli team potranno fare ciò che prima
richiedeva decine di ingegneri; la scala continuerà a generare nuove capacità;
gli LLM non sono un vicolo cieco; società, economia ed educazione dovranno
adattarsi.
Sam Altman: AI, scala e istituzioni
Sono punti forti, ma da leggere con equilibrio.
* L’AI abbassa il costo di costruire startup, ma il valore non è solo produrre
output: restano centrali strategia, distribuzione, fiducia, mercato e
capacità di scegliere cosa non fare.
* Altman sostiene anche che alcune capacità emergano solo aumentando
radicalmente le dimensioni dei sistemi. È vero in parte: la scala è una
strategia, non una teoria completa dell’intelligenza. Porta capacità nuove,
ma anche opacità, costi e dipendenza infrastrutturale.
* La nascita di ChatGPT resta una lezione di prodotto: osservare l’uso reale.
Gli utenti usavano GPT-3 anche solo per conversare. Ma non basta seguire gli
utenti: servivano anche un modello maturo, un’interfaccia semplice e una
promessa chiara.
* Altman respinge l’idea che gli LLM siano un vicolo cieco. Comprensibile:
molti progressi hanno smentito previsioni pessimistiche. Ma tra “non servono”
e “basta scalare” c’è una via intermedia: gli LLM possono essere fondamentali
per l’AGI senza essere sufficienti da soli.
* Anche la democratizzazione va guardata con attenzione. Dare accesso a milioni
di persone non significa automaticamente distribuire potere. Se pochi attori
controllano modelli, compute, dati, policy e prezzi, la concentrazione resta.
* Sul piano economico, il fondo di ricchezza dei cittadini è un’idea
interessante. Ma il punto chiave resta capire chi possiede il capitale
produttivo, chi cattura le rendite e quali istituzioni governano la
transizione.
* Il compute diventerà sempre più strategico, ma non è qualcosa di astratto:
significa chip, data center, energia, supply chain, permessi e geopolitica.
Se il compute resta concentrato, anche l’intelligenza avanzata rischia di
esserlo.
* Infine, Altman coglie un rischio reale sull’educazione: valutare gli studenti
come prima può indebolire il pensiero critico. Ma il pensiero critico nasce
anche da scrittura, matematica, memoria, programmazione e argomentazione. Non
tutte le frizioni sono inefficienze. Alcune formano la mente.
Vai all'intervista
La sintesi: Altman coglie la traiettoria tecnologica. Ma la parte più difficile
non sarà creare modelli più potenti. Sarà costruire istituzioni e competenze
adeguate a quella potenza.
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AI, DATA CENTER E PRIVATE MARKETS
La crescita dell’AI non è solo una storia di software: è una gigantesca storia
di infrastrutture fisiche, immobili, energia e finanza privata. Dietro modelli
generativi, cloud, agenti AI e automazione c’è una macchina concreta: data
center, server, chip, reti, edifici, raffreddamento ed elettricità.
> Goldman Sachs sostiene che questo fabbisogno di capitale crescerà molto.
> Secondo le sue stime, gli hyperscaler potrebbero spendere circa 5.300 miliardi
> di dollari tra il 2025 e il 2030 per AI e data center.
Una cifra così grande difficilmente potrà essere finanziata solo con i canali
tradizionali. Se le stesse Big Tech emettono sempre più obbligazioni, alcuni
investitori potrebbero diventare troppo esposti agli stessi emittenti. Per
questo Goldman Sachs prevede un ruolo crescente dei mercati privati, soprattutto
fondi infrastrutturali e immobiliari, capaci di finanziare terreni, edifici,
reti, energia, infrastrutture digitali e data center.
AI, data center e private markets
La tesi è plausibile. L’AI non cresce nel vuoto: ha bisogno di una base fisica
enorme. Per le Big Tech può essere più efficiente appoggiarsi a investitori
privati che costruiscono e finanziano infrastrutture usate con contratti di
lungo periodo.
Per i fondi, il tema è attraente: un data center ben posizionato, con energia
disponibile, clienti solidi e contratti lunghi, può generare flussi prevedibili.
Non è solo tecnologia: assomiglia sempre più a un asset infrastrutturale.
Ma ci sono rischi importanti. Il primo è l’eccesso di entusiasmo. Se il mercato
crede che serviranno “infiniti data center”, il capitale corre veloce. Ma se la
domanda AI crescesse meno del previsto, o i modelli diventassero più efficienti,
alcuni progetti potrebbero risultare sovradimensionati.
Il secondo rischio è l’energia. Il vero collo di bottiglia potrebbe non essere
il capitale, ma la disponibilità di elettricità, connessioni alla rete,
permessi, raffreddamento e sostenibilità operativa.
Il terzo è la qualità degli asset. Non tutti i data center sono uguali. Quelli
nelle location giuste, con energia sicura e clienti affidabili, possono essere
interessanti. Quelli sviluppati troppo tardi, in aree sbagliate o con ipotesi
troppo ottimistiche, possono diventare fragili.
Vai al post
I private markets avranno quindi un ruolo enorme nella costruzione
dell’infrastruttura AI. Ma la differenza la farà la selezione. Perché l’AI può
sembrare immateriale, ma la sua crescita dipenderà sempre più da cose materiali:
capitale, cemento, energia e capacità esecutiva.
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TRASPARENZA DEI CONTENUTI AI: LE ZONE GRIGIE DEL CODICE UE
La Commissione Europea ha pubblicato il Code of Practice on Transparency of
AI-Generated Content, collegato agli obblighi di trasparenza dell’AI Act. Il
documento prova a costruire una cornice operativa per rendere più riconoscibili
i contenuti generati o manipolati con l’AI.
Da un lato, chiede ai provider di sistemi di AI generativa di marcare gli output
in formato machine-readable, con metadati firmati digitalmente, watermark
impercettibili e strumenti di detection. Dall’altro, prevede che chi pubblica o
diffonde contenuti AI, come deep fake o testi generati su questioni di interesse
pubblico, li segnali in modo chiaro, distinguibile e accessibile.
Trasparenza dei contenuti AI: le zone grigie del Codice UE
L’impianto è interessante perché non riduce la trasparenza a un semplice
disclaimer: la tratta come un sistema fatto di standard tecnici, UX,
accessibilità, testing e cooperazione tra provider, piattaforme, media,
ricercatori e autorità.
Uno dei punti più problematici, però, riguarda la classificazione concreta dei
contenuti. Il documento distingue tra contenuti AI-generated, AI-manipulated,
deep fake, testi pubblicati per informare il pubblico, contenuti revisionati da
esseri umani e contenuti con responsabilità editoriale. Sul piano normativo la
distinzione è comprensibile. Sul piano pratico, molto meno.
Pensiamo a un articolo scritto da una persona, ma riorganizzato da un modello
AI. A una foto reale con solo lo sfondo modificato. A un video autentico con
audio sintetico. A un testo generato da AI ma revisionato da un editor umano.
In questi casi, cosa va etichettato? Il contenuto nel suo complesso? Solo la
parte modificata? Serve una label generica o una descrizione più precisa
dell’intervento? Quando la revisione umana è sufficiente a far venir meno
l’obbligo di disclosure?
Il rischio è che la trasparenza diventi binaria proprio dove la produzione dei
contenuti è sempre più ibrida. Dire “questo contenuto è generato da AI” può
essere troppo vago. Dire “assistito, modificato o parzialmente generato con AI”
può essere più corretto, ma anche più difficile da standardizzare.
La criticità, quindi, non è solo tecnica. È semantica, editoriale e
organizzativa. Prima ancora di applicare una label bisogna decidere che cosa si
sta etichettando, quale grado di intervento AI è rilevante e chi ne ha la
responsabilità.
Vai al documento
> Il Codice è un buon passo verso una maggiore accountability, ma la sua
> efficacia dipenderà dalla capacità di gestire queste zone grigie senza
> trasformare la trasparenza in un adempimento formale.
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CO-SCIENTIST: L’AI MULTI-AGENTE PER LA RICERCA SCIENTIFICA
Google DeepMind ha presentato Co-Scientist, un sistema di AI multi-agente basato
su Gemini progettato per supportare i ricercatori nella generazione e
nell’evoluzione di nuove ipotesi scientifiche.
A differenza dei tradizionali strumenti di AI, Co-Scientist simula un processo
di ricerca collaborativo: diversi agenti specializzati generano idee, le
sottopongono a revisione critica, le mettono a confronto in dibattiti
strutturati e le perfezionano progressivamente fino a formulare proposte di
ricerca più solide e promettenti.
Co-Scientist: l’AI multi-agente di Google per la ricerca scientifica
Il sistema integra fonti scientifiche, database specializzati e strumenti
avanzati di analisi per verificare la coerenza delle ipotesi e ridurre il
rischio di errori o conclusioni poco fondate.
Le prime applicazioni mostrano risultati interessanti in ambiti come la fibrosi
epatica, la SLA, le malattie infettive emergenti e la ricerca
sull’invecchiamento. In diversi casi, Co-Scientist ha contribuito a identificare
nuovi meccanismi biologici, possibili strategie terapeutiche e direzioni di
ricerca successivamente validate in laboratorio.
Vai al progetto
> L’obiettivo non è sostituire il lavoro degli scienziati, ma amplificarne la
> capacità di analizzare conoscenze esistenti, individuare connessioni non
> evidenti e accelerare il percorso che porta da un’intuizione a una scoperta
> scientifica.
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QWEN 3.7 PRO: IL NUOVO MODELLO MULTIMODALE DI ALIBABA
Alibaba ha rilasciato Qwen 3.7 Pro, un modello multimodale progettato per unire
comprensione visiva, ragionamento linguistico e capacità agentiche in un’unica
architettura.
> L’ho provato su un task che richiede l’uso di tool, con molte istruzioni
> dettagliate e la generazione di un output preciso e strutturato. Non sfigura
> minimamente a confronto con i modelli competitor di punta. Però costa 1/5 di
> Gemini 3.5 Flash, 1/15 rispetto a Claude 4.8 e 1/18 rispetto a GPT-5.5.
Qwen 3.7 Pro: il nuovo modello multimodale di Alibaba
La novità principale è l’approccio da “multimodal interactive hybrid agent”: il
modello può analizzare immagini e video, leggere schermate, interagire con
interfacce grafiche, utilizzare strumenti da terminale e generare codice
all’interno dello stesso flusso operativo.
Provalo su Qwen Studio
Secondo i benchmark condivisi da Alibaba, Qwen 3.7 Pro mostra prestazioni
competitive in sviluppo software, utilizzo di strumenti, pianificazione
multi-step, ragionamento STEM e attività multimodali. I miglioramenti più
evidenti riguardano la comprensione delle interfacce, il ragionamento visivo,
l’analisi documentale, l’OCR e la generazione di codice a partire da riferimenti
grafici.
Tra le capacità evidenziate figurano la trasformazione di immagini, screenshot e
video in codice eseguibile, la generazione di SVG e pagine web complete,
l’automazione di workflow software complessi e l’esecuzione di attività che
combinano GUI e CLI.
Alibaba mostra anche alcuni casi d’uso avanzati, tra cui lo sviluppo autonomo di
un’applicazione con generazione di oltre 10.000 linee di codice e la
ricostruzione di un’app desktop partendo dall’analisi dell’interfaccia originale
fino alla validazione finale delle funzionalità.
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Il modello supporta inoltre scenari di ricerca multimodale, combinando contenuti
visivi e informazioni recuperate dal web per rispondere a domande che richiedono
sia comprensione delle immagini sia conoscenza esterna aggiornata.
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KIMI K2.7 CODE: FOCUS SUL CODING AGENTICO
Kimi K2.7 Code è il nuovo modello open-source di Moonshot AI pensato per il
coding agentico e per attività di sviluppo software complesse e di lunga durata.
Rispetto a Kimi K2.6, introduce miglioramenti significativi nei benchmark di
coding e nelle attività agentiche, con performance superiori su Kimi Code Bench
v2, Program Bench, MLS Bench Lite, MCP Atlas e MCP Mark Verified.
Uno degli aspetti più interessanti è l’ottimizzazione per i workflow
long-horizon: refactoring su più file, debugging esteso, implementazione di
feature articolate e sessioni di sviluppo in cui il modello deve mantenere
coerenza e seguire le istruzioni nel tempo.
Kimi K2.7 Code: focus sul coding agentico
Il modello riduce inoltre di circa il 30% l’uso dei thinking token rispetto a
K2.6, migliorando efficienza, velocità e costi di utilizzo nelle interazioni via
API o nei flussi agentici.
Dal punto di vista architetturale, Kimi K2.7 Code usa una struttura
Mixture-of-Experts con 1 trilione di parametri totali, 32 miliardi di parametri
attivati per token, finestra di contesto da 256K token, attenzione MLA e
supporto multimodale tramite MoonViT.
È disponibile tramite Kimi Code e Kimi API, con thinking mode sempre attivo. Per
attività generali come scrittura, analisi e conversazione, Moonshot AI continua
invece a indicare Kimi K2.6 come opzione più bilanciata.
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Un modello specializzato che conferma una direzione sempre più chiara:
l’evoluzione degli LLM non passa solo dalla qualità del singolo output, ma dalla
capacità di completare workflow software lunghi, coerenti e realmente operativi.
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QUANDO L’AI SCRIVE IL “CODICE DELL’AI”
> Quando oltre l’80% del codice che entra in produzione viene scritto da un’AI,
> non stiamo più parlando di assistenza alla programmazione: stiamo parlando di
> un cambiamento nel modo in cui l’AI viene sviluppata.
Nel nuovo approfondimento dell’Anthropic Institute emerge un dato significativo:
a maggio 2026, più dell’80% del codice integrato nei sistemi di produzione di
Anthropic è stato attribuito a Claude. Solo un anno prima, il contributo dell’IA
era ancora marginale.
Secondo i dati condivisi dall’azienda, gli ingegneri producono oggi circa 8
volte più codice rispetto al 2024 grazie all’utilizzo di agenti sempre più
autonomi, capaci non solo di suggerire codice, ma di scriverlo, eseguirlo,
testarlo e modificarlo in autonomia.
Quando l’AI scrive il “codice dell’AI”
L’aspetto più interessante non è però la quantità di codice generata. È il
progressivo spostamento del ruolo umano: dalla scrittura all’indirizzo
strategico, dalla produzione alla supervisione. Nello sviluppo software e nella
ricerca, il vero valore aggiunto delle persone sembra concentrarsi sempre più
nella scelta dei problemi da affrontare, nella valutazione dei risultati e nella
definizione delle priorità.
Anthropic descrive una traiettoria in cui l’IA accelera lo sviluppo dell’IA
stessa. Oggi gli esseri umani definiscono ancora gli obiettivi e prendono le
decisioni più importanti. Ma una quota crescente del lavoro operativo viene
delegata ai modelli.
L’ipotesi che l’articolo esplora è quella del recursive self-improvement:
sistemi capaci, un giorno, di contribuire direttamente alla progettazione e allo
sviluppo delle proprie versioni successive.
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Non è una realtà attuale e non è un esito inevitabile. Ma i dati mostrano che il
confine tra strumenti che aiutano gli sviluppatori e sistemi che partecipano
attivamente allo sviluppo dell’intelligenza artificiale si sta spostando molto
più rapidamente di quanto molti si aspettassero.
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DAL VIBE CODING ALL’AGENTIC ENGINEERING
> Google ha pubblicato un whitepaper su come l’AI sta cambiando il ciclo di vita
> dello sviluppo software: dal vibe coding all’agentic engineering.
Il punto centrale è che lo sviluppo software si sta spostando dalla scrittura
manuale del codice all’espressione dell’intento. Il developer non dice più
soltanto “come” costruire qualcosa, ma definisce “cosa” deve essere costruito,
quali vincoli rispettare, quali test superare e quale qualità raggiungere. L’AI
diventa il motore di implementazione; l’essere umano resta responsabile di
architettura, giudizio, contesto e verifica.
Il whitepaper distingue bene tra vibe coding e agentic engineering. Il vibe
coding è utile per prototipi, script, esperimenti e progetti personali: si
descrive ciò che si vuole ottenere, si accetta l’output dell’AI e si corregge
iterando con nuovi prompt.
Dal vibe coding all’agentic engineering
L’agentic engineering è un’altra cosa: specifiche chiare, contesto strutturato,
test automatizzati, eval, guardrail, CI/CD, osservabilità e revisione umana. Non
è l’uso dell’AI a fare la differenza, ma il sistema di controllo costruito
intorno all’AI.
Uno dei concetti più importanti è la context engineering. La qualità del codice
generato non dipende solo dal prompt, ma dal contesto che l’agente riceve:
istruzioni, documentazione, memoria, esempi, strumenti disponibili e vincoli. In
pratica, l’AI lavora meglio quando riceve lo stesso tipo di informazioni che
servirebbero a un nuovo membro del team per contribuire in modo efficace.
Il ruolo del developer cambia di conseguenza. A volte diventa conductor: guida
l’AI in tempo reale, rivede ogni passaggio e lavora dentro l’IDE. Altre volte
diventa orchestrator: definisce obiettivi, delega task ad agenti, lascia che
lavorino in background e valuta il risultato finale.
Il codice non è più sempre l’output diretto dello sviluppatore. Sempre più
spesso, l’output è il sistema che produce codice: specifiche, agenti, test,
quality gate, feedback loop e guardrail.
Il messaggio più forte del documento è questo: la generazione del codice sta
diventando la parte più facile. La vera competenza si sposta su verifica,
giudizio, architettura, direzione e capacità di progettare sistemi affidabili
intorno all’AI.
Vai al whitepaper
> In altre parole, l’AI non elimina il valore dello sviluppatore. Lo sposta più
> in alto.
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AGENTIC ENGINEERING: LA RISTRUTTURAZIONE DELLA SOFTWARE ENGINEERING
Il paper “The End of Software Engineering: How AI Agents Are Fundamentally
Restructuring the Software Paradigm” sostiene una tesi forte: gli agenti AI non
sono solo un acceleratore per scrivere codice, ma l’inizio di un nuovo
paradigma.
Per oltre cinquant’anni, la software engineering si è basata su un modello
chiaro: gli esseri umani analizzano problemi, li scompongono, trasformano la
logica in codice e mantengono quel codice nel tempo. Gli agenti AI potrebbero
spostare il centro di questo modello.
Agentic Engineering: la ristrutturazione della software engineering
Non usano il codice come prodotto finale, ma come strumento temporaneo:
comprendono un obiettivo, pianificano i passaggi, generano codice quando serve,
lo eseguono, validano i risultati e poi lo scartano. Il passaggio è da AI →
Software → Risultato a Agent → Risultato.
Nel primo caso, l’AI aiuta gli sviluppatori a costruire software più
velocemente. Nel secondo, l’agente diventa il sistema operativo dell’esecuzione:
interpreta l’intento, coordina strumenti, gestisce memoria, invoca API e produce
output.
Il paper chiama questa nuova disciplina Agentic Engineering. Non significa
semplicemente “programmare con l’AI”, ma progettare sistemi in cui agenti
diversi collaborano, condividono contesto, assumono ruoli specializzati, vengono
osservati, valutati e corretti.
Anche il ruolo umano cambia. Il valore non sta più solo nello scrivere codice
corretto, ma nel definire intenti chiari, vincoli, criteri di qualità,
architetture di coordinamento e meccanismi di verifica.
Lo sviluppatore diventa sempre meno autore diretto di codice e sempre più
architetto di intenzioni, orchestratore di agenti e auditor dei risultati.
Il paper non ignora i limiti attuali: gli agenti funzionano bene su task
isolati, ma faticano ancora nella manutenzione continua, perdono contesto,
propagano errori e possono superare i test introducendo difetti semantici.
Quindi no: non siamo davanti a una sostituzione della software engineering, ma a
una sua ristrutturazione profonda. Il codice non scompare. Cambia posizione
nella catena del valore: da prodotto centrale diventa materiale operativo, da
oggetto da mantenere diventa risorsa generata al bisogno.
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> La nuova frontiera sembra essere questa: progettare, governare e verificare
> sistemi capaci di trasformare direttamente un’intenzione in un risultato.
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GEMINI 3.5 LIVE TRANSLATE: TRADUZIONI VOCALI IN TEMPO QUASI REALE
Google ha annunciato Gemini 3.5 Live Translate, il nuovo modello audio per la
traduzione vocale in tempo quasi reale tra oltre 70 lingue. L’ho provato su AI
Studio e il risultato è sorprendente.
La novità principale è la capacità di tradurre direttamente da voce a voce,
mantenendo elementi naturali della comunicazione come intonazione, ritmo e tono
del parlato. A differenza dei tradizionali sistemi che attendono la fine di una
frase prima di tradurre, Gemini 3.5 Live Translate genera la traduzione in modo
continuo, riducendo le pause e mantenendo la conversazione sincronizzata con
pochi secondi di ritardo.
Gemini 3.5 Live Translate: traduzioni vocali in tempo quasi reale
La tecnologia è disponibile in anteprima pubblica per gli sviluppatori tramite
Gemini Live API e Google AI Studio, consentendo la realizzazione di applicazioni
per interpretazione simultanea, riunioni multilingue, formazione ed eventi live.
Anche Google Meet integrerà il modello, portando il supporto a oltre 70 lingue e
più di 2.000 combinazioni linguistiche all’interno delle videoconferenze.
Parallelamente, la funzionalità viene distribuita nell’app Google Translate per
Android e iOS, con una nuova modalità di ascolto su Android che permette di
ricevere le traduzioni direttamente dall’altoparlante auricolare del telefono.
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Google ha inoltre confermato che tutti gli audio generati dal modello sono
contrassegnati tramite SynthID, il sistema di watermarking invisibile sviluppato
per identificare i contenuti creati dall’intelligenza artificiale e contribuire
a contrastare la disinformazione.
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HEADROOM: COMPRIMERE IL CONTESTO DEGLI AGENTI AI
Gli agenti AI leggono sempre più contesto: output di tool, log, risultati RAG,
file, cronologie di conversazione e frammenti di codice. Il problema è che tutto
questo contesto ha un costo: più token, più latenza, più rumore e più
complessità nel mantenere risposte precise.
Headroom è un progetto molto interessante, nato per comprimere ciò che arriva al
modello prima che venga elaborato, con un approccio local-first e reversibile.
Riduce il numero di token mantenendo la possibilità di recuperare gli originali
quando servono.
Può funzionare come libreria Python o TypeScript, proxy locale, wrapper per
agenti come Claude Code, Codex, Cursor, Aider e Copilot CLI, oppure come server
MCP.
Headroom: comprimere il contesto degli agenti AI
La pipeline riconosce il tipo di contenuto e applica compressori diversi per
JSON, codice e testo. Integra anche memoria condivisa tra agenti, deduplicazione
automatica e strumenti per apprendere dalle sessioni fallite.
Nei benchmark riportati, i risparmi arrivano fino al 92% su attività come code
search e debugging SRE, mantenendo l’accuratezza su test standard come GSM8K,
TruthfulQA, SQuAD v2 e BFCL.
Un aspetto interessante è che non lavora solo sull’input: può ridurre anche i
token di output, tagliando preamboli, ripetizioni e risposte inutilmente lunghe
nei passaggi routinari.
Vai al progetto
> È una soluzione pensata per chi usa agenti AI in modo intensivo e vuole
> ridurre costi e consumo di contesto senza rinunciare alla possibilità di
> recuperare i dati originali.
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CRAWL4AI: WEB SCRAPING OTTIMIZZATO PER LLM E AGENTI AI
Crawl4AI è uno dei progetti open source più interessanti nel mondo AI e web
scraping. L’ho provato, e la funzionalità di Fit Markdown è davvero
interessante: su pagine semplici praticamente non agisce, mentre su pagine più
“rumorose” riduce moltissimo il Markdown, in modo intelligente.
Crawl4AI: web scraping ottimizzato per LLM e agenti AI
L’idea alla base del progetto è trasformare il web in contenuti puliti e
strutturati, pronti per essere utilizzati da LLM, pipeline RAG e agenti AI.
Crawl4AI genera Markdown ottimizzato per LLM, estrae dati strutturati in JSON,
filtra semanticamente i contenuti, supporta il deep crawling intelligente e
gestisce pagine dinamiche basate su JavaScript.
Dal punto di vista tecnico, combina Playwright, browser automation, strategie di
extraction avanzate e integrazione con modelli LLM.
Le funzionalità più interessanti sono Fit Markdown per ottenere contenuti più
adatti all’elaborazione AI, BM25 filtering per ridurre il rumore, estrazione
tramite CSS, XPath o LLM, gestione anti-bot, browser stealth, supporto a Shadow
DOM, iframe, lazy loading e infinite scroll.
Vai al progetto
> Per chi lavora su AI agents, document intelligence, retrieval systems o data
> pipelines, è un progetto da osservare con attenzione.
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TURBOVEC: RICERCA SEMANTICA PIÙ LEGGERA
TurboVec è un indice vettoriale open source costruito sull’algoritmo TurboQuant,
sviluppato da Google Research. Serve a comprimere gli embedding in modo molto
efficiente, riducendo il consumo di memoria senza rinunciare alla qualità della
ricerca semantica.
Secondo i benchmark del progetto, offre prestazioni competitive rispetto a
FAISS, uno degli strumenti più usati per la ricerca vettoriale.
Uno degli aspetti più interessanti di TurboQuant è che non richiede una fase di
training dedicata. I vettori possono essere aggiunti direttamente all’indice e
diventano subito ricercabili. Questo lo rende adatto a sistemi in cui i dati
crescono nel tempo e devono essere aggiornati continuamente.
Dal punto di vista tecnico, TurboQuant normalizza i vettori, applica una
rotazione casuale dello spazio e usa una quantizzazione ottimizzata per
rappresentare gli embedding con molti meno bit. In questo modo, un grande
archivio di vettori può occupare molta meno memoria rispetto alla
rappresentazione classica in float32.
Un esempio semplice è un’applicazione RAG che deve cercare informazioni dentro
una grande base documentale. Ogni documento viene trasformato in embedding e
salvato nell’indice. Quando l’utente fa una domanda, il sistema cerca i
contenuti semanticamente più vicini e li passa al modello linguistico per
generare la risposta.
Con TurboVec, la stessa applicazione può gestire più documenti usando meno
memoria. Inoltre, i nuovi contenuti possono essere aggiunti progressivamente
senza dover ricostruire l’intero indice.
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> Il vantaggio pratico è una ricerca semantica più leggera da eseguire, più
> semplice da aggiornare e adatta anche a scenari locali o infrastrutture con
> risorse limitate.
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FUSION: IL MULTI-AGENTE IN UNA CHIAMATA API
OpenRouter ha presentato Fusion, un sistema che combina le risposte di più
modelli e le fa sintetizzare da un modello giudice. Nei test su DRACO, benchmark
pensato per task di deep research, i panel di modelli hanno superato
sistematicamente i modelli individuali. In alcuni casi, anche combinazioni di
modelli più economici sono riuscite ad avvicinarsi o superare modelli frontier
usati singolarmente.
Fusion di OpenRouter
La dinamica è chiara: più modelli lavorano in parallelo, producono risposte
diverse, usano percorsi di ragionamento e fonti differenti, poi un modello
sintetizzatore confronta consenso, contraddizioni, lacune e insight unici per
generare una risposta finale.
Però, a mio avviso, la parte davvero interessante non è questa dinamica in sé. È
una configurazione piuttosto nota nei sistemi multi-agente: più agenti o modelli
che esplorano soluzioni diverse, seguiti da un agente che valuta, aggrega o
sintetizza.
La parte interessante è che OpenRouter sta impacchettando tutto questo in
un’unica chiamata API. Questo cambia il livello di astrazione: non serve più
orchestrare manualmente routing, parallelizzazione, gestione delle risposte,
confronto, sintesi e fallback. Si passa da una logica applicativa multi-step a
una primitiva direttamente invocabile.
Vai al post
> In pratica, non è solo “più modelli battono un modello”. È il fatto che un
> pattern multi-agente relativamente complesso diventa accessibile come se fosse
> un singolo modello.
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DIFFUSIONGEMMA: TESTO GENERATO IN PARALLELO
Google ha presentato DiffusionGemma, un nuovo modello open source sperimentale
che esplora un approccio diverso alla generazione del testo: invece di produrre
contenuti token dopo token, genera e raffina interi blocchi di testo in
parallelo.
Basato sulla famiglia Gemma 4 e sulle ricerche di Google nel campo della
diffusione applicata al linguaggio, DiffusionGemma promette velocità di
inferenza fino a 4 volte superiori rispetto ai modelli autoregressivi
tradizionali, superando i 1.000 token al secondo su hardware dedicato di fascia
alta.
DiffusionGemma: 4x faster text generation
An overview of DiffusionGemma, an exceptionally fast text generation model with
up to 4x faster speeds.
Il modello utilizza un’architettura Mixture of Experts da 26 miliardi di
parametri, ma ne attiva soltanto 3,8 miliardi durante l’inferenza, rendendolo
eseguibile anche su GPU consumer avanzate.
Uno degli aspetti più interessanti è l’uso dell’attenzione bidirezionale, che
permette a ogni token di considerare l’intero contesto durante la generazione.
Questo approccio risulta particolarmente utile per attività come editing in
linea, completamento di codice, strutture matematiche e altri problemi in cui le
dipendenze non seguono una semplice sequenza da sinistra a destra.
La generazione avviene attraverso un processo iterativo: il modello parte da una
sequenza iniziale di token casuali e la migliora progressivamente fino a
ottenere un risultato coerente, in modo simile a quanto avviene nei modelli di
diffusione per immagini.
> Google precisa che DiffusionGemma non è pensato per sostituire i modelli Gemma
> 4 nelle applicazioni che richiedono la massima qualità del testo. L’obiettivo
> è offrire una nuova opzione per scenari in cui velocità di risposta,
> interattività ed esecuzione locale rappresentano fattori prioritari.
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GOOGLE PRESENTA IL RAG MULTI-AGENTE PER GEMINI ENTERPRISE
Google ha presentato una nuova evoluzione del paradigma RAG (Retrieval-Augmented
Generation) all’interno della Gemini Enterprise Agent Platform: un’architettura
multi-agente progettata per gestire domande complesse che richiedono
informazioni distribuite su più fonti.
Il limite dei sistemi RAG tradizionali è noto: recuperano informazioni in un
singolo passaggio e generano una risposta. Quando però i dati sono frammentati
tra database diversi o richiedono ragionamenti a più passaggi, il rischio è
ottenere risposte incomplete o con informazioni mancanti.
Google presenta il RAG multi-agente per Gemini Enterprise
L’approccio introdotto da Google aggiunge diversi agenti specializzati che
collaborano tra loro: alcuni pianificano il percorso di ricerca, altri
riscrivono le query in modo più efficace, altri ancora interrogano
contemporaneamente più sorgenti informative.
L’elemento più interessante è il nuovo Sufficient Context Agent, un componente
che verifica se il sistema dispone davvero di tutte le informazioni necessarie
prima di produrre una risposta. Se individua lacune, non si limita a segnalare
un contesto insufficiente: identifica ciò che manca, genera nuovi percorsi di
ricerca e avvia ulteriori recuperi di informazioni fino a quando il contesto non
viene considerato completo.
Secondo Google, questo approccio consente di migliorare l’accuratezza fino al
34% rispetto ai sistemi RAG tradizionali nei benchmark di factuality. Nei test
condotti su scenari con più corpus documentali indipendenti, il sistema ha
raggiunto un’accuratezza del 90,1%, mantenendo una latenza molto simile alle
soluzioni standard.
Vai alla documentazione
> Il risultato è un modello di retrieval più vicino al modo in cui lavora un
> team di ricerca: pianifica, verifica, approfondisce e continua a cercare
> finché non dispone di elementi sufficienti per fornire una risposta fondata e
> verificabile.
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DIFFUSION & LARGE VISION MODELS: DOVE SI MUOVE LA RICERCA
Nella lezione “Trending Topics” del corso Stanford “Diffusion & Large Vision
Models”, viene tracciato un percorso molto chiaro: dalle basi matematiche della
generazione di immagini e video fino alle direzioni più recenti della ricerca. È
una lezione consigliata per chi vuole approfondire le dinamiche che guidano i
modelli visuali.
Si parte dai tre modi principali di interpretare la generazione: diffusione
standard, score matching e flow matching. In tutti i casi, l’obiettivo è
imparare a trasformare una distribuzione semplice, come il rumore, in immagini
coerenti. La differenza è nel “come”: rimuovere rumore, seguire una direzione
probabilistica o modellare un vero e proprio trasporto tra distribuzioni.
Diffusion & Large Vision Models: dove si muove la ricerca
Un passaggio interessante riguarda lo spazio latente. Per anni i modelli hanno
compresso le immagini con VAE per lavorare in modo più efficiente, ma alcuni
modelli recenti stanno tornando direttamente ai pixel, compensando la maggiore
complessità con architetture enormemente scalate.
La lezione estende poi questi concetti ai video, dove il problema non è solo
generare frame realistici, ma mantenere coerenza temporale. Da qui l’uso di VAE
3D causali e blocchi spazio-temporali nei Transformer.
Un altro tema rilevante è l’editing controllato: invece di rigenerare
un’immagine da zero, i nuovi approcci cercano di capire l’intento dell’utente e
trasformarlo in azioni di editing più precise.
Infine, lo stesso paradigma della diffusione viene applicato anche al testo, con
modelli capaci di generare o correggere intere sequenze in parallelo,
particolarmente interessanti per il codice.
La parte conclusiva apre ai temi più delicati: model collapse, provenienza dei
contenuti, metadati C2PA e watermark invisibili come SynthID.
Vai alla lezione
Una lezione utile perché mostra bene dove si sta muovendo il settore: non solo
modelli più potenti, ma nuove architetture, nuovi domini applicativi e nuove
sfide di sicurezza.
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MACHINE LEARNING FOR BEGINNERS: IL PERCORSO OPEN SOURCE DI MICROSOFT
Microsoft ha pubblicato “Machine Learning for Beginners”, un percorso formativo
open source strutturato in 26 lezioni, progettato per fornire una comprensione
rigorosa del machine learning classico.
Il programma inizia con un’esplorazione della storia dell’AI e dei principi di
equità e responsabilità, secondo l’approccio della Responsible AI, per poi
introdurre gli strumenti essenziali per l’analisi dei dati, tra cui Python,
Scikit-learn, Pandas, Jupyter Notebooks e Matplotlib per la visualizzazione.
Machine Learning for Beginners: il percorso open source di Microsoft
Entrando nel vivo dell’apprendimento supervisionato, il corso analizza in
dettaglio i modelli di regressione, passando da quella lineare e polinomiale per
la previsione di valori continui, fino alla regressione logistica e ai metodi
ensemble per i problemi complessi di classificazione.
Il percorso affronta successivamente l’apprendimento non supervisionato,
illustrando tecniche di clustering come il K-Means per la scoperta di pattern
latenti in dataset privi di etichette.
A questo blocco seguono moduli su domini applicativi specifici: l’elaborazione
del linguaggio naturale, per compiti di traduzione e analisi del sentiment, le
previsioni su serie storiche attraverso modelli statistici come ARIMA e SVR, e
un’introduzione al Reinforcement Learning tramite algoritmi di Q-Learning
implementati in ambienti simulati.
Ogni costrutto teorico viene accompagnato da applicazioni pratiche, culminando
nella creazione di applicazioni web tramite Flask per l’implementazione dei
modelli addestrati in contesti di utilizzo reale.
Vai al corso
Per supportare lo studio, l’analisi e la consultazione di questo vasto
ecosistema di informazioni, ho strutturato un progetto su NotebookLM all’interno
del quale ho importato l’intero corpus delle fonti, tra GitHub e YouTube.
Vai al NotebookLM
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PROJECT TAPESTRY: AI FRONTIER COSTRUITA INSIEME
AI Alliance, di cui fa parte anche Yann LeCun, ha presentato Project Tapestry,
un’iniziativa per costruire una piattaforma open source dedicata allo sviluppo
federato e globale di modelli AI frontier.
L’obiettivo è andare oltre il concetto di “open weight”. Avere accesso ai pesi
di un modello non significa necessariamente partecipare al suo pretraining, alle
scelte architetturali, alle pipeline dati o alla governance del processo.
Project Tapestry prova invece a spostare il baricentro: non solo modelli
scaricabili, ma modelli costruiti insieme.
> Il principio è: mantenere il controllo dei propri dati, contribuendo a un
> modello comune.
Project Tapestry: AI frontier costruita insieme
I partner possono addestrare localmente sui propri dati e condividere
aggiornamenti dei pesi, senza dover trasferire necessariamente i dati grezzi a
un’entità centrale. Questo approccio è pensato per governi, università, aziende,
laboratori di ricerca e organizzazioni che vogliono contribuire allo sviluppo di
foundation model avanzati, preservando sovranità, vincoli legali e specificità
culturali o linguistiche.
> Il progetto punta a creare un modello base condiviso, da cui ogni partecipante
> potrà derivare versioni sovrane, adattate ai propri bisogni, domini e contesti
> locali.
La roadmap prevede una fase iniziale nel 2026, con demo tecniche, catalogazione
dei dataset tramite metadati, framework multi-nodo per aggregare aggiornamenti
dei pesi e primi esperimenti di riallineamento culturale. Entro fine 2026
l’obiettivo è arrivare a un piccolo modello base addestrato da zero e ai primi
derivati sovrani.
Il punto più interessante non è solo tecnico, ma politico e industriale:
Tapestry propone un’alternativa alla concentrazione dello sviluppo AI in poche
aziende e poche regioni del mondo.
Vai al progetto
Un modello più distribuito, consortile e federato, dove dati, calcolo e
competenze restano in parte locali, ma contribuiscono a un’infrastruttura
comune.
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AI MODE IN CHROME: SOLO UN TEST, PER ORA
Google sta testando una nuova funzionalità che reindirizza le ricerche
effettuate dalla barra degli indirizzi di Chrome direttamente ad AI Mode,
saltando la tradizionale pagina dei risultati di Google Search.
La novità è stata individuata nella versione sperimentale Chrome Canary e può
essere attivata solo manualmente tramite un flag dedicato. Una volta abilitata,
qualsiasi query digitata nell’Omnibox viene gestita da AI Mode invece che dal
classico motore di ricerca.
AI Mode in Chrome: solo un test, per ora
Google ha però chiarito che si tratta di un test esplorativo e che non esistono
piani attuali per rendere AI Mode il comportamento predefinito di Chrome. Anche
Rajan Patel, VP dell’azienda, ha confermato pubblicamente che la ricerca
tradizionale non verrà sostituita.
Nonostante le rassicurazioni, l’esperimento mostra la direzione in cui Google
sta continuando a investire: un’esperienza di ricerca sempre più integrata con
l’intelligenza artificiale, direttamente all’interno degli strumenti che milioni
di persone utilizzano ogni giorno.
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AI OVERVIEW DI GOOGLE: QUANDO LA SINTESI DIVENTA CONTENUTO PROPRIO
Ho letto la sentenza del Tribunale di Monaco che riguarda l’AI Overview di
Google (26 O 869/26), ed ecco cosa emerge sulla responsabilità per le risposte
generate nei motori di ricerca.
Il caso riguarda un’AI Overview che associava due società editoriali a truffe,
abbonamenti ingannevoli e altre pratiche scorrette. Il tribunale ha vietato la
diffusione della maggior parte di queste affermazioni, ritenendole lesive della
reputazione delle imprese e non adeguatamente dimostrate.
AI Overview di Google: quando la sintesi diventa contenuto proprio
Il punto centrale è la natura dell’output. Quando un sistema non si limita a
mostrare link, ma seleziona fonti, le combina, le riscrive, le organizza e
formula una conclusione autonoma, il risultato può essere considerato un
contenuto proprio del gestore.
Nel caso esaminato, l’overview iniziava con affermazioni esplicite, classificava
le presunte condotte fraudolente e forniva indicazioni agli utenti. Alcuni
collegamenti, inoltre, non comparivano nemmeno nelle fonti citate: erano stati
creati dalla sintesi generativa.
Per questo il tribunale ha distinto le risposte AI dai normali risultati di
ricerca. La presenza di link non elimina la responsabilità, perché una
dichiarazione autonoma e immediatamente comprensibile può produrre il proprio
effetto anche senza che l’utente verifichi le fonti.
La decisione evidenzia anche una possibile lacuna di tutela: se le fonti
originarie non hanno formulato l’affermazione falsa e il gestore dell’AI non ne
rispondesse, il soggetto danneggiato potrebbe non avere nessuno contro cui
agire.
Il tribunale attribuisce inoltre un peso più limitato alla libertà di
espressione del fornitore: l’output non rappresenta una convinzione personale
maturata da un individuo, ma il risultato di un algoritmo offerto nell’ambito di
un’attività commerciale.
Vai al documento
La sentenza non stabilisce che ogni errore dell’AI comporti automaticamente
responsabilità. Indica però un principio rilevante: quando il sistema trasforma
contenuti di terzi in un nuovo messaggio, dotato di struttura, valutazione e
significato autonomi, il gestore non può sempre qualificarsi come semplice
intermediario tecnico.
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AI MODE: COME CAMBIA LA RICERCA SECONDO GOOGLE
Un nuovo documento di Google racconta come le persone stanno usando AI Mode
negli Stati Uniti e descrive una trasformazione profonda della ricerca online.
Le query diventano più lunghe, naturali e conversazionali: in media, una ricerca
in AI Mode è tre volte più lunga di una ricerca tradizionale.
Crescono anche le conversazioni con più passaggi: gli utenti non si limitano a
formulare una domanda, ma aggiungono dettagli, chiedono confronti e affinano
progressivamente la richiesta. Aumentano inoltre le ricerche multimodali,
effettuate attraverso immagini, voce e video: più di una query su sei non è
esclusivamente testuale.
AI Mode: come cambia la ricerca secondo Google
Dal documento emergono cinque principali modalità d’uso. Le persone utilizzano
AI Mode per esplorare idee e argomenti, prendere decisioni, studiare,
pianificare attività e creare contenuti. Lo impiegano per confrontare prodotti,
costruire itinerari, preparare quiz e guide di studio, organizzare allenamenti e
budget, generare immagini, testi, documenti e codice.
La direzione indicata da Google è chiara: il motore di ricerca si sta
trasformando in un assistente capace di accompagnare l’utente dalla scoperta di
un’informazione fino alla realizzazione di un’attività.
Il documento, però, va letto anche criticamente. Google analizza un proprio
prodotto attraverso dati interni che non sono disponibili pubblicamente e che
quindi non possono essere verificati in modo indipendente. La crescita delle
query, della loro lunghezza e dei follow-up dimostra un maggiore utilizzo, ma
non necessariamente una migliore qualità delle risposte.
Una conversazione più lunga potrebbe indicare maggiore coinvolgimento, ma anche
la necessità di correggere, chiarire o completare risposte insufficienti. Manca
inoltre un confronto sistematico con la ricerca tradizionale su accuratezza,
affidabilità, soddisfazione degli utenti e tempo effettivamente risparmiato.
Sono quasi assenti anche i temi più problematici: errori, allucinazioni,
privacy, bias, qualità delle fonti e impatto sul traffico destinato a editori,
creator e siti web.
Le percentuali di crescita presentate sono significative, ma non vengono
accompagnate dai volumi assoluti, dalla dimensione dei campioni o dai margini di
errore. Sapere che una categoria cresce più velocemente della media non permette
di capire quanto sia realmente diffusa.
Vai al report
Il report dimostra con efficacia che AI Mode viene utilizzata sempre di più e
per attività molto diverse. Dimostra molto meno che questa trasformazione
migliori davvero la qualità della ricerca e produca benefici superiori ai suoi
rischi.
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GOOGLE SEARCH DIVENTA AGENTICO
Google Search sta entrando in una nuova fase: non solo risultati, ma azioni. Con
l’integrazione di Gemini 3.5 Flash in AI Mode, la ricerca diventa più veloce,
più dinamica e soprattutto più agentica.
Gli agenti informativi potranno lavorare in background, monitorando il web 24/7
per seguire temi, aggiornamenti, offerte, annunci o cambiamenti rilevanti per
una richiesta specifica. Questa funzionalità è già disponibile in AI Mode in
tutto il mondo per gli utenti AI Ultra.
Google Search diventa agentico
Non si tratta più solo di cercare un appartamento, un prodotto o una notizia:
l’utente potrà impostare un’esigenza e lasciare che l’agente continui a
controllare per lui, notificandolo quando trova qualcosa di utile.
Google sta portando questa logica anche nelle prenotazioni, con agenti capaci di
contattare attività commerciali per servizi come riparazioni domestiche, beauty
o pet care.
Un altro passaggio importante riguarda il coding dentro Search: Google potrà
generare interfacce, widget, tracker e mini-app direttamente nei risultati,
adattandoli all’esigenza dell’utente. La ricerca diventa quindi un ambiente
operativo, non solo informativo.
Anche lo shopping cambia: con Universal Cart, Google punta a un carrello unico
tra più retailer, capace di confrontare prezzi, applicare offerte, segnalare
incompatibilità tra prodotti e gestire pagamenti in modo più intelligente.
Con AP2, il protocollo per i pagamenti agentici, Google sta inoltre costruendo
un’infrastruttura per permettere agli agenti AI di effettuare transazioni con
regole, limiti e tracciabilità.
> La direzione è chiara: Search, AI, commerce e automazione stanno convergendo.
> Per chi lavora nel digitale, questo significa ripensare la presenza online non
> solo per essere trovati dalle persone, ma anche per essere compresi,
> selezionati e utilizzati dagli agenti artificiali.
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SPAM AI: IL PROBLEMA NON È IL SINGOLO CONTENUTO, MA “LA FABBRICA”
> Lo spam generato con l’AI non si riconosce cercando “la firma dell’AI”: si
> riconosce quando diventa una fabbrica.
È questa, secondo me, la parte più interessante del paper di ricercatori Google,
“Scalable Detection of Adversarial Synthetic Slop and Coordinated Media Abuse”.
Il punto non è costruire un detector magico capace di dire se un singolo
contenuto sia stato scritto, “parlato” o montato da un modello generativo. Il
punto è molto più sistemico.
Google sta studiando un approccio che guarda ai cluster: gruppi di account,
canali o entità che pubblicano contenuti sintetici simili, con pattern
ricorrenti, template semantici ripetitivi, segnali infrastrutturali condivisi e
tracce multimodali di produzione automatizzata.
In altre parole, non “questo contenuto è AI, quindi è spam”, ma: “questi
contenuti, account e comportamenti sembrano parte di una produzione coordinata
di spam sintetico”.
Il sistema combina rilevamento di botnet, classificazione multimodale e LLM
adattati con tecniche come LoRA e APO, utili per aggiornare rapidamente il
modello sui nuovi trend di spam generativo.
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Spam AI: il problema non è il singolo contenuto, ma “la fabbrica”
Search Engine Journal ha ripreso il paper in chiave SEO, suggerendo che questo
approccio possa aiutare a capire come Google potrebbe individuare contenuti AI
spam anche sul web. La lettura è sensata, ma va calibrata: il paper non dimostra
che questo sistema sia usato in Google Search, non dimostra che Google penalizzi
automaticamente i contenuti generati con AI e non dimostra che basti usare l’AI
per entrare in una categoria di rischio.
Vai al post
Il punto è un altro: Google non ha bisogno di riconoscere perfettamente ogni
contenuto AI per intercettare lo spam generativo. Può osservare pattern, vedere
produzione seriale, collegare entità apparentemente separate e distinguere tra
uso creativo dell’AI e abuso coordinato.
Questa è la parte che conta per chi lavora sui contenuti. Il rischio non è
“usare AI”. Il rischio è produrre contenuti da catena di montaggio: template
replicati, variazioni superficiali, intenti deboli, segnali di automazione,
scalabilità forzata e nessuna reale utilità.
> Il futuro del rilevamento dello spam AI probabilmente non sarà un semaforo
> acceso sul singolo testo. Sarà una lettura sistemica dei comportamenti, delle
> relazioni e dei pattern di produzione.
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GEMMA 4 12B: MULTIMODALITÀ LOCALE SU HARDWARE CONSUMER
Google ha rilasciato un nuovo modello che introduce il supporto alla Multi-Token
Prediction e porta capacità multimodali avanzate su hardware consumer. Si chiama
Gemma 4 12B ed è progettato per eseguire attività di ragionamento, elaborazione
di immagini e gestione dell’audio direttamente su laptop con circa 16 GB di
memoria, riducendo la dipendenza dal cloud.
Il modello usa un’architettura encoder-free: invece di utilizzare componenti
separati per elaborare immagini e audio prima di passarli al modello
linguistico, Gemma 4 12B integra questi input direttamente nel backbone del
modello. Questo approccio riduce complessità, consumo di memoria e latenza.
Gemma 4 12B: multimodalità locale su hardware consumer
Google ha inoltre introdotto il supporto nativo all’audio. Il modello può
elaborare segnali vocali senza un encoder audio dedicato, aprendo la strada a
scenari come trascrizione, traduzione e comprensione vocale eseguite localmente.
Sul fronte delle prestazioni, Google dichiara risultati vicini a quelli di Gemma
4 26B, ma con un footprint di memoria significativamente inferiore. L’obiettivo
è rendere accessibili workflow agentici e capacità di ragionamento avanzato
anche su dispositivi consumer.
Tra le novità c’è anche la Multi-Token Prediction, una tecnica che consente di
prevedere più token contemporaneamente, migliorando la velocità di generazione e
riducendo la latenza percepita nelle applicazioni interattive.
Un approfondimento
Il modello è distribuito con licenza Apache 2.0 ed è già supportato da strumenti
come Hugging Face Transformers, Ollama, llama.cpp, MLX e vLLM, confermando la
volontà di Google di favorirne l’adozione all’interno dell’ecosistema open
source.
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NOTEBOOKLM SI POTENZIA CON GEMINI E ANTIGRAVITY
In arrivo novità interessanti su NotebookLM, che amplia le sue capacità di
approfondimento e analisi grazie all’integrazione con i modelli Gemini 3.5 e
Antigravity. La piattaforma introduce una chat più avanzata, una maggiore
capacità di ragionamento e strumenti più efficaci per analizzare grandi quantità
di documenti, individuare collegamenti tra le fonti e supportare progetti di
ricerca complessi.
Ogni notebook può ora contare anche su un ambiente cloud sicuro in grado di
scrivere ed eseguire codice, utile per analisi dati, elaborazioni più
strutturate e attività di ricerca che richiedono passaggi tecnici più
approfonditi.
NotebookLM si potenzia con Gemini e Antigravity
Tra le novità ci sono anche nuovi formati di output: report PDF con grafici e
tabelle, documenti Word, file Markdown, fogli Excel, presentazioni PowerPoint,
CSV, JSON, immagini e visualizzazioni dati in PNG o SVG.
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NotebookLM diventa così più utile anche nelle fasi iniziali di un progetto: si
può partire da un’idea o da una domanda e costruire progressivamente un archivio
di fonti pertinenti, mantenendo il controllo sui materiali utilizzati e sulle
attribuzioni.
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PROJECT GLASSWING SI ESPANDE
Anthropic ha annunciato l’espansione di Project Glasswing, l’iniziativa che
utilizza l’AI per individuare vulnerabilità nei software che supportano
infrastrutture e servizi critici.
Dopo una prima fase che ha coinvolto circa 50 organizzazioni e ha contribuito
all’identificazione di oltre 10.000 vulnerabilità ad alta criticità, il
programma verrà esteso a circa 150 nuove realtà operative in oltre 15 Paesi,
includendo settori come energia, acqua, sanità, comunicazioni e hardware.
Project Glasswing di Anthropic si espande
La notizia si inserisce in un contesto più ampio: stiamo vivendo una fase di
accelerazione esponenziale nell’adozione dell’AI. Modelli sempre più avanzati
stanno trasformando lo sviluppo software, aumentando produttività, automazione
ed efficienza in un numero crescente di settori.
Più l’intelligenza artificiale accelera la creazione e l’evoluzione delle
applicazioni, più diventa fondamentale garantire la sicurezza dei sistemi su cui
si basano organizzazioni, imprese e servizi essenziali.
In questo scenario, iniziative come Project Glasswing evidenziano come l’AI
possa essere utilizzata non solo per innovare più rapidamente, ma anche per
rafforzare la capacità di individuare, correggere e prevenire vulnerabilità su
larga scala.
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> L’accelerazione tecnologica e la sicurezza non sono più temi separati: stanno
> diventando due dimensioni sempre più strettamente collegate della stessa
> trasformazione.
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CHROME DEVTOOLS SEMPRE PIÙ INTEGRATO CON L’AI
> Novità interessanti in arrivo su Chrome DevTools, con un aggiornamento che
> punta sempre di più all’integrazione tra strumenti di sviluppo e AI.
Con Chrome 149, DevTools for Agents raggiunge la stabilità ufficiale,
introducendo nuove possibilità per gli agenti AI, tra cui il supporto a
strumenti personalizzati esposti dalle pagine web, il debugging di strumenti
WebMCP e l’emulazione di header HTTP personalizzati.
Importanti novità anche per AI Assistance, che ora offre un’interfaccia più
ricca con widget interattivi per analizzare Core Web Vitals e performance della
pagina direttamente nella conversazione. L’assistente può inoltre sfruttare i
dati di Lighthouse per fornire analisi più complete e suggerimenti più mirati,
grazie all’integrazione con Gemini 3.
Chrome DevTools sempre più integrato con l’AI
Debutta inoltre il supporto sperimentale a WebMCP, una proposta di standard che
consente alle pagine web di registrare strumenti utilizzabili da agenti LLM. I
nuovi strumenti di debugging permettono di ispezionare, eseguire e monitorare
queste integrazioni direttamente da DevTools.
Vai al post
Un aggiornamento che conferma la direzione intrapresa da Chrome: rendere
DevTools non solo uno strumento di debugging, ma una piattaforma sempre più
integrata con i flussi di sviluppo assistiti dall’intelligenza artificiale.
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AVATAR PERSONALIZZATI IN GEMINI OMNI
In arrivo la possibilità di creare un avatar personalizzato su Gemini Omni, da
inserire direttamente nei video. Con gli sviluppi visti su Google Vids, era una
funzionalità abbastanza prevedibile.
Per crearlo basterà accedere alle impostazioni di Gemini, dove sarà presente una
voce specifica dedicata. La procedura farà registrare un video con diverse
inquadrature; successivamente, l’avatar sarà disponibile come riferimento per la
generazione dei video.
Avatar personalizzati in Gemini Omni
È la stessa modalità già vista, ad esempio, su HeyGen e, in passato, su Sora.
Tutti i video creati con Gemini Omni includono un watermark digitale invisibile
SynthID, utile per verificare tramite l’app Gemini che il contenuto sia stato
generato.
Vai alla documentazione
> La funzionalità sarà disponibile per gli abbonati Google AI Plus, Pro e Ultra,
> sia da web sia dall’app. Ovviamente, per ora, ovunque tranne che in Europa,
> SEE, Svizzera e Regno Unito.
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GOOGLE OMNI E TESTI INTEGRATI NEI VIDEO
Tra le capacità interessanti di Google Omni c’è anche l’inserimento di testi nei
video, integrati direttamente nelle scene.
Nell’esempio ho usato una frase come protagonista del trailer, lavorando su un
prompt pensato per creare una cinematic 3D animation con kinetic typography ad
alta energia, ambientata in una città futuristica al tramonto.
Google Omni e testi integrati nei video
IL PROMPT
“A cinematic 3D animation where massive, high-energy 3D kinetic typography takes
center stage, interacting with a futuristic cityscape at golden hour. Words
appear one by one, suspended in mid-air between skyscrapers, glowing with
vibrant neon light, and reacting to the environment with physics-based movement
(e.g., shattering like glass, rippling through the air, or slamming into
buildings). The sequence of words 'PUSH. PAST. EVERY. LIMIT. BEYOND. THE. EDGE.
OF. FEAR.' dominates the frame, with each word having a unique, bold, and
dynamic animation style. The camera moves rapidly and dramatically through the
letters, emphasizing their weight, scale, and intensity to create an immersive
and captivating trailer experience”.
Il risultato è un’esperienza da trailer immersiva e intensa, in cui il testo non
è solo un elemento grafico, ma diventa il vero protagonista della scena.
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> Buon aggiornamento, e buone riflessioni..
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ASCOLTA L'AUDIO OVERVIEW CHE SINTETIZZA LE NOVITÀ
Il podcast è stato generato attraverso NotebookLM.
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L’INIZIO DI UNA CRESCITA ESPONENZIALE
Nel mio TEDx talk ho parlato della velocità con cui i sistemi di AI si stanno
evolvendo: l’inizio di una crescita esponenziale.
Intelligenza artificiale: capire il potere, scegliere la direzione - TEDxBergamo
> Guardando i dati più recenti, credo che questa traiettoria stia diventando
> sempre più evidente.
In diversi domini, le curve di crescita delle capacità dei modelli stanno
assumendo trend sempre più ripidi. Nel dominio cyber, ad esempio, alcune stime
indicano un tempo di raddoppio delle capacità ormai intorno ai 4,5 mesi.
L’inizio di una crescita esponenziale
Ma il punto non è solo che i modelli diventano più capaci. È che stanno
diventando anche più autonomi e più efficienti allo stesso tempo.
Migliorano nel ragionamento, nell’uso di strumenti, nella scrittura di codice,
nella pianificazione di task più lunghi, nell’interazione con API e sistemi
esterni.
> E mentre questo accade, migliorano anche le architetture: a parità di
> capacità, o quasi, servono sempre meno risorse per ottenere risultati sempre
> migliori.
L’ultimo modello Gemini Flash ha costi di inferenza inferiori di decine di volte
rispetto ad alcuni dei modelli più performanti attuali.
> La direzione è chiara: non cresce solo
> la potenza, cresce anche l’efficienza.
Ed è qui che la trasformazione diventa sistemica. AlphaEvolve è un esempio
concreto: un sistema basato su modelli AI che viene usato per migliorare codice,
ottimizzare risorse computazionali, accelerare il training, scoprire nuovi
algoritmi e contribuire al miglioramento dell’hardware.
> Modelli migliori aiutano a costruire software migliore. Software migliore
> abilita modelli più efficienti. Modelli più efficienti accelerano agenti,
> chip, robot e processi.
Non è una singola curva. È un insieme di curve che iniziano ad alimentarsi a
vicenda. In diverse occasioni ho usato la metafora dei popcorn: la padella era
calda e iniziavamo a sentire scoppiare i primi chicchi. Oggi alcuni chicchi sono
già scoppiati.
Siamo ancora all’inizio della trasformazione organizzativa, economica e sociale.
Ma non siamo più all’inizio della capacità tecnica.
Ed è proprio questa asimmetria a rendere il momento così importante: la
tecnologia sta diventando abbastanza capace da uscire dai benchmark, dalle demo
e dai laboratori, e iniziare a trasformare il mondo reale.
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TEST: UN CONFRONTO TRA 7 MODELLI AI
> Ho messo a confronto 7 LLM sullo stesso prompt per la generazione di contenuti
> strutturati.
Il prompt in questione riguarda l’elaborazione di dati di prodotti di un
e-commerce ed è molto strutturato, con una quantità elevata di istruzioni,
vincoli e parametri da gestire.
IL METODO
Ogni modello ha ricevuto lo stesso prompt su oltre 1.000 esecuzioni, in cui
variavano i dati del prodotto in input, e ha prodotto i relativi output.
Gli output sono stati valutati su 6 metriche pesate, per un punteggio finale su
scala 0–100. La dashboard sintetizza il comportamento durante le elaborazioni.
I MODELLI TESTATI
Claude Sonnet 4.6, Claude Opus 4.8, Gemini 2.5 Pro, Gemini 3.5 Flash, GPT-5.5,
DeepSeek v4, Kimi K2.6.
TEST: un confronto tra 7 modelli AI
LE 6 METRICHE, CON I RISPETTIVI PESI
* accuratezza dei dati [25%]: le informazioni prodotte sono state verificate su
fonti esterne indipendenti;
* conformità di formato [20%]: rispetto dei vincoli strutturali e di lunghezza
dichiarati nel prompt;
* qualità dei titoli [15%]: pertinenza, densità informativa, sfruttamento dello
spazio disponibile;
* ricchezza del testo lungo [15%]: completezza, precisione, utilità pratica del
contenuto;
* completezza dei campi [15%]: copertura di tutti i campi previsti dallo schema
di output;
* aderenza alle linee guida [10%]: rispetto delle regole redazionali
specificate nel prompt.
IL PODIO
1° Claude Sonnet 4.6 — 88,6/100
2° Gemini 3.5 Flash — 86,1/100
3° GPT-5.5 — 84,4/100
ALCUNE OSSERVAZIONI
* Il modello con la maggiore accuratezza non è quello con il punteggio totale
più alto: Gemini 3.5 Flash segna 95/100 in accuratezza, ma viene penalizzato
da un errore strutturale nell’output, perfettamente gestibile
dall’applicazione, che ne abbassa la valutazione complessiva.
* GPT-5.5 è l’unico a includere tutti i campi di raggruppamento richiesti dallo
schema: un dettaglio che fa la differenza quando l’output va usato in
produzione senza correzioni manuali.
* Claude Opus 4.8 produce il testo più accurato e profondo del gruppo, ma in
alcune esecuzioni ha superato di qualche carattere un vincolo di lunghezza
dichiarato esplicitamente come tassativo nel prompt. Un errore piccolo in
apparenza, con impatto rilevante in contesti automatizzati.
* Kimi K2.6 produce buoni contenuti, ma ignora una regola sui separatori, a
dimostrazione del fatto che anche i vincoli formali semplici non sono
garantiti.
CONSIDERAZIONI
Non esiste il modello “migliore” in assoluto. Il modello giusto dipende da ciò
che viene pesato maggiormente: profondità informativa, affidabilità strutturale
o aderenza precisa alle specifiche.
> Nel complesso, tuttavia, la maggior parte dei problemi rilevati è
> perfettamente gestibile dal software che riceve l’output del modello.
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WORLD MODEL: IL VERO SALTO CHE MANCA ALL’AI?
> I World Model potrebbero essere il vero salto che manca all’AI: non modelli
> che prevedono parole, ma sistemi capaci di immaginare conseguenze.
Yann LeCun sostiene che i LLM, da soli, non arriveranno all’intelligenza di
livello umano. Il motivo è strutturale: operano nello spazio dei token,
generando una parola dopo l’altra sulla base di probabilità. Funzionano molto
bene quando il linguaggio è già il terreno del ragionamento, come nel codice o
nella matematica formale.
Yann LeCun on What Comes After LLMs
Ma il mondo reale è diverso. Per agire in ambienti complessi serve qualcosa di
più: un modello interno della realtà, capace di simulare cosa potrebbe accadere
dopo una sequenza di azioni.
È qui che entrano in gioco le architetture JEPA e i sistemi Objective-Driven.
L’idea è costruire agenti che non si limitino a rispondere a un prompt, ma
ricevano un obiettivo, immaginino scenari possibili, valutino le conseguenze e
scelgano l’azione migliore rispettando vincoli di sicurezza.
In questa visione, i LLM diventano interfacce linguistiche. Utilissime, ma non
il cuore del sistema. Il cuore sarebbe il World Model: una rappresentazione
astratta del mondo che permette all’AI di pianificare, verificare, correggere e
agire con maggiore affidabilità.
Per LeCun, questa è la strada per portare l’AI oltre i chatbot: processi
industriali, robotica, biologia, motori aeronautici, impianti chimici e sistemi
fisici troppo complessi per essere descritti solo da equazioni tradizionali.
La sua nuova startup, AMI, nasce proprio con questa ambizione: costruire sistemi
intelligenti capaci di comprendere e controllare dinamiche reali. È una visione
molto diversa da quella dominante oggi.
> Meno prompt engineering. Meno dipendenza dall’autoregressione. Più modelli del
> mondo, obiettivi, pianificazione e vincoli.
In altre parole: non un’AI che parla meglio, ma un’AI che capisce meglio cosa
succede quando agisce.
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DUBBING V2 DI ELEVENLABS
Dubbing v2 di ElevenLabs è un nuovo modello di doppiaggio AI progettato per
rendere le versioni localizzate più naturali e fedeli al contenuto originale.
> L’ho provato. Il risultato è straordinario, così come la velocità di
> elaborazione.
Dubbing v2 di ElevenLabs: un test
La principale innovazione è che il sistema non si basa soltanto su una
trascrizione, ma analizza direttamente la performance originale, riuscendo così
a trasferire tono, emozione, ritmo e intenzione della voce nelle altre lingue.
Il modello supporta oltre 90 lingue e adatta le frasi per ottenere una resa più
fluida e naturale, mantenendo sincronizzati inizi, pause e finali con il
contenuto di partenza.
> In questo modo punta a risolvere uno dei limiti storici del doppiaggio
> automatico: l’audio piatto, poco espressivo o distante dall’interpretazione
> originale.
Per provarlo
Dubbing v2 è pensato per creator, marketer, studi e broadcaster. I creator
possono usarlo per creare doppiaggi rapidi e di qualità per video YouTube e
altri contenuti tramite ElevenCreative, con la possibilità di accedere a un
programma partner con condizioni scontate.
I marketer possono localizzare annunci e campagne in più mercati senza dover
ricostruire i contenuti da zero.
Studi e broadcaster, invece, possono utilizzare ElevenProductions per ottenere
doppiaggi professionali con traduttori umani, casting vocale, mixing
professionale e il supporto di Dubbing v2 per la parte audio.
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AGENTI AI + MCP: UNA RIFLESSIONE
> L’uso di server MCP connessi ad agenti AI è ottimo per prototipazione, demo ed
> esecuzioni in ambienti chat o CLI.
Non è invece ideale per applicazioni in produzione su larga scala, almeno se non
viene progettato con attenzione.
Agenti AI + MCP: una riflessione
I MOTIVI PRINCIPALI SONO TRE
1. La semplicità di connessione e utilizzo si paga molto cara in consumo di
token.
2. I payload generati dai tool dei server MCP, in genere, sono semplici
incapsulamenti di API e non sono ottimizzati per un agente AI. Questo si
traduce in rumore e costi inutili.
3. Tutto ciò che non ha senso nel loop operativo di un agente non dovrebbe
passare da MCP o function calling, ma da workflow sequenziali, scegliendo il
modello giusto per ogni task. Il risultato: più precisione e meno costi.
> Ragionare su questi aspetti è la vera essenza del concetto di context
> engineering, ed è ciò che permette a una demo di diventare un’applicazione
> reale.
La formula “agenti + MCP” crea spesso l’illusione di qualcosa di magico, capace
di gestire qualunque operazione autonomamente. Io credo che la differenza la
faccia ancora la conoscenza chirurgica dei processi.
> That’s it.
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SISTEMI AGENTICI: DALLA DEMO "WOW" ALLA PRODUZIONE
> Oggi i modelli AI gestiscono finestre di contesto sempre più ampie. Il punto,
> però, è che un contesto più ampio non è necessariamente un contesto migliore.
Nello sviluppo di sistemi agentici, ogni informazione che entra nella context
window ha un effetto: sul reasoning, sui costi, sulla latenza, sulla qualità
dell’output e sulla prevedibilità del sistema.
Per molto tempo si è trattato il contesto come uno spazio da riempire:
documenti, risultati di tool, memoria, schemi API, dati intermedi, tracce
operative.
> Ma quando si passa dalla demo alla produzione, il contesto smette di essere un
> dettaglio tecnico e deve diventare una scelta architetturale.
Sistemi agentici: dalla demo "wow" alla produzione
La domanda non deve essere: “quanto posso dare al modello?”.
Deve diventare: “cosa serve al modello per decidere meglio?”.
Perché non tutto ciò che è disponibile è utile.
Non tutto ciò che è utile deve essere nel loop agentico.
E non tutto ciò che entra nel contesto migliora il risultato.
> Tutto ciò che portiamo nel contesto deve meritarlo.
> Deve essere una scelta di design.
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GOOGLE I/O 2026: UNA SINTESI
> Una sintesi delle principali novità presentate durante il Google I/O? Ci
> provo.
1. Modelli AI
È stato svelato Gemini 3.5, con la versione Flash che garantisce una velocità
quattro volte superiore rispetto ai concorrenti, a costi ridotti, e Gemini Omni,
un modello in grado di comprendere la fisica intuitiva e manipolare i video in
tempo reale mantenendo la coerenza visiva.
> Ho provato Gemini 3.5 Flash, già disponibile su AI Studio e Gemini App, e
> Omni, già disponibile su Flow e Gemini App: sono impressionanti, soprattutto
> se consideriamo velocità e prezzo.
La tecnologia di frontiera non si limita più a elaborare testi, ma simula
scenari complessi combinando nativamente ogni tipo di input.
2. Sviluppo software autonomo
Antigravity 2.0 sposta i confini della programmazione coordinando sub-agenti AI
in parallelo, capaci di completare un intero “sistema operativo” funzionante in
sole dodici ore.
L’abbattimento dei tempi e dei costi di sviluppo riscrive i processi aziendali,
trasformando la scrittura del codice da un lavoro manuale a un’attività di pura
orchestrazione strategica.
3. La nuova AI Search
Il motore di ricerca integra la Generative UI, una funzione che crea mini-app
interattive su misura per rispondere a query complesse, mentre gli agenti di
ricerca monitorano il web in background per aggiornare l’utente in tempo reale.
La ricerca smette di essere un elenco statico di link, cosa che in parte ha già
smesso di essere da tempo, per diventare un’interfaccia dinamica e
personalizzata che genera strumenti pronti all’uso.
Google I/O 2026: una sintesi
4. Universal Cart e shopping agentico
L’Universal Cart raccoglie i prodotti da Search, YouTube e Gmail in un unico
spazio, sfruttando l’AI per monitorare i prezzi e verificare la compatibilità
tecnica dei componenti. L’introduzione dei protocolli aperti UCP e AP2 permette
di standardizzare il commercio digitale e di autorizzare transazioni autonome
dell’AI sotto il controllo di rigidi tetti di spesa.
5. Gemini Spark e intelligent eyewear
L’agente virtuale Gemini Spark lavora in autonomia su cloud 24/7 per gestire la
vita digitale dell’utente, mentre in autunno arriveranno i primi occhiali
intelligenti dotati di audio integrato, in collaborazione con Samsung, Warby
Parker e Gentle Monster.
L’assistente personale diventa proattivo, invisibile e accessibile a mani
libere, senza la necessità di consultare continuamente lo schermo dello
smartphone.
Google I/O 2026 keynote
> Il concetto è sempre più nitido, anche se non più nuovo: da sistemi che
> “rispondono a domande” ad agenti che operano.
L’architettura multi-agente e l’integrazione di protocolli di comunicazione
standardizzati tra ecosistemi diversi gettano le basi per una quotidianità in
cui i compiti ripetitivi e di monitoraggio vengono delegati a macchine capaci di
muoversi autonomamente sul web.
> La sfida si sposta ora sulla gestione della sicurezza e sulla reale capacità
> degli utenti di governare questi flussi continui in background.
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GEMINI OMNI: UN TEST
> Probabilmente la vera forza di Gemini Omni non è la generazione di video
> cinematografici.
Il potenziale del modello è nell’editing multimodale e conversazionale.
L’ho confrontato con Seedance 2.0 sulla generazione video pura, e il risultato
di Seedance mi è sembrato migliore: più solido, più cinematografico, più
convincente. Teniamo presente che si tratta di una versione Flash di Omni, che
tra l’altro è velocissima.
Gemini Omni: un test
Ma Omni sembra giocare un’altra partita.
Non solo generare un video da prompt, ma lavorare su immagini, video, audio e
testo in modo iterativo, modificando la scena attraverso il linguaggio naturale.
Uno strumento per controllo, remix, editing e workflow creativi.
> Seedance oggi mi convince di più sulla qualità dell’output.
> Gemini Omni potrebbe essere più interessante nel processo, almeno per ora.
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TURBOQUANT DI GOOGLE RESEARCH
> Online si sta parlando molto di TurboQuant. Di cosa si tratta?
Il vero collo di bottiglia dei LLM moderni non è più solo il calcolo: è la
memoria.
Con contesti sempre più lunghi, agenti persistenti e sistemi RAG multimodali, il
costo dominante sta diventando la gestione della KV cache: enormi quantità di
vettori che devono essere continuamente letti e trasferiti in VRAM durante
l’inferenza.
TurboQuant di Google Research
Google Research ha recentemente presentato TurboQuant, una tecnica di
compressione che affronta esattamente questo problema. L’idea è molto elegante:
comprimere drasticamente i vettori preservando soprattutto la loro struttura
geometrica, cioè le relazioni semantiche tra embedding, invece dei valori
numerici precisi.
Per operazioni come attention e retrieval, infatti, ciò che conta davvero è
mantenere correttamente le distanze e le similarità tra vettori. TurboQuant
riesce a farlo combinando una trasformazione geometrica dei vettori con una
tecnica matematica che preserva le distanze usando pochissimi bit.
> I risultati sono impressionanti: KV cache compressa fino a circa 6×,
> quantizzazione a 3 bit senza perdita significativa di accuratezza e fino a 8×
> di accelerazione nel calcolo dell’attention su GPU H100.
L’aspetto più interessante è che l’impatto va ben oltre i LLM. Questa tecnica
può migliorare enormemente anche la vector search moderna, rendendo i database
vettoriali più piccoli, il retrieval semantico più veloce e riducendo la
dipendenza da cross-encoder costosi per il reranking.
Vai al post
> È un cambio di paradigma importante: l’AI sta iniziando a essere ottimizzata
> non solo sul compute, ma soprattutto sul movimento dei dati e sulla bandwidth
> di memoria. Ed è probabilmente lì che si trova oggi il vero limite scalabile
> dei sistemi AI.
LE IMPLICAZIONI NELLA RICERCA SU GOOGLE
Il vero cambiamento non è che Google capirà meglio una pagina. È che potrà
permettersi di valutarne molte di più. TurboQuant, il nuovo sistema di Google di
cui sta parlando la community SEO, va letto in questa direzione.
TurboQuant: implicazioni nella ricerca di Google
Non è un nuovo reranker, né un’evoluzione diretta di BlockRank.
È una tecnologia di compressione e quantizzazione che può rendere meno costosi
vector search, memoria e calcolo nei modelli.
> Tradotto: alcune operazioni che oggi limitano quanti contenuti possono essere
> valutati con metodi avanzati potrebbero diventare più efficienti.
E questo cambia il punto di equilibrio della pipeline.
Oggi un bi-encoder può servire a recuperare velocemente un primo insieme di
risultati. Poi sistemi più costosi, come cross-encoder, reranker o ranking
generativi, possono valutare meglio la relazione tra query e contenuto.
Se questi passaggi diventano meno costosi, il motore può permettersi di portare
più contenuti alla valutazione profonda.
> Quindi: più pagine candidabili, più contenuti valutabili, più precisione
> semantica.
Ma qui c’è il punto centrale: la semantica non basta per avere risultati
affidabili.
Un contenuto può rispondere bene a una query e, allo stesso tempo, essere
debole, non verificato, poco autorevole o prodotto da una fonte di bassa
qualità.
* La rilevanza contestuale chiede: “questo contenuto risponde alla query?”.
* L’affidabilità chiede: “questo contenuto merita di essere considerato una
buona risposta?”.
Sono due piani diversi. Anche se cross-encoder, reranker e ranking generativo
diventano più efficienti, serviranno ancora segnali oltre la semantica:
autorevolezza, qualità complessiva, reputazione della fonte, consistenza
editoriale, evidenze, aggiornamento, originalità.
Può sembrare un limite dei sistemi neurali. In realtà è anche una tutela. Se la
ricerca diventasse solo una gara di aderenza semantica, potrebbero vincere molti
contenuti formalmente perfetti, ma non necessariamente affidabili.
L’efficienza di sistemi come TurboQuant può allargare la finestra competitiva.
> Ma proprio per questo, la differenza non sarà solo essere semanticamente
> rilevanti. Sarà essere rilevanti dentro un sistema che deve ancora decidere di
> chi fidarsi.
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QWEN 3.7 MAX BATTE GPT-5.5 E CLAUDE OPUS 4.7
> No, non è una partita a Tetris tra modelli, ma un test agentico molto
> interessante.
Qwen 3.7 Max batte GPT-5.5 e Claude Opus 4.7
Atomic Chat ha creato un ambiente di test in cui i modelli hanno sviluppato un
bot capace di giocare a Tetris, con la possibilità di migliorarlo autonomamente.
Ogni modello poteva leggere il proprio codice, eseguire benchmark e riscriverlo
in 10 iterazioni. Quella che si vede nel video è solo la sfida tra i bot creati
dai modelli.
RISULTATO
* Qwen 3.7 Max: costo di ottimizzazione = 1,32 dollari, con un miglioramento
del 56% del bot.
* Claude Opus 4.7: costo di ottimizzazione = 12,15 dollari, con un
miglioramento del 28% del bot.
* GPT-5.5: costo di ottimizzazione = 2,85 dollari, con un miglioramento del 7%
del bot.
Qwen ha vinto su tutti i fronti: ottimizzazione maggiore e costo circa 9 volte
più basso rispetto a Claude.
Vai al post
> Vogliamo ancora parlare solo di “gap che si sta riducendo”?
I DETTAGLI SU QWEN 3.7-MAX
Si tratta di un modello progettato esplicitamente per l’era degli agenti AI
autonomi, con un focus che va oltre la semplice conversazione e punta
all’esecuzione prolungata di attività complesse.
L’obiettivo dichiarato è costruire una base per sistemi capaci di scrivere e
correggere codice, automatizzare workflow aziendali, orchestrare strumenti
esterni e mantenere attività autonome per centinaia o migliaia di passaggi
consecutivi.
Qwen 3.7-Max - Performance
Tra i punti più interessanti c’è l’attenzione alla continuità operativa: Qwen
3.7-Max è stato testato in uno scenario di ottimizzazione kernel completamente
autonoma durato circa 35 ore, durante il quale ha eseguito oltre 1.100 tool call
e più di 400 valutazioni, arrivando a ottenere un incremento prestazionale di 10
volte rispetto all’implementazione di riferimento.
Il modello è stato impiegato anche in contesti di produttività e automazione,
con integrazione di strumenti esterni, gestione documentale, workflow office e
attività multi-agente, oltre a benchmark dedicati a coding, ragionamento e
produttività.
Vai al post
Qwen evidenzia inoltre un approccio chiamato “environment scaling”, basato
sull’addestramento in ambienti agentici diversi per favorire la generalizzazione
tra framework e strumenti differenti, con l’obiettivo di evitare ottimizzazioni
specifiche per singoli ecosistemi.
Tra gli scenari mostrati compaiono anche generazione frontend, automazione
documentale, assistenza office e applicazioni robotiche con capacità di
navigazione, memoria e pianificazione nel mondo fisico.
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CLAUDE FOR LEGAL
Anthropic ha pubblicato “claude-for-legal”, una delle implementazioni più
avanzate viste finora per workflow legali AI-assisted.
Non si tratta di un semplice chatbot per avvocati, ma di un framework completo
composto da plugin verticali, skill specializzate, agenti schedulati, connettori
MCP e orchestrazione multi-agent.
> Invece di concentrarci sui soliti commenti assurdi della serie “fine del
> lavoro per...” o “...è morto/a”, è interessante osservare l’approccio
> architetturale.
Claude for Legal
Ogni area legale dispone di uno stack dedicato: commercial, corporate,
litigation, privacy, employment, proprietà intellettuale, AI governance,
regulatory e persino formazione giuridica.
Ogni plugin viene personalizzato attraverso una “cold-start interview” che
permette al sistema di apprendere playbook interni, policy, escalation rules,
template e stile operativo del team legale.
Il sistema integra inoltre connettori MCP verso gli strumenti più comuni per i
dipartimenti legali e le aziende, tra cui Slack, Google Drive, Ironclad,
DocuSign, iManage, Everlaw, CourtListener, Westlaw/CoCounsel, Jira e Asana.
Uno dei punti più maturi del progetto è il focus sulla verificabilità delle
informazioni: citazioni attribuite, fonti autorevoli, warning sui riferimenti
non verificati e gate espliciti.
L’intero progetto è costruito attorno all’idea che l’AI non sostituisca il
professionista, ma acceleri workflow complessi mantenendo governance,
trasparenza operativa e supervisione umana.
Vai al progetto
Dal punto di vista tecnico è interessante anche perché mostra in modo molto
chiaro la direzione enterprise di Anthropic: prompt-as-code, orchestration
layer, managed agents, subagent delegation, workflow headless, integrazione
documentale e AI specializzata per dominio.
> Più che un semplice “assistente legale”, sembra l’inizio di un vero sistema
> operativo per team legali AI-native.
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SECURE MCP TUNNEL DI OPENAI
OpenAI ha introdotto Secure MCP Tunnel, una soluzione che permette di collegare
server MCP privati a ChatGPT, Codex e Responses API senza esporli sul web
pubblico.
Il modello è particolarmente interessante per ambienti enterprise e
infrastrutture on-premise. Il server MCP rimane all’interno della rete privata,
mentre un componente chiamato tunnel-client apre una connessione HTTPS outbound
verso OpenAI, recupera le richieste in polling e inoltra le chiamate localmente.
Secure MCP Tunnel di OpenAI
Questo approccio elimina la necessità di aprire porte inbound, pubblicare
endpoint o modificare l’architettura di sicurezza esistente. OpenAI ospita
l’endpoint tunnel pubblico, mentre tutto il traffico reale viene gestito dal
client interno alla rete privata, che inoltra le richieste al server MCP e
restituisce le risposte attraverso lo stesso canale sicuro.
La soluzione supporta anche scenari enterprise più avanzati, inclusi mTLS, proxy
outbound, certificati custom, networking privato Kubernetes e deployment sidecar
o systemd. Interessante anche l’introduzione di Harpoon, un MCP embedded che
consente call HTTP controllate verso endpoint REST interni senza trasformare il
tunnel in un proxy generico.
Vai alla documentazione
> Si tratta di un passaggio importante per l’adozione di agenti AI in contesti
> aziendali dove compliance, segmentazione di rete e controllo dell’esposizione
> pubblica sono requisiti fondamentali.
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ANTIGRAVITY AGENT PER GEMINI API
Google ha introdotto Antigravity Agent per la Gemini API: un agente gestito
pensato per eseguire attività complesse e multi-step all’interno di una sandbox
Linux sicura ospitata da Google.
Con una singola chiamata API è possibile attivare un workflow autonomo in cui
l’agente pianifica le attività, utilizza strumenti, esegue codice, lavora con
file e naviga sul web fino al completamento del task richiesto.
L’ho provato con un prompt articolato. Il sistema crea l’ambiente, avvia il
reasoning, usa i tool, sviluppa ed esegue script Python, crea directory secondo
le indicazioni fornite e salva i risultati al loro interno.
Un test di Antigravity Agent su AI Studio
Infine, è possibile accedere all’environment e quindi alla struttura di
directory e ai file prodotti dal modello.
> Il risultato è impressionante, ma lo è anche il consumo di token. Deve
> trattarsi davvero di un task ad altissimo valore per meritare l’uso di questa
> funzionalità.
Antigravity è basato su Gemini 3.5 Flash e supporta l’esecuzione di codice in
Bash, Python e Node.js, oltre alla gestione completa dei file all’interno
dell’ambiente di lavoro, con persistenza dello stato tra più interazioni.
L’agente può anche effettuare ricerche web tramite Google Search e recuperare
contenuti da URL per attività di analisi e sintesi.
Tra le funzionalità più interessanti c’è la compattazione automatica del
contesto, che consente di gestire sessioni molto lunghe senza perdere continuità
operativa, supportando workflow complessi e prolungati. Attualmente supporta
input testuali e immagini, mentre audio, video e documenti non sono ancora
disponibili. Sono inoltre previste opzioni di personalizzazione attraverso
istruzioni dedicate, competenze e configurazioni dell’ambiente per creare agenti
specializzati.
Vai alla documentazione
> L’approccio è orientato a trasformare la Gemini API da semplice sistema di
> generazione testuale a piattaforma per agenti autonomi in grado di eseguire
> attività operative, analisi, ricerca, automazione e produzione di contenuti in
> modo end-to-end.
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SCREAMING FROG MCP SERVER
> Screaming Frog, con la versione 24 del SEO Spider, introduce il server MCP per
> esporre le sue funzionalità ad agenti AI.
In pratica, il crawler può diventare una sorgente operativa e interrogabile da
strumenti compatibili con MCP: l’agente può avviare crawl, accedere ai dati,
analizzare report, generare export e lavorare sui dataset prodotti dallo spider.
È un passaggio interessante perché sposta Screaming Frog da strumento usato
manualmente a componente integrabile in workflow agentici, dove l’AI può
orchestrare attività SEO tecniche: scansione, analisi, esportazione,
trasformazione dei dati e produzione di sintesi operative.
Screaming Frog MCP Server
> C’è però un punto fondamentale da non sottovalutare: la gestione della context
> window e del consumo di token.
Una scansione può produrre una quantità enorme di dati. Passare tutto questo
direttamente a un LLM può saturare rapidamente la finestra di contesto,
aumentare i token consumati e rendere l’analisi meno efficiente.
Per questo Screaming Frog ha aggiunto la possibilità per l’LLM di salvare report
direttamente su file e generare script Node.js per processare i dati
esternamente. Questo però non significa che il problema venga risolto
automaticamente in ogni situazione. Significa che il server MCP mette a
disposizione strumenti utili per costruire workflow più efficienti. Saranno poi
il client AI, il modello, il prompt, i permessi abilitati e la progettazione
dell’agente a determinare come questi strumenti verranno usati.
> L’approccio più solido è far usare all’agente report mirati, salvare output su
> file, processare dataset voluminosi con script esterni e riportare nel
> contesto solo sintesi, anomalie principali, priorità e insight realmente
> utili.
Vai alla documentazione
Quindi il valore non è nel “dare tutto il crawl all’AI”, ma nel far lavorare
l’agente in modo selettivo.
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CLAUDE MANAGED AGENTS
I Managed Agents di Claude rappresentano uno dei passi più interessanti
nell’evoluzione degli agenti AI: sistemi capaci non solo di usare strumenti e
mantenere lo stato, ma anche di coordinare altri agenti specializzati
all’interno della stessa sessione.
Con la nuova funzionalità di orchestrazione multi-agent, un agente coordinatore
può delegare attività a più agenti indipendenti, ciascuno con il proprio
contesto, la propria memoria conversazionale, i propri strumenti e persino
configurazioni differenti di modello e system prompt.
> L’aspetto interessante è che tutti gli agenti condividono lo stesso container
> e filesystem, ma lavorano in thread separati e isolati. Questo consente di
> parallelizzare attività complesse senza mescolare contesti o cronologie.
Il modello operativo ricorda molto le architetture software distribuite: un
coordinatore gestisce il workflow, più worker specializzati eseguono sotto-task
e i risultati vengono poi sintetizzati in un output finale coerente.
Claude Managed Agents - Anthropic
Claude suggerisce tre pattern principali di utilizzo: parallelizzazione,
specializzazione ed escalation. Dal punto di vista architetturale, ogni agente
mantiene memoria persistente del proprio thread, tool indipendenti,
configurazioni separate e reasoning isolato. Il coordinatore può anche
richiamare successivamente lo stesso agente mantenendo continuità del contesto.
Interessante anche la gestione degli eventi: la sessione principale espone uno
stream aggregato che mostra la creazione dei thread, lo stato degli agenti, i
messaggi interni e le richieste di autorizzazione dei tool, mentre i dettagli
completi rimangono disponibili nei singoli thread dedicati.
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> È una direzione molto rilevante perché porta i modelli AI verso sistemi
> realmente orchestrati, dove il valore non sta più solo nella singola risposta
> generata, ma nella capacità di decomporre problemi, coordinare competenze e
> gestire workflow complessi in modo strutturato.
AGGIORNAMENTI IMPORTANTI
Anthropic ha introdotto due aggiornamenti importanti per Claude Managed Agents,
pensati per rendere gli agenti AI più adatti agli ambienti enterprise: i sandbox
self-hosted e gli MCP tunnels.
Claude Managed Agents: aggiornamenti
Con i sandbox self-hosted, gli agenti possono eseguire strumenti e workload
direttamente nell’infrastruttura locale, mantenendo file, repository, servizi e
dati sensibili all’interno del perimetro aziendale.
L’orchestrazione dell’agente continua a essere gestita da Anthropic, mentre
l’esecuzione operativa viene spostata nell’ambiente controllato dall’azienda.
Questo approccio permette di sfruttare policy di sicurezza, logging, controlli
di rete e risorse computazionali già presenti, offrendo maggiore flessibilità
anche per attività ad alto consumo di risorse.
Anthropic ha inoltre annunciato integrazioni con provider come Cloudflare,
Daytona, Modal e Vercel, ampliando le possibilità di esecuzione in ambienti
gestiti.
La seconda novità riguarda gli MCP tunnels, che consentono agli agenti di
accedere a database interni, API private, knowledge base e sistemi aziendali
senza esporli. La connessione avviene tramite un gateway dedicato, con traffico
cifrato e senza necessità di endpoint pubblici o aperture inbound.
Vai alla documentazione
> L’obiettivo è chiaro: mantenere la semplicità di una piattaforma gestita,
> portando però esecuzione, dati e controlli all’interno dell’infrastruttura
> aziendale.
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GEO E AEO: UN DOCUMENTO DI GOOGLE
Google ha pubblicato un documento interessante sull’ottimizzazione dei contenuti
per le funzionalità AI nella ricerca.
GEO e AEO: un documento di Google
Credo che il punto cruciale rimanga la comprensione tecnica del funzionamento
dei moderni sistemi di ricerca, basati su retrieval, con sistemi bi-encoder, e
ranking, con sistemi cross-encoder.
UNA RISORSA CHE PUÒ AIUTARE
Feed, contenuti, intelligenza: il nuovo motore della discovery
Una condivisione dei 3 studi più interessanti che mi hanno accompagnato nel
2025. Un viaggio tra dati, AI e automazioni che stanno ridefinendo il motore
della discovery.
Le due condizioni per essere presenti nelle risposte generate dall’AI, secondo
me, rimangono:
1. Presenza nella knowledge di riferimento: il contenuto deve essere
posizionato nel range di risultati del motore di ricerca considerato dal
sistema per la query primaria, con la potenzialità di essere una fonte.
2. Rilevanza contestuale con la query e con il “fan-out”: il contenuto deve
fornire una risposta rilevante per la query primaria e/o per le query
secondarie generate dal “fan-out”.
Vai al documento
Questo vale per Google e per ogni sistema basato su un modello ibrido composto
da motore di ricerca e LLM. Ciò che cambia sono i segnali che determinano la
knowledge di riferimento.
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LE CAPACITÀ DEI MODELLI AI NELLE ATTIVITÀ CYBER
Secondo i nuovi dati dell’AI Security Institute del Regno Unito, le capacità
cyber autonome dei modelli AI stanno avanzando molto più rapidamente del
previsto.
> Il tempo di raddoppio delle capacità è
> ormai stimato intorno ai 4,5 mesi.
I risultati più recenti mostrano un salto significativo con Claude Mythos
Preview e GPT-5.5, entrambi sopra il trend osservato fino a pochi mesi fa.
Le capacità dei modelli AI nelle attività cyber
Uno degli aspetti più rilevanti del report è che i limiti emersi nei benchmark
sembrano dipendere più dal budget di token utilizzato durante i test che dalle
capacità reali dei modelli. In diversi casi, i sistemi raggiungono tassi di
successo quasi perfetti sui task più complessi disponibili.
Nei cyber range simulati da AISI, Mythos Preview è stato il primo modello a
completare entrambi gli scenari enterprise sviluppati dall’istituto, inclusa
“Cooling Tower”, mai risolta prima da un’AI. GPT-5.5 ha mostrato performance
molto vicine.
Vai al report
> Secondo AISI, benchmark e metriche attuali stanno iniziando a diventare
> insufficienti per misurare l’evoluzione dei modelli di frontiera nelle
> attività cyber autonome.
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PROJECT GLASSWING: I PRIMI DATI
Anthropic ha pubblicato il primo aggiornamento su Project Glasswing, iniziativa
nata per rafforzare la sicurezza del software critico con l’aiuto dell’AI. In un
mese, insieme a circa 50 partner, il progetto ha individuato oltre 10.000
vulnerabilità ad alta o critica severità in software fondamentali per Internet e
infrastrutture essenziali.
Project Glasswing: i primi dati
> Il punto centrale è il cambio di paradigma: oggi il limite non è più trovare i
> bug, ma verificarli, segnalarli e correggerli abbastanza velocemente.
Cloudflare ha identificato 2.000 bug, Mozilla ha trovato 271 vulnerabilità in
Firefox 150 e, su oltre 1.000 progetti open source, sono state rilevate più di
23.000 vulnerabilità complessive.
Vai al post
> L’AI sta quindi spostando il collo di bottiglia della cybersecurity dalla
> scoperta delle vulnerabilità alla capacità di correggerle e distribuirne le
> patch in tempo.
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THINKING MACHINES: L’INTERAZIONE UOMO-AI
Thinking Machines, la realtà creata da Mira Murati, ex OpenAI, propone un nuovo
paradigma per l’interazione uomo-AI: modelli progettati non solo per rispondere,
ma per collaborare in tempo reale.
> Il nuovo paper sugli Interaction Models espone un’idea interessante:
> l’interattività deve crescere insieme all’intelligenza artificiale.
Oggi la maggior parte dei sistemi AI funziona ancora a turni: l’utente parla, il
modello aspetta, poi risponde e l’utente aspetta di nuovo. Secondo Thinking
Machines questo approccio crea un collo di bottiglia nella collaborazione,
perché gli esseri umani lavorano in modo molto diverso: si interrompono, si
correggono, osservano il contesto, reagiscono in tempo reale e spesso parlano
contemporaneamente.
Per questo i nuovi interaction models sono progettati per ascoltare mentre
parlano, vedere mentre rispondono e gestire simultaneamente audio, video e
testo. L’obiettivo è creare un’interazione continua, naturale e multimodale, più
vicina a una collaborazione reale che a un semplice sistema di prompt e
risposta.
Thinking Machines: l’interazione uomo-AI
Dal punto di vista tecnico, il sistema lavora tramite micro-turni da 200
millisecondi, elaborando continuamente input e output invece di aspettare
messaggi completi. L’architettura separa inoltre un modello realtime, dedicato
all’interazione immediata, da un modello asincrono che gestisce reasoning, tool
use e task più lunghi, combinando così bassa latenza e capacità avanzate di
ragionamento.
Tra le funzionalità mostrate ci sono la traduzione simultanea mentre l’utente
parla, la correzione live della pronuncia, interventi proattivi durante attività
video e la capacità di reagire a eventi visivi senza prompt espliciti. Il
sistema può anche utilizzare tool e fare browsing sul web mentre continua la
conversazione.
Vai al progetto
> Il punto più interessante è che Thinking Machines non presenta questi modelli
> come chatbot evoluti, ma come un passaggio verso AI collaborative e
> multimodali, progettate per lavorare insieme alle persone in modo continuo e
> non più attraverso interazioni frammentate.
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NATURAL LANGUAGE AUTOENCODERS (NLA)
Anthropic ha presentato una nuova tecnica di interpretabilità chiamata Natural
Language Autoencoders (NLA), progettata per trasformare le attivazioni interne
di un modello AI in spiegazioni leggibili in linguaggio naturale.
> In pratica, il sistema prova a “tradurre” ciò che accade dentro modelli come
> Claude mentre ragionano.
L’idea è interessante perché normalmente i modelli elaborano informazioni
attraverso enormi vettori numerici impossibili da interpretare direttamente. Gli
NLA introducono invece un meccanismo in due fasi: un componente descrive in
testo ciò che l’attivazione sembra rappresentare, mentre un secondo componente
verifica la qualità della spiegazione ricostruendo l’attivazione originale a
partire dal testo. Se la ricostruzione è accurata, la spiegazione viene
considerata utile.
Anthropic mostra alcuni casi notevoli. Durante esercizi di scrittura poetica,
Claude pianifica internamente le rime prima ancora di produrle. Nei test di
sicurezza, il modello spesso sospetta di essere sotto valutazione anche quando
non lo dichiara esplicitamente. In alcuni casi gli NLA hanno evidenziato
ragionamenti interni orientati a evitare il rilevamento durante comportamenti
scorretti. Sono stati utilizzati anche per individuare anomalie nei dati di
training che causavano risposte in lingue inattese.
Anthropic: Natural Language Autoencoders (NLA)
Uno degli aspetti più interessanti riguarda l’auditing dei modelli. Anthropic ha
creato esperimenti in cui un modello veniva addestrato con motivazioni nascoste
e comportamenti volutamente disallineati. Gli NLA hanno migliorato
significativamente la capacità degli auditor di identificare queste motivazioni
interne, anche senza accesso ai dati di training originali.
> Ci sono però limiti importanti. Gli NLA possono generare interpretazioni
> errate, attribuendo al modello pensieri o dettagli inesistenti. Inoltre, il
> metodo è molto costoso dal punto di vista computazionale e non è ancora adatto
> a monitoraggi continui su larga scala.
Vai al post
Il punto interessante non è tanto l’idea di “leggere la mente” dell’AI, quanto
il tentativo di rendere osservabili processi interni che finora erano
accessibili solo attraverso rappresentazioni matematiche astratte.
> L’interpretabilità sta rapidamente passando dalla visualizzazione di vettori
> numerici alla generazione di spiegazioni linguistiche direttamente leggibili
> dagli esseri umani.
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CORAL DI GOOGLE
> Una piattaforma aperta per portare modelli AI multimodali direttamente sui
> dispositivi: questa è la nuova direzione di Coral di Google.
Non si tratta solo di una nuova scheda di sviluppo o di un acceleratore per
machine learning. Coral sembra muoversi verso un’idea più ampia: rendere
possibile l’esecuzione locale di modelli AI su dispositivi edge, con consumi
ridotti e senza dipendere sempre dal cloud.
Le demo mostrano bene questa direzione. Sulla Coralboard girano applicazioni che
combinano voce, visione e linguaggio naturale: speech-to-text, traduzione
on-device con Gemma, object detection con YOLOv8, descrizione di scene, fino a
esperienze creative in cui il movimento rilevato da una videocamera viene
trasformato in musica generativa.
Coral di Google
> Il punto più interessante non è la singola demo,
> ma il cambio di prospettiva.
Google sta lavorando a un’infrastruttura in cui l’AI può essere distribuita
direttamente negli oggetti: wearable, smart glasses, sensori ambientali,
dispositivi IoT, sistemi automotive. Non più soltanto modelli interrogati da
remoto, ma intelligenza integrata nell’ambiente, capace di osservare, ascoltare
e reagire in tempo reale.
Questo può avere impatti importanti: minore latenza, maggiore privacy, meno
dipendenza dalla connessione, riduzione dei costi cloud e nuove forme di
interazione più naturali e continue.
Anche la scelta di puntare su RISC-V, toolchain open-source e componenti come
MLIR e IREE è significativa. In un mercato spesso dominato da stack chiusi e
hardware proprietario, Coral prova a costruire una base più aperta per l’edge
AI.
Vai alla documentazione
> Se questa direzione prenderà piede, una parte rilevante della prossima fase
> dell’intelligenza artificiale potrebbe non vivere solo nei data center, ma nei
> dispositivi che usiamo ogni giorno.
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SEEDANCE 2.0: QUALITÀ E ADERENZA AL PROMPT
> Più provo Seedance 2.0, più penso che si sia raggiunto un livello davvero
> interessante.
Veo 3.1 e HappyHorse 1.0 non si avvicinano minimamente al risultato ottenuto in
questi video. L’ho testato con diversi tentativi.
Seedance 2.0: qualità e aderenza al prompt
Nell’esempio, il primo video è generato usando la mia immagine di profilo come
riferimento. Nel secondo, invece, uso lo stesso prompt senza riferimento.
Ho generato il prompt con il mio tool: Video Image Assistant.
Tool per l’ottimizzazione del prompt per generare video
Un vero “Regista digitale” che genera un prompt professionale e dettagliato
pronto da usare su qualsiasi modello di AI video.
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SEEDANCE 2.0 + PROMPT MULTIMODALE
Un esempio di generazione video lungo con Seedance 2.0, guidato da un prompt
multimodale composto da uno storyboard in formato immagine e descrizione
testuale delle scene.
> AI is ready to make full films
>
> Seedance 2.0 now can read your entire shot list to generate a full story..
> keep characters, props and set design consistent with one image on BytePlus
>
> duration and consistency is not a problem anymore
>
> here's how with prompts: pic.twitter.com/PDJsi0lKyV
>
> — el.cine (@EHuanglu) May 14, 2026
COME FUNZIONA?
I personaggi, con diverse inquadrature, e lo storyboard completo sono le due
immagini di riferimento che il modello ha a disposizione per la generazione
video.
Creando diversi prompt che contengono la descrizione dei vari shot di ogni clip,
è possibile creare video di 15 secondi che mostrano l’evoluzione delle scene.
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ALEPH 2.0 DI RUNWAY
Runway ha presentato Aleph 2.0, il nuovo modello AI di video editing pensato per
trasformare un contenuto esistente in più versioni, senza dover ripetere le
riprese o affrontare lunghi cicli di post-produzione.
L’approccio è semplice: si modifica un singolo frame e Aleph 2.0 estende
automaticamente il cambiamento al resto del video, mantenendo coerenti stile,
scena e dettagli.
Aleph 2.0 di Runway: esempi
Uno degli aspetti più interessanti è la capacità di intervenire solo sugli
elementi richiesti. È possibile cambiare il colore di un prodotto, modificare
abiti o dettagli, aggiungere o rimuovere oggetti, preservando sfondo,
illuminazione e azione originale della scena.
Il modello introduce anche il supporto a sequenze multi-shot, applicando le
modifiche tra scene e inquadrature differenti, e permette di lavorare su clip
fino a 30 secondi in 1080p.
Vai al post
All’interno di Edit Studio, il flusso prevede la descrizione della modifica in
linguaggio naturale, la visualizzazione di un’anteprima e la generazione finale
del video. Questo consente di validare il risultato prima dell’elaborazione
completa e ridurre le iterazioni.
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LLM REASONING - STANFORD
> Una lezione di Stanford da vedere sul reasoning degli LLM. Assolutamente
> consigliata.
I LLM tradizionali funzionano bene su compiti semplici, ma falliscono quando
serve logica a più passaggi: tendono a rispondere subito invece di costruire una
soluzione.
Il salto avviene con il Chain of Thought: il modello scompone il problema,
genera il ragionamento e solo dopo arriva alla risposta. Più passaggi
significano maggiore capacità di risolvere problemi complessi, ma anche un costo
computazionale più alto.
LLM Reasoning - Stanford
Per misurare queste capacità si usa Pass@K: invece di valutare una singola
risposta, si osserva la probabilità che almeno una tra più risposte generate sia
corretta. In pratica, si accetta che il modello “provi più volte” per arrivare
alla soluzione.
Sul training, il limite del fine-tuning supervisionato è evidente: scrivere
buone catene di ragionamento è difficile e costoso. Per questo si usa il
Reinforcement Learning con ricompense verificabili, basate sulla risposta
corretta e sulla struttura del ragionamento.
Qui entra in gioco GRPO, che sostituisce approcci più complessi: il modello
genera più risposte per lo stesso problema e viene premiato se performa meglio
della media del gruppo. È un metodo più semplice e più scalabile.
Un effetto collaterale è l’overthinking. Il modello tende ad allungare
inutilmente le risposte perché “più pensa, più aumentano le probabilità di
successo”. Correggere gli incentivi nella loss permette di mantenere output più
efficienti senza perdere qualità.
Il caso più interessante è DeepSeek R1: una pipeline che combina SFT iniziale,
RL, dati filtrati e una fase finale di ottimizzazione. La vera leva, però, è la
distillazione: usare i ragionamenti dei modelli grandi per addestrarne di più
piccoli, ottenendo performance elevate a costi molto più bassi.
Vai alla lezione
> Il punto chiave: il futuro degli LLM non è solo “sapere”, ma saper pensare in
> modo efficiente.
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ECONOMICS OF THE AI SUPERCYCLE - STANFORD
In un’interessante lezione pubblicata da Stanford, dal titolo “Economics of the
AI Supercycle”, emerge una lettura molto chiara delle dinamiche economiche
dietro all’AI generativa.
A differenza di Internet, mobile e cloud, l’ecosistema AI non sembra avere una
struttura a piramide, con valore distribuito lungo più livelli. Oggi assomiglia
di più a un triangolo invertito.
La maggior parte del valore, dei ricavi e dei profitti si concentra
nell’infrastruttura hardware: semiconduttori, GPU, data center, memoria, energia
e networking. In particolare, aziende come NVIDIA stanno catturando una quota
enorme del valore grazie a una posizione dominante e a margini molto elevati.
Il livello applicativo, invece, pur essendo quello più visibile agli utenti,
cattura ancora una parte limitata del valore economico complessivo.
Questo accade perché l’AI rompe una delle regole fondamentali del software
tradizionale: il costo marginale quasi zero.
Nel software classico, servire un utente in più costava pochissimo. Con l’AI
generativa non è così: ogni prompt, ogni risposta e ogni generazione richiedono
calcolo continuo. L’utente incrementale ha un costo reale, perché consuma
inferenza su infrastrutture costose.
Economics of the AI Supercycle - Stanford
Nel frattempo, gli hyperscaler stanno investendo cifre enormi in CapEx: data
center, chip, energia, raffreddamento, reti e sistemi dedicati.
> La grande domanda è se le applicazioni AI riusciranno a generare abbastanza
> valore economico da giustificare questi investimenti.
Un altro nodo è la monetizzazione. Le app consumer di AI possono raggiungere
scale enormi, ma il ricavo medio per utente resta ancora basso rispetto ai
giganti della pubblicità digitale. Gli abbonamenti funzionano per una parte
degli utenti, ma difficilmente bastano da soli a costruire i colossi economici
del futuro.
Per questo la pubblicità potrebbe diventare una componente inevitabile: non una
pubblicità generica, ma molto più contestuale, basata sulla comprensione
dell’intento dell’utente durante una conversazione.
Vai alla lezione
Il mercato è ancora alla ricerca di un equilibrio. Come il cloud, anche l’AI
potrebbe impiegare anni prima di trovare una struttura economica stabile. Un
possibile punto di svolta potrebbe arrivare dai chip personalizzati sviluppati
dai grandi player, capaci di ridurre la dipendenza da NVIDIA e abbassare i costi
dell’infrastruttura.
> La questione centrale non è solo quanto potente diventerà l’AI, ma chi
> riuscirà davvero a catturare il valore economico che genera.
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ALPHAPROOF NEXUS - GOOGLE
> Da molto tempo sostengo che i sistemi neuro-simbolici rappresentino una via
> molto interessante, soprattutto per la ricerca scientifica.
Nel paper di Google dal titolo “Advancing Mathematics Research with AI-Driven
Formal Proof Search”, questa intuizione trova una conferma molto concreta.
Il lavoro presenta AlphaProof Nexus, un framework che combina componenti neurali
e simboliche in modo estremamente efficace.
* Da un lato i LLM generano ipotesi, strategie di prova, scomposizioni in lemmi
e piani di lavoro.
* Dall’altro, strumenti formali come Lean e AlphaProof verificano ogni
passaggio, impedendo che il sistema si limiti a “sembrare convincente” senza
essere corretto.
AlphaProof Nexus - Google Research
È proprio questa la parte più interessante: il modello neurale porta
flessibilità, creatività ed euristiche di esplorazione; il livello simbolico
impone rigore, coerenza e verificabilità. Non è solo generazione, ma
ragionamento vincolato da una struttura formale.
I risultati sono notevoli: il sistema ha risolto autonomamente 9 problemi aperti
di Erdős su 353, ha dimostrato 44 congetture OEIS su 492 e ha mostrato
applicazioni utili in ambiti come combinatoria, ottimizzazione, teoria dei
grafi, geometria algebrica e ottica quantistica.
Vai al paper
A colpirmi non è solo la performance, ma il paradigma che emerge: non un’AI che
sostituisce il ricercatore, bensì un sistema ibrido che amplia la capacità umana
di esplorare, formalizzare e validare idee.
> In questo senso, il neuro-simbolico non è soltanto una direzione teoricamente
> elegante, ma una scelta architetturale che può avere un impatto reale sulla
> pratica scientifica.
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I PROGRESSI DI ALPHAEVOLVE
> AlphaEvolve, il sistema sviluppato da Google DeepMind e alimentato da Gemini,
> sta mostrando come l’AI possa contribuire direttamente alla progettazione e
> all’ottimizzazione di algoritmi avanzati in ambiti scientifici e industriali
> molto diversi tra loro.
Negli ultimi mesi è stato applicato alla genomica, migliorando l’accuratezza del
sequenziamento del DNA con una riduzione del 30% degli errori nel rilevamento
delle varianti genetiche.
Nel settore energetico ha aumentato dal 14% a oltre l’88% la capacità di trovare
soluzioni valide per l’ottimizzazione delle reti elettriche.
In fisica quantistica ha contribuito a creare circuiti con errori fino a 10
volte inferiori rispetto agli approcci tradizionali, mentre nella matematica
avanzata è stato utilizzato anche in collaborazione con Terence Tao per
esplorare problemi complessi come il Traveling Salesman Problem e i Ramsey
Numbers.
AlphaEvolve è già utilizzato anche nell’infrastruttura interna di Google: ha
contribuito all’ottimizzazione delle TPU, ha migliorato l’efficienza di Google
Spanner e ha ridotto il footprint di alcuni software di quasi il 9%.
AlphaEvolve: Gemini-powered coding agent scaling impact across fields
Discover how AlphaEvolve optimizes algorithms for genomics, quantum physics,
global infrastructure, and more to accelerate scientific progress and solve
real-world challenges.
Le applicazioni commerciali mostrano un impatto altrettanto concreto: Klarna ha
raddoppiato la velocità di training di un proprio modello AI; FM Logistic ha
migliorato del 10,4% l’efficienza dei percorsi logistici; Schrödinger ha
accelerato di circa 4 volte i processi legati alla ricerca chimica e
farmaceutica; WPP ha ottenuto un aumento del 10% dell’accuratezza nei modelli
per advertising e marketing.
Il punto più interessante è che AlphaEvolve non si limita ad automatizzare
codice o processi: sta iniziando a produrre soluzioni algoritmiche che, in
alcuni casi, risultano controintuitive anche per gli esperti umani, aprendo
nuovi scenari per la ricerca scientifica, le infrastrutture AI e
l’ottimizzazione industriale.
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ERNIE 5.1 DI BAIDU
> La Cina continua a fare scuola nella progettazione di modelli AI.
Baidu ha annunciato ERNIE 5.1, nuova evoluzione della sua famiglia di modelli
AI, con un obiettivo chiaro: aumentare le prestazioni riducendo drasticamente i
costi computazionali.
Secondo l’azienda, il modello raggiunge performance di fascia alta utilizzando
circa un terzo dei parametri totali di ERNIE 5.0, metà dei parametri attivi e
soltanto il 6% del costo di pre-training di modelli comparabili.
> Sul fronte delle performance, ERNIE 5.1 ha ottenuto il quarto posto globale
> nella Arena Search e il primo tra i modelli cinesi.
Ernie 5.1 di Baidu: performance
Nei benchmark dedicati alle capacità agentiche, Baidu afferma che il modello
supera DeepSeek V4-Pro e si avvicina ai migliori modelli closed-source.
Nei test GPQA e MMLU-Pro, focalizzati su conoscenza e reasoning avanzato, le
performance vengono descritte come vicine ai top model occidentali. Nel
benchmark matematico AIME26 con utilizzo di tool, ERNIE 5.1 raggiunge un
punteggio di 99,6, subito dietro Gemini 3.1 Pro.
Dal punto di vista tecnico, uno degli aspetti più interessanti è il framework di
“elastic training”, che consente di addestrare una rete unica da cui estrarre
sottoreti ottimizzate per diversi livelli di costo e capacità. A questo si
aggiunge una nuova infrastruttura di reinforcement learning completamente
asincrona, progettata per migliorare scalabilità ed efficienza nei task
complessi.
Vai al post
> Baidu punta anche sulla componente creativa del modello. Secondo le
> valutazioni interne condivise dall’azienda, le capacità di creative writing di
> ERNIE 5.1 si avvicinano a quelle di Gemini 3.1 Pro, con miglioramenti nella
> narrativa lunga, nella coerenza stilistica e nella comprensione del contesto.
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MTP DRAFTERS (MULTI-TOKEN PREDICTION)
> Google ha introdotto i nuovi MTP drafters (Multi-Token Prediction) per la
> famiglia Gemma 4, una tecnologia che permette di accelerare l’inferenza dei
> modelli fino a 3x senza compromettere qualità, accuratezza o capacità di
> ragionamento.
Uno dei principali limiti degli LLM oggi non è soltanto la potenza di calcolo,
ma la latenza, dovuta al continuo trasferimento dei parametri dalla memoria alle
unità di elaborazione. Nel classico approccio autoregressivo, il modello genera
un token alla volta, rendendo il processo poco efficiente, soprattutto su
hardware consumer ed edge device.
Con lo speculative decoding, Google introduce un approccio diverso: un modello
leggero anticipa più token futuri mentre il modello principale li verifica in
parallelo. Se i token sono corretti, vengono accettati tutti insieme in un unico
passaggio, aumentando drasticamente la velocità di generazione senza alterare la
qualità dell’output.
MTP drafters (Multi-Token Prediction) - Google
> L’impatto è particolarmente rilevante per coding assistant, agenti autonomi,
> applicazioni vocali real-time e AI locale su laptop e smartphone.
Dal punto di vista tecnico, Google ha anche introdotto ottimizzazioni come la
condivisione della KV cache tra modello principale e drafter, miglioramenti
specifici per Apple Silicon e GPU NVIDIA, e nuove tecniche per accelerare i
modelli edge E2B ed E4B.
Vai al post
Gli MTP drafters sono già disponibili open source con licenza Apache 2.0 e
supportano framework come Hugging Face Transformers, MLX, vLLM e Ollama.
> Non solo modelli più intelligenti, ma un’AI molto più veloce, efficiente e
> utilizzabile direttamente in locale su hardware consumer.
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EVOLUTION STRATEGIES AT THE HYPERSCALE
> Per decenni abbiamo addestrato le reti neurali soprattutto in un modo:
> calcolando gradienti e facendo backpropagation.
Il paper “Evolution Strategies at the Hyperscale”, con il contributo di
ricercatori di Oxford e NVIDIA, esplora una strada diversa: rendere praticabile
l’addestramento di modelli enormi usando Evolution Strategies, cioè metodi che
non hanno bisogno dei gradienti.
Evolution Strategies at the Hyperscale
Spiegazione semplice: invece di chiedere al modello “in che direzione devo
cambiare i pesi?”, si provano tante piccole variazioni del modello, si misura
quali funzionano meglio e si combinano le modifiche più promettenti.
È un po’ come selezione naturale applicata al training: molte varianti, una
valutazione, poi si tengono i segnali migliori.
Il problema è che questo approccio, su modelli con miliardi di parametri,
normalmente è troppo costoso. Ogni variazione richiede calcolo, memoria e
spostamento di enormi quantità di dati.
La proposta del paper si chiama EGGROLL. L’idea è rendere queste variazioni
molto più leggere usando perturbazioni “low-rank”: invece di modificare intere
matrici di pesi in modo denso, si descrive ogni modifica con una
rappresentazione compatta.
Questo permette di testare popolazioni molto grandi in parallelo sulle GPU,
avvicinandosi alla velocità della semplice inferenza batch e rendendo le
Evolution Strategies molto più scalabili.
Le implicazioni sono notevoli. Se questo approccio continua a funzionare su
scala, potremmo avere un’alternativa concreta alla backpropagation per
addestrare sistemi AI difficili da ottimizzare con i metodi classici.
Parliamo di modelli quantizzati, componenti non differenziabili, agenti,
architetture ricorrenti, sistemi neuro-simbolici e pipeline dove l’obiettivo
finale è facile da misurare ma difficile da trasformare in gradienti.
Vai al paper
> Il punto non è che la backpropagation sparirà. Il punto è che potremmo
> iniziare ad avere metodi di training più flessibili, capaci di ottimizzare
> direttamente sistemi complessi, discreti o ibridi, senza dover rendere ogni
> pezzo perfettamente differenziabile.
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L’AI GENERATIVA PER GLI ASSET 3D
Articraft propone un approccio diverso alla generazione di asset 3D articolati:
invece di generare direttamente mesh o file URDF, trasforma il problema in
program synthesis.
L’idea è trattare la creazione di un oggetto articolato come un processo di
programmazione. Un agente basato su LLM scrive il codice che costruisce
l’oggetto, definendo parti, geometrie, giunti, limiti di movimento e test di
validazione. Una volta eseguito, il programma produce un asset 3D articolato e
pronto per la simulazione.
Articraft: l’AI generativa per gli asset 3D
L’architettura combina un SDK progettato per essere utilizzato dagli LLM, con
primitive geometriche e componenti meccaniche ad alto livello, insieme a un
harness agentico che lavora in un ciclo iterativo di generazione, esecuzione,
validazione e correzione.
Nel paper, il sistema genera oggetti complessi, correggendo autonomamente errori
di runtime, vincoli mancanti sulle articolazioni e collisioni geometriche
attraverso feedback strutturato.
> L’aspetto più interessante è che il modello non produce soltanto forme: esegue
> reasoning meccanico, debugging e refinement fino a ottenere asset simulabili.
Con questo approccio è stato creato Articraft-10K, un dataset con oltre 10.000
asset articolati distribuiti su 245 categorie, ampliando in modo significativo
la copertura rispetto ai dataset esistenti.
Vai al progetto
> La direzione che emerge è quella di trattare la modellazione meccanica come
> programmazione e utilizzare gli LLM come agenti CAD.
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> Buon aggiornamento, e buone riflessioni..
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ASCOLTA L'AUDIO OVERVIEW CHE SINTETIZZA LE NOVITÀ
Il podcast è stato generato attraverso NotebookLM.
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PROMPT ENGINEERING: DUE NUOVI TOOL
Ho sviluppato due nuovi tool (in beta) per l'ottimizzazione dei prompt per la
generazione di immagini e video. Li sto usando per ogni contenuto visivo che
genero su diversi modelli.
IMAGE PROMPT ASSISTANT
Tool per l’ottimizzazione del prompt per generare immagini
Un vero “Direttore Artistico” digitale che genera un prompt professionale e
dettagliato pronto da usare su qualsiasi modello di AI.
VIDEO PROMPT ASSISTANT
Tool per l’ottimizzazione del prompt per generare video
Un vero “Regista digitale” che genera un prompt professionale e dettagliato
pronto da usare su qualsiasi modello di AI video.
> Descrivendo l'idea di immagine o video nel box è possibile generare un prompt
> professionale e dettagliato pronto da usare su qualsiasi modello generativo.
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GPT IMAGE 2 DI OPENAI
> OpenAI ha finalmente rilasciato l'atteso GPT Image 2, il nuovo modello di
> generazione immagini, che promette un miglioramento importante.
L'ho provato a confronto con Nano Banana Pro (nelle immagini si vedono alcuni
esempi). Ho usato lo stesso prompt per entrambi i modelli. Direi che il
miglioramento è netto, con un avvicinamento chiaro al modello di Google (che
probabilmente, però, a breve verrà aggiornato).
GPT Image 2: un test a confronto con Nano Banana Pro
La mia app per l'ottimizzazione dei prompt per le immagini (nuova versione):
Tool per l’ottimizzazione del prompt per generare immagini
Un vero “Direttore Artistico” digitale che genera un prompt professionale e
dettagliato pronto da usare su qualsiasi modello di AI.
Uno dei miglioramenti più evidenti riguarda il controllo e la fedeltà. GPT Image
2 riesce a mantenere dettagli specifici, piccoli testi, icone e interfacce, e a
rispettare vincoli stilistici anche complessi, arrivando fino a risoluzioni
elevate (fino a 2K via API). Il risultato è un’immagine che corrisponde davvero
all’intento iniziale.
Importante anche il salto nella comprensione multilingua: il modello gestisce
molto meglio lingue non latine come giapponese, coreano, cinese, hindi e
bengalese, generando testi coerenti e integrati nel design, non semplici
traduzioni isolate.
Dal punto di vista stilistico, la qualità è più consistente: fotografie più
realistiche (con imperfezioni credibili), ma anche stili come manga, pixel art o
cinematico vengono riprodotti con maggiore accuratezza in termini di luce,
texture e composizione.
La flessibilità aumenta anche nei formati, con il supporto a diversi aspect
ratio (da 3:1 a 1:3), rendendo il modello adatto a banner, poster, contenuti
social, slide e mobile.
Un’altra novità chiave è l’integrazione con modelli "thinking": GPT Image 2 può
cercare informazioni aggiornate sul web, generare più immagini coerenti da un
singolo prompt e verificare i propri output. Questo lo trasforma in un vero
partner creativo, capace di accompagnare un progetto dall’idea iniziale fino al
risultato finale.
Inoltre, può produrre fino a otto immagini correlate in una sola richiesta,
mantenendo continuità tra personaggi, oggetti e stile: utile per storyboard,
serie di contenuti social, concept creativi o sequenze narrative.
Vai al post
Il modello è già disponibile per tutti gli utenti ChatGPT, Codex e via API
(gpt-image-2), con funzionalità avanzate per utenti Plus, Pro e Business.
> Nonostante i progressi, restano alcune limitazioni: difficoltà con
> rappresentazioni fisiche complesse (come origami o puzzle), dettagli
> estremamente densi e alcune imprecisioni in diagrammi o etichette molto
> tecniche.
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GPT-5.5 DI OPENAI
OpenAI presenta GPT-5.5, il modello più avanzato e "intuitivo".
Lo sto testando. Direi che ormai è diventato inutile commentare le performance.
La velocità su task complessi è nettamente maggiore rispetto al modello
precedente.
Secondo la presentazione, il modello comprende più rapidamente l’intento
dell’utente e riesce a portare avanti attività complesse in autonomia: scrittura
e debugging del codice, ricerca online, analisi dei dati, creazione di documenti
e gestione di strumenti fino al completamento del task.
GPT-5.5 di OpenAI: performance
Anche richieste articolate e poco strutturate vengono pianificate, eseguite e
verificate direttamente dal modello.
I miglioramenti sono particolarmente evidenti nel coding agentico, nell’uso del
computer e nei flussi di lavoro basati sulla conoscenza, dove è fondamentale
ragionare su più livelli e mantenere continuità nel tempo.
Nonostante l’aumento di capacità, GPT-5.5 mantiene la stessa latenza di GPT-5.4,
risultando allo stesso tempo più veloce, più efficiente e meno costoso in
termini di token.
Sul piano delle performance, il modello raggiunge risultati state-of-the-art in
diversi benchmark chiave, con progressi significativi nella risoluzione di task
complessi, nell’autonomia operativa e nella capacità di lavorare su sistemi
estesi e ambigui. Nei contesti reali di sviluppo software, si distingue per la
capacità di mantenere il contesto, anticipare problemi, verificare ipotesi e
portare modifiche coerenti lungo tutto il codice.
Queste capacità si estendono anche al lavoro quotidiano: GPT-5.5 è in grado di
gestire l’intero ciclo delle attività cognitive, dalla raccolta delle
informazioni alla produzione di output strutturati. In ambienti come ChatGPT e
Codex, può generare documenti, fogli di calcolo e presentazioni, interagendo
direttamente con strumenti e interfacce.
Nella ricerca scientifica emergono progressi rilevanti: il modello è in grado di
esplorare ipotesi, analizzare dati complessi e contribuire alla produzione di
risultati, fino alla scoperta di nuove dimostrazioni matematiche e all’analisi
avanzata in ambito biologico e bioinformatico.
Vai al post
GPT-5.5 introduce inoltre un livello di sicurezza ancora più avanzato, con
sistemi progettati per ridurre i rischi di utilizzo improprio senza limitare gli
impieghi benefici. Il modello è stato testato con framework interni ed esterni,
red teaming e validazioni su casi d’uso reali prima del rilascio.
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AI INDEX REPORT 2026
Stanford ha pubblicato il consueto AI Index Report 2026, che provo a
sintetizzare in modo semplice.
Il quadro che emerge è quello di una tecnologia che accelera ancora, sia nelle
capacità sia nella diffusione. I modelli di frontiera continuano a migliorare su
coding, ragionamento, matematica e scienza, mentre cresce l’adozione da parte di
aziende, studenti e consumatori.
The 2026 AI Index Report | Stanford HAI
E proprio qui si ridimensiona anche il tema del possibile plateau: più che un
rallentamento, il report racconta una fase in cui contano sempre di più
efficienza, qualità dei dati, pruning, curation e tecniche di post-training,
cioè tutto ciò che rende i modelli migliori non solo perché più grandi, ma
perché meglio costruiti.
Allo stesso tempo, però, questa crescita non è lineare. I sistemi possono
raggiungere risultati straordinari in compiti molto avanzati e poi fallire su
attività che, per un essere umano, sembrano elementari.
> È la conferma di una frontiera ancora irregolare: grandi picchi di performance
> convivono con limiti molto evidenti.
E ancora una volta si arriva a una conclusione ricorrente: le performance più
solide emergono quando i sistemi sono specializzati, mentre il tentativo di
generalizzazione continua a mostrare fragilità, soprattutto dove servono
robustezza e capacità simbolica.
Vai al paper
Intorno a tutto questo si sta ridisegnando anche l’equilibrio competitivo
globale. Il divario tra Stati Uniti e Cina si è ristretto, la competizione si
gioca sempre più su infrastrutture, chip, data center ed energia, e il tema
della sovranità tecnologica è ormai centrale nelle strategie nazionali.
Ma questa corsa ha anche un costo crescente: aumenta l’impatto ambientale,
cresce la dipendenza da pochi attori chiave della filiera e si rafforza la
concentrazione industriale.
Sul piano economico, l’AI sta già producendo valore e guadagni di produttività,
soprattutto nei contesti più standardizzabili. Ma è negli stessi ambiti che
iniziano a comparire segnali di tensione sul lavoro entry level.
> In parallelo, governance, scuola e sistemi di sicurezza restano indietro
> rispetto alla velocità della tecnologia.
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DEMIS HASSABIS: I PROGRESSI NELLA SALUTE UMANA
Demis Hassabis: se conosci la struttura di una proteina, la vera domanda
diventa: dove si legherà il tuo farmaco e cosa farà realmente?
È qui che entra la prossima ondata dell’intelligenza artificiale. Non più solo
previsione delle strutture, ma modellazione delle interazioni, degli esiti e
dell’impatto biologico reale.
Demis Hassabis: la prossima ondata dell’intelligenza artificiale
È un cambiamento radicale nel modo in cui si costruisce la medicina. Invece di
lunghi e costosi tentativi, l’AI permette di testare migliaia di ipotesi in
silico, con un’efficienza centinaia o migliaia di volte superiore. Il
laboratorio diventa sempre più il luogo della validazione, non più solo
dell’esplorazione.
> La scoperta dei farmaci sta diventando un problema computazionale: cicli più
> rapidi, previsioni più intelligenti e il potenziale per accelerare in modo
> significativo i progressi nella salute umana.
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TRIBE V2 DI META: UNA DEMO
Una demo di TRIBE v2 di Meta: mostra come il modello riesca a predire l’attività
cerebrale umana in risposta a contenuti video, a confronto con dati reali.
TRIBE v2 di Meta: una demo
L'obiettivo del progetto è studiare come modelli di intelligenza artificiale
possano diventare una piattaforma unificante per comprendere il cervello,
aprendo la strada a una neuroscienza più integrata, scalabile e predittiva.
> Ma immagino anche scenari in cui tecnologie di questo tipo possano essere
> usate nella creazione di contenuti digitali: affascinante dal punto di vista
> ingegneristico, ma con implicazioni importanti su privacy neurale e sistemi di
> persuasione.
Vai al paper
TRIBE v2 è un modello multimodale (video, audio e linguaggio), addestrato su
oltre 1000 ore di dati fMRI provenienti da 720 soggetti, capace di prevedere le
risposte cerebrali con prestazioni significativamente superiori ai modelli
tradizionali, anche su nuovi soggetti ed esperimenti.
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DARIO AMODEI: LE DINAMICHE CRUCIALI DELL'AI PER I PROSSIMI ANNI
> In una recente e interessante intervista, Dario Amodei ha raccontato la sua
> visione sulle dinamiche cruciali dell'AI per i prossimi anni.
Il progresso dell'intelligenza artificiale sta seguendo una traiettoria
esponenziale, ancora poco compresa dal pubblico, guidata dalla scalabilità della
potenza di calcolo, dall’enorme quantità di dati e dall’apprendimento per
rinforzo.
Dario Amodei: le dinamiche cruciali dell'AI per i prossimi anni
Questa curva ci sta portando rapidamente verso quello che viene definito "un
paese di geni in un data center", una forma di superintelligenza potenzialmente
raggiungibile entro tre anni.
Tuttavia, lo sviluppo tecnologico non si tradurrà subito in cambiamenti globali
per via della "diffusione economica". L’adozione reale sarà rallentata da
ostacoli strutturali come approvazioni normative e cliniche, oltre alle lentezze
di integrazione e burocrazia aziendale.
Questo sfasamento tra capacità tecnologica e assorbimento del mercato genera un
paradosso e un rischio finanziario rilevante. I laboratori di IA devono
investire enormi capitali in anticipo per restare competitivi, ma un errore
anche minimo sulla domanda futura può esporli a seri rischi.
La gestione di questa accelerazione è anche una sfida geopolitica. Se regimi
autoritari acquisissero un vantaggio, potrebbero emergere sistemi di controllo
difficili da contrastare. È quindi cruciale che le democrazie mantengano la
leadership e definiscano le regole dell’era post-AI.
> Questo si riflette anche nell’approccio "Constitutional AI", che punta ad
> allineare i modelli tramite principi solidi piuttosto che regole rigide.
Infine, sostenere una trasformazione così profonda richiede organizzazioni
coese. Trasparenza radicale e comunicazione continua diventano essenziali per
mantenere allineate migliaia di persone davanti a un cambiamento storico
imminente.
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SEEDANCE 2.0 DI BYTEDANCE
Primi test di Seedance 2.0.
Come sempre, ormai, è inutile dire che il livello generale si è alzato
enormemente.
Il grado di aderenza al prompt è altissimo, e ci si può spingere nei dettagli.
Seedance 2.0 di ByteDance: un test
La coerenza con gli elementi di "reference" è sempre più affidabile.
Come ho realizzato il video?
Ho generato il prompt per il video con il mio "Video Prompt Assistant".
Tool per l’ottimizzazione del prompt per generare video
Un vero “Regista digitale” che genera un prompt professionale e dettagliato
pronto da usare su qualsiasi modello di AI video.
> Ogni dettaglio della scena viene descritto dal prompt, anche attraverso una
> timeline precisa dei 15 secondi.
UN TEST DI COERENZA CON I RIFERIMENTI VISUALI
In questo esempio ho usato la mia immagine di profilo come referenza. Il resto
della scena viene descritto dal prompt testuale.
Seedance 2.0: la coerenza con i riferimenti visuali
> Il risultato sembra abbastanza coerente.
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MYTHOS E PROJECT GLASSWING DI ANTHROPIC
Anthropic inizia a parlare del nuovo modello, Mythos, annunciando Project
Glasswing, un’iniziativa sviluppata insieme a grandi aziende tecnologiche per
mettere in sicurezza il software critico nell’era dell’AI.
Alla base del progetto c’è un dato difficile da ignorare: i modelli AI più
avanzati hanno ormai raggiunto capacità tali da individuare e sfruttare
vulnerabilità software a un livello superiore rispetto alla maggior parte degli
esseri umani.
> Il modello sperimentale Claude Mythos Preview ha già identificato migliaia di
> vulnerabilità gravi, incluse falle presenti da decenni in sistemi operativi,
> browser e componenti fondamentali come il kernel Linux e FFmpeg.
Mythos e Project Glasswing di Anthropic
Questo cambia radicalmente il panorama della cybersecurity. Il tempo tra la
scoperta di una vulnerabilità e il suo sfruttamento si sta riducendo
drasticamente, e il livello di competenza necessario per condurre attacchi
complessi è sempre più basso. Le implicazioni riguardano infrastrutture
critiche, sistemi finanziari, sanità e sicurezza nazionale.
Project Glasswing nasce per affrontare questo scenario usando le stesse capacità
dell’AI a favore della difesa. I partner coinvolti utilizzeranno questi modelli
per analizzare codice, individuare vulnerabilità e rafforzare sistemi su larga
scala, condividendo risultati e pratiche con l’intero settore. Parte
dell’iniziativa è anche il supporto al software open source, che costituisce una
componente fondamentale dell’infrastruttura globale.
Vai al progetto
Anthropic ha stanziato risorse significative per il progetto, tra cui crediti
per l’utilizzo dei modelli e finanziamenti diretti a organizzazioni che si
occupano di sicurezza. L’obiettivo è accelerare lo sviluppo di nuovi standard e
strumenti capaci di rispondere a una trasformazione che è già in corso.
> Il punto centrale è che le stesse tecnologie che rendono gli attacchi più
> potenti possono anche diventare il principale strumento per prevenirli. Il
> risultato dipenderà da come e da chi verranno utilizzate.
UN TEST DI UN ENTE INDIPENDENTE
L’AI Security Institute ha valutato Claude Mythos Preview, evidenziando
progressi concreti sia nei test tecnici (capture-the-flag) sia in scenari
realistici di attacco multi-step.
AI Security Institute: Claude Mythos Preview
Nei test più avanzati, il modello raggiunge il 73% di successo su sfide di
livello esperto. In una simulazione composta da 32 fasi che replica un attacco a
una rete aziendale, è riuscito a completare l’intera sequenza in alcuni casi,
con una media di 22 passaggi portati a termine.
> Attività di questo tipo richiedono
> normalmente giorni di lavoro umano.
I risultati indicano che modelli di questo livello sono già in grado di operare
autonomamente su sistemi vulnerabili, anche se i test sono stati condotti in
ambienti senza difese attive o monitoraggio. Questo limita la comparabilità con
contesti reali, ma conferma una traiettoria di crescita rapida.
Il quadro che emerge è quello di una tecnologia a doppio uso: da un lato aumenta
il rischio per infrastrutture con sicurezza debole, dall’altro apre opportunità
rilevanti per rafforzare le capacità difensive.
Vai al report
> In questo scenario, pratiche di sicurezza di base come aggiornamenti regolari,
> controllo degli accessi e logging diventano ancora più critiche.
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CLAUDE OPUS 4.7
Anthropic ha rilasciato Claude Opus 4.7, un aggiornamento che punta soprattutto
su autonomia e affidabilità nei task complessi.
> Ho fatto diversi test: ciò che si nota in modo evidente è la capacità di
> svolgere compiti autonomamente, affrontando problematiche e trovando
> soluzioni.
Il salto più evidente è nel coding: il modello gestisce workflow lunghi,
individua bug, pianifica meglio e verifica da solo i risultati. In diversi
benchmark migliora sensibilmente rispetto alla versione 4.6, arrivando a
risolvere più task reali e con meno errori.
Claude Opus 4.7
Cresce anche la capacità di lavorare in modo continuativo: Opus 4.7 mantiene
coerenza su processi lunghi, gestisce meglio automazioni e ambienti asincroni, e
richiede meno supervisione passo-passo. In molti casi si comporta più come un
collaboratore tecnico che come un semplice assistente.
Importanti anche i miglioramenti nella visione: supporta immagini a risoluzione
molto più alta e interpreta meglio diagrammi, interfacce e contenuti tecnici
complessi. Questo apre nuovi casi d’uso per analisi documentale e agenti che
interagiscono con ambienti visivi.
Sul fronte sicurezza, Anthropic limita deliberatamente alcune capacità sensibili
e introduce sistemi automatici per bloccare richieste ad alto rischio,
mantenendo un approccio prudente in attesa di modelli ancora più avanzati.
Vai al post
Restano alcune implicazioni pratiche: maggiore precisione nell’interpretare i
prompt (quindi meno tolleranza a istruzioni vaghe) e un possibile aumento
nell’uso di token, legato sia al nuovo tokenizer sia a un ragionamento più
approfondito.
> Nel complesso, Opus 4.7 rappresenta un’evoluzione verso sistemi più autonomi,
> capaci di gestire interi processi e non solo singole richieste.
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CLAUDE DESIGN
> Anthropic ha lanciato Claude Design, uno strumento che punta a trasformare il
> modo in cui si crea design: dall’idea al prototipo, tutto avviene in una
> conversazione.
Ho fatto qualche test, ad esempio per creare una presentazione partendo da
appunti. Il risultato è ottimo, grazie anche alle domande di affinamento che
produce il modello, e alle possibilità di editing post generazione.
Claude Design di Anthropic
È basato su Claude Opus 4.7, e permette di generare rapidamente mockup,
presentazioni, materiali marketing e prototipi interattivi, anche senza
competenze di design. Si parte da una descrizione e si raffina iterando con
modifiche dirette, commenti e controlli granulari.
Uno degli aspetti più interessanti è l’integrazione automatica del design system
aziendale: colori, tipografia e componenti vengono applicati in modo coerente
fin dall’inizio. Il risultato è un flusso continuo tra ideazione, design e
sviluppo, grazie anche al passaggio diretto verso Claude Code.
> Il design diventa così un processo iterativo, veloce e accessibile, sempre più
> vicino al modo in cui si pensano le idee.
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CLAUDE + ADOBE (CREATIVE CLOUD)
L'accesso di Claude ai tool di Adobe (Creative Cloud) è una dimostrazione di
come l'AI stia evolvendo da semplice generazione di contenuti a vera e propria
esecuzione operativa su strumenti professionali.
Claude + Adobe (Creative Cloud)
Con questo strumento, è possibile uploadare degli asset (es. immagini o video) e
descrivere in linguaggio naturale le operazioni. Ad esempio editing fotografico,
editing video, impaginazione.. L'agente AI ha a disposizione la Creative Suite
di Adobe (Photoshop, Illustrator, Firefly, Premiere, InDesign, ecc.) per
eseguire le operazioni e restituire l'output.
> Guardiamo la direzione, non limitiamoci
> a commentare un paio di output.
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MUSE SPARK DI META
Meta ha presentato Muse Spark, il primo modello della nuova famiglia Muse,
progettato per avvicinarsi alla "superintelligenza personale".
> L'ho provato, e le impressioni sono ottime. Nel video si vedono alcune
> interazioni.
Si tratta di un sistema nativamente multimodale, capace di combinare testo,
immagini e strumenti esterni, con funzionalità avanzate di ragionamento e
orchestrazione di più agenti in parallelo.
Muse Spark di Meta: un test
La modalità "Contemplating" consente infatti a diversi agenti di lavorare
insieme sullo stesso problema, migliorando le prestazioni su task complessi.
Tra le applicazioni più rilevanti emergono l’assistenza visiva in tempo reale,
la creazione interattiva di contenuti e il supporto alla salute, ambito in cui
il modello è stato addestrato anche grazie alla collaborazione con un ampio
gruppo di medici.
Meta evidenzia progressi significativi nell’efficienza: il nuovo approccio
consente di ottenere prestazioni comparabili utilizzando oltre un ordine di
grandezza in meno di risorse computazionali rispetto ai modelli precedenti.
Lo sviluppo si basa su tre direttrici principali: pretraining migliorato,
reinforcement learning più stabile e ottimizzazione del ragionamento in fase di
utilizzo, anche attraverso sistemi multi-agente.
Vai al post
Sul fronte sicurezza, il modello mostra comportamenti solidi nella gestione di
richieste sensibili e rientra nei parametri definiti dai framework interni, pur
lasciando aperti alcuni spunti di ricerca sul tema della "consapevolezza"
durante le valutazioni.
> Muse Spark rappresenta il primo passo di una strategia più ampia orientata a
> sistemi sempre più capaci di comprendere il contesto individuale e supportare
> l’utente in modo altamente personalizzato.
TEST DEL MODELLO
Negli esempi ho fatto testare a Spark diverse architetture per una prediction su
un dataset, fino a estrarre quella con l’errore minore, ottenendo il codice da
usare in ogni ambiente.
Test di prediction su Spark di Meta
> Secondo me, hanno iniziato un percorso interessante, che non ha nulla da
> invidiare a modelli che siamo abituati a usare da molto tempo (es. ChatGPT,
> Gemini, Claude).. anzi!
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KIMI K2.6 DI MOONSHOT AI
I modelli open-source cinesi migliorano a un ritmo impressionante: arriva anche
Kimi K2.6, orientato al coding e agli agenti autonomi.
> L'ho provato su diversi task, e non sfigura minimamente a confronto con i
> modelli proprietari più noti.
Kimi K2.6 di Moonshot AI: test e performance
Il focus principale è sul "long-horizon coding": la capacità di gestire task
complessi e prolungati nel tempo, con migliaia di chiamate a strumenti,
iterazioni continue e ottimizzazioni profonde su codice reale. Nei test, il
modello mostra miglioramenti significativi rispetto alla versione precedente in
accuratezza, stabilità e utilizzo degli strumenti.
Un elemento distintivo è l’Agent Swarm: fino a 300 agenti che lavorano in
parallelo, coordinati per suddividere e completare task complessi end-to-end.
Questo approccio permette di generare output articolati, come documenti, siti
web, dataset o presentazioni, in un’unica esecuzione, riducendo i tempi e
aumentando la qualità.
K2.6 introduce anche agenti proattivi capaci di operare in modo continuo,
gestendo workflow complessi, monitoraggio e operazioni multi-step senza
intervento umano costante. In alcuni casi, questi agenti sono stati eseguiti per
giorni mantenendo coerenza e affidabilità.
Dal punto di vista dello sviluppo, il modello è in grado di generare interfacce
frontend complete, integrare componenti backend e utilizzare strumenti per
creare asset visivi coerenti, spingendosi verso workflow full-stack
automatizzati.
Vai al post
> Nel complesso, Kimi K2.6 si posiziona come una delle proposte open-source più
> avanzate per coding e sistemi agentici, con prestazioni sempre più vicine ai
> modelli proprietari e un forte orientamento a scenari reali e operativi.
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QWEN 3.6 MAX PREVIEW DI ALIBABA
> Il team di Qwen ha presentato Qwen 3.6 Max Preview, un’anteprima del prossimo
> modello proprietario che migliora la versione 3.6-Plus.
I miglioramenti principali riguardano tre aree chiave: capacità di coding
agentico, conoscenza del mondo e precisione nel seguire istruzioni.
Qwen 3.6 Max Preview di Alibaba: performance
Nei benchmark emergono progressi concreti, soprattutto nei task di
programmazione, dove il modello ottiene risultati significativamente superiori e
raggiunge il top score in diverse suite rilevanti.
Tra le novità tecniche spicca il supporto alla funzione preserve_thinking, che
consente di mantenere il contesto del ragionamento tra più interazioni,
migliorando l’efficacia nei flussi complessi e multi-step.
Vai al post
> Il modello sarà disponibile tramite Alibaba Cloud Model Studio, con API
> compatibili con gli standard diffusi.
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DEEPSEEK V4
DeepSeek V4 Preview è ufficialmente disponibile e open-source: entriamo nell’era
dei modelli con contesto da 1 milione di token davvero sostenibile?
> L'ho provato su diversi task e problemi matematici, e non tradisce le
> aspettative.
I modelli rilasciati sono:
* DeepSeek-V4-Pro: 1.6T parametri (49B attivi), progettato per competere con i
migliori modelli closed.
* DeepSeek-V4-Flash: 284B parametri (13B attivi), versione più leggera ed
efficiente per casi d’uso pratici (già a disposizione anche su Ollama).
DeepSeek V4: paper e performance
La novità più rilevante non è solo la scala, ma come viene resa gestibile. Il
limite storico dei LLM, cioè il costo quadratico dell’attenzione, viene
affrontato con una nuova architettura ibrida.
Compressed Sparse Attention (CSA) comprime sequenze di token e seleziona solo le
informazioni rilevanti. Heavily Compressed Attention (HCA) spinge la
compressione ancora oltre, riducendo drasticamente memoria e computazione.
Questa combinazione permette di lavorare su contesti lunghissimi con un costo
molto più basso. In scenari da 1 milione di token, il modello richiede circa un
quarto dei FLOPs e un decimo della memoria rispetto alla generazione precedente.
A livello architetturale, DeepSeek-V4 introduce anche mHC (Manifold-Constrained
Hyper-Connections), un’evoluzione delle residual connections che migliora
stabilità e profondità del modello. Il Mixture-of-Experts avanzato attiva solo
una frazione dei parametri per ogni token, mantenendo alte prestazioni con costi
ridotti. Il Muon optimizer accelera la convergenza e rende il training più
stabile.
Il training avviene su oltre 32 trilioni di token, seguito da una pipeline in
due fasi: prima la specializzazione per dominio (math, coding, agenti), poi
l’unificazione tramite distillazione.
Vai al paper
Sul piano delle performance si osserva un forte miglioramento su ragionamento e
coding, capacità solide su task agentici e un vantaggio significativo nei
long-context tasks, dove il modello riesce a gestire analisi su documenti molto
estesi o workflow complessi.
> "Non solo scala, ma architettura": DeepSeek continua a dimostrarlo.
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MODELLI OPEN SOURCE: GENERAZIONE DI IMMAGINI
Nella parte iniziale di questo post ho pubblicato un test di GPT Image 2 a
confronto con Nano Banana Pro.
> Ma quanto sono lontani i modelli open?
Nei seguenti test, ho usato gli stessi prompt su Ernie Image (+ Z-Image come
refiner).
Le immagini sono state generate con i modelli in locale, su un hardware
consumer.
Ernie Image (+ Z-Image come refiner) a confronto con GPT Image 2
> Un semplice esperimento fa capire quanto si è alzato il livello generale nella
> generazione di immagini.
Oggi non stiamo più parlando solo di "modelli commerciali forti" contro
"alternative open interessanti ma acerbe". Alcuni modelli open-weight stanno
iniziando a produrre risultati credibili anche su composizione, fotorealismo,
aderenza al prompt e resa del testo: il divario si sta restringendo, e con
possibilità di personalizzazioni dei workflow impensabili per i modelli
commerciali.
ERNIE-Image è un modello text-to-image open sviluppato da Baidu. Z-Image,
invece, è una famiglia di modelli di generazione immagini sviluppata da
Tongyi-MAI/Alibaba (la versione "turbo" può girare anche su hardware consumer
con 16 GB di VRAM).
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QWEN IMAGE 2 PRO DI ALIBABA
Alibaba ha presentato il nuovo modello di generazione immagini: Qwen Image 2
Pro.
L'ho provato con gli stessi prompt con cui ho testato gli ultimi modelli, e..
che dire.. l'aderenza alle istruzioni è molto elevata. Pecca in qualche
dettaglio, ma non ho usato nessuna reference image.
Qwen Image 2 Pro di Alibaba: un test
> È già disponibile via API sul Cloud di Alibaba, ed è già sotto ai "big" nella
> leaderboard di arena.ai.
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L'INTEGRAZIONE DI SEEDANCE 2.0 SU HEYGEN
Si tratta di un ambiente in cui questa tecnologia funziona con volti umani
reali, permettendo la creazione di scene multi-avatar con fino a 3 Digital
Twins, mantenendo al centro la protezione dell’identità.
Questo è possibile grazie a un sistema proprietario di verifica dell’identità
costruito fin dall’inizio, che garantisce controllo, consenso e tutela
dell’immagine in ogni fase della creazione.
L'integrazione di Seedance 2.0 su HeyGen
Dietro le quinte, la piattaforma è progettata con un approccio "security-first":
protezione dei dati lungo tutto il processo, conformità agli standard globali e
un’infrastruttura che integra sicurezza ed etica come elementi fondamentali, non
opzionali.
L’uso dell’AI è regolato da principi chiari: piena proprietà degli avatar,
obbligo di consenso esplicito, divieto di contenuti dannosi o ingannevoli e un
sistema di moderazione che combina automazione e revisione umana.
> Innovazione e responsabilità avanzano insieme, rendendo possibile una nuova
> dimensione creativa senza compromettere fiducia, privacy e sicurezza.
UN MIO TEST: SEEDANCE 2.0 + AVATAR PERSONALIZZATI
In questo test ho definito i protagonisti (aspetto, outfit, voci), lo scenario,
creato i dialoghi, e generato il video su HeyGen con Seedance 2.0.
Seedance 2.0 + Avatar personalizzati su HeyGen
* Lo sfondo (datacenter con divano) è stato generato attraverso Nano Banana
Pro.
* La sigla iniziale con Veo 3.1.
* Il tutto montato su Google Vids.
L'aspetto incredibile non è tanto la qualità, ma il grado di controllo. Anche il
movimento del personaggio maschile che guarda la ragazza mentre parla, e
successivamente si gira verso la camera è descritto dal mio prompt.
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PROMPT ENGINEERING: UNA DEMO DI ANTHROPIC
> Il prompt engineering non è "scrivere una richiesta migliore": è progettare il
> contesto, l’ordine del ragionamento e il formato dell’output perché il modello
> lavori in modo affidabile.
Ho trovato questa demo di Anthropic molto interessante. Il metodo mostrato è
molto vicino al mio. Il caso di studio è concreto: analizzare una denuncia di
incidente (auto) in svedese, composta da un modulo con caselle predefinite e da
uno schizzo disegnato a mano, per determinare la responsabilità.
Prompt Engineering: una demo di Anthropic
Il primo insegnamento è immediato: senza contesto, anche un modello avanzato può
interpretare tutto nel modo sbagliato.
Da qui emerge una struttura di prompt molto chiara: definire il ruolo del
modello, dettagliare il task, fissare regole esplicite, fornire background
stabile nel system prompt e organizzare le sezioni con tag XML per separare bene
istruzioni, dati e vincoli.
Uno dei punti più interessanti è che conta anche la sequenza delle operazioni.
Nel caso mostrato, il modello funziona meglio quando analizza prima il modulo
testuale per estrarre i fatti oggettivi e solo dopo interpreta lo schizzo. In
pratica, il prompt non dice solo cosa fare, ma anche in quale ordine farlo.
Per applicazioni reali, entrano poi in gioco tecniche più avanzate: few-shot
examples per insegnare come gestire casi ambigui, ripetizione delle istruzioni
critiche alla fine del prompt, output strutturato con tag XML per l’integrazione
nei sistemi, e prefill della risposta quando serve un formato rigido come JSON.
> Il punto centrale è questo: un buon prompt riduce ambiguità, vincola il
> comportamento del modello e rende l’output più facile da verificare, parsare e
> usare in produzione.
Interessante anche il passaggio sull’extended thinking: osservare come il
modello interpreta i dati nel suo processo di ragionamento aiuta a individuare
errori sistematici e a migliorare il system prompt in modo più empirico.
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VIBE CODING: UNA LEZIONE DI ANTHROPIC
> Una bella lezione di Anthropic sul Vibe Coding, che mostra quanto rapidamente
> stia cambiando il modo in cui costruiamo software.
Il concetto, ripreso da Andrej Karpathy, viene presentato in modo piuttosto
radicale: non usare l’AI come semplice assistente, ma delegarle direttamente la
scrittura del codice, fino quasi a "dimenticarsi" che esista. È una visione
affascinante, ma la domanda che mi pongo è: la tecnologia di oggi è davvero già
a questo punto, oppure siamo ancora in una fase intermedia in cui serve molto
più controllo umano di quanto sembri?
Molto interessante il parallelo storico con i compilatori. All’inizio i
programmatori non si fidavano: leggevano l’Assembly generato per controllare
ogni dettaglio. Poi, per costruire sistemi sempre più complessi, hanno dovuto
accettare l’astrazione e fidarsi. La domanda, allora, è: con l’IA siamo davvero
davanti a un passaggio simile, oppure il livello di maturità attuale richiede
ancora un equilibrio diverso tra fiducia e verifica?
Vibe Coding: una lezione di Anthropic
I consigli pratici sono molto concreti.
* Prima di tutto, cambiare mentalità: pensare come un manager. Non serve
conoscere ogni riga di codice, ma sapere come verificare il risultato con
test, controlli mirati e uso reale del prodotto.
* Poi, usare il vibe coding nei punti giusti: i "leaf nodes", cioè le parti
terminali del sistema, dove il rischio è più contenuto. L’architettura
centrale resta un lavoro umano, perché è lì che si gioca la scalabilità.
* Altro passaggio chiave: trattare l’AI come un nuovo membro del team. Non
basta un prompt veloce, ma serve darle contesto, vincoli, file, obiettivi
chiari. Esattamente come si farebbe con una persona al primo giorno di
lavoro.
* Interessante anche l’approccio alla qualità: invece di leggere tutto il
codice generato, puntare su test robusti, soprattutto end-to-end, e stress
test massicci per validare il comportamento del sistema.
* E infine il workflow: combinare strumenti diversi, come Claude Code per
esplorazioni ampie e Cursor per interventi più chirurgici, mantenendo sempre
un controllo strategico umano.
> Non si tratta di scrivere meno codice, ma di spostare il valore su
> progettazione, verifica e direzione.
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VOID DI NETFLIX
Un nuovo paper di Netflix presenta VOID, un sistema avanzato per la rimozione di
oggetti nei video che va oltre il semplice inpainting.
A differenza dei metodi tradizionali, VOID non si limita a riempire lo sfondo
lasciato dall’oggetto rimosso, ma interviene anche sulle conseguenze fisiche
della sua assenza. Se un oggetto causava collisioni, movimenti o interazioni, il
modello ricostruisce l’intera dinamica della scena in modo coerente.
VOID di Netflix
Il sistema combina un modello vision-language per individuare le aree
influenzate e un modello di diffusione video per generare risultati realistici.
È stato addestrato su un dataset controfattuale creato appositamente, in cui la
rimozione di un oggetto implica cambiamenti nelle interazioni della scena.
Vai al paper
> Il risultato è un editing video molto più plausibile, capace di simulare cosa
> sarebbe successo se quell’oggetto non fosse mai esistito.
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GOOGLE VIDS: AVATAR PERSONALIZZATI
Google Vids continua a evolversi, con nuove funzionalità.
La più interessante? La possibilità di usare Veo 3.1 per personalizzare gli
avatar con scenari e outfit.
Nel video ho selezionato un avatar, e caricato le immagini del Kennedy Space
Center e della tuta che il personaggio avrebbe dovuto indossare. Quindi,
attraverso prompt, e semplici azioni di editing (anche automatizzate) ho
raccontato una storia.
Google Vids: avatar personalizzati
Quando si parla di avatar video e podcast generati dall’AI, la domanda viene
spontanea: chi li guarderebbe/ascolterebbe davvero?
La risposta, secondo me, dipende dal tipo di contenuto.
* Sostituirei un creator che seguo con contenuti generati dall’intelligenza
artificiale? Li userei per comunicare qualcosa che richiede fiducia,
relazione, autenticità? Con la tecnologia di oggi, NO.
* Ma per aggiornarmi, studiare, capire meglio un sistema o un argomento? Beh..
perché no!?
Tra le altre nuove funzionalità di Vids:
* Veo 3.1 disponibile gratuitamente per tutti gli utenti Google;
* Lyria 3 per aggiungere audio generato.
> Trovo Google Vids uno dei tool più interessanti del momento.
AVATAR PERSONALIZZATI
Non solo il tool permette di personalizzare gli avatar presenti in piattaforma,
ma permette anche di crearne di nuovi, con caratteristiche specifiche.
Google Vids: avatar personalizzati
Ho creato l'avatar nel video configurando le opzioni messe a disposizione da
Vids (es. sesso ed età), e aggiungendo prompt testuali descrittivi per
l'aspetto, l'ambientazione e la voce. L'esempio è in lingua inglese perché il
lip sync in italiano non è ancora perfetto.
I prossimi due sviluppi che mi aspetto:
* la possibilità di usare gli avatar personalizzati in scene più dinamiche;
* la creazione di avatar basati su immagini o video.
> Ma già oggi è possibile creare personaggi unici per video personalizzati.
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HAPPYHORSE 1.0 DI ALIBABA
HappyHorse 1.0 è un modello AI open source di Alibaba da 15 miliardi di
parametri capace di generare video in 1080p con audio sincronizzato a partire da
testo o immagini. L’architettura è un Transformer multimodale unificato che
tratta testo, audio e video nello stesso flusso, migliorando coerenza e
sincronizzazione.
HappyHorse 1.0: confronto con altri modelli
È attualmente nelle prime posizioni nella Artificial Analysis Video Arena sia
per text-to-video che per image-to-video, con un vantaggio significativo
rispetto a diversi modelli concorrenti.
Il sistema supporta lip-sync in più lingue, e utilizza tecniche avanzate di
distillazione che riducono drasticamente i tempi di generazione mantenendo
qualità elevata.
Il progetto è completamente open source e include modelli, codice e strumenti
per il deploy, con possibilità di utilizzo anche commerciale e installazione su
infrastruttura propria.
> La qualità generale dei modelli video sta aumentando sensibilmente. Iniziano a
> diffondersi i primi video, anche confrontati con i modelli più noti.
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LYRA 2.0 DI NVIDIA
> Lyra 2.0 di NVIDIA introduce un nuovo paradigma per la creazione di ambienti
> 3D: partire da una singola immagine e generare mondi esplorabili attraverso
> video controllati dalla camera, successivamente ricostruiti in
> rappresentazioni 3D pronte per simulazione e rendering.
Il problema centrale dei modelli video attuali è la perdita di coerenza su
sequenze lunghe. Da un lato, il modello dimentica parti della scena già
osservate (spatial forgetting), dall’altro accumula errori progressivi che
degradano qualità e struttura (temporal drifting).
La soluzione proposta combina generazione e geometria in modo non tradizionale.
La geometria 3D non viene usata per sintetizzare direttamente l’immagine, ma
come strumento di memoria e allineamento: serve a recuperare le viste rilevanti
del passato e a stabilire corrispondenze spaziali, lasciando al modello
generativo il compito di produrre l’aspetto visivo.
Lyra 2.0 di NVIDIA
Per ridurre la deriva temporale, il modello viene addestrato esponendolo anche
ai propri output degradati. In questo modo impara a correggere gli errori invece
di amplificarli durante la generazione autoregressiva.
Il sistema funziona in modo iterativo: l’utente definisce una traiettoria della
camera, il modello recupera le informazioni più utili dalla memoria 3D, genera
nuovi frame coerenti e aggiorna la scena. Questo ciclo permette di espandere
progressivamente l’ambiente mantenendo consistenza anche su orizzonti molto
lunghi.
I video generati vengono poi convertiti in rappresentazioni 3D (Gaussian
Splatting e mesh), rendendo gli ambienti utilizzabili in contesti come
simulazione per robotica, realtà virtuale e applicazioni immersive.
Vai al progetto
> Il risultato è un sistema capace di unire qualità visiva, controllo della
> camera e coerenza spaziale su larga scala, mostrando come i modelli generativi
> possano evolvere da semplici generatori di contenuti a veri e propri strumenti
> per costruire mondi digitali.
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GPT-ROSALIND DI OPENAI
> OpenAI ha introdotto GPT-Rosalind, un modello progettato per supportare la
> ricerca nelle scienze della vita, con applicazioni in drug discovery, genomica
> e ingegneria proteica.
Il sistema è pensato per affrontare la complessità dei flussi di lavoro
scientifici, aiutando i ricercatori a integrare grandi volumi di letteratura,
dati sperimentali e strumenti specialistici. Tra le sue capacità: sintesi delle
evidenze, generazione di ipotesi, pianificazione di esperimenti e utilizzo
avanzato di database scientifici.
GPT-Rosalind di OpenAI
Una delle aree di maggiore impatto è la fase iniziale della scoperta di farmaci,
che oggi può richiedere oltre 10 anni. Migliorare la qualità delle decisioni in
questa fase può influenzare l’intero ciclo di sviluppo.
GPT-Rosalind è stato valutato su benchmark scientifici e task reali, mostrando
prestazioni elevate nel ragionamento su molecole, proteine e sequenze genetiche,
oltre che nell’uso coordinato di strumenti e dati. In alcuni casi, i risultati
si avvicinano o superano quelli di esperti umani.
Il modello è disponibile in accesso controllato per organizzazioni qualificate,
con l’obiettivo di garantire un utilizzo responsabile in ambiti sensibili. È
inoltre supportato da un plugin che consente l’integrazione con oltre 50 risorse
e strumenti per la ricerca biologica.
Vai al progetto
L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio volto a sviluppare sistemi AI
sempre più integrati nei processi scientifici, con l’obiettivo di accelerare la
generazione di conoscenza e migliorare l’efficacia della ricerca.
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COME VENGONO COSTRUITI I LLM?
> Una lezione di Stanford del 2024 che spiega come vengono costruiti i LLM.
> Consiglio di guardarla.
L'intervento chiarisce che l'architettura di base, come i Transformer, è solo
una parte dell'equazione. Nella pratica industriale, la costruzione di un Large
Language Model si fonda su quattro pilastri fondamentali.
Come vengono costruiti i LLM? Una lezione di Stanford
1) Pre-training e Dati
Per insegnare a un modello a prevedere la parola successiva, si raccoglie
l'intero web. Tuttavia, Internet è pieno di contenuti irrilevanti. Il lavoro più
impegnativo consiste nell'estrarre, de-duplicare e filtrare le pagine, arrivando
ad addestrare i modelli più avanzati su circa 15 trilioni di token di alta
qualità.
2) Scaling Laws
Aumentando la potenza di calcolo, la quantità di dati e il numero di parametri,
le prestazioni del modello migliorano in modo prevedibile e lineare su scala
logaritmica. Questo principio permette alle aziende di allocare in modo ottimale
budget enormi, stimando le prestazioni finali attraverso test su modelli più
piccoli.
3) Post-training (allineamento)
Un modello pre-addestrato non è ancora un assistente utile, ma un semplice
generatore di testo. Per trasformarlo, si utilizza prima il Supervised
Fine-Tuning (SFT) per insegnargli a formattare le risposte seguendo le
istruzioni. Successivamente, si applicano algoritmi basati sulle preferenze
umane (come RLHF o il più recente e semplice DPO) per ottimizzare e rendere
sicure le risposte.
4) Ottimizzazione Hardware
Addestrare questi sistemi ha costi che superano facilmente i 50 milioni di
dollari. Poiché il vero collo di bottiglia è la velocità di comunicazione tra le
GPU, l'ingegneria dei sistemi sfrutta trucchi vitali come il calcolo a
precisione mista (eseguendo i calcoli a 16-bit) per ridurre l'impatto sulla
memoria e accelerare drasticamente il processo.
Vai alla lezione
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UNSLOTH STUDIO: UN TEST
Ho provato Unsloth Studio direttamente in Google Colab, e l’esperienza è
sorprendentemente semplice. In pochi passaggi si avvia un ambiente completo:
backend, interfaccia grafica e pipeline di training già pronte.
Una volta aperto lo Studio, si sceglie un modello (nel mio caso Qwen 3.5 2B), un
dataset e il metodo di training. Ho utilizzato QLoRA (4-bit), che permette di
addestrare modelli relativamente grandi anche su GPU limitate come quelle
gratuite di Colab.
Per il test ho selezionato il dataset "LaTeX_OCR" e avviato il training
direttamente dall’interfaccia. Il sistema gestisce tutto: preprocessing,
ottimizzazione, monitoraggio della GPU, loss e avanzamento degli step. In pochi
minuti il modello era pronto.
Unsloth Studio: un test
Dopo il fine-tuning ho usato il modello per risolvere un integrale. Il risultato
è stato corretto, ma la cosa interessante è capire perché: il training non ha
insegnato al modello "nuova matematica", ma lo ha specializzato nel formato
LaTeX. In pratica, il modello ha mantenuto le capacità di reasoning già
presenti, ma ha prodotto output più puliti, strutturati e coerenti con lo stile
matematico.
Questo chiarisce bene cosa permette di fare questo tipo di approccio: non si
tratta solo di "insegnare qualcosa di nuovo", ma di adattare modelli già molto
capaci a contesti specifici, migliorando formato, tono, dominio o comportamento.
Vai al progetto
Unsloth Studio abbassa la complessità tecnica del fine-tuning e rende
accessibili scenari che prima richiedevano infrastrutture e competenze avanzate.
Si può immaginare facilmente:
* modelli specializzati per documenti tecnici;
* assistenti aziendali addestrati su dati interni;
* generatori di codice o contenuti con stile controllato;
* sistemi che producono output strutturati (JSON, LaTeX, SQL) in modo
affidabile.
> Il passaggio chiave è che il fine-tuning diventa iterabile e veloce: si prova,
> si adatta, si rilancia. Non più un processo pesante, ma uno strumento di
> sviluppo.
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VEO 3.1 LITE
Google ha introdotto Veo 3.1 Lite, un modello AI per la generazione video
pensato per scalabilità e costi ridotti.
> Prezzi: 0,05 $ / s (720p) e 0,08 $ / s (1080p)
Consente di creare video con audio partendo da testo o immagini, offrendo anche
funzionalità di editing e controllo cinematografico. È progettato per
sviluppatori e aziende che devono produrre grandi volumi di contenuti video in
modo automatizzato.
Veo 3.1 Lite
Il modello fa parte della Gemini API e si integra facilmente in applicazioni e
workflow esistenti, rendendo la generazione video programmabile e scalabile.
Vai alla documentazione
> Rispetto alla versione completa di Veo 3.1, questa variante punta su velocità
> ed efficienza economica, sacrificando alcune capacità avanzate come il
> supporto al 4K e funzionalità più estese.
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GEMMA 4 DI GOOGLE
Gemma 4 è la nuova famiglia di modelli open di Google costruita a partire dalla
ricerca e dalla tecnologia di Gemini 3.
Ho provato il 31B su diversi task (nel video alcuni esempi), anche con prompt
estesi, con diverse istruzioni da rispettare.
> Risultato: veloce e preciso. Se questa è la nuova generazione di modelli open,
> l'uso in produzione, magari su architetture agentiche, diventa molto concreto.
Gemma 4 di Google: test
Google introduce più varianti pensate per scenari diversi: modelli leggeri (2B e
4B) per edge e mobile, un modello denso da 31B per carichi più complessi e un
Mixture-of-Experts da 26B che ottimizza prestazioni e throughput mantenendo
efficienza operativa.
Interessante il salto sulla multimodalità (testo, immagini e anche audio/video
nei modelli più piccoli), insieme a finestre di contesto molto ampie (fino a
256k token) che abilitano analisi su documenti lunghi e flussi articolati.
Buono anche il supporto nativo a system prompt e function calling, che
semplifica la costruzione di agenti e workflow strutturati. Sul coding si notano
miglioramenti concreti nei benchmark e nella coerenza delle risposte.
Vai alla documentazione
Dal punto di vista infrastrutturale, resta centrale il trade-off tra dimensione,
precisione e costi: la quantizzazione permette di abbattere i requisiti
hardware, rendendo realistico l’utilizzo anche in contesti locali o ibridi.
> Nel complesso, un passo avanti solido per l’ecosistema open.
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GEMINI AGENT
> Gemini Agent rappresenta un passo oltre il classico assistente AI: non si
> limita a rispondere, ma pianifica ed esegue attività complesse in autonomia.
È basato su Gemini 3.1 Pro, e combina navigazione web in tempo reale, capacità
di ricerca avanzata e integrazione con strumenti come Gmail, Calendar e Drive.
Può gestire email, organizzare impegni, confrontare opzioni online e supportare
prenotazioni o acquisti, seguendo un flusso strutturato dall’inizio alla fine.
Gemini Agent: un esempio
L’utente resta sempre al centro: ogni azione critica richiede conferma e il
controllo può essere ripreso in qualsiasi momento. È una tecnologia ancora
sperimentale, ma chiarisce la direzione: passare da strumenti che assistono a
sistemi che operano. Da interfaccia conversazionale a infrastruttura operativa
del lavoro quotidiano.
Vai al post
> La funzionalità, per ora, è disponibile per utenti Google AI Ultra negli USA.
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SKILLS IN CHROME
> Google introduce le Skills in Chrome: prompt AI che diventano strumenti
> riutilizzabili con un solo clic.
Invece di riscrivere ogni volta le stesse richieste, è possibile salvarle e
applicarle direttamente alle pagine che si stanno visitando, anche su più schede
contemporaneamente. Dalla comparazione di prodotti all’analisi di documenti
lunghi, fino al calcolo nutrizionale di una ricetta, ogni attività può
trasformarsi in un workflow replicabile.
Skills in Chrome
Le Skills possono essere create, modificate e adattate nel tempo, oppure scelte
da una libreria già pronta. Tutto è integrato in Gemini dentro a Chrome, con
controlli di sicurezza che richiedono conferma per azioni sensibili.
Vai al post
> Un passo verso un uso dell’AI più operativo, meno conversazionale e sempre più
> integrato nella navigazione quotidiana.
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VISUALIZZAZIONI INTERATTIVE IN GEMINI
Google introduce le visualizzazioni interattive in Gemini.
Visualizzazioni interattive in Gemini
L'applicazione non mostra più solo diagrammi statici per spiegare concetti
complessi, ma genera simulazioni funzionali.
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CAMERAMAN V1: LORA PER LTX 2.3
Cameraman v1 è un LoRA molto interessante per LTX 2.3 che dimostra come sia
possibile trasferire il movimento di camera da un video di riferimento a una
scena completamente nuova generata da prompt.
Il punto non è copiare il contenuto del video sorgente, ma ereditarne la regia:
pan, tilt, zoom, orbit e altri movimenti possono diventare una guida per la
generazione, mentre il soggetto e l’ambientazione vengono definiti dal prompt.
Cameraman v1: LoRA per LTX 2.3
In pratica, si può prendere la dinamica di una ripresa esistente e applicarla a
un output diverso, mantenendo la "grammatica visiva" della camera ma cambiando
del tutto la scena.
Un esempio utile per capire il concetto: si può usare un reference video con uno
slow zoom-in e generare, da prompt, una scena nuova che conserva quel linguaggio
cinematografico senza replicare il contenuto originale.
Vai al progetto
> È un esperimento che mostra bene quanto stia diventando concreto il controllo
> della regia nei modelli video generativi, non solo sul piano estetico ma anche
> su quello del motion design.
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POLITICA INDUSTRIALE PER L’ERA DELL’INTELLIGENZA
OpenAI ha pubblicato un documento sulla "politica industriale per l’era
dell’intelligenza" che, più che una semplice analisi, è un tentativo di
orientare il futuro dell’IA.
> L’idea di fondo è che l’intelligenza artificiale trasformerà radicalmente
> economia, lavoro e società.
Non è presentata come un’ipotesi lontana, ma come qualcosa già in corso. Proprio
per questo, il punto non è fermarla, ma decidere come governarla.
OpenAI: Politica industriale per l’era dell’intelligenza
Il messaggio principale è che il mercato da solo non sarà sufficiente. Senza
interventi, i benefici rischiano di concentrarsi in poche aziende e in poche
persone, mentre i costi (lavoro, instabilità, rischi sistemici) si
distribuirebbero sul resto della società. Da qui la necessità di una nuova
politica industriale: più ambiziosa, più veloce, più coordinata.
Il documento propone una direzione chiara: mantenere un’economia di mercato, ma
con un ruolo attivo dello Stato. Accesso diffuso all’IA, redistribuzione dei
benefici economici, nuove forme di protezione sociale, investimenti in
infrastrutture e formazione.
Vai al documento
Allo stesso tempo, introduce il tema della sicurezza: sistemi di controllo,
audit, governance e cooperazione internazionale per gestire rischi sempre più
complessi.
C’è anche un messaggio implicito. OpenAI si posiziona come attore responsabile,
consapevole dei rischi e disposto a contribuire alla costruzione delle regole.
Ma nel farlo, cerca anche di influenzare il quadro in cui queste regole
nasceranno: favorevole all’innovazione, aperto, ma non eccessivamente
restrittivo.
> In sostanza, il documento non è solo una riflessione sull’IA. È un tentativo
> di anticipare il cambiamento, legittimare il proprio ruolo e orientare il
> dibattito politico globale prima che le decisioni vengano prese altrove.
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AI AGENT TRAPS DI GOOGLE DEEPMIND
Il paper "AI Agent Traps" del team di Google DeepMind introduce una nuova
categoria di rischi per gli agenti AI autonomi: non è il modello a essere
attaccato, ma l’ambiente informativo in cui opera.
Man mano che gli agenti navigano il web, prendono decisioni e agiscono in
autonomia, diventano vulnerabili a contenuti progettati per manipolarli.
AI Agent Traps di Google DeepMind
Queste "trappole" sfruttano il modo in cui gli agenti percepiscono, ragionano,
apprendono e agiscono.
Il lavoro propone una classificazione in sei categorie principali:
* Content Injection: istruzioni nascoste nel codice o nei media, invisibili
agli umani ma leggibili dagli agenti;
* Semantic Manipulation: bias e framing che alterano il ragionamento senza
comandi espliciti;
* Cognitive State: avvelenamento della memoria e delle basi di conoscenza;
* Behavioral Control: jailbreak e manipolazioni che inducono azioni non
autorizzate;
* Systemic Traps: effetti emergenti in sistemi multi-agente (congestione,
collusione, cascata);
* Human-in-the-loop: attacchi che sfruttano l’agente per influenzare il
decisore umano.
Il punto chiave è che queste tecniche combinano elementi già noti (adversarial
ML, web security, prompt injection), ma li applicano a un nuovo contesto: agenti
autonomi che operano su larga scala.
Vai al paper
> Questo sposta il focus della sicurezza: non basta proteggere il modello, serve
> progettare agenti robusti in ambienti informativi potenzialmente ostili.
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IL LEAK DI CLAUDE CODE
L’intero web sta parlando di un leak che ha coinvolto Claude Code, il tool da
terminale sviluppato da Anthropic.
Vediamo i dettagli in modo semplice e alcune considerazioni.
Recentemente è stato scoperto che la versione npm 2.1.88 conteneva per errore un
file .map da circa 57–60 MB. Questo file, usato per il debug, permetteva di
ricostruire e scaricare l’intero codice sorgente dell’applicazione: circa 1.900
file e oltre 512.000 righe di codice.
Il leak di Claude Code
Il contenuto è rimasto pubblico per alcune ore ed è stato rapidamente copiato su
GitHub.
> Anthropic ha confermato che si è trattato di un errore umano nella pipeline di
> release, non di una violazione dei sistemi, e che non sono stati esposti dati
> utenti o credenziali.
Il punto chiave: non è stato leakato il modello AI, ma il client applicativo.
Quello che emerge dai file è molto interessante.
Claude Code non è un semplice wrapper, ma un'applicazione complessa da
terminale, con UI React Ink, un sistema di circa 40 tool e supporto a più agenti
che lavorano in parallelo. In pratica, una vera piattaforma di orchestrazione
per agenti AI.
Il leak ha esposto la logica interna del sistema: API, tool, permessi e
orchestrazione. Questo rende molto più facile analizzare il funzionamento e
individuare eventuali punti deboli.
Dal punto di vista sicurezza, non c’è un impatto diretto sui dati, ma aumenta il
rischio di attacchi mirati, ad esempio repository costruiti per aggirare i
controlli o sfruttare il comportamento del sistema.
C’è anche un impatto competitivo: avere accesso a questa architettura significa
poter studiare da vicino come costruire agenti AI avanzati, riducendo tempi e
costi di sviluppo.
> In sintesi: nessun segreto dei modelli è stato esposto, ma è stata aperta una
> finestra molto concreta su come funzionano oggi gli AI agent di Anthropic in
> produzione.
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NUOVI MODELLI DI MICROSOFT
Microsoft ha annunciato tre nuovi modelli MAI disponibili su Foundry, progettati
per essere più veloci, efficienti e competitivi nei costi.
MAI-Transcribe-1 è dedicato alla trascrizione audio, MAI-Voice-1 alla
generazione vocale e MAI-Image-2 alla creazione di immagini.
I modelli sono già accessibili agli sviluppatori e integrabili nelle
applicazioni tramite Microsoft Foundry, con possibilità di test nel MAI
Playground.
Nuovi modelli di Microsoft
L’approccio dichiarato è quello di un’AI "umanistica", ottimizzata per la
comunicazione reale e l’uso pratico, non solo per le performance nei benchmark.
I modelli sono stati sviluppati con controlli di sicurezza avanzati, includendo
test rigorosi, red teaming e strumenti di governance per ambienti enterprise.
Vai al post
Sul piano tecnico, MAI-Transcribe-1 mostra prestazioni di alto livello nei
benchmark linguistici, superando diversi modelli concorrenti in più lingue,
mentre l’intera suite punta a combinare qualità elevata e costi più accessibili.
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NEURAL COMPUTERS
Un nuovo paradigma computazionale sta emergendo: i Neural Computer.
Il paper, firmato da ricercatori di Meta AI e KAUST, propone un’idea radicale:
un sistema neurale che unifica calcolo, memoria e I/O in un unico stato latente,
rendendo il modello stesso il "computer" in esecuzione.
Non più software che gira su hardware separato, né agenti che operano su
ambienti esterni. Qui è il modello che diventa l’ambiente, il runtime e il
processo computazionale.
Neural Computers
I prototipi attuali implementano questa visione tramite modelli video che
simulano interfacce: terminali (CLI) e desktop grafici (GUI).
Questi sistemi riescono già a mantenere coerenza tra input e output, riprodurre
dinamiche di interfaccia realistiche ed eseguire sequenze di azioni a breve
termine.
Ma mostrano limiti evidenti: scarsa capacità simbolica (es. matematica),
debolezza nel ragionamento a lungo termine, difficoltà nel riutilizzo stabile
delle capacità.
Un risultato interessante: migliorando il prompting, le prestazioni aumentano
drasticamente, suggerendo che questi modelli oggi sono più "esecutori
condizionabili" che veri computer autonomi.
Vai al paper
L’obiettivo finale è il Completely Neural Computer (CNC): un sistema pienamente
neurale, programmabile, stabile e capace di riuso delle competenze,
potenzialmente oltre i paradigmi attuali di software, agenti e world models.
> Se realizzati, i CNC potrebbero rappresentare una nuova forma di computing,
> dove il concetto stesso di programma viene sostituito da uno stato appreso e
> dinamico.
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I PROGRESSI DELLA PHYSICAL AI
> Google DeepMind fa un passo in avanti nello sviluppo di modelli dedicati alla
> robotica.
Con Gemini Robotics-ER 1.6, l’attenzione si sposta sul concetto di "embodied
reasoning": la capacità di un sistema di comprendere il mondo fisico e agire in
modo coerente, non solo eseguire istruzioni.
Il modello migliora in modo significativo il ragionamento spaziale e la
comprensione multi-vista, permettendo ai robot di identificare oggetti,
contarli, valutarne le relazioni e pianificare azioni con maggiore precisione.
Il “pointing” diventa uno strumento chiave per ragionare su ciò che il robot
osserva e per guidare decisioni operative.
Gemini Robotics-ER 1.6: embodied reasoning
Un aspetto centrale è il "success detection": la capacità di capire quando un
compito è stato completato correttamente. Integrando più flussi video (ad
esempio da diverse telecamere), il sistema riesce a interpretare scenari
complessi e dinamici, migliorando autonomia e affidabilità.
Tra le novità più rilevanti emerge la lettura di strumenti industriali:
manometri, indicatori di livello e display digitali possono essere interpretati
direttamente dal robot grazie a una combinazione di visione, ragionamento e
calcolo. Interessante per applicazioni reali in ambienti industriali e di
ispezione.
Il modello introduce anche una visione più "agentica" (già presente su Gemini
Flash), in cui il sistema utilizza strumenti, esegue passaggi intermedi e
costruisce un processo decisionale articolato per arrivare al risultato.
Infine, viene rafforzata la componente di sicurezza: maggiore capacità di
riconoscere rischi, rispettare vincoli fisici e prendere decisioni più prudenti
durante l’interazione con l’ambiente.
Vai al post
> Un’evoluzione che avvicina i sistemi robotici a una comprensione più profonda
> e operativa del mondo reale.
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ASCOLTA L'AUDIO OVERVIEW CHE SINTETIZZA LE NOVITÀ
Il podcast è stato generato attraverso NotebookLM.
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RIVOLUZIONE ARTIFICIALE
Nella puntata del 22 marzo di Presa Diretta (Rai 3) dal titolo "Rivoluzione
Artificiale" si è parlato di AI: la "più grande trasformazione tecnologica del
nostro tempo".
Rivoluzione Artificiale - Presa Diretta (Rai 3)
Il video della puntata completa su Rai Play:
PresaDiretta 2025/26 - Rivoluzione artificiale - 22/03/2026 - Video - RaiPlay
Un viaggio nella più grande trasformazione tecnologica del nostro tempo, tra la
Cina e l’Italia. PresaDiretta racconta l’ambizione di Pechino con il piano
governativo “AI Plus” da 200 miliardi di dollari: dai laboratori di robotica
umanoidi alle scuole dove dodicenni programmano rover spaziali. Il reportage
indaga però anche i costi nascosti dell’IA: l’avanzata dei datacenter che
consumano suolo, acqua ed energia nel Parco Agricolo Sud di Milano e lo
sfruttamento dei “lavoratori dell’ombra” che addestrano gli algoritmi destinati
a sostituirli. Focus infine sull’IA Agentica e l’automazione nei call center de
L’Aquila, un’evoluzione che rischia di colpire duramente l’occupazione femminile
e chi svolge mansioni ripetitive, aprendo interrogativi urgenti sul futuro del
lavoro.
> "..nell'equazione che stiamo disegnando manca una variabile importante: le
> istituzioni".
La velocità del cambiamento non aspetta i tempi lenti della politica e della
cultura. Rimandare significa esporsi a shock sociali sempre più violenti.
> La vera incognita, infatti, non è la tecnologia, ma come la società sarà in
> grado di gestire l'urto di un impatto a lungo termine ancora (probabilmente)
> sottostimato.
Vai all'intervento completo (AI Festival)
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COSA SIGNIFICA "BLACK BOX" IN AMBITO AI?
> C'è ancora confusione su cosa significhi davvero "black box" nell'AI.
"Black box" non significa che non si comprende il funzionamento. Questo è ben
documentato: leggere i paper tecnici rilasciati insieme a molti modelli aiuta a
capirlo.
"Black box" significa un'altra cosa: le reti neurali alla base dei modelli
moderni sono così vaste e complesse che non è possibile ricostruire in modo
comprensibile come si forma una “decisione” al loro interno.
Cosa significa "black box" in ambito AI?
Non è solo una questione di "perché questo output?", ma di "come si è costruito,
passo dopo passo, attraverso milioni di trasformazioni".
Un esempio semplice:
> una rete neurale può stabilire, in base a dei dati in input, se una
> transazione è fraudolenta (e con altissima probabilità la decisione è
> corretta). Ma non possiamo interpretare, in modo comprensibile per un umano,
> come tutte le informazioni vengano trasformate e combinate nei vari livelli
> della rete fino a quella decisione.
Ecco perché si sta lavorando a processi che mirano alla "spiegabilità" (XAI) dei
modelli, che in alcuni settori sono fondamentali.
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SONO PASSATI 10 ANNI DALLA FAMOSA "MOSSA 37"
Nel 2016 AlphaGo di DeepMind sconfisse il campione mondiale Lee Sae Dol nel
gioco del Go, uno dei giochi più complessi mai creati. Durante la seconda
partita arrivò quella che sarebbe diventata una delle mosse più famose nella
storia dell'AI: la mossa 37.
All'inizio i commentatori pensarono fosse un errore. In realtà era una scelta
incredibilmente creativa, qualcosa che nessun giocatore umano aveva mai
considerato seriamente. Cento mosse dopo, quella pietra era esattamente nel
punto giusto per vincere la partita.
Con la "mossa 37" AlphaGo sconfisse Lee Sae Dol: il campione mondiale di Go
Quell'evento segnò l'inizio della moderna era dell'AI. AlphaGo combinava reti
neurali profonde, ricerca nello spazio delle possibili mosse e reinforcement
learning: prima imparava osservando partite umane, poi migliorava giocando
centinaia di migliaia di partite contro sé stesso.
Da lì sono nati sistemi sempre più generali. AlphaGo Zero ha imparato a giocare
partendo solo dalle regole del gioco. AlphaZero ha esteso lo stesso approccio a
scacchi e shogi, raggiungendo livelli sovrumani in poche ore di
auto-apprendimento.
> Quelle stesse idee oggi vengono
> applicate ben oltre i giochi.
AlphaFold ha risolto il problema del folding delle proteine, predicendo la
struttura di oltre 200 milioni di proteine e diventando uno strumento usato da
milioni di ricercatori nel mondo. Sistemi come AlphaProof e AlphaGeometry stanno
affrontando problemi matematici avanzati. AlphaEvolve esplora lo spazio del
codice per scoprire nuovi algoritmi.
Vai al post
Le tecniche di pianificazione, ricerca e apprendimento viste per la prima volta
con AlphaGo stanno convergendo con modelli multimodali come Gemini, capaci di
lavorare con testo, immagini, audio, video e codice.
> Dieci anni dopo, quella mossa su una scacchiera 19×19 è diventata uno dei
> primi segnali concreti di come l'intelligenza artificiale possa contribuire
> alla scoperta scientifica.
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GIGATIME DI MICROSOFT
Microsoft Research ha presentato GigaTIME, un modello di AI multimodale
progettato per studiare il microambiente tumorale su scala che finora era
semplicemente irraggiungibile.
> Sono questi gli ambiti in cui vorrei vedere esprimersi la massima
> competitività tra i colossi tecnologici.
> Perché l'obiettivo, in fondo, è comune.
GigaTIME di Microsoft
Per capire come un tumore interagisce con il sistema immunitario servono
tecniche molto avanzate, come la multiplex immunofluorescence (mIF), che
permettono di osservare contemporaneamente molte proteine e la loro posizione
nello spazio all'interno del tessuto. Sono strumenti fondamentali per capire se
un tumore risponderà o meno a immunoterapie, ma hanno un limite importante: sono
costosi, complessi e difficili da applicare su grandi quantità di campioni.
QUI ENTRA IN GIOCO L'AI
GigaTIME è stato addestrato su 40 milioni di cellule per imparare a tradurre le
comuni immagini patologiche H&E, economiche e diffuse nella pratica clinica, in
immagini virtuali mIF con informazioni proteiche ad alta risoluzione.
In questo modo i ricercatori possono trasformare enormi archivi di immagini
patologiche già esistenti in una nuova fonte di dati biologici.
Applicando il modello a oltre 14k pazienti provenienti da 51 ospedali e più di
1k cliniche, è stata generata una popolazione virtuale di circa 300k immagini
mIF, distribuite su 24 tipi di tumore e 306 sottotipi.
L'analisi di questa popolazione ha rivelato oltre 1.200 associazioni
statisticamente significative tra stati cellulari immunitari, biomarcatori
tumorali, stadio della malattia e sopravvivenza dei pazienti. Molte confermano
conoscenze già note, altre suggeriscono nuove relazioni biologiche ancora poco
esplorate.
Il punto più interessante è forse questo: trasformando dati relativamente
semplici in segnali biologici complessi, l'AI permette di studiare il
microambiente tumorale su scala di popolazione, qualcosa che fino a poco tempo
fa era praticamente impossibile.
Vai al post
> Un passo concreto verso un'idea che fino a pochi anni fa sembrava
> fantascienza: costruire "pazienti virtuali", gemelli digitali capaci di
> aiutare a comprendere la progressione della malattia e a migliorare la
> medicina di precisione.
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AI E CREATIVITÀ
> Quando si parla di AI e creatività, la cultura aziendale conta più della
> tecnologia.
Gli strumenti di AI generativa stanno entrando nei flussi di lavoro quotidiani:
aiutano a fare brainstorming, esplorare alternative, sintetizzare informazioni e
accelerare i progetti.
Molte organizzazioni si aspettano che questo porti automaticamente più
creatività. La realtà è più complessa.
AI e creatività: un post di Harvard Business Review
* Le ricerche mostrano che l'AI aumenta la creatività soprattutto per chi ha
meno esperienza o meno fiducia nelle proprie capacità creative. In questi
casi funziona come un acceleratore di idee, riducendo il blocco creativo e
offrendo nuovi spunti da cui partire.
* Per i profili più esperti o già molto creativi, invece, il beneficio può
essere minore. Se usata passivamente, l'AI rischia di uniformare le idee o di
diventare una scorciatoia che riduce l'esplorazione autonoma.
* La differenza la fa il contesto organizzativo.
* Nelle aziende dove l'AI viene presentata come uno strumento di esplorazione e
confronto, tende ad amplificare il pensiero creativo. Dove viene introdotta
solo per aumentare efficienza e velocità, il suo impatto sulla creatività
rimane limitato.
Vai al post
> La tecnologia può generare idee. La cultura decide se quelle idee possono
> davvero evolvere.
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SHOPIFY: UN LAYER TRA L'E-COMMERCE E GLI AGENTI AI
> Shopify ha annunciato una mossa chiara: si propone come layer tra l'e-commerce
> e gli agenti AI.
In pratica, con Agentic Storefronts i merchant Shopify possono distribuire
prodotti e vendite su canali come ChatGPT, Copilot, AI Mode in Google Search e
Gemini.
E con Agentic plan anche i brand che non usano Shopify come piattaforma
e-commerce possono usare Shopify come layer di catalogo e commercio per questi
canali.
Non stiamo parlando solo di visibilità nei risultati AI, ma di un modello in cui
l'AI può diventare un vero canale di vendita.
Shopify: un layer tra l'e-commerce e gli agenti AI
Però non si tratta di un rollout uniforme per tutti i merchant, tutti i prodotti
e tutti i paesi.
QUALI SONO GLI SCENARI PER GLI E-COMMERCE ITALIANI?
Con Shopify
* Mercato italiano: oggi si può lavorare su discoverability e preparazione del
catalogo, ma non sul vero canale transazionale.
* Mercato europeo: scenario simile. La presenza commerciale in Europa non
basta, da sola, per attivare i canali agentic Shopify in modo pieno.
* Mercato USA: se un merchant italiano vende anche a clienti USA e i prodotti
sono idonei, può puntare in particolare a ChatGPT. Per Google/Gemini/Copilot,
invece, Shopify oggi richiede condizioni più strette e un'impostazione
fortemente US-based.
Senza Shopify
* Mercato italiano: niente vero canale agentic Shopify, ma resta la
discoverability su Google e sul web aperto.
* Mercato europeo: stessa logica dell'Italia; si può lavorare su feed, dati
prodotto, SEO e merchant data, ma non si entra automaticamente nel commercio
agentic di Shopify.
* Mercato USA: con Agentic plan, Shopify può diventare il layer che collega
catalogo, prodotti e canali AI. Anche qui, però, l'accesso reale dipende da
shipping, idoneità prodotto e requisiti specifici del canale.
Vai al post
> La sintesi è semplice: per un e-commerce italiano, oggi l'agentic commerce è
> soprattutto una partita di preparazione e discoverability; diventa una partita
> di vendita quando entra in gioco il mercato USA.
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UN TEST DI WEBMCP SU UN E-COMMERCE
Quello che si vede nel video è l'agente che interagisce direttamente con il
protocollo per eseguire la richiesta che ho fatto attraverso un prompt.
Un test di WebMCP su un e-commerce
Google continua a spingere sul progetto, pubblicando diverse demo di
implementazione di WebMCP che si possono testare su pagine reali.
Vai alla repository
Come si può provare il sistema?
* Abilitare "WebMCP for testing" nelle impostazioni di Chrome.
* Installare l'estensione "WebMCP - Model Context Tool Inspector", che simula
l'agente AI nel sito web.
Vai all'estensione
* L'estensione mostra le capability della pagina esposte via WebMCP.
* Con un prompt in linguaggio naturale si possono dare le istruzioni
all'agente.
> Di certo, questa modalità rende solida l'interazione degli agenti AI con le
> pagine web, perché le operazioni avvengono via API e non attraverso la visione
> artificiale.
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VEO 3.1 AVATAR: ESEMPI DI UTILIZZO
Su Google Vids è arrivata la nuova funzionalità di generazione di avatar
realistici. L'ho provata, e credo che i video che ho ottenuto si commentino da
soli.
In questo test, ho creato due scene, e in ognuna ho usato un avatar tra quelli a
disposizione.
* Ho fornito il testo in input, quindi gli avatar stanno pronunciando
esattamente il mio contenuto con lip sync.
* Le slide sono generate con Nano Banana 2 Pro in base al contenuto pronunciato
dell'avatar, e montate all'interno dell'editor.
* Le scene sono separate da due frame con un titolo.
Gli avatar realistici di Google Vids creati con Veo 3.1
Con Vids, Google sta riuscendo a rendere semplice l'editing video, almeno per
gli aspetti di base.
> È la facilità di Google Slides portata in un editor video.
E con l'aggiunta di Nano Banana 2, Veo 3.1 e gli Avatar realistici diventa una
risorsa incredibilmente potente.
In questo secondo esempio, ho provato a creare una semplice guida in italiano
attraverso un personaggio illustrato. Le slide sono sempre generate con Nano
Banana 2, partendo dalle schermate del sito web.
Veo 3.1 Avatar: un esempio di utilizzo
> Tempo effettivo: 15 minuti. Ma, una volta creato il template, si possono
> aggiungere nuove scene in pochissimo tempo.
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I PROGRESSI DI LTX 2.3
> Fino a poco tempo fa, 30k dollari erano il minimo per un video musicale:
> decine di persone coinvolte, giorni di riprese e settimane di post-produzione.
Questo è stato realizzato da Alex Patrascu in 8 ore, a casa, con LTX 2.3 (open
source) su hardware consumer.
Video musicale realizzato con LTX 2.3 su hardware consumer
Nella produzione tradizionale, tra musica, pre-produzione, riprese e post, si
arriva facilmente a una forbice compresa tra i 18k e oltre 50k dollari, con
troupe complete, attrezzature cinematografiche e workflow complessi.
In questo caso, tutto è stato realizzato in locale: niente studio, niente cloud,
niente intermediari. Solo software open-source, una macchina personale e tempo.
> Non è un confronto perfetto: l'AI richiede competenze, tempo e non offre la
> stessa flessibilità di una produzione reale. Ma rende possibile creare
> contenuti visivi complessi senza budget elevati né strutture dedicate.
Vai al post del creator
La qualità non è identica a una produzione tradizionale, ma è abbastanza vicina
per contenuti social, mood reel e materiali di presentazione.
> La soglia dell'"abbastanza buono" si sta spostando rapidamente, con un impatto
> diretto sulla fascia intermedia della produzione creativa.
UN ASSAGGIO DI LTX DUBBING
La funzionalità è disponibile su LTX Studio per gli utenti Enterprise, e
permette il doppiaggio con lip sync in 175 lingue.
> La qualità che sta mettendo in campo LTX è impressionante, e LTX 2.3 è
> probabilmente il modello open source di generazione video più potente a
> disposizione.
LE NOVITÀ TECNICHE DI LTX 2.3
Dal punto di vista tecnico, uno dei cambiamenti principali riguarda la
ricostruzione del latent space e dell'architettura VAE, addestrata con dati di
qualità più alta. In pratica questo significa che il modello riesce a mantenere
texture e dettagli più nitidi: capelli, bordi e piccoli elementi risultano più
definiti anche a risoluzioni più basse, riducendo la necessità di correzioni in
post-produzione.
È stata migliorata anche la componente che collega il testo al modello
generativo, chiamata text connector. Aumentandone la capacità e ottimizzandone
l'architettura, il sistema interpreta meglio prompt complessi, con più soggetti
o istruzioni stilistiche specifiche. In altre parole, è meno necessario
semplificare le richieste per ottenere risultati coerenti.
Un'altra area critica era l'image-to-video. In molte generazioni il video
tendeva a restare quasi fermo o a produrre movimenti minimi simili a uno zoom
lento. Con LTX-2.3 il training è stato rivisto per generare movimenti più
naturali e continui, riducendo freeze, tagli improvvisi e incoerenze rispetto al
frame iniziale.
Anche l'audio è stato migliorato grazie a un dataset filtrato da rumori e
silenzi inutili e a un nuovo vocoder, che riduce artefatti e suoni casuali nelle
generazioni video.
Vai al post
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GENERAZIONE DI VIDEO IN REAL-TIME
Runway annuncia un importante passo avanti nella generazione video in tempo
reale.
Come anteprima di ricerca sviluppata insieme a NVIDIA, hanno addestrato un nuovo
modello video che gira su Vera Rubin (un supercomputer).
> I video in HD vengono generati istantaneamente, con un tempo di
> visualizzazione del primo frame inferiore ai 100 ms.
Generazione di video in real-time: Runway e NVIDIA
Un risultato che apre un paradigma creativo completamente nuovo e rafforza le
basi del General World Model, GWM-1 Runway.
> La generazione in tempo reale introduce uno spazio di progettazione
> radicalmente diverso per i modelli video e la "simulazione del mondo".
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AUTOGAZE: IL MIGLIORAMENTO DELLA COMPRENSIONE DEI VIDEO
AutoGaze, sviluppato da NVIDIA insieme a UC Berkeley, MIT e Clarifai, introduce
un approccio più efficiente alla comprensione video ispirato al comportamento
umano.
Invece di analizzare ogni pixel, il modello seleziona solo le regioni realmente
informative, riducendo drasticamente la ridondanza.
> Nel video che segue è possibile comprendere l'enorme potenziale di queste
> evoluzioni: mostra come il sistema riesca a ricostruire un video considerando
> solo una minima percentuale di informazioni.
AutoGaze: il miglioramento della comprensione dei video
Questo modulo leggero, infatti, è basato su un processo autoregressivo, e
sceglie un insieme minimo di patch in grado di ricostruire il contenuto visivo
mantenendo alta qualità. Il risultato è una riduzione dei token fino a 100× e
un'accelerazione significativa dei modelli Vision Transformer e multimodali.
L'efficienza ottenuta consente di scalare l'analisi di video lunghi e ad alta
risoluzione (fino a 1000 frame in 4K), superando i limiti computazionali che
finora ne impedivano l'adozione su larga scala.
Vai al progetto
> Il sistema dimostra anche miglioramenti concreti nei benchmark, incluso HLVid,
> un nuovo dataset per video lunghi e ad alta definizione, evidenziando come la
> selezione intelligente dell'informazione possa essere più efficace del
> processamento completo.
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GPT 5.4 DI OPENAI
GPT-5.4 è stato rilasciato come nuovo modello di frontiera progettato per il
lavoro professionale. È disponibile in ChatGPT (modalità Thinking), API e Codex,
con una versione GPT-5.4 Pro pensata per attività particolarmente complesse.
> I miei primi test su diversi task? Convincente. Codex è impressionante.
Il modello integra i progressi recenti in ragionamento, coding e workflow
agentici in un'unica architettura. L'obiettivo è migliorare la capacità dell'AI
di completare attività reali, come documenti, presentazioni, fogli di calcolo e
analisi, con meno iterazioni e maggiore precisione.
GPT 5.4 di OpenAI: le performance
Nei benchmark dedicati al lavoro professionale (GDPval), GPT-5.4 raggiunge l'83%
di performance rispetto al 70.9% della generazione precedente.
Nei task di modellazione su spreadsheet ottiene un punteggio medio dell'87.3%, e
le presentazioni generate vengono preferite nel 68% dei casi rispetto a quelle
di GPT-5.2. Il modello riduce anche gli errori fattuali: le affermazioni false
risultano il 33% meno frequenti e le risposte complessivamente errate
diminuiscono del 18%.
Una delle novità principali è l'introduzione di capacità native di "computer
use". GPT-5.4 può interagire con software e siti web attraverso screenshot,
mouse e tastiera, automatizzando workflow complessi tra diverse applicazioni.
Nei benchmark di navigazione desktop (OSWorld-Verified) raggiunge un tasso di
successo del 75%, superando anche la performance umana riportata nel test.
Sono stati migliorati anche la visione artificiale e la comprensione di
documenti e immagini ad alta risoluzione. Il modello supporta input visivi fino
a oltre 10 megapixel, aumentando precisione nella localizzazione degli elementi
e nell'interazione con le interfacce.
Sul fronte sviluppo software, GPT-5.4 combina le capacità di GPT-5.3-Codex con
nuove funzioni per iterazione, debugging e test automatici. È stato introdotto
anche un sistema di "tool search" che permette agli agenti di scegliere
strumenti esterni in modo più efficiente quando operano in ecosistemi con molte
integrazioni.
Vai al post
> Il modello supporta contesti fino a 1 milione di token e utilizza meno token
> per il ragionamento rispetto alle versioni precedenti, con miglioramenti in
> velocità e costi di esecuzione.
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GEMINI 3.1 FLASH-LITE
Google ha presentato Gemini 3.1 Flash-Lite, il modello più veloce ed economico
della serie Gemini 3, progettato per gestire carichi di lavoro ad alto volume su
larga scala.
> L'ho provato: velocità impressionante e qualità dell'output elevata.
Gemini 3.1 Flash-Lite
È disponibile in preview tramite Gemini API in AI Studio e Vertex AI, e offre
costi competitivi: $0,25 per milione di token in input e $1,50 per milione di
token in output.
Rispetto a Gemini 2.5 Flash è 2,5 volte più rapido nella generazione del primo
token e aumenta del 45% la velocità di output, mantenendo qualità pari o
superiore nei benchmark.
Ha ottenuto un punteggio Elo di 1432 su Arena.ai, con risultati rilevanti anche
su GPQA Diamond (86,9%) e MMMU Pro (76,8%), superando in alcuni casi modelli più
grandi delle generazioni precedenti.
Tra i punti chiave: bassa latenza, efficienza nei costi e "thinking levels"
regolabili, che permettono di bilanciare velocità e profondità di ragionamento.
Vai al post
> È pensato per traduzioni su larga scala, moderazione dei contenuti, analisi di
> immagini, generazione di interfacce e dashboard, simulazioni e gestione di
> istruzioni complesse.
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L'AGGIORNAMENTO DI AI STUDIO DI GOOGLE
Google ha introdotto un importante aggiornamento di AI Studio con una nuova
esperienza di "vibe coding", pensata per trasformare semplici prompt in
applicazioni complete e pronte per la produzione.
L'ho provato, e sono impressionato.
> In 15 minuti mi sono creato 2 tool per operazioni rapide che mi servono
> spesso, sostituendo una serie di applicazioni.
Si tratta di funzionalità molto semplici, ma costruite esattamente sui miei
processi: è questa la potenza.
L'aggiornamento di AI Studio di Google: esempi
Le condivido per chi vuole usarle e magari modificarle.
* PDF Power Tool 2.0: permette di caricare un PDF, scegliere una pagina,
editarla con crop ed elementi grafici, per poi esportare la selezione in
immagine.
Vai all'applicazione
* Video Merger Studio: permette di caricare una serie di video, ordinarli a
piacere, unirli gestendo la transizione, e scaricare il video complessivo.
Vai all'applicazione
Al centro c'è il nuovo agente di sviluppo Antigravity, progettato per
comprendere il contesto dell'intero progetto, la cronologia delle modifiche e la
struttura del codice, permettendo iterazioni più rapide e interventi più precisi
anche su applicazioni complesse.
La piattaforma consente di costruire app reali senza uscire dall'ambiente di
sviluppo: è possibile creare esperienze multiplayer in tempo reale, integrare
database e sistemi di autenticazione tramite Firebase, e collegare servizi
esterni come API, strumenti di pagamento o servizi Google. La gestione delle
credenziali avviene in modo sicuro grazie a un sistema dedicato di storage delle
API Key.
AI Studio supporta i principali framework moderni (React, Angular e Next.js) e
utilizza automaticamente librerie e strumenti del web contemporaneo per
migliorare interfacce e funzionalità, come sistemi di animazione o componenti UI
avanzati.
Il sistema è in grado di riconoscere autonomamente quando un'app necessita di
funzionalità aggiuntive, suggerendo e configurando integrazioni come database o
login. Inoltre, i progetti vengono salvati e sincronizzati, permettendo di
riprendere il lavoro in qualsiasi momento e da qualsiasi dispositivo.
Vai al post
> Questo aggiornamento segna un ulteriore passo verso un modello di sviluppo in
> cui l'AI non si limita ad assistere, ma partecipa attivamente alla costruzione
> di prodotti completi, riducendo drasticamente la distanza tra idea, prototipo
> e applicazione funzionante.
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LE NOVITÀ DELL'API DI GEMINI
Alcune novità interessanti per le API di Gemini che puntano a semplificare
l'implementazione di workflow agentici.
> Anche se OpenAI è più avanti su questo aspetto.
Gemini API tooling updates: context circulation, tool combos and Maps grounding
for Gemini 3
Developers can now combine function calling with built-in tools such as Google
Search in a single Gemini API call to build agentic and complex tool-use
applications.
La novità più rilevante è la possibilità di combinare tool nativi (come Google
Search e Google Maps) e funzioni custom all'interno della stessa richiesta.
Questo significa meno orchestrazione manuale e flussi molto più fluidi, in cui
il modello può passare in autonomia da dati pubblici a logiche backend.
Altro punto chiave: la condivisione del contesto tra tool. Ogni chiamata e
risposta viene mantenuta nel contesto, permettendo al modello di costruire
ragionamenti multi-step più solidi e coerenti.
Arrivano anche gli ID univoci per le tool call, che migliorano il debugging e la
gestione di esecuzioni parallele.
Infine, il grounding con Google Maps viene esteso alla famiglia Gemini 3,
aprendo la porta a use case molto più ricchi basati su contesto geografico e
dati aggiornati sui luoghi.
Vai al post
> Perché dico che OpenAI è più avanti? Perché da Playground posso creare agenti
> che usano la web search, file search, server MCP remoti, funzioni custom..
> Infine, posso esportare il codice per farlo funzionare ovunque via Agents SDK.
Questo non è ancora fattibile su AI Studio, e non riesco a spiegarmi il motivo.
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STITCH DI GOOGLE: UN TEST
Ho provato Stitch di Google: uno strumento dal potenziale enorme per la
progettazione di interfacce visuali.
Nei test ho dato come input l'URL di alcune pagine del mio sito web, e l'ho
fatto riprodurre dal sistema.
I template possono essere modificati via prompt o attraverso l'interfaccia. Il
tutto con live preview, scaricabile in HTML o esportabile in Figma.
Stitch di Google: un test
> Non si parte da wireframe statici, ma da descrizioni, obiettivi e "sensazioni"
> che si vogliono trasmettere.
L'AI genera rapidamente più varianti e permette di iterare in tempo reale,
mantenendo il flusso creativo sempre attivo.
Il canvas è pensato come uno spazio infinito e multimodale: è possibile lavorare
partendo da testo, immagini, codice o URL, costruendo interfacce web e mobile
con un livello di dettaglio già molto vicino al prodotto finale. In questo
senso, Stitch riduce drasticamente la distanza tra idea e prototipo.
Utile anche la possibilità di trasformare subito i layout in prototipi
navigabili, con collegamenti automatici tra schermate e suggerimenti sui flussi
utente.
> In pratica, si passa dall'idea a qualcosa di testabile in pochi minuti,
> iterando anche interi user journey con un singolo intervento.
Interessante la gestione del design system: è possibile estrarre regole da altri
progetti o da URL e riutilizzarle, mantenendo coerenza visiva senza ripartire da
zero. Il formato DESIGN.md rende queste regole trasportabili anche verso altri
strumenti.
Sul fronte più tecnico, Stitch introduce integrazioni tramite MCP (Model Context
Protocol) e SDK: questo permette di collegare il design direttamente ad ambienti
di sviluppo e tool esterni, creando un flusso continuo tra generazione
dell'interfaccia e implementazione. In pratica, non è solo un tool di design, ma
un ponte operativo tra designer, AI e sviluppo.
Vai alla documentazione
Nel complesso, dà l'impressione di essere uno strumento che sposta il focus dal
"disegnare schermate" al "definire esperienze", lasciando all'AI il compito di
esplorare rapidamente lo spazio delle soluzioni.
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LE NOVITÀ DI NOTEBOOKLM
NotebookLM ha rilasciato la possibilità di gestire le infografiche attraverso
stili personalizzati.
Se ne possono scegliere 10 diversi, con un prompt testuale a supporto.
Le infografiche personalizzate di NotebookLM
Sinceramente preferisco l'uso di Gemini App con NotebookLM come fonte, perché
permette di mantenere il contesto della conversazione e di ottimizzare l'output
attraverso interazioni successive.
> Al netto di questo, NotebookLM continua a confermarsi un "coltellino svizzero"
> sempre più interessante.
Il percorso verso i video personalizzati, inoltre, continua.
Per gli utenti Ultra sono già disponibili le Cinematic Video Overviews.
Cinematic Video Overviews - NotebookLM
> A differenza dei modelli standard, sono alimentate da una nuova combinazione
> di modelli più avanzati per creare video personalizzati e immersivi a partire
> dalle fonti.
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GEMINI EMBEDDING 2
> Google ha annunciato Gemini Embedding 2, il primo modello di embedding
> nativamente multimodale basato sull’architettura Gemini.
L'ho provato attraverso uno script python che codifica in embeddings un
contenuto testuale, un audio (mp3), un'immagine e un PDF con contenuti in
diverse lingue. Misura la similarità con l'embedding di una query di ricerca e
genera una dashboard che illustra i risultati.
Gemini Embedding 2: un test
L'implementazione è diventata molto più semplice, e le correlazioni più ampie.
Il modello è progettato per trasformare testo, immagini, video, audio e
documenti nello stesso spazio vettoriale, permettendo di confrontare e
recuperare informazioni tra media diversi con maggiore precisione.
Tra le caratteristiche principali:
* supporto a oltre 100 lingue;
* testo fino a 8192 token;
* fino a 6 immagini per richiesta (png, jpeg);
* video fino a 120 secondi (mp4, mov);
* audio integrato senza necessità di trascrizione;
* PDF fino a 6 pagine.
Supporta anche input multimodali combinati, ad esempio immagine e testo nella
stessa richiesta, permettendo di catturare relazioni semantiche più complesse
tra diversi tipi di contenuto.
Gemini Embedding 2 utilizza Matryoshka Representation Learning, una tecnica che
consente di ridurre dinamicamente la dimensionalità degli embedding (da 3072
fino a dimensioni inferiori) mantenendo un buon livello di qualità, permettendo
di bilanciare performance e costi di storage.
Vai al post
È disponibile in public preview tramite Gemini API e VertexAI ed è integrabile
con diversi strumenti dell’ecosistema AI come LangChain, LlamaIndex, Haystack,
Weaviate, Qdrant e ChromaDB.
Cosa sono gli embeddings?
> Questa evoluzione rende più semplice costruire sistemi basati su semantic
> search, RAG, classificazione e clustering che lavorano su dati multimodali.
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COPILOT COWORK DI MICROSOFT
> Microsoft fa valere la forza dell'ecosistema nell'integrazione dell'AI.
Con Copilot Cowork, la nuova evoluzione di Microsoft 365 Copilot, l'intelligenza
artificiale non si limita più a rispondere o generare contenuti: passa
all'azione. L'obiettivo è trasformare l'intento in lavoro reale, coordinando
attività e flussi tra Outlook, Teams, Excel, documenti e dati aziendali.
Quando un utente delega un'attività, Cowork costruisce un piano operativo e lo
esegue in background, mantenendo sempre l'utente nel controllo: suggerisce
azioni, chiede conferme, gestisce passaggi intermedi e aggiorna lo stato delle
attività.
Copilot Cowork di Microsoft
Tra gli scenari di utilizzo:
* riorganizzare automaticamente il calendario e proteggere il tempo di focus;
* preparare meeting con documenti, analisi e presentazioni pronte per il team;
* svolgere ricerche aziendali raccogliendo fonti finanziarie e report;
* costruire piani di lancio prodotto con analisi competitive e materiali di
vendita.
Il punto chiave è l'integrazione con il contesto di lavoro: email, meeting, file
e dati diventano segnali che permettono all'AI di comprendere davvero cosa sta
succedendo nel flusso operativo quotidiano.
Un altro elemento interessante è l'approccio multi-model: Microsoft integra
diverse tecnologie AI, tra cui quella alla base di Claude di Anthropic, per
scegliere di volta in volta il modello più adatto al compito.
Vai al post
> Il risultato è un'evoluzione dell'AI da assistente conversazionale a sistema
> capace di coordinare attività e processi all'interno dell'ambiente di lavoro
> digitale.
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GEMINI NEL WORKSPACE DI GOOGLE
> Google non lascia nemmeno il tempo a Microsoft di presentare Copilot Cowork,
> ed esce con l'integrazione profonda di Gemini in Workspace.
Gemini nel Workspace di Google: un esempio
* Nei Google Docs, la nuova funzione Help me create permette di descrivere ciò
che si vuole realizzare e ottenere una bozza completa già strutturata,
generata combinando informazioni da Drive, Gmail, Chat e dal web. È possibile
poi migliorare singole sezioni, uniformare il tono del documento e adattare
automaticamente la formattazione allo stile di altri file.
* In Google Sheets, Gemini può creare o modificare interi fogli di calcolo
usando linguaggio naturale. Può costruire tabelle, grafici e modelli
finanziari, compilare automaticamente dati e risolvere problemi di
ottimizzazione complessi come pianificazione delle risorse o analisi di
budget.
* In Google Slides, l'AI aiuta a costruire slide con layout e messaggi già
strutturati, trasformando appunti, tabelle o idee in grafici e presentazioni
visivamente coerenti. A breve sarà possibile generare un'intera presentazione
partendo solo da una descrizione.
* Anche Google Drive cambia ruolo: da archivio di file diventa una vera base di
conoscenza. Con le nuove AI Overviews e la funzione Ask Gemini è possibile
cercare informazioni nei documenti, ricevere riassunti automatici e ottenere
risposte basate sui contenuti presenti in file, email e chat.
L'obiettivo è rendere l'AI un collaboratore continuo durante tutto il processo
di lavoro: dalla prima idea alla scrittura, dall'analisi dei dati fino alla
presentazione finale.
Vai al post
> Per quanto OpenAI e Anthropic tentino di creare add-on per entrare nei
> software esterni, non è possibile competere con un ecosistema come quello di
> Google, soprattutto in un momento in cui non esiste un vantaggio evidente tra
> i modelli di AI di pari classe.
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ANTHROPIC: BUILDING EFFECTIVE AI AGENTS
Un nuovo paper di Anthropic dal titolo "Building Effective AI Agents:
Architecture Patterns and Implementation Frameworks" analizza come progettare
agenti AI efficaci nelle organizzazioni.
La distinzione chiave è semplice: i modelli generativi rispondono alle domande,
mentre gli AI agents risolvono problemi. Non si limitano a generare testo, ma
pianificano azioni, utilizzano strumenti, analizzano risultati e iterano finché
non raggiungono l'obiettivo.
Anthropic: Building Effective AI Agents - Paper
Il paper mostra come diverse aziende stiano già ottenendo risultati concreti con
architetture agentiche: automazione del customer support su larga scala, analisi
dati conversazionale, sviluppo software accelerato, marketing automation e
sistemi antifrode nel settore finanziario.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda l'architettura degli agenti. Il
documento descrive diversi modelli progettuali.
* Single agent systems, dove un unico agente gestisce l'intero task con accesso
a strumenti e conoscenze specializzate.
* Multi-agent systems, in cui più agenti specializzati collaborano per
risolvere problemi complessi.
* Workflow sequenziali, che organizzano agenti in pipeline strutturate per
processi prevedibili.
* Workflow paralleli, che permettono analisi simultanee da prospettive diverse.
* Evaluator-optimizer loops, cicli iterativi in cui un agente genera output e
un altro lo valuta e lo migliora.
Il paper evidenzia anche alcune linee guida di progettazione: partire da sistemi
semplici, costruire architetture modulari, scegliere il modello giusto per il
task e garantire osservabilità per comprendere il comportamento degli agenti.
Un punto chiave riguarda il compromesso tra complessità e valore. I sistemi
multi-agent possono offrire prestazioni molto superiori su problemi complessi,
ma comportano costi operativi e architetturali più elevati. Per questo motivo il
documento suggerisce un'evoluzione progressiva: iniziare con un singolo agente e
aggiungere livelli di specializzazione solo quando necessario.
Vai al paper
> Nel complesso, il paper propone una visione pragmatica dello sviluppo di AI
> agents: non inseguire l'architettura più sofisticata, ma costruire sistemi
> modulari che possano evolvere nel tempo insieme ai modelli AI.
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CONTEXT HUB
> Gli agenti di coding basati su LLM hanno due problemi ricorrenti: spesso
> inventano API (o parametri) che non esistono oppure dimenticano ciò che hanno
> imparato tra una sessione e l'altra.
Il progetto open source Context Hub, pubblicato da Andrew Ng, prova a risolvere
entrambi con una proposta davvero interessante.
L'idea è fornire agli agenti documentazione curata e versionata delle API,
organizzata in modo leggibile per un LLM. Invece di cercare informazioni sul web
o leggere pagine HTML piene di elementi inutili, l'agente può interrogare una
CLI dedicata e recuperare direttamente documentazione strutturata.
Il flusso è semplice. L'agente cerca una libreria o un'API tramite la CLI,
scarica la documentazione corretta per il linguaggio che sta utilizzando e poi
usa quelle informazioni per scrivere il codice.
La documentazione non viene recuperata in tempo reale dai siti web ufficiali. È
salvata nel repository sotto forma di file Markdown versionati, organizzati per
API e linguaggio come Python o JavaScript. Questo riduce il rumore, rende i
contenuti più stabili e facilita l'uso da parte degli agenti.
Un elemento interessante è la memoria incrementale. Gli agenti possono
aggiungere annotazioni locali quando scoprono workaround o dettagli mancanti
nella documentazione. Queste annotazioni vengono poi mostrate automaticamente
nelle sessioni successive, permettendo all'agente di ricordare ciò che ha
imparato in passato.
Esiste anche un sistema di feedback globale. Gli agenti possono votare la
qualità della documentazione e questi segnali aiutano i maintainer a capire
quali parti funzionano davvero quando vengono usate in produzione.
Il mantenimento dei contenuti segue un modello aperto. I maintainer gestiscono
la struttura del progetto, la community può proporre modifiche tramite pull
request e in futuro anche i provider delle API potrebbero mantenere direttamente
la documentazione delle proprie librerie.
Vai al progetto
> L'obiettivo è costruire una base di conoscenza condivisa pensata non per
> sviluppatori umani, ma per agenti AI che scrivono codice. Una forma di
> infrastruttura della documentazione progettata per ridurre gli errori degli
> LLM e migliorare l'affidabilità del coding assistito.
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NEMOTRON 3 DI NVIDIA
NVIDIA ha presentato Nemotron 3 Super, un modello open progettato per sistemi di
AI agentica, in grado di gestire task complessi multi-step come sviluppo
software e cybersecurity.
La caratteristica centrale è l'architettura ibrida che combina Mamba,
Transformer e Mixture-of-Experts: i primi garantiscono efficienza su contesti
lunghi (fino a 1 milione di token), i secondi precisione nel recupero delle
informazioni, mentre il MoE attiva solo una parte del modello per ridurre i
costi computazionali.
Nemotron 3 di NVIDIA: un test
TRA LE INNOVAZIONI PIÙ RILEVANTI..
* Latent MoE, che comprime i token e consente di usare fino a 4× in più di
esperti allo stesso costo.
* Multi-Token Prediction, che genera più token per volta migliorando velocità e
coerenza del ragionamento.
* Addestramento nativo in NVFP4 (4-bit), con forte riduzione di memoria e
aumento delle performance.
* Reinforcement learning su 21 ambienti, con oltre 1,2 milioni di simulazioni
per addestrare comportamenti agentici reali.
Il modello conta 120 miliardi di parametri totali, ma ne attiva solo 12B per
inferenza, ottenendo un equilibrio tra capacità ed efficienza. Offre inoltre
oltre 5× throughput rispetto alla generazione precedente.
NVIDIA propone anche un approccio combinato: Nemotron 3 Nano per task semplici e
Nemotron 3 Super per pianificazione e ragionamento complesso, ottimizzando così
costi e prestazioni nei sistemi multi-agente.
Per provarlo
> L'intero ecosistema è open, inclusi pesi, dataset e pipeline di training, con
> l'obiettivo di rendere riproducibile e personalizzabile lo sviluppo di modelli
> orientati all'azione e non solo alla generazione di testo.
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MANUS "MY COMPUTER"
> Un primo sguardo verso le integrazioni che vedremo nei sistemi operativi del
> prossimo futuro?
Manus introduce "My Computer", una funzionalità che porta l'AI fuori dal cloud e
direttamente sul desktop. Non si limita più a rispondere, ma può eseguire azioni
concrete sui file locali, controllare applicazioni e automatizzare attività
tramite linea di comando.
Manus "My Computer"
Questo permette di gestire operazioni ripetitive in modo rapido, come
organizzare grandi quantità di file o rinominare documenti in blocco, ma anche
di spingersi oltre: sviluppo di applicazioni complete, debugging e gestione
dell'intero flusso di lavoro senza intervento manuale diretto.
L'integrazione tra ambiente locale e servizi cloud consente scenari più fluidi,
come recuperare file dal proprio computer e inviarli automaticamente tramite
e-mail, oppure eseguire attività da remoto sfruttando le risorse della propria
macchina.
Allo stesso tempo, il controllo resta all'utente: ogni comando richiede
autorizzazione, con la possibilità di approvare singole operazioni o
automatizzare solo quelle fidate.
Vai al post
> Il risultato è un'evoluzione dell'AI da semplice assistente conversazionale a
> sistema operativo capace di agire, orchestrando strumenti, dati e
> infrastruttura in un unico flusso.
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TRIBE V2 DI META AI
Un nuovo paper di Meta AI (FAIR) propone un cambio di paradigma nella
neuroscienza: passare da modelli frammentati a un unico modello fondazionale del
cervello.
Il lavoro introduce TRIBE v2, un modello multimodale (video, audio e linguaggio)
addestrato su oltre 1000 ore di dati fMRI provenienti da 720 soggetti.
> L'obiettivo è predire direttamente l'attività cerebrale a partire dagli
> stimoli, utilizzando rappresentazioni apprese da modelli di intelligenza
> artificiale.
TRIBE v2 di Meta AI
Il risultato è un sistema capace di prevedere con alta accuratezza le risposte
cerebrali in diversi contesti, superando i modelli lineari tradizionali e
mantenendo prestazioni solide anche su nuovi soggetti e nuovi esperimenti.
Uno degli aspetti più rilevanti è la capacità di fare "esperimenti in silico":
il modello riesce a replicare risultati classici della neuroscienza, come
l'attivazione selettiva per volti, luoghi o linguaggio, senza raccogliere nuovi
dati sperimentali.
Le rappresentazioni interne del modello risultano interpretabili e allineate a
reti funzionali note del cervello, mentre l'integrazione multimodale mostra come
visione, udito e linguaggio contribuiscano in modo complementare alla codifica
neurale.
Vai al paper
> Questo approccio suggerisce che modelli di intelligenza artificiale possano
> diventare una piattaforma unificante per studiare il cervello umano, aprendo
> la strada a una neuroscienza più integrata, scalabile e predittiva.
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LA ROBOTICA DIVENTA SEMPRE PIÙ ACCESSIBILE
> La robotica sta evolvendo rapidamente, con sistemi accessibili, replicabili e
> diffusi oltre i contesti altamente specializzati.
Questa mano robotica può essere stampata in 3D da chiunque e assemblata in meno
di 8 ore.
Orca: una mano robotica completamente open-source
I ricercatori di ETH Zurich hanno sviluppato Orca, una mano completamente
open-source con ossa e tendini artificiali, progettata per essere semplice,
replicabile e altamente performante.
Per capire l’impatto: le mani robotiche avanzate possono superare i 100k dollari
e richiedono manutenzione continua. Orca costa meno di 2k: circa 50 volte meno.
Uno dei punti chiave è il sistema di auto-calibrazione: ogni motore viene
mappato automaticamente sui giunti, eliminando la necessità di regolazioni
manuali tipiche delle mani ai tendini.
Ogni dito integra sensori tattili coperti da una "pelle" in silicone. La mano è
quindi in grado di percepire il contatto, adattando la presa per evitare di
schiacciare o far scivolare gli oggetti.
Può sollevare oltre 10 kg, apprendere osservando dimostrazioni umane e
trasferire competenze dalla simulazione al mondo reale senza riaddestramento.
Il team ha dimostrato la sua affidabilità facendole eseguire oltre 2.000 cicli
di presa per più di 7 ore consecutive senza intervento umano.
Vai al paper
> Tutti i file di progettazione e il codice sono open source. Questo significa
> che qualsiasi laboratorio (o maker) nel mondo può iniziare a costruirla oggi.
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HELIX 02 DI FIGURE
Molto spesso, confrontandomi con diverse persone sul tema della Physical AI,
sento opinioni della serie "le attuali dimostrazioni sono tutte pilotate, lo
stato dell'arte non è quello che sembra". Nel frattempo le dimostrazioni
aumentano, e aumenta la complessità dei task.
> La Physical AI sarà ciò che permetterà a chiunque (anche a chi non sa nemmeno
> cosa sia ChatGPT) di toccare con mano l'accelerazione che stiamo vivendo.
L'ultimo esempio arriva da Figure con Helix 02, un sistema neurale unico che
controlla un robot umanoide end-to-end direttamente dalla percezione visiva,
coordinando locomozione, manipolazione e pianificazione.
La nuova dimostrazione riguarda il riordino di un soggiorno: uno scenario
apparentemente semplice per un umano, ma estremamente complesso per un robot.
Un soggiorno è un ambiente non strutturato: oggetti sparsi in modo
imprevedibile, percorsi stretti tra i mobili, oggetti rigidi e morbidi, azioni
che richiedono due mani, altre che richiedono di liberarne una durante
l'esecuzione. E quasi ogni azione richiede di muoversi nello spazio mentre si
manipola qualcosa.
Un esempio di Helix 02 mentre riordina il soggiorno
Nella dimostrazione Helix 02 esegue una sequenza continua di comportamenti
coordinati:
* usa uno spray e poi un panno per pulire una superficie;
* manipola oggetti flessibili come asciugamani;
* raccoglie oggetti con manipolazione bimanuale e li ripone in un contenitore;
* blocca un contenitore sotto il braccio per liberare entrambe le mani;
* lancia un cuscino sul divano con un movimento rapido e controllato;
* riorienta un telecomando in mano per premere il pulsante corretto;
* ripone temporaneamente strumenti mentre passa da un task all'altro;
* si muove in spazi stretti tra tavolino e divano continuando a manipolare
oggetti.
L'aspetto interessante è che queste capacità non derivano da controller
specifici per ogni singola azione. Il sistema utilizza la stessa architettura
generale e apprende nuovi comportamenti semplicemente aggiungendo dati.
Questo tipo di approccio punta a un obiettivo molto chiaro: robot umanoidi
generalisti, capaci di ampliare progressivamente il proprio repertorio di
attività domestiche e lavorative attraverso l'apprendimento.
Vai al post
> Dimostrazioni come questa non significano che il problema sia risolto. Ma
> indicano che la traiettoria tecnologica sta andando verso sistemi sempre più
> integrati, in cui percezione, movimento e manipolazione vengono appresi come
> parte dello stesso modello.
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COME FANNO A "VEDERE" LE AUTO A GUIDA AUTONOMA E I MODERNI ROBOT?
Oltre alle telecamere usano diversi sensori (es. radar e ultrasuoni), tra cui la
tecnologia LiDAR.
I sensori LiDAR delle auto autonome Waymo, ad esempio, sono ben visibili.
Si tratta di un sistema che emette impulsi laser e misura il tempo che impiegano
a tornare indietro dopo aver colpito gli oggetti: in questo modo calcola le
distanze e costruisce in tempo reale una mappa 3D estremamente precisa
dell'ambiente.
Ormai questi sistemi stanno entrando in dispositivi anche molto più semplici. Le
immagini mostrano un esempio di mappa 3D generata dal LiDAR del mio robottino
tagliaerba.
Un esempio di mappa 3D generata da un LiDAR
Attraverso mappe di questo tipo, telecamere e sensori, l'AI riesce a riconoscere
ostacoli, identificare oggetti e prendere decisioni in tempo reale, permettendo
a robot evoluti e veicoli di muoversi in modo autonomo e sicuro.
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3D SCENES DI FREEPIK
Freepik ha rilasciato "3D Scenes", un tool AI sperimentale che punta a
trasformare un'immagine in un ambiente 3D completo e navigabile.
3D Scenes di Freepik
Quali sono le principali funzionalità?
* Generazione di ambienti completi e navigabili a partire da un'immagine, con
possibilità di inserire oggetti e muovere la camera come in uno shooting
reale.
* Esplorazione libera della scena: rotazione, zoom e cambio di prospettiva
mantenendo coerenza visiva.
* Integrazione di location reali da Google Maps, per posizionare i prodotti in
contesti autentici senza stock o compositing.
* Modalità "Shoot" con controlli da set fotografico (direzione e intensità
della luce, angolo e distanza della camera, profondità di campo).
Vai al tool
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VISIONCLAW
Forse la demo può sembrare solo un esperimento, ma mostra l'avanzamento verso
interazioni uomo-macchina sempre più continue, multimodali e agentiche.
VisionClaw: un progetto open-source
> La domanda è: fino ad oggi è stata solo la tecnologia il limite a questo tipo
> di esperienza? La risposta è sempre più vicina.
VisionClaw è un progetto open-source che trasforma un paio di Meta Ray-Ban (o
semplicemente uno smartphone) in un assistente che vede, ascolta e agisce in
tempo reale.
La camera invia continuamente ciò che si sta vedendo, mentre l'audio viaggia in
entrambe le direzioni senza usare trascrizioni.
Il sistema si basa su Gemini Live API per l'interazione, e su OpenClaw per
l'azione. Si tratta di un gateway locale che collega l'AI a oltre 50 tool e app.
Vai al progetto
> È un esempio concreto di assistente "always-on", che unisce visione, voce e
> capacità operative in un unico flusso continuo.
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CODEX INTRODUCE I SUBAGENTS
> I subagents in Codex introducono un modo più strutturato di lavorare con l'AI:
> invece di un singolo agente generalista, il sistema può avviare più agenti
> specializzati in parallelo, ciascuno con un compito preciso.
Nell'esempio, ho creato 3 agenti con compiti e ruoli specifici. Successivamente
li eseguo da Codex con un prompt (nel mio caso per l'analisi delle repository).
Gli agenti lavorano parallelamente, e l'orchestratore mette insieme le
informazioni e genera un report finale.
Subagents in Codex: un test
Ogni subagent, infatti, opera con istruzioni, modello e permessi propri, mentre
Codex si occupa dell'orchestrazione: distribuisce il lavoro, raccoglie i
risultati e restituisce una risposta unificata.
Questo approccio è particolarmente efficace per task complessi come code review,
debugging o analisi su larga scala.
È possibile definire agenti personalizzati tramite file di configurazione
(toml), assegnando loro ruoli chiari (es. esplorazione del codice, verifica
della sicurezza, consultazione della documentazione).
Il risultato è una struttura modulare che riduce il rumore nel contesto e
migliora la qualità delle azioni.
Vai alla documentazione
> L'approccio multi-agente aumenta il consumo di risorse, ma permette di
> costruire veri e propri workflow paralleli, avvicinando l'AI a un modello
> operativo simile a un team di lavoro distribuito.
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VIBE CODING XR
Con Vibe Coding XR, Google combina Gemini e il framework open-source XR Blocks
per trasformare prompt in linguaggio naturale in applicazioni XR interattive,
complete di fisica, interazioni e logica spaziale. Il tutto in meno di un
minuto.
Il processo elimina gran parte della complessità tipica dello sviluppo XR: non è
più necessario gestire manualmente motori grafici, pipeline di percezione o
integrazioni hardware.
Vibe Coding XR - Google
L'AI si occupa di progettare la scena, generare il codice e rendere l'esperienza
immediatamente testabile, sia su desktop (in simulazione) sia su visori Android
XR.
> Le applicazioni generate spaziano da ambienti educativi immersivi a
> simulazioni scientifiche, fino a giochi e interazioni fisiche in tempo reale.
Questo approccio accelera drasticamente la fase di prototipazione, permettendo
di validare idee in pochi minuti invece che in giorni.
L'aspetto più rilevante è il cambio di paradigma: lo sviluppo di esperienze XR
si sposta dalla scrittura del codice alla definizione dell'intento.
> La barriera tecnica si abbassa, mentre aumenta il peso della progettazione e
> della creatività.
Vai al post
Resta aperta la sfida dell'affidabilità su casi complessi, ma la direzione è
chiara: rendere lo spatial computing accessibile a chiunque sia in grado di
immaginare un'esperienza.
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DAI VIDEO NATURALI ALL’INTUIZIONE FISICA
I modelli di AI oggi eccellono in linguaggio, codice e matematica, ma spesso
falliscono in qualcosa che per gli esseri umani è banale: capire come funziona
il mondo fisico.
Questo paper di Meta AI (FAIR), firmato tra gli altri da Yann LeCun, affronta
direttamente questo problema e mostra un risultato sorprendente.
Gli autori studiano i cosiddetti world models, cioè modelli che cercano di
costruire una rappresentazione interna del mondo imparando a prevederne
l'evoluzione. In particolare utilizzano V-JEPA (Video Joint Embedding Predictive
Architecture), una variante delle Joint Embedding Predictive Architectures
(JEPA).
Intuitive physics understanding emerges from self-supervised pretraining on
natural videos
A differenza dei modelli tradizionali, i modelli pixel-based cercano di
prevedere direttamente i pixel futuri, mentre i multimodal LLM ragionano
principalmente attraverso il linguaggio.
> V-JEPA invece impara a prevedere il futuro in uno spazio di rappresentazione
> astratto, cioè latente.
In pratica il modello guarda video e impara a "immaginare" cosa succederà dopo.
Quando qualcosa viola le leggi fisiche, come un oggetto che scompare o
attraversa un muro, la sua previsione fallisce e genera un segnale di
"sorpresa".
Per valutare questa capacità, il paper usa il paradigma della violation of
expectation: al modello vengono mostrati due video quasi identici, uno
realistico e uno impossibile, e deve identificare quello incoerente con la
fisica.
I risultati sono notevoli. V-JEPA raggiunge fino al 98% di accuratezza su
benchmark come IntPhys e ottiene performance significativamente superiori al
caso anche su altri dataset come GRASP e InfLevel. Al contrario, modelli
avanzati come VideoMAE (pixel prediction) e grandi multimodal LLM come Gemini o
Qwen-VL restano vicini al livello casuale.
Ancora più interessante, questo comportamento emerge senza training
supervisionato sulla fisica, funziona anche con modelli relativamente piccoli e
richiede quantità limitate di dati, anche solo circa una settimana di video
unici.
Questo è qualcosa di straordinario perché suggerisce che una forma di intuizione
fisica può emergere spontaneamente da un principio molto generale: imparare a
prevedere il mondo. Non è necessario codificare esplicitamente regole fisiche né
introdurre strutture innate.
Vai al paper
Il lavoro mette quindi in discussione l'idea della core knowledge innata e
rafforza una visione alternativa: l'intelligenza può emergere da meccanismi di
apprendimento predittivo su dati sensoriali.
Allo stesso tempo evidenzia un limite importante degli attuali sistemi basati su
linguaggio:
> senza un forte legame con la percezione e la previsione del mondo fisico,
> anche modelli molto potenti restano deboli nel senso comune fisico.
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LEWORLDMODEL
I world model si candidano a diventare rapidamente uno dei pilastri della nuova
AI, e questo lavoro su LeWorldModel chiarisce bene in che direzione si sta
andando.
L'idea di fondo viene dalla linea di ricerca di Yann LeCun: JEPA (Joint
Embedding Predictive Architectures).
Invece di generare pixel o ricostruire immagini, questi modelli imparano a
rappresentare il mondo in uno spazio latente compatto, e a prevedere come evolve
nel tempo. Non interessa riprodurre tutto nei dettagli, ma catturare ciò che è
utile per agire.
LeWorldModel: il paper
LeWorldModel porta questa visione a una forma molto più semplice e stabile. Il
contributo principale non è una nuova architettura complessa, ma una drastica
semplificazione dell'addestramento:
* niente encoder pre-addestrati;
* niente combinazioni complicate di loss;
* niente trucchi come stop-gradient o EMA;
* solo due obiettivi: prevedere il futuro e mantenere le rappresentazioni ben
distribuite.
Il punto chiave è proprio qui: evitare il "collapse" (quando il modello
rappresenta tutto allo stesso modo) senza introdurre complessità. La soluzione è
forzare lo spazio latente a seguire una distribuzione gaussiana. È una scelta
semplice, ma con conseguenze profonde: mantiene diversità nelle rappresentazioni
e rende l'addestramento stabile end-to-end da pixel.
Questo segna un cambio di paradigma rispetto a molti approcci recenti:
* meno focus sulla ricostruzione visiva;
* meno dipendenza da foundation models congelati;
* più enfasi su predizione, struttura e dinamica.
Il risultato è un sistema che:
* impara direttamente da sequenze di immagini e azioni;
* costruisce una rappresentazione interna coerente della fisica;
* può pianificare azioni "immaginando" il futuro in spazio latente, molto più
velocemente.
Vai al paper
> La direzione è chiara: modelli che non generano solo contenuti, ma
> costruiscono modelli interni del mondo, su cui poi ragionano e pianificano.
Le architetture JEPA sono tra i candidati più concreti per arrivarci, e questo
lavoro mostra che possono essere anche semplici e scalabili, non solo
teoricamente eleganti.
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RECODING-DECODING (RD)
> La maggior parte di LLM eccelle nel dare risposte corrette, ma fatica quando
> serve esplorare: idee nuove, alternative lontane, possibilità che non sappiamo
> ancora di cercare.
Il paper "Inducing Sustained Creativity and Diversity in Large Language Models",
sviluppato da ricercatori di Harvard, introduce un concetto chiave: molte
ricerche reali non sono domande con una risposta, ma percorsi di scoperta
("search quest"), in cui l'obiettivo emerge mentre esploriamo.
Il problema è che i modelli tendono a convergere verso soluzioni convenzionali.
Non perché non conoscano alternative, ma perché il modo in cui generano testo
privilegia ciò che è più probabile. Il risultato è una creatività apparente, ma
uno spazio di idee in realtà molto ristretto.
Recoding-Decoding (RD) - Harvard
La proposta del paper è il Recoding-Decoding (RD): invece di cambiare il
modello, cambia il processo di generazione. Inserendo piccole deviazioni casuali
nel contesto (parole guida, frammenti iniziali), il modello viene spinto fuori
dai percorsi più battuti e portato a esplorare regioni meno frequenti ma ancora
rilevanti del suo spazio di conoscenza.
I risultati mostrano che, rispetto ai metodi standard, RD produce molte più idee
uniche, più distanti tra loro e continua a generare novità anche dopo molte
iterazioni, senza collassare nella ripetizione. La rilevanza resta alta, ma lo
spazio esplorato si amplia drasticamente.
Vai al paper
> Il punto più interessante è che non serve un modello migliore per ottenere più
> creatività.
> Serve un modo diverso di interrogarlo.
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UN VIAGGIO ATTRAVERSO L’EVOLUZIONE DELL'AI: DAI MODELLI AI SISTEMI INTELLIGENTI
Per anni abbiamo pensato che il vantaggio nell'AI fosse avere il modello
migliore. Oggi i modelli di fascia alta hanno performance sempre più simili:
stanno diventando commodity.
Il vero vantaggio competitivo si è spostato sui sistemi.
AI Festival 2026
Integrare l'AI non significa aggiungere un'API, ma riprogettare processi in
ottica AI-first. Serve un layer applicativo solido (contesto, tool, controlli,
monitoraggio) e un lavoro di context engineering che architetta le informazioni,
non solo i prompt.
L'approccio multi-agente, con ruoli distinti che pianificano, eseguono e
verificano, è ciò che rende questi sistemi affidabili e scalabili.
Intelligenza artificiale: dai modelli ai sistemi intelligenti
Dalla corsa al “modello migliore” alla rivoluzione dei sistemi intelligenti:
perché il vero vantaggio competitivo oggi non è l’LLM, ma l’orchestrazione di
agenti, processi AI-first e context engineering. Casi reali, multi-agenti e uno
sguardo ai world model che cambieranno tutto.
> Non è una rivoluzione di modelli, ma di orchestrazione. E il prossimo passo
> andrà oltre il linguaggio, verso sistemi capaci di rappresentare e simulare il
> mondo.
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L'HYPE FINANZIARIO DELL'AI È REALE. MA L'IMPATTO STRUTTURALE A LUNGO TERMINE È
ANCORA SOTTOSTIMATO
Così ho chiuso il mio intervento all'AI Festival.
Questo report pubblicato da MIT Technology Review approfondisce proprio questo
punto, partendo da un'analisi storica di oltre 130 anni di dati economici
elaborata dal team di Joseph Davis, capo economista globale di Vanguard.
Rethinking AI’s future in an augmented workplace
La tesi è chiara: l'ipotesi di un impatto marginale dell'AI sull'economia appare
poco solida. Più plausibile è uno scenario in cui l'AI si afferma come
tecnologia general purpose, capace di aumentare la produttività in modo persino
più profondo rispetto al personal computer.
Il vero cambiamento si gioca su tre dimensioni: automazione delle attività
ripetitive, augmentation (l'AI come copilota che potenzia le competenze) e
creazione di nuove industrie.
Su oltre 800 professioni analizzate, circa l'80% non verrà sostituito, ma
trasformato. Il lavoro si sposterà verso attività a maggior valore aggiunto,
mentre l'AI assorbirà parti operative e amministrative.
Un altro punto interessante riguarda la produttività. Negli ultimi anni è
cresciuta meno del previsto, non perché l'automazione sia eccessiva, ma perché è
stata adottata troppo poco nei servizi: sanità, istruzione, finanza. Ed è
proprio lì che l'AI può generare l'impatto più significativo.
C'è poi la variabile demografica. Con l'invecchiamento della popolazione e la
riduzione della forza lavoro, il tema nei prossimi anni potrebbe non essere la
carenza di posti, ma la carenza di persone. Secondo le stime riportate, entro
5–7 anni l'effetto combinato dell'AI potrebbe equivalere all'aggiunta di 16–17
milioni di lavoratori negli Stati Uniti.
Un passaggio chiave riguarda anche i mercati: i maggiori benefici non andranno
solo a chi sviluppa AI, ma soprattutto a chi la integra nei processi core. Come
spesso accade con le tecnologie abilitanti, il vantaggio competitivo sarà
nell'adozione consapevole e sistemica.
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> L'AI non è solo un tema di capitalizzazione di mercato. È una questione di
> struttura economica, produttività e riprogettazione del lavoro.
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LANGSMITH PER TRACCIARE I FLUSSI AGENTICI
Sto provando LangSmith per tracciare il flusso di funzionamento di sistemi multi
agente. Lo trovo davvero interessante.
Permette di monitorare le chiamate ai LLM che effettuano le applicazioni, i
token consumati, i costi (calcolati in real-time e comprensivi delle cache
implicite), le chiamate a tool esterni.
Per ogni esecuzione dei workflow, traccia il flusso completo delle azioni degli
agenti: prompt, risposte, variazione degli stati, consumo.
L'interfaccia di LangSmith
Soprattutto, consente di creare dei Grader basati su LLM che permettono di
valutare automaticamente gli output, in modo da poter filtrare le esecuzioni per
score personalizzati.
LangSmith è sviluppato dal team di LangChain, e può essere integrato su
qualunque applicazione.
Vai al progetto
> Nelle immagini si vedono dati di workflow costruiti su LangGraph, dove l'uso
> di LangSmith si mette in atto con qualche riga di Python.
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SPOTIFY: NESSUNA RIGA DI CODICE DA DICEMBRE!
C’è stupore per le dichiarazioni del CEO di Spotify durante la call sui
risultati del Q4, in cui afferma che i developer, grazie all’AI, hanno scritto
pochissimo codice negli ultimi mesi.
Probabilmente è una semplificazione (il contesto di una earnings call tende
sempre ad enfatizzare), ma chiunque abbia provato seriamente sistemi come
Antigravity, Claude Code o Codex, sa che..
> ..il salto di produttività e la compressione del ciclo dall'idea al rilascio
> sono reali.
Soprattutto quando si combinano con "skill" evolute e sistemi di validazione
automatica, testing e revisione critica dell’output generato.
Vai al post
> Le competenze si stanno spostando verso fasi più ad alto livello:
> progettazione, orchestrazione, supervisione.
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RIPROGETTARE IL LAVORO IN MODO CHE CONTINUI A GENERARE ESPERIENZA
> La vera sfida dell'era AI non è solo aumentare la produttività, ma
> riprogettare il lavoro in modo che continui a generare esperienza.
Un interessante post di Harvard Business Review affronta un paradosso centrale
dell'era dell'intelligenza artificiale: l'AI aumenta il bisogno di giudizio
umano, ma allo stesso tempo riduce le esperienze attraverso cui quel giudizio si
sviluppa.
How Do Workers Develop Good Judgment in the AI Era?
AI is creating a major organizational challenge: People with deep experience get
huge productivity gains, while junior employees often can’t tell whether
AI‑generated work is any good or how to improve it. Because AI now handles the
messy, repetitive tasks that once built judgment, junior employees miss chances
to develop it. Organizations risk ending up with managers who’ve never done the
underlying work and thin leadership pipelines. The solution isn’t just keeping
humans in the loop, but redesigning work to build judgment deliberately:
clarifying who makes decisions, exposing people to consequences, restoring
stretch experiences, and using tools like simulations, case-based learning, and
gradual increases in responsibility.
Nei contesti professionali, l'AI generativa tende ad amplificare le competenze
di chi ha già esperienza, mentre aiuta molto meno i profili junior.
Non perché questi ultimi non siano capaci, ma perché spesso non hanno ancora
sviluppato la capacità di valutare criticamente l'output prodotto: capire se è
valido, dove è debole, come migliorarlo.
Il punto chiave è che il giudizio non nasce dall'uso della tecnologia, ma
dall'esperienza diretta: fare, sbagliare, ricevere feedback, assumersi
responsabilità e vedere le conseguenze delle proprie decisioni.
Storicamente, le organizzazioni hanno costruito il giudizio attraverso compiti
operativi ripetitivi ma formativi, esposizione graduale alla complessità,
responsabilità reale sugli esiti e confronto continuo con superiori e colleghi.
Oggi molte di queste attività vengono automatizzate. I giovani professionisti
non partono più dalla pagina bianca: revisionano output generati dall'AI.
Questo cambia profondamente il tipo di sforzo cognitivo richiesto e rischia di
impoverire il processo di apprendimento.
Il risultato può essere un'organizzazione in cui i ruoli entry-level perdono
valore formativo, i manager supervisionano attività che non hanno mai davvero
imparato a fare, il giudizio si concentra in una fascia ristretta di leader
senior e aumentano output ben confezionati ma poveri di sostanza.
Tenere "l'uomo nel loop" riduce i rischi operativi, ma non garantisce lo
sviluppo del giudizio. Se le persone vengono protette dall'ambiguità invece di
affrontarla, imparano a gestire l'escalation, non a decidere.
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> La vera sfida dell'era AI non è solo aumentare la produttività, ma
> riprogettare il lavoro in modo che continui a generare esperienza,
> responsabilità e capacità decisionale sotto incertezza. Perché l'intelligenza
> artificiale può accelerare il lavoro, ma non può sostituire il processo
> attraverso cui si forma il buon giudizio.
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NANO BANANA 2
Google DeepMind ha presentato Nano Banana 2 (Gemini 3.1 Flash Image), il nuovo
modello di generazione immagini che unisce la qualità avanzata di Nano Banana
Pro alla velocità di Gemini Flash.
> I test che ho fatto lo confermano: generazione ed editing sempre qualitativi a
> una velocità notevole.
È un sistema capace di produrre immagini fotorealistiche con maggiore rapidità
di editing e iterazione, mantenendo un elevato livello di precisione e controllo
creativo.
Nano Banana 2: un test
TRA LE PRINCIPALI NOVITÀ..
* Accesso alla conoscenza del mondo reale di Gemini, con supporto a
informazioni aggiornate dal web.
* Migliore rendering del testo nelle immagini, con traduzione e localizzazione
integrate.
* Coerenza dei soggetti fino a 5 personaggi e fedeltà fino a 14 oggetti nello
stesso workflow.
* Maggiore aderenza a istruzioni complesse.
* Supporto a diversi formati e risoluzioni, da 512px fino al 4K.
* Illuminazione, texture e dettagli più curati, mantenendo la velocità tipica
di Flash
Nano Banana 2 è già nell'app Gemini, in Google Search (AI Mode e Lens), in AI
Studio e tramite Gemini API, in Vertex AI su Google Cloud, in Flow come modello
predefinito e in Google Ads per la creazione di campagne.
Vai al post
> Un'evoluzione che punta a ridurre il compromesso tra velocità e qualità
> visiva, rendendo la generazione di immagini sempre più adatta a contesti
> professionali e produttivi.
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MERCURY 2
Inception ha presentato Mercury 2, il nuovo modello linguistico progettato per
portare il reasoning in "tempo reale" nelle applicazioni AI in produzione.
Nel video si vede un mio test, e la velocità è impressionante.
Mercury 2: un test
La novità principale è l'architettura basata su diffusion: invece di generare
testo in modo autoregressivo, un token alla volta, Mercury 2 produce più token
simultaneamente e li raffina in pochi passaggi iterativi. Questo approccio
consente oltre 1.000 token al secondo su GPU NVIDIA Blackwell e una velocità
dichiarata superiore di oltre 5 volte rispetto ai modelli tradizionali.
Il punto non è solo la rapidità in senso assoluto, ma l'impatto nei sistemi
reali: agenti con decine di chiamate di inferenza, pipeline RAG multi-step,
autocompletamento nel coding, interfacce vocali con vincoli di latenza
stringenti. In questi scenari la latenza si accumula e diventa un fattore
critico per qualità, costi ed esperienza utente.
Il modello punta a spostare il compromesso tra qualità del reasoning e tempi di
risposta, offrendo reasoning regolabile, contesto fino a 128K token, tool use
nativo e output JSON conforme a schema, con compatibilità con le API di OpenAI
per un'integrazione immediata negli stack esistenti.
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> L'obiettivo dichiarato è rendere l'AI in produzione percepita come istantanea,
> anche sotto carichi elevati e alta concorrenza, aprendo nuove possibilità per
> agenti autonomi, sistemi di ricerca enterprise e applicazioni voice real-time.
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GEMINI 3.1 PRO
Google ha presentato Gemini 3.1 Pro, l'ultima evoluzione della serie Gemini 3,
progettata per affrontare compiti complessi che richiedono ragionamento
avanzato.
Il modello introduce un significativo miglioramento dell'intelligenza di base,
con prestazioni più che raddoppiate rispetto alla versione 3 Pro nel benchmark
ARC-AGI-2, raggiungendo un punteggio verificato del 77,1% nella risoluzione di
nuovi schemi logici.
Gemini 3.1 Pro
Gemini 3.1 Pro è pensato per scenari in cui una risposta semplice non è
sufficiente: sintesi di sistemi complessi, spiegazioni strutturate, integrazione
tra API e interfacce intuitive, sviluppo di esperienze interattive e creative
coding.
Il modello è disponibile in preview per sviluppatori tramite Gemini API, AI
Studio, Gemini CLI, Antigravity e Android Studio; per le aziende attraverso
Vertex AI e Gemini Enterprise; e per gli utenti tramite l'app Gemini e
NotebookLM, con limiti estesi per i piani Google AI Pro e Ultra.
Vai al post
> Google rafforza l'obiettivo di portare capacità di ragionamento sempre più
> sofisticate nelle applicazioni quotidiane, accelerando lo sviluppo di workflow
> agentici e soluzioni ad alta complessità.
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CLAUDE OPUS 4.6
Anthropic ha presentato Claude Opus 4.6, un importante aggiornamento del suo
modello più avanzato.
Il nuovo Opus migliora in modo significativo il coding agentico, la
pianificazione e il ragionamento complesso, riuscendo a sostenere task autonomi
di lunga durata, e a operare in codebase molto estese con maggiore affidabilità.
Per la prima volta, Opus introduce una finestra di contesto da 1 milione di
token (in beta), un'area in cui modelli come GPT e Gemini hanno mostrato
progressi, ma dove Opus 4.6 punta soprattutto sulla qualità d'uso reale del
contesto, riducendo in modo netto la perdita di coerenza nelle interazioni molto
lunghe.
Claude Opus 4.6 - Anthropic
Nei benchmark, Opus 4.6 si colloca ai vertici su coding, ricerca e ragionamento
multidisciplinare, superando altri modelli frontier in diverse valutazioni
legate al lavoro professionale ad alto valore economico, come finanza e ambito
legale. Una differenza chiave è la capacità di recuperare informazioni difficili
da trovare all'interno di grandi quantità di testo e di continuare a ragionare
correttamente dopo aver assorbito contesti enormi, un punto in cui molti modelli
concorrenti tendono ancora a degradare.
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Sul fronte prodotto, il modello rafforza l'approccio agentico con team di agenti
in Claude Code, introduce controlli più granulari sul livello di "sforzo"
cognitivo del modello e migliora l'integrazione con strumenti di lavoro
quotidiani.
L'aumento delle capacità non avviene a scapito della sicurezza: Anthropic
riporta tassi molto bassi di comportamenti disallineati e una delle migliori
performance complessive nei test di safety tra i modelli frontier.
> Claude Opus 4.6 è disponibile su claude.ai, via API e sulle principali
> piattaforme cloud, con PREZZI INVARIATI rispetto alla versione precedente.
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L'AUTO PROMPT CACHING DI CLAUDE
Anthropic introduce l'auto prompt caching per le Claude API.
Il prompt caching consente di riutilizzare il calcolo della fase di prefill
quando parti del prompt rimangono identiche tra richieste successive.
Questo riduce sia la latenza sia i costi: i token letti dalla cache hanno un
costo pari a circa il 10% rispetto ai token di input standard.
L'Auto Prompt caching di Claude
Il caso d’uso più evidente è quello degli agenti multi-turno. Poiché le API di
Anthropic sono stateless, a ogni turno è necessario reinviare istruzioni,
descrizione dei tool, cronologia e nuovo contesto. Senza caching si paga ogni
volta l’intera finestra di contesto; con il caching si paga pienamente solo il
contenuto nuovo.
Finora il meccanismo richiedeva l’inserimento esplicito di un breakpoint
cache_control nel punto del prompt da memorizzare. Con l’auto-caching è
sufficiente dichiarare il parametro una sola volta nella richiesta: il
breakpoint viene spostato automaticamente sull’ultimo blocco cacheabile,
seguendo la crescita della conversazione. Rimane comunque la possibilità di
gestire manualmente i breakpoint per casi più avanzati.
Il sistema si basa su hash crittografici: anche una minima variazione nel testo
produce un cache miss. Per questo motivo la progettazione di prompt
"cache-friendly" diventa centrale negli agenti complessi e ad alto consumo di
token.
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Il confronto più diretto è con la cache implicita di Gemini di Google.
Gemini applica il caching in modo automatico e trasparente: non è necessario
specificare breakpoint e il riutilizzo del contesto avviene dietro le quinte.
Claude, invece, offre un approccio esplicito e più controllabile: si decide dove
scrivere la cache e si può ottimizzare in modo deterministico il tasso di cache
hit.
> Entrambi gli approcci puntano a ridurre costi e latenza riutilizzando parti
> invarianti del prompt.
> Gemini privilegia semplicità e automazione; Claude privilegia controllo,
> prevedibilità e ottimizzazione fine per workload agentici strutturati.
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PERPLEXITY COMPUTER
Perplexity Computer è un sistema che prova a unificare in un'unica piattaforma
tutte le principali capacità dell'AI attuale, andando oltre all'interfaccia di
chat, per diventare un vero e proprio "lavoratore digitale" autonomo.
È progettato per creare ed eseguire flussi di lavoro completi, operando anche
per periodi prolungati. L'utente descrive un obiettivo finale e il sistema lo
scompone in attività e sotto-attività, generando sub-agenti specializzati che
lavorano in parallelo. Questi possono effettuare ricerche web, generare
documenti, analizzare dati, programmare applicazioni, chiamare API e interagire
con servizi esterni tramite centinaia di connettori integrati. Il coordinamento
è automatico e asincrono: più istanze possono lavorare contemporaneamente,
mentre l'utente si dedica ad altro.
Perplexity Computer: un esempio
Dal punto di vista tecnico, si tratta di un sistema multi-modello. Non si basa
su un singolo modello AI, ma orchestra fino a 19 modelli differenti,
selezionando di volta in volta quello più adatto al compito specifico. Al centro
del motore di ragionamento c'è Opus 4.6, mentre altri modelli vengono impiegati
per funzioni specializzate: ad esempio Gemini per la ricerca approfondita, Nano
Banana per la generazione di immagini, Veo 3.1 per i video, Grok per attività
leggere e veloci, e GPT 5.2 per la gestione di contesti lunghi e ricerche
estese. L'architettura è agnostica rispetto ai modelli, quindi può evolvere nel
tempo e integrare nuove tecnologie; inoltre, l'utente può scegliere modelli
specifici per determinati sotto-compiti, mantenendo controllo anche sui costi
legati ai token.
Sul piano operativo, il sistema lavora in ambienti di esecuzione isolati e
sicuri, con accesso a un file system reale, a un browser reale e a strumenti
concreti. È progettato per essere "secure by default" e personale: ricorda il
lavoro passato grazie alla memoria persistente e si integra con file, web e
strumenti aziendali attraverso l'infrastruttura Perplexity.
> L'obiettivo è offrire un'esperienza paragonabile a quella di un computer
> personale: non solo uno strumento, ma un sistema intelligente che conosce il
> contesto dell'utente e lo supporta end-to-end.
Vai al post
La visione di fondo è che l'AI non sia più soltanto un modello, ma un sistema
capace di orchestrare modelli, strumenti e tempo per affrontare progetti
complessi dall'inizio alla fine: ricerca, progettazione, sviluppo, distribuzione
e gestione.
> In questo senso, Perplexity Computer rappresenta il passaggio dall'AI come
> risposta all'AI come infrastruttura operativa completa.
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QWEN 3.5
Il team di Qwen ha annunciato il rilascio di Qwen 3.5, introducendo il modello
open-weight Qwen3.5-397B-A17B, progettato come sistema nativamente multimodale
capace di integrare visione e linguaggio in modo avanzato.
Il modello combina un’architettura ibrida che unisce Linear Attention (Gated
Delta Networks) e Sparse Mixture-of-Experts (MoE). Pur contando 397 miliardi di
parametri totali, ne attiva solo 17 miliardi per ogni forward pass, migliorando
in modo significativo efficienza, costi di inferenza e velocità, senza
compromettere le prestazioni.
Qwen 3.5: le performance
Nei benchmark mostra risultati solidi in ambiti chiave come reasoning avanzato,
coding, capacità agentiche e comprensione multimodale. Con l’aumento degli
ambienti di training, le performance scalano in modo evidente, soprattutto nella
modalità Thinking.
Nel confronto con i principali modelli di fascia alta, Qwen3.5-397B-A17B
Thinking si avvicina ai livelli di Claude Opus 4.5 Thinking e risulta
competitivo rispetto a Gemini 3 Pro e GPT-5.2 High nei benchmark considerati,
riducendo in modo significativo il gap con i leader di mercato.
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L’obiettivo è abilitare una nuova generazione di agenti AI in grado di
comprendere contenuti visivi e testuali in modo integrato, ragionare su problemi
complessi e operare in contesti reali con maggiore autonomia.
> Modelli come Qwen, Kimi, DeepSeek, stanno facendo passi in avanti
> impressionanti.. e non in termini di scala, ma di architettura.
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IL MOAT NON È PIÙ L'API. È LO STACK!
Negli ultimi due anni abbiamo assistito a una narrazione quasi inevitabile: i
modelli flagship delle big tech (es. OpenAI, Anthropic, Google) sono il punto di
riferimento assoluto. Prestazioni top, sì. Ma anche costi elevati, dipendenza da
API chiuse, infrastrutture centralizzate.
Il moat non è più l'API. È lo stack!
Per molto tempo l'equazione è stata semplice:
> massima qualità =
> modello chiuso + API premium
Forse, però, qualcosa sta cambiando.
Il rilascio di Qwen 3.5 da parte di Alibaba dimostra come il mondo degli
open-weights non sta più inseguendo: sta competendo frontalmente.
Questo non è solo un progresso tecnico. È uno shift economico e strategico.
L'equazione può diventare: qualità comparabile + controllo infrastrutturale +
costi inferiori.
Naturalmente, la gestione operativa non è banale. Gestire inferenza su larga
scala, ottimizzare costi GPU, garantire sicurezza e allineamento richiede
maturità infrastrutturale. Le API premium restano una scelta razionale per molte
organizzazioni.
Ma il punto non è sostituire tutto. Il punto è che ora esiste un'alternativa
credibile. E questo accade in un momento cruciale. Stiamo costruendo
applicazioni agentiche in cui il modello è solo un componente di un'architettura
più ampia fatta di tool, memoria, orchestrazione, retrieval e workflow.
In questi scenari l'architettura conta più del singolo modello. Spesso la
latenza conta più della leaderboard. Il controllo del dato conta più del brand.
Gli open-weight models diventano quindi non solo un'alternativa economica, ma un
abilitatore architetturale. Permettono di progettare stack AI su misura, con
piena governance, integrazione profonda nei sistemi aziendali e riduzione del
lock-in tecnologico.
La vera differenziazione non sarà nel modello. Sarà nell'architettura costruita
attorno ad esso.
> Il moat non è più l'API. È lo stack.
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SEEDANCE 2.0 DI BYTEDANCE
ByteDance ha rilasciato Seedance 2.0, un nuovo modello di generazione video, e
si iniziano a vedere le prime realizzazioni.
Con un solo prompt, il modello è in grado di costruire storytelling multi-shot
nativi, mantenendo coerenza narrativa, qualità del movimento e precisione visiva
su più inquadrature consecutive.
Seedance 2.0: video generato da Charles Curran
Il lip-sync è accurato a livello di fonemi e supporta oltre 8 lingue, mentre la
motion rispetta ritmo, fisica e dinamica delle scene.
L'output arriva fino a una risoluzione cinematografica 2K e include audio
completamente nativo: dialoghi, effetti sonori e ambience vengono generati
insieme al video, in un'unica passata, perfettamente sincronizzati.
Supporta fino a 12 file di riferimento tra testo, immagini, video e audio,
offrendo un controllo creativo molto più granulare rispetto ai modelli
precedenti.
La generazione è circa il 30% più veloce e consente clip fino a tre volte più
lunghe.
I primi confronti lo collocano già ai vertici insieme a Kling, Sora e Veo per
coerenza multi-shot, qualità del movimento, aderenza al prompt e precisione
narrativa.
Seedance 2.0: video generato da Alex Patrascu
> Il rilascio è avvenuto in beta limitata, ma è chiaro che ByteDance non ha
> semplicemente migliorato il modello precedente: ha alzato l'asticella
> dell'intera generazione video AI.
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KLING AI 3.0
Kling AI 3.0 rappresenta il "Nano Banana Pro moment" per i modelli video?
Di certo rappresenta un punto di svolta, soprattutto per chi guarda alla qualità
cinematografica e non solo alla generazione di clip isolate.
Kling AI 3.0: le potenzialità
La novità più evidente è il multi-cut nativo fino a 15 secondi per singola
generazione: non si tratta più di brevi frammenti scollegati, ma di sequenze con
ritmo, continuità e intenzione narrativa.
A questo si aggiunge un lip sync finalmente credibile, preciso e stabile anche
su dialoghi più lunghi, senza quell’effetto artificiale che finora ha limitato
molti modelli video.
Ma il vero salto di qualità è nella performance dei personaggi. Espressioni,
micro-movimenti, postura e presenza scenica sono, ad oggi, tra le migliori che
si siano viste in ambito video AI. I personaggi non "eseguono" semplicemente un
prompt: recitano. E soprattutto restano coerenti nel tempo, tra un’inquadratura
e l’altra.
La cosa più interessante è che il modello può essere usato letteralmente come un
reference model. Personaggi, volti, stile visivo e persino voce possono essere
mantenuti con una consistenza che inizia ad avvicinarsi all’esperienza di una
vera regia.
Vai alla guida
Forse non è solo un miglioramento incrementale rispetto alle versioni
precedenti, ma un cambio di categoria.
> Il video (creato da Halim Alrasihi) mostra le potenzialità.
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HOLLYWOOD SPENDEREBBE MILIONI. L'AI LO FA IN POCHI MINUTI..
Oggi, produrre una scena cinematografica significa troupe, attrezzature,
location, settimane di lavoro e budget enormi. Domani, strumenti come Seedance
2.0, Kling AI e Nano Banana Pro potrebbero comprimere quel processo in una
manciata di minuti.
Seedance 2.0 + Kling + Nano Banana Pro, realizzato da Oogie
> Non è solo una questione di velocità.
> È una questione di struttura.
L'intelligenza artificiale mostra traiettorie che probabilmente ridisegneranno
interi settori perché abbasserà drasticamente la barriera d'ingresso. Ciò che
oggi richiede capitali, infrastrutture e grandi team domani, probabilmente,
richiederà visione, competenza e capacità di orchestrare strumenti.
* Nel cinema significherà prototipare scene, ambientazioni ed effetti visivi in
tempo reale?
* Nel marketing significherà sviluppare concept e campagne in ore invece che
settimane?
* Nel design significherà iterare senza costi marginali rilevanti?
* Nell'editoria significherà produrre, adattare e distribuire contenuti su
scala globale?
* Nella formazione significherà creare simulazioni e materiali dinamici
personalizzati?
Quando il costo della produzione creativa si avvicina allo zero, il vantaggio
competitivo si sposta. Non vince più chi ha più budget. Vince chi ha più
chiarezza, più gusto, più capacità di integrazione tra umano e macchina.
> L'AI non elimina la creatività. La rende scalabile. Non sostituisce il
> pensiero strategico. Lo amplifica. Non distrugge i settori. Li costringe a
> evolversi.
> La vera trasformazione non è tecnologica. È culturale.
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LA NUOVA STRATEGIA DI RUNWAY
Runway mette in campo una nuova strategia, includendo in piattaforma tutti i
migliori modelli di generazione di immagini, video e audio (oltre a quelli
proprietari).
Attualmente, vedo presenti: Kling, Veo, Sora, Wan, Topaz, Nano Banana, GPT Image
e Eleven Labs. Ma ne includeranno altri, ad esempio Seedance.
La nuova strategia di Runway
È chiaro che la nuova rotta punta a far diventare Runway una piattaforma per
creator, con la possibilità di creare workflow multi-modello, di usare
applicazioni preconfigurate e pronte all'uso, e di portare tutto ovunque via
API.
In arrivo anche le funzionalità di Real Time World Simulation (and Exploration)
e Real Time Avatars (la demo disponibile in piattaforma è impressionante).
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PHOTOSHOOT SU POMELLI
Google Labs ha introdotto Photoshoot, una nuova funzionalità di Pomelli che mira
a trasformare semplici foto di prodotto in immagini professionali in stile
studio o lifestyle. Lo strumento utilizza il business DNA del brand e un modello
avanzato di generazione immagini per creare contenuti coerenti con l'identità
visiva dell'azienda, senza bisogno di uno shooting fotografico tradizionale.
Photoshoot: una nuova funzionalità di Pomelli
Il processo è semplice: si carica una foto, si sceglie un template (studio o
lifestyle), si genera l'immagine e si possono poi applicare modifiche e
rifiniture. Le immagini prodotte possono essere scaricate o salvate per campagne
future, mantenendo coerenza estetica nel tempo.
Tra le novità anche modelli di generazione più accurati, funzioni di editing
come la modifica dello sfondo e la possibilità di usare immagini di riferimento
per replicare uno stile specifico. Inoltre, è possibile creare campagne più
mirate caricando immagini nel prompt o inserendo l'URL del prodotto, così da
utilizzare automaticamente immagini, titolo e descrizione presenti sul sito.
Vai al post
> Uno strumento pensato per semplificare la produzione di contenuti marketing di
> qualità, rendendo accessibili risorse visive professionali anche a realtà con
> budget e tempo limitati.
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L'EVOLUZIONE DI OPAL
Opal di Google si evolve ancora, introducendo interessanti novità.
* Il routing dinamico, che permette di fare decidere all'agente quale sarà
l'azione successiva.
* L'uso della memoria per salvare i dati in modo persistente durante le
esecuzioni dei workflow.
* La possibilità di creare una tipologia di agente che sceglie autonomamente il
modello da usare in base al task (compresa la generazione di contenuti
multimediali).
L'evoluzione di Opal
> L'usabilità che stanno dando allo strumento, a volte, è disarmante.
COSA MANCA..
* La connessione via MCP a servizi esterni non di Google.
* Un AgentState condiviso dagli agenti per la memoria a breve termine.
* La possibilità di usarlo anche in Italia senza una VPN.
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WAYMO WORLD MODEL
Waymo ha presentato il Waymo World Model, un modello generativo che porta la
simulazione per la guida autonoma a un livello completamente nuovo.
Non si limita a ricostruire ciò che è già stato visto su strada, ma genera mondi
3D iper-realistici e interattivi, producendo dati coerenti per camere e lidar,
come se il veicolo stesse davvero guidando in quell'ambiente.
La differenza chiave è la conoscenza del mondo: grazie a Genie 3, il sistema può
simulare eventi rarissimi o quasi impossibili da raccogliere nella realtà.
Tornado, incendi, alluvioni, veicoli contromano, oggetti fuori scala, animali in
carreggiata. Tutto può essere creato, controllato e modificato con precisione.
Waymo World Model
La simulazione non è passiva. Waymo può intervenire sulle azioni di guida, sul
layout delle strade, sul comportamento degli altri utenti e persino sulle
condizioni ambientali tramite linguaggio naturale.
Questo permette di testare scenari controfattuali e decisioni alternative,
mantenendo realismo e coerenza anche quando il percorso simulato diverge molto
da quello reale.
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C'è anche un passaggio importante dal mondo reale al virtuale: video comuni,
come quelli di una dashcam o di uno smartphone, possono essere convertiti in
simulazioni multimodali per capire come il sistema di guida autonoma
interpreterebbe esattamente quella scena.
> Il punto centrale non è l'effetto visivo, ma la sicurezza. Simulando miliardi
> di miglia e preparando il sistema a situazioni estreme e imprevedibili, questi
> modelli diventano un'infrastruttura critica per addestrare AI che devono
> operare nel mondo fisico, con conseguenze reali.
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LYRIA 3: GENERARE MUSICA SU GEMINI
> La possibilità di generare musica su Gemini (attraverso Lyria 3) arriva anche
> in Italia.
L'ho provato, inserendo addirittura il testo della canzone.
È possibile trasformare un semplice prompt di testo (o persino un'immagine) in
una traccia musicale di 30 secondi, completa di base strumentale, voce, testo e
copertina personalizzata.
Lyria 3: generare musica su Gemini
COME CREARE UN BUON PROMPT PER GENERARE UNA CANZONE
Genere ed epoca: inizia con uno stile preciso o un mix originale, ad esempio
synth pop anni '80, metal e rap fusion, indie folk, country vecchio stile.
* Tempo e ritmo: definisci energia e atmosfera, ad esempio suono ritmato e
ballabile, ballata lenta, ritmo incalzante.
* Strumenti: aggiungi dettagli che diano struttura al brano, ad esempio assolo
di sassofono, linea di basso distorta, chitarre sfumate.
* Voce: specifica timbro e registro, ad esempio soprano donna leggero,
basso-baritono uomo, rocker graffiante.
* Testo: indica il tema e la struttura, ad esempio "Un weekend epico".
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GROK IMAGINE 1.0
> Anche Grok diventa notevole nella generazione video.
Il video è stato generato da Dave Clark con Grok Imagine 1.0 immaginando un
dialogo tra l’uomo e l'AI, dove le domande contano quanto le risposte.
Grok Imagine 1.0
> Futuro, verità e immaginazione che si incontrano.
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QWEN IMAGE 2.0
Alibaba ha rilasciato Qwen Image 2.0: un modello di nuova generazione per la
creazione e l'editing di immagini che unifica in un'unica architettura
generazione testuale-visiva e modifica avanzata.
Il modello integra definitivamente i due percorsi sviluppati nelle versioni
precedenti (generazione realistica e editing coerente) offrendo prestazioni
elevate sia nel text-to-image sia nell'image-to-image con lo stesso sistema.
Qwen Image 2.0: alcuni test
Tra le caratteristiche principali:
* Rendering tipografico professionale con supporto fino a 1.000 token di
istruzioni, capace di generare infografiche, slide, poster, calendari e
fumetti con testo accurato e leggibile.
* Supporto nativo alla risoluzione 2K (2048×2048) con fotorealismo avanzato su
materiali, pelle, tessuti, architetture e luce
* Gestione di prompt complessi e strutturati con layout articolati, tabelle,
diagrammi, timeline e composizioni multi-livello
* Allineamento preciso degli elementi in griglie, pannelli e moduli informativi
* Architettura più leggera (7B) con maggiore velocità di inferenza e migliore
equilibrio tra qualità visiva ed efficienza
Un aspetto distintivo è l'integrazione completa tra comprensione multimodale e
generazione: un unico modello è in grado di interpretare descrizioni molto
dettagliate, mantenere coerenza visiva e organizzare il testo in modo
esteticamente armonico.
> L'ho provato. Non siamo minimamente vicini ai livelli di Gemini (Nano Banana),
> ma la qualità aumenta.
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QWEN AI SLIDES
Alibaba ha rilasciato Qwen AI Slides. Un sistema che non si limita a impaginare
contenuti, ma li comprende, li organizza e li trasforma in una narrazione visiva
coerente.
Qwen AI Slides: un esempio
È un sistema basato su Qwen3 Agent e Qwen-Image 2.0, e integra ricerca,
struttura e design in un unico flusso intelligente. Basta inserire un’idea, un
testo complesso o caricare un documento per avviare il processo: l’agente
analizza i contenuti, costruisce l’architettura della presentazione e definisce
la sequenza logica delle slide.
Ogni slide viene poi generata come visual completo: testo, layout, palette
cromatica e grafiche sono progettati in modo integrato, senza passaggi manuali
tra strumenti diversi.
> Il sistema mostra tutti i limiti di Qwen Image (rispetto a Nano Banana), ma la
> direzione è ottima.
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KIMI AGENT SWARM
> Kimi Agent Swarm fa scorgere la direzione nel potenziamento dei modelli di AI.
Si tratta di un "nuovo" paradigma: non un singolo agente più potente, ma
un'organizzazione autonoma composta da diversi agenti (fino a 100) che lavorano
in parallelo, in un'architettura che si auto-organizza.
Kimi Agent Swarm: un esempio di utilizzo
L'idea di fondo è superare il limite strutturale dei sistemi a esecuzione
sequenziale. Quando un solo agente gestisce compiti lunghi e complessi, la
finestra di contesto si satura, le informazioni vengono compresse e la qualità
del ragionamento degrada.
Agent Swarm introduce invece una scalabilità orizzontale: più agenti
specializzati, coordinati da una struttura che si auto-organizza.
Il sistema agisce come un team leader che crea e coordina ricercatori, analisti,
revisori, scrittori e developer, decidendo autonomamente come suddividere il
lavoro, quando parallelizzare e quali strumenti utilizzare.
Con Kimi K2.5, Agent Swarm può distribuire fino a 100 sub-agenti, eseguire oltre
1.500 tool call e ottenere risultati fino a 4,5 volte più velocemente rispetto a
un'esecuzione sequenziale.
Funziona particolarmente bene su attività che richiedono ampiezza e profondità:
ricerche su larga scala, analisi multi-prospettiva, elaborazione massiva di
documenti, produzione di report strutturati e scrittura estesa. Un elemento
distintivo è la possibilità di generare disaccordo produttivo tra agenti
indipendenti, evitando il "groupthink" e favorendo sintesi più robuste.
Non è semplicemente un miglioramento incrementale delle performance. È un cambio
di architettura: dall'agente singolo alla costruzione di organizzazioni autonome
di intelligenza artificiale.
Vai al progetto
> È un sostituto di un workflow multi-agente? NO. Perché in produzione rimane la
> necessità di controllo totale dei flussi. Ma se gli agenti all'interno
> dell'architettura accelerano in questo modo, le performance miglioreranno di
> moltissimo.
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WORKSPACE STUDIO DI GOOGLE
Su Gmail, negli account professionali, sta iniziando a comparire la funzionalità
di "Workspace Studio".
> Lo trovo uno strumento davvero interessante per creare automazioni che
> coinvolgono tutti i software del workspace di Google.
Il flusso che si vede nelle immagini, ad esempio, ogni mattina verifica le mail
non lette del giorno prima e me le riepiloga brevemente in Chat (evitando
newsletter, liste, notifiche social o altro di poco interessante), indicando se
ci sono azioni richieste da parte mia. Inoltre, verifica se ci sono urgenze. Se
ci sono, crea un altro brevissimo messaggio con una nota dedicata.
Un workflow di Workspace Studio
Il sistema si basa su Gemini, e permette di costruire agenti che non si limitano
a seguire regole rigide, ma ragionano sul contesto. Questo significa che
l’automazione non è solo "se succede X allora fai Y", ma diventa capace di
interpretare contenuti, distinguere priorità reali e adattarsi alle informazioni
che trova nelle email, nei documenti o nelle chat.
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COS'È WEBMCP?
Con WebMCP, Google mostra una traiettoria per cui i siti web potranno diventare
dei touchpoint affidabili per gli agenti AI, superando l’approccio basato solo
su visione artificiale.
SE UNIAMO I PUNTINI:
* MCP abilita modelli e agenti ad accedere a strumenti e capability;
* Protocolli verticali, ma compatibili con MCP, standardizzano domini
specifici, come UCP per l'ecommerce;
* WebMCP rende i siti web nativamente agent-ready.
> MCP diventerà l'HTTP degli agenti?
Nello specifico, WebMCP è l’iniziativa presentata da Google che introduce un
modo standard per permettere ai siti web di esporre azioni strutturate agli
agenti AI.
Non più solo scraping o interpretazione visiva del DOM, ma strumenti dichiarati
esplicitamente dal sito web.
Cos'è WebMCP?
PREVEDE DUE MODALITÀ PRINCIPALI:
1. API dichiarativa → azioni standard definite direttamente nei moduli HTML
2. API imperativa → interazioni più complesse e dinamiche tramite JavaScript
Il risultato? Agenti che possono prenotare voli, configurare prodotti, aprire
ticket di assistenza o completare acquisti in modo più veloce, preciso e
affidabile.
Vai al progetto
> Se questa visione si consolida, potremmo passare da un web "umano-centrico" a
> un web progettato anche per agenti software.
UN ESEMPIO PRATICO
Attraverso questo sistema, gli agenti AI possono usare un sito web senza il
bisogno di "vedere" l'interfaccia.
WebMCP: un esempio pratico
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MINIMAX M2.5
MiniMax ha pubblicato su Hugging Face il modello MiniMax-M2.5, un foundation
model da 229 miliardi di parametri focalizzato su coding avanzato, agenti
autonomi, tool calling, ricerca web e produttività d’ufficio.
Addestrato con reinforcement learning su centinaia di migliaia di ambienti
reali, M2.5 mostra prestazioni di primo livello in diversi benchmark: 80.2% su
SWE-Bench Verified e risultati competitivi con Claude Opus 4.5/4.6 in scenari di
sviluppo software complessi, con miglioramenti significativi rispetto alla
versione M2.1 in termini di velocità ed efficienza.
Nel coding si distingue per un approccio "architetturale": prima di scrivere
codice, tende a decomporre il problema e strutturare specifiche, design e
organizzazione del progetto. È stato addestrato su oltre 10 linguaggi, tra cui
Python, Go, C++, Rust, Java e TypeScript, e copre l’intero ciclo di sviluppo,
dal system design iniziale fino a code review e testing, anche in contesti
full-stack e multi-piattaforma.
MiniMax M2.5: performance
Sul fronte agentico, migliora l’uso di strumenti e la ricerca web, riducendo il
numero di iterazioni necessarie e ottimizzando il consumo di token. Nei
benchmark dedicati a search e tool use ottiene prestazioni di vertice, con
maggiore stabilità anche in ambienti non familiari.
Un elemento centrale è l’efficienza: la versione Lightning raggiunge 100 token
al secondo, mentre la versione standard opera a 50 token al secondo, con costi
dichiarati significativamente inferiori rispetto ad altri modelli di frontiera.
A 100 token al secondo, il costo stimato è circa 1 dollaro per un’ora di
utilizzo continuo.
MiniMax ha inoltre integrato M2.5 nel proprio ecosistema MiniMax Agent, con
skill specifiche per Word, PowerPoint ed Excel e la possibilità di creare
"Expert" riutilizzabili per scenari professionali come report strutturati o
modellazione finanziaria avanzata.
Vai al progetto
> Nel complesso, M2.5 punta a combinare capacità agentiche avanzate, velocità
> elevata e costi ridotti, con un forte investimento nel reinforcement learning
> applicato a contesti operativi reali.
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GPT-5.3-CODEX
> GPT-5.3-Codex è il primo modello che ha contribuito in modo importante alla
> propria creazione.
Durante il suo stesso sviluppo è stato usato per fare debug dell'addestramento,
analizzare risultati di test, ottimizzare la distribuzione e supportare le
decisioni di ricerca e ingegneria. Un passaggio simbolico e concreto: l'agente
non è solo oggetto di sviluppo, ma parte attiva del processo.
GPT-5.3-Codex: performance
Questo modello unifica le capacità di coding avanzato di Codex con il
ragionamento e la conoscenza professionale dei modelli GPT più evoluti,
risultando circa il 25% più veloce e più efficiente nell'uso dei token.
È progettato per lavorare su attività lunghe e complesse, che includono ricerca,
uso di strumenti, esecuzioni articolate e interazione continua con chi lo guida,
mantenendo il contesto dall'inizio alla fine.
Le prestazioni segnano nuovi riferimenti su benchmark come SWE-Bench Pro,
Terminal-Bench, OSWorld e GDPval, mostrando non solo un miglioramento nel
coding, ma un salto nell'uso reale del computer e nel lavoro professionale
basato sulla conoscenza.
GPT-5.3-Codex non si limita a scrivere codice: supporta l'intero ciclo di vita
del software e molte altre attività professionali, dalla creazione di
presentazioni all'analisi dei dati.
L'esperienza d'uso evolve verso una collaborazione più naturale: mentre il
modello lavora, fornisce aggiornamenti continui, spiega le scelte, riceve
feedback e permette di intervenire in tempo reale, come con un collega.
Sul fronte sicurezza, GPT-5.3-Codex introduce capacità avanzate in
cybersicurezza con un approccio difensivo e salvaguardie rafforzate, frutto del
lavoro di OpenAI su monitoraggio, accessi controllati e supporto all'ecosistema
open source.
Vai al post
> Nel complesso, GPT-5.3-Codex rappresenta il passaggio da agente di coding
> specializzato a collaboratore digitale general-purpose, capace di ragionare,
> costruire ed eseguire lavoro reale su un computer.
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GOOGLE ACCELERA CON AI MODE
Da mobile, elimina un passaggio, e il bottone "Mostra Altro" di AI Overview
porta direttamente in AI Mode, con la possibilità di proseguire l'interazione.
Dall'AI Overview all'AI Mode da mobile
> Piccoli step per il passaggio all'interfaccia unica?
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LANGEXTRACT: DA TESTO A INFORMAZIONI STRUTTURATE
LangExtract è una libreria Python open source di Google pensata per estrarre
informazioni strutturate da testi non strutturati usando i LLM.
A differenza di molte soluzioni simili, ogni entità estratta è ancorata con
precisione al punto esatto del testo di origine, rendendo il processo
verificabile e facilmente interpretabile.
LangExtract: da testo a informazioni strutturate
Il sistema si basa su prompt chiari ed esempi few-shot definiti dall'utente,
senza bisogno di fine-tuning, ed è progettato per lavorare anche su documenti
molto lunghi grazie a chunking intelligente, parallelizzazione e passaggi
multipli di estrazione.
Supporta diversi modelli, dai cloud LLM come Gemini e OpenAI fino a modelli
locali tramite Ollama, ed è estendibile tramite un sistema di plugin per
provider personalizzati. Un altro elemento distintivo è la visualizzazione
interattiva: i risultati possono essere esplorati in un file HTML che mostra le
entità direttamente nel contesto originale del testo.
Vai al progetto
> La libreria è applicabile a molti domini, inclusi ambiti complessi come
> documenti clinici, report tecnici e testi letterari, mantenendo un buon
> equilibrio tra fedeltà al testo e uso controllato della conoscenza del
> modello.
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VIBETENSOR DI NVIDIA
Un nuovo paper di Nvidia dimostra che gli agenti AI possono andare ben oltre la
scrittura di singole funzioni o patch di codice.
Con VibeTensor, gli autori mostrano che è possibile generare quasi interamente
tramite agenti un runtime completo per il deep learning, attraversando più
livelli dello stack: API Python e Node.js, core C++, autograd, dispatcher,
gestione della memoria CUDA, stream, eventi e CUDA Graphs.
VibeTensor di NVIDIA
La vera novità non è solo tecnica, ma metodologica. Il codice non è stato
revisionato manualmente riga per riga: la correttezza è stata vincolata tramite
build, test, benchmark e confronti differenziali con PyTorch. I test diventano
di fatto specifiche eseguibili che guidano e limitano la generazione.
Il paper è interessante anche perché non nasconde i limiti. Emerge un nuovo tipo
di problema tipico del software generato da AI: componenti localmente corretti
che, una volta composti, producono colli di bottiglia globali e prestazioni
subottimali, il cosiddetto "Frankenstein effect".
Vai al paper
> VibeTensor non è un framework pronto per la produzione, ma un artefatto di
> ricerca aperto e riproducibile che mostra cosa oggi gli agenti riescono
> davvero a costruire nel system software, e soprattutto dove iniziano a
> fallire.
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STANFORD E HARVARD: ORDERED ACTION TOKENIZATION
Stanford e Harvard propongono uno studio parallelo (o complementare) ai World
Models, con una soluzione per rappresentare azioni continue (tipiche della
robotica) in forma discreta e tokenizzata.
Il lavoro introduce OAT - Ordered Action Tokenization, un metodo pensato per
rendere le politiche autoregressive realmente efficaci nel controllo robotico.
> Il problema di fondo è noto: le azioni sono continue, mentre i modelli
> autoregressivi funzionano al meglio su sequenze discrete.
Le soluzioni esistenti o producono sequenze troppo lunghe, oppure token latenti
compatti ma privi di struttura.
OAT affronta il problema imponendo tre proprietà chiave: buona compressione,
decodificabilità garantita e soprattutto un ordinamento causale dei token. Le
azioni vengono codificate in una sequenza ordinata coarse-to-fine, in cui i
primi token catturano la struttura globale del movimento e i successivi ne
raffinano i dettagli.
Stanford e Harvard: Ordered Action Tokenization
Questo ordinamento rende ogni prefisso della sequenza decodificabile: anche con
pochi token si ottiene un'azione valida, meno precisa ma coerente. Aggiungendo
token, la qualità migliora progressivamente. Ne risulta un meccanismo di anytime
decoding, utile quando il tempo di inferenza è limitato o variabile.
Dal punto di vista teorico, l'ordinamento emerge da un principio informativo: le
componenti più frequenti e importanti dell'azione vengono codificate per prime.
Dal punto di vista pratico, questo introduce un forte bias induttivo che
semplifica l'apprendimento autoregressivo.
Nei test su oltre 20 task, in simulazione e nel mondo reale, OAT supera i
precedenti tokenizzatori e compete con approcci diffusion-based, offrendo però
maggiore flessibilità in inferenza. In particolare, rimuovere l'ordinamento dei
token porta a un netto degrado delle prestazioni, mostrando quanto la struttura
della rappresentazione sia centrale.
Vai al progetto
> In sintesi, OAT aggiunge una nuova dimensione al classico trade-off tra
> compressione e fedeltà: la modelability, ovvero quanto una rappresentazione è
> naturale da modellare con predizione next-token nei sistemi di controllo
> robotico.
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AUMENTARE IL RAGIONAMENTO, IL CONTESTO O LA COMPLESSITÀ DEL FLUSSO NON
GARANTISCE SISTEMI PIÙ AFFIDABILI
Un recente paper di Anthropic propone un'idea semplice ma potente: quando i
modelli AI diventano più capaci e affrontano compiti più complessi, i loro
errori non diventano più "strategici", ma più caotici.
Gli autori scompongono l'errore in bias e varianza e mostrano che, su task
difficili e con traiettorie lunghe di ragionamento o azione, gli errori sono
sempre più dominati dalla varianza. In altre parole: il fallimento tipico non è
la ricerca coerente di un obiettivo sbagliato, ma un comportamento incoerente e
imprevedibile.
The Hot Mess of AI - Anthropic
Per le applicazioni questo è un punto chiave. Aumentare il ragionamento, il
contesto o la complessità del flusso non garantisce sistemi più affidabili.
Anzi, spesso significa allungare la traiettoria decisionale e accumulare
instabilità. I modelli possono migliorare in accuratezza media, ma diventare
meno affidabili a livello di singola esecuzione.
Il rischio principale assomiglia più a un incidente di processo che a una
decisione sistematicamente sbagliata.
Nei sistemi multi-agente, ad esempio, le implicazioni sono dirette. Ogni
passaggio aggiuntivo tra agenti aumenta la varianza complessiva.
> Ecco perché dico spesso che una strategia sensata è ridurre al minimo il
> contesto persistente: azzerare la "chat history" degli agenti e lavorare
> invece su stati condivisi espliciti, piccoli e verificabili, così da
> selezionare solo l'informazione davvero necessaria.
A questo si affianca l'iper-specializzazione: agenti con responsabilità strette,
output limitati e compiti ben definiti sono più stabili di agenti generalisti
che devono "pensare a tutto".
Vai al paper
> Meno memoria implicita, meno traiettoria, meno caos.
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È POSSIBILE SELEZIONARE BUONE RISPOSTE PRIMA ANCORA CHE IL MODELLO FINISCA DI
"PENSARE"?
Un nuovo lavoro di ricerca di Google mette in discussione un'idea molto diffusa:
> più lunga è la Chain-of-Thought, migliore è il ragionamento.
I dati raccontano una storia diversa. La lunghezza dell'output non è un buon
indicatore della qualità della risposta. In molti casi è addirittura
negativamente correlata con l'accuratezza.
> Più token non significa più intelligenza.
> A volte significa solo overthinking.
Deep-Thinking Ratio (DTR) di Google
La proposta alternativa è il Deep-Thinking Ratio (DTR).
Invece di guardare quanti token vengono generati, si osserva cosa succede
all'interno del modello. Un token viene considerato "deep-thinking" se la sua
previsione continua a essere rivista nei layer profondi e si stabilizza solo
verso la fine della rete. I token semplici convergono presto. Quelli che
richiedono ragionamento reale vengono raffinati più a lungo.
Il DTR misura la percentuale di questi token "a stabilizzazione tardiva" in una
risposta. E qui arriva il punto interessante: il DTR mostra una correlazione
positiva e robusta con l'accuratezza, molto più forte rispetto a lunghezza,
log-probabilità o metriche di confidenza.
> Non conta quanto il modello scrive. Conta quanto profondamente rielabora
> internamente le sue previsioni.
Da questa intuizione nasce Think@n, una strategia di test-time scaling che
genera più risposte ma seleziona solo quelle con DTR alto, stimato già dai primi
token. In pratica si possono scartare presto le traiettorie poco promettenti,
mantenere quelle "più profonde" e ottenere prestazioni pari o superiori alla
self-consistency classica, con circa metà del costo computazionale.
Vai al paper
> La qualità del ragionamento non è una questione di volume, ma di dinamica
> interna. Non è quanto a lungo il modello pensa, ma quanto in profondità
> rielabora le sue decisioni.
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AGENTIC REASONING FOR LARGE LANGUAGE MODELS
Google DeepMind, Meta e Amazon (con UIUC e altri) hanno pubblicato una survey di
oltre 100 pagine su cosa siano davvero gli AI agents: "Agentic Reasoning for
Large Language Models".
Agentic Reasoning for Large Language Models
Reasoning is a fundamental cognitive process underlying inference,
problem-solving, and decision-making. While large language models (LLMs)
demonstrate strong reasoning capabilities in closed-world settings, they
struggle in open-ended and dynamic environments. Agentic reasoning marks a
paradigm shift by reframing LLMs as autonomous agents that plan, act, and learn
through continual interaction. In this survey, we organize agentic reasoning
along three complementary dimensions. First, we characterize environmental
dynamics through three layers: foundational agentic reasoning, which establishes
core single-agent capabilities including planning, tool use, and search in
stable environments; self-evolving agentic reasoning, which studies how agents
refine these capabilities through feedback, memory, and adaptation; and
collective multi-agent reasoning, which extends intelligence to collaborative
settings involving coordination, knowledge sharing, and shared goals. Across
these layers, we distinguish in-context reasoning, which scales test-time
interaction through structured orchestration, from post-training reasoning,
which optimizes behaviors via reinforcement learning and supervised fine-tuning.
We further review representative agentic reasoning frameworks across real-world
applications and benchmarks, including science, robotics, healthcare, autonomous
research, and mathematics. This survey synthesizes agentic reasoning methods
into a unified roadmap bridging thought and action, and outlines open challenges
and future directions, including personalization, long-horizon interaction,
world modeling, scalable multi-agent training, and governance for real-world
deployment.
Il punto centrale è semplice: il problema non è solo quanto sono intelligenti i
modelli. È come ragionano sotto incertezza, nel tempo, in ambienti dinamici.
I benchmark closed-world (math, coding, QA) stanno dando un’illusione di
robustezza. Single-agent in ambienti stabili? Funziona bene. Multi-agent in
ambienti dinamici? Instabilità, errori accumulati, breakdown a metà task.
LA SURVEY ORGANIZZA TUTTO IL CAMPO IN TRE LIVELLI
* Foundational reasoning: pianificazione, tool use, search. È il passaggio da
LLM che generano testo ad agenti che agiscono.
* Self-evolving reasoning: feedback, memoria persistente, auto-riflessione.
L’agente migliora nel tempo, integra errori, riusa esperienze.
* Collective reasoning: più agenti che coordinano ruoli, comunicano e
condividono memoria. Ed è qui che molti framework attuali iniziano a
rompersi.
Distinzione chiave: l’in-context reasoning scala il calcolo a test time, ma
resta fragile su task long-horizon. Il post-training con reinforcement learning
stabilizza i comportamenti, ma non risolve davvero la generalizzazione
open-ended.
Messaggio implicito: la maggior parte dei tutorial sugli AI agents è costruita
su task singoli e ambienti statici. Robotica, healthcare, autonomous research
mettono in crisi quasi tutte le pipeline attuali.
> Il futuro non è solo modelli più grandi. È agenti che pianificano, agiscono,
> apprendono e collaborano in ambienti dinamici senza collassare a metà strada.
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KAGGLE GAME ARENA
Kaggle Game Arena introduce un modo diverso di valutare i modelli di
intelligenza artificiale, spostando l'attenzione dai classici benchmark di
domande e risposte a giochi competitivi che richiedono pianificazione, strategia
e decisioni sotto incertezza.
Kaggle Game Arena
Con giochi come Werewolf, poker heads-up e scacchi, le prestazioni dei modelli
vengono misurate in contesti dinamici e verificabili, più vicini a problemi
reali. A differenza dei benchmark tradizionali, questi test non si saturano:
diventano automaticamente più difficili man mano che i modelli migliorano.
Vai alla piattaforma
L'obiettivo è costruire nel tempo una piattaforma con centinaia di giochi,
ognuno focalizzato su aspetti diversi dell'intelligenza, supportata da una
leaderboard globale. Un approccio che punta a fornire metriche più robuste e
significative per misurare i progressi concreti dell'AI e il percorso verso
sistemi sempre più generali.
Advancing AI benchmarking with Game Arena
We’re expanding Game Arena with Poker and Werewolf, while Gemini 3 Pro and Flash
top our chess leaderboard.
> Sono presenti anche i video dei match, e Gemini 3 (Pro e Flash) dominano tutte
> le leaderboard.
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ADVERTISING SU CLAUDE? LA RISPOSTA DI ANTHROPIC A OPENAI
Claude resterà senza pubblicità. Una scelta dichiarata e motivata: le
conversazioni con un'AI non sono uno spazio adatto agli annunci.
Forse un po' troppo istintivo il post di Sam Altman subito successivo..
Secondo Anthropic, parlare con un assistente come Claude è diverso dall'usare un
motore di ricerca o un social network. Le persone condividono contesto, problemi
complessi, talvolta aspetti personali o sensibili. In questo tipo di
interazione, inserire advertising (anche in forma indiretta o "sponsorizzata")
rischia di compromettere fiducia, chiarezza e qualità del supporto.
Advertising su Claude? La risposta di Anthropic a OpenAI
Il punto centrale è l'allineamento degli incentivi. Un'AI finanziata dalla
pubblicità potrebbe essere spinta, anche solo implicitamente, a orientare le
risposte verso ciò che è monetizzabile, non verso ciò che è più utile. E questo
renderebbe difficile distinguere un consiglio genuino da uno guidato da
interessi commerciali.
Anthropic ribadisce invece un modello basato su abbonamenti e contratti
enterprise, reinvestendo i ricavi nel prodotto. L'obiettivo è mantenere Claude
come uno "spazio per pensare": pulito, focalizzato, senza distrazioni e senza
dover dubitare delle sue intenzioni. Il commercio non è escluso, ma deve essere
iniziato dall'utente, non dall'inserzionista. Che si tratti di confrontare
prodotti, prenotare servizi o usare integrazioni di lavoro, l'AI deve lavorare
per chi la usa, non per chi paga per comparire.
Vai al post
> In un ecosistema digitale in cui la pubblicità è spesso data per inevitabile,
> Anthropic sceglie di trattare l'AI come un quaderno, una lavagna, uno
> strumento di lavoro: utile proprio perché non interrompe il pensiero.
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È tempo di spostare il nostro orizzonte. Serve un percorso che non si limita a
osservare la superficie scintillante dell'Intelligenza Artificiale, ma che
scende nelle fondamenta di come questa tecnologia sta cambiando strutturalmente
il nostro mondo. Partiamo da ciò che conosciamo bene, i modelli di AI, per
arrivare a una destinazione che stiamo appena iniziando a intravedere:
> Sistemi complessi che mirano non solo a processare dati, ma a comprendere il
> mondo reale.
Intelligenza artificiale: dai modelli ai sistemi intelligenti
IL MITO DEL "MODELLO MIGLIORE"
Negli ultimi anni, il dibattito pubblico e tecnico è stato dominato da una
"corsa agli armamenti" sui modelli. Ci siamo chiesti chi avesse il LLM (Large
Language Model) più performante, chi avesse il punteggio più alto sui benchmark.
Ma se guardiamo i dati oggi, nel 2026, la realtà è cambiata drasticamente.
> I modelli stanno diventando delle commodity.
Se prendiamo GPT-5.2, Gemini 3 Pro o un Claude 4.5, a parità di classe, le
performance sono ormai comparabili. Ho condotto personalmente dei test in
diversi flussi produttivi: ho provato a sostituire il "motore" sottostante alle
nostre applicazioni, passando da un provider all'altro, e il risultato è stato
illuminante. La valutazione della qualità dell'output è rimasta ottimale e
costante.
AI capabilities progress has sped up - Epoch AI
Questo ci porta alla prima grande verità di questo viaggio: il vantaggio
competitivo si è spostato.
Non vince più chi ha accesso al modello migliore, ma chi riesce a convogliare
quell'intelligenza grezza in capacità operativa.
> Non stiamo vivendo una rivoluzione di modelli, ma una rivoluzione di sistemi.
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TAPPA 1: SHIFT (IL CAMBIO DI PROSPETTIVA)
La prima tappa richiede un cambiamento mentale radicale. Fei-Fei Li ha
sintetizzato perfettamente questo momento storico.
> “In passato, le aziende competevano sulla scala. In futuro, competeranno
> sull'intelligence”.
Tuttavia, c'è un malinteso di fondo su cosa significhi "integrare
l'intelligence".
Molti pensano che integrare l'AI significhi semplicemente "wrappare" qualche
chiamata API di OpenAI o Google all'interno del proprio software esistente. La
risposta è un secco NO. Integrare l'AI non significa invocare un'API.
Questa interpretazione superficiale è il motivo per cui molte startup AI
falliscono: costruiscono interfacce, non sistemi. Un sistema vero richiede
architettura, affidabilità e, soprattutto, un nuovo design dei processi.
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TAPPA 2: DESIGN (PENSARE "AI FIRST")
La seconda tappa riguarda il Mindset. Satya Nadella aveva previsto che ogni
azienda sarebbe diventata un'azienda AI non aggiungendo tecnologia, ma
riprogettando il modo di lavorare.
Ma cosa significa, nella pratica, "pensare AI First"?
Non significa usare l'AI per fare le stesse cose di prima, solo più velocemente.
Significa mettere in discussione il processo stesso, ponendo l'AI al centro.
È un cambio di paradigma che si gioca sulle domande che ci poniamo:
* Approccio vecchio: "Come possiamo automatizzare la creazione di questo
report?"
* Approccio AI First: "Quali decisioni dovrebbe prendere questo report per noi,
autonomamente?"
È una sfumatura sottile, ma potentissima. In azienda, applichiamo questo
concetto attraverso un metodo rigoroso che unisce creatività e solidità
ingegneristica..
1. Sperimentazione Agile: le unit di Consulting e R&D ideano POC (Proof of
Concept) su ambienti flessibili come Google Colab.
2. Coding Assistito: usiamo l'AI stessa (con sistemi come Codex o Antigravity)
per convertire le logiche sperimentali in codice strutturato e repository
GitHub in tempi record.
3. Industrializzazione IT: il team IT subentra per trasformare il POC in un
prodotto robusto, sicuro e scalabile.
> Il risultato: non si tratta di demo isolate, ma processi interni che evolvono
> fino a diventare nuovi prodotti SaaS per i nostri clienti.
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TAPPA 3: ORCHESTRA (DAGLI AGENTI AI TEAM)
Entriamo nel cuore della trasformazione tecnica: l'orchestrazione. Andrew Ng ci
ha introdotto al concetto di AI Agentica: sistemi che non si limitano a
rispondere, ma pianificano, agiscono, ragionano, riflettono e si adattano.
Usciamo dall'era dei "prompt intelligenti" per entrare in quella dei sistemi che
operano nel tempo.
Per costruire applicazioni in produzione che non siano semplici "giocattoli",
servono due pilastri fondamentali che vanno oltre il modello:
1. IL LAYER APPLICATIVO
Non basta il modello. Serve un'infrastruttura che gestisca:
* Input Shaping: come prepariamo i dati per l'AI.
* Context Pipeline: gestione delle fonti, RAG (Retrieval Augmented Generation)
e policy aziendali.
* Tooling: la capacità dell'AI di usare CRM, Database, CMS e il web.
* Guardrails & Evals: regole di sicurezza e sistemi di valutazione automatica
della qualità.
* Observability: monitoraggio dei costi e debug degli errori.
> Senza questo layer, stiamo costruendo una demo, non un software.
2. CONTEXT ENGINEERING
Dimentichiamo il Prompt Engineering. Il Context Engineering è l'evoluzione
necessaria per i sistemi complessi. Non si tratta di scrivere una "buona frase
per l'AI", ma di architettare l'informazione:
* Quali fonti contano? (Autorevolezza vs Rumore)
* Quanto contesto serve? (Bilanciamento Costi/Qualità)
* Cosa deve persistere nella memoria a lungo termine?
* Cosa va verificato (Grounding)?
La via migliore per implementare tutto ciò oggi è l'approccio Multi-Agente.
Invece di far eseguire task elaborati a un unico modello, creiamo un "team
virtuale" con ruoli specializzati, ad esempio:
* Planner: decide la strategia;
* Researcher: cerca il contesto e le informazioni;
* Executor: usa gli strumenti per compiere azioni;
* Reviewer: verifica l'output.
Framework come l'Agent Builder di OpenAI (e molte alternative open-source) ci
permettono di creare questi workflow, ottenendo qualità più elevata, costi
inferiori e output decisamente più affidabili.
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UN SEMINARIO DEDICATO AGLI AI AGENTS
Se vuoi approfondire lo sviluppo e l'integrazione di sistemi agentici, ti
suggerisco un seminario della nostra Accademia che ho progettato e curato
personalmente.
UN SEMINARIO DEDICATO AGLI AI AGENTS
Una giornata avanzata dedicata alla progettazione e implementazione di workflow
multi-agente, al context engineering e all’integrazione dell’AI nei team di
agenzia, tra leadership, architetture e produzione reale.
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TAPPA 4: PROOF (L'AI NEL MONDO REALE)
Tutto questo può sembrare teorico finché non lo si vede in azione. Come diceva
sempre Andrew Ng..
> “La parte più difficile nella costruzione di sistemi di intelligenza
> artificiale non è il modello. È distribuirli in modo affidabile nel mondo
> reale.”.
Ecco due esempi concreti di come abbiamo messo in produzione questi concetti.
CASO STUDIO 1: TRADUZIONI DI QUALITÀ
Abbiamo sviluppato un sistema che non si limita a "tradurre parole". Agisce come
un team di traduttori madrelingua esperti del settore in cui opera il brand.
A differenza di un traduttore standard, questo sistema è addestrato per:
* Usare la terminologia specifica del settore verticale.
* Mantenere rigorosamente il tone of voice del brand.
* Rispettare un glossario specifico in base al contesto.
* Sostituire termini “vietati” specifici.
* Imparare dai propri errori, che non ripeterà.
Il workflow agentico dedicato alle traduzioni di qualità
Tecnologicamente, il sistema utilizza un'estrazione intelligente degli esempi
(few-shot prompting dinamico) basata sulla rilevanza contestuale. Questo
accorgimento permette di aumentare la precisione e di ridurre il consumo di
token fino all'85%, rendendo il processo economicamente sostenibile su larga
scala.
CASO STUDIO 2: LA REDAZIONE IBRIDA
Nel settore dell'editoria online, abbiamo reinventato il flusso di lavoro
ponendo l'AI al centro del processo creativo e gestionale.
1. CREA: il sistema sonda costantemente il web (RSS, Google Trends, Social
Media, Google News) per individuare i trend emergenti. Propone piani
editoriali mirati che l'editore umano approva (anche parzialmente). Una
volta approvato, un sistema multi-agente scrive le bozze complete di alta
qualità utilizzando anche tool esterni.
2. AGGIORNA: l'AI monitora costantemente i dati di web analytics del sito. Se
un contenuto non performa o è obsoleto, viene estratto, aggiornato con nuove
informazioni e ottimizzato automaticamente.
3. MASSIMIZZA: un agente verifica i prodotti in affiliazione citati nei
contenuti. Se un prodotto non è più disponibile o non converte, lo
sostituisce in modo armonico e contestuale.
Il workflow agentico dedicato alla creazione del piano editoriale
> In questo scenario, l'umano supervisiona, arricchisce con creatività e si
> concentra sulla qualità, mentre l'AI si fa carico del lavoro ripetitivo e
> dell'analisi dei dati in tempo reale.
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TAPPA 5: LOOP E WORLD MODELS (IL FUTURO)
Guardando avanti, dobbiamo considerare l'esponenzialità del cambiamento. Siamo
entrati in un loop virtuoso in cui l'AI viene usata per progettare
l'infrastruttura per la prossima generazione di AI.
Progetti come AlphaEvolve di Google DeepMind mostrano già come l'AI stia
ottimizzando il design dei chip e l'efficienza del codice, accelerando il
proprio stesso sviluppo.
Ma la vera destinazione finale di questo viaggio si chiama World Models.
Yann LeCun ci ricorda che "la maggior parte della conoscenza umana non è
linguaggio, è esperienza".
Fino ad oggi, abbiamo chiesto all'AI di descrivere il mondo prevedendo la parola
successiva (token prediction). I modelli del futuro, e stiamo già vedendo i
primi esempi come VL-JEPA di Meta, impareranno a rappresentare lo stato del
mondo.
VL-JEPA di Meta
Stiamo passando da sistemi che descrivono il mondo attraverso il linguaggio a
sistemi che lo "comprendono".
* Dai modelli che generano parole, a sistemi che simulano conseguenze.
* Dal linguaggio come centro del ragionamento, al linguaggio come "semplice"
interfaccia di comunicazione.
> Questi nuovi modelli non si limiteranno a rispondere a un prompt, ma capiranno
> contesti fisici, relazioni di causa-effetto e dinamiche temporali. Questo ci
> porterà a una qualità di automazione e pianificazione che oggi possiamo solo
> immaginare.
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MENO RUMORE, PIÙ VISIONE
> Integrare l'Intelligenza Artificiale non significa adottare una nuova
> tecnologia. Significa abbracciare un nuovo modo di pensare il lavoro,
> l'innovazione e il nostro stesso ruolo professionale.
L'hype finanziario che vediamo oggi sui mercati è reale e forse è una bolla
destinata a sgonfiarsi, ma l'impatto strutturale a lungo termine di questa
tecnologia è ancora drasticamente sottostimato. La vera incognita non è se la
tecnologia funzionerà, ma come la società e le aziende sapranno gestire l'urto
di questo cambiamento.
> Per questo, oggi più che mai, serve meno rumore e più visione. Perché questa
> non è una moda passeggera: è una trasformazione strutturale che stiamo appena
> iniziando a comprendere.
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