Terremoto in Afghanistan, le donne sono le più colpite: lasciate sole e senza cure mediche

- The Wom - Thursday, September 11, 2025
Nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre un terremoto di magnitudo 6 ha colpito le regioni orientali dell’Afghanistan, nella provincia montagnosa di Kunar, facendo tremare i palazzi da Kabul alla capitale pakistana di Islamabad: le donne, le più colpite, sono abbandonate a sé stesse. L’ONG Nove Caring Humans, una delle pochissime presenti in questi territori, dove l’accesso è difficilissimo, racconta a The Wom la situazione

Sono 2.205 i morti e 3.640 i feriti. L’ultimo bilancio delle vittime del violento terremoto che ha colpito domenica scorsa la zona orientale dell’Afghanistan è drammatico: lo ha riferito il portavoce aggiunto del governo di Kabul, Hamdullah Fitrat, aggiungendo in una nota pubblicata su X che sono ancora in corso le operazioni di ricerca e soccorso. «Sono state montate tende per le famiglie sfollate in diverse località ed è in corso la distribuzione organizzata di aiuti umanitari di prima necessità» ha aggiunto. In questa situazione di estrema vulnerabilità, le donne pagano il prezzo più alto: a causa delle norme imposte dai talebani, che vietano il contatto diretto tra uomini e donne che non siano loro familiare, molti soccorritori si rifiutano di aiutarle.

Terremoto Afghanistan, l’ong Nove: «Situazione sempre più critica»

Il team di Nove Caring Humans presente a Kunar racconta a The Wom la situazione nelle aree colpite dal terremoto nell’est del Paese: «La situazione è sempre più critica. Le aree remote rimangono isolate e molti villaggi tra le montagne sono ancora irraggiungibili.

I sopravvissuti attendono soccorso, assistenza medica e il recupero delle salme. Le strade sono bloccate: solo veicoli militari e fuoristrada riescono ad accedere in parte, mentre la maggior parte dei mezzi di soccorso resta ferma lungo il percorso». Fare rete, in una situazione così drammatica, è fondamentale.

«Le comunità colpite continuano a dormire all’aperto, sia per i danni subiti sia per il timore di nuove frane. Gli elicotteri militari stanno evacuando i feriti verso tutti gli ospedali disponibili, ma il Jalalabad Central Hospital è ormai allo stremo. Ogni volo riesce a trasportare soltanto 20-25 persone, mentre le richieste di assistenza aumentano di ora in ora» riportano da Nove. Nonostante la presenza di una rete di ONG pronta a intervenire, le emergenze continuano a crescere. I bisogni più urgenti includono approvvigionamenti di cibo e acqua potabile, tende e materiali per rifugi di emergenza, veicoli pesanti per trasporto e sgombero delle strade, smaltimento delle carcasse animali (si stimano circa 6.000 capi di bestiame perduti solo a Kunar).

«Da trentaquattro anni l’Afghanistan è la mia casa. Ho visto guerre e povertà, ma non ci si abitua mai a tanto dolore. Tragedie come queste scavano ferite profonde, difficili da rimarginare. Ora è il momento di unirci. Nove è già al lavoro per assistere la popolazione, ma serve l’aiuto di tutti. Vi chiediamo di far parte della nostra rete di solidarietà: ogni contributo può portare cure, rifugi e speranza a chi oggi ha perso tutto» riferisce Alberto Cairo, presidente Nove Caring Humans.

Conseguenze aggravate per le donne

Coprirsi integralmente. Viaggiare solo accompagnate da un uomo che le accompagni. Escluse dall’istruzione e dal lavoro. Da quando i talebani sono tornati al governo, nel 2021, in Afghanistan è in corso un apartheid di genere che vuole cancellare. Tra le norme imposte da un’interpretazione rigidissima della sharia, c’è quella per cui le donne non possono né toccare né essere toccate da un uomo che non sia un loro parente stretto (il padre, il marito o un figlio).

In una situazione di emergenza come quella che si sta verificando in questi giorni, questo significa non poter accedere alle cure mediche:  nel villaggio di Andarluckak, nella provincia del Kunar, alcuni testimoni hanno raccontato che la squadra dei soccorritori di soli uomini ha fornito cure mediche a bambini e uomini adulti, rifiutando di curare donne e ragazze.

A Mazar Dara le donne intrappolate sotto le macerie sono state liberate da altre donne di villaggi vicini: un’attesa che avrebbe potuto costare loro la vita. Secondo le norme imposte dal regime talebano solo le professioniste sanitarie possono curare le donne.

Tuttavia, poiché i loro diritti – compreso il diritto allo studio – sono stati revocati, sono sempre meno le donne che lavorano nel settore sanitario, mettendo a rischio metà della popolazione del Paese.

«Quello che sappiamo è che sicuramente le donne sono quelle più colpite perché, nei soccorsi, vengono privilegiati gli uomini per un motivo molto semplice: l’uomo è considerato la fonte di sopravvivenza per tutta la famiglia. Se muore, crea più povertà e altri morti. Per cui le donne ancora una volta sono le più colpite, anche nel terremoto», spiega ad Alley Oop Susanna Fioretti, co-fondatrice di Nove.

Colpire le donne significa colpire una generazione

Al centro della cura familiare e, di conseguenza, del destino dei loro figli. La vulnerabilità delle donne in Afghanistan si lega strettamente a quella delle nuove generazioni: «Per le donne manca l’assistenza sanitaria perché il personale femminile di mediche e infermiere è scarsissimo in quelle regioni. Come sappiamo dalle donne inserite nei nostri progetti, la maggior parte delle afghane non sono mai state a scuola e vivono completamente isolate» spiega Fioretti, che aggiunge: «Le donne con figli sono quelle chiamate a occuparsi di tutto in famiglia: adesso, oltre a non ricevere cure, corrono il rischio di perdere il membro maschile della famiglia. Questo significa correre il pericolo di non riuscire a garantire la sopravvivenza ai loro figli». Le madri, a cui viene impedita la realizzazione nella sfera pubblica, sono le più deboli perché sono lasciate sole e private della possibilità di lavorare: questo è il motivo per cui i progetti di Nove lavorano soprattutto sulla loro indipendenza economica e sulla possibilità di dare loro gli strumenti necessari a sopravvivere. L’iniziativa “Semi di rinascita” di Nove, ad esempio, promuove l’allevamento su piccola scala, distribuendo gratuitamente centinaia di animali, e sostiene la creazione di microimprese agricole attraverso programmi di formazione specializzati. L’emergenza di questi giorni, ancora una volta, racconta un’emergenza che in Afghanistan dura da troppo tempo.

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