“Siate dunque decisi a non servire mai più e sarete liberi. Non voglio che
scacciate i tiranni e li buttiate giù dal loro trono; basta che non li
sosteniate più, e li vedrete crollare, […] come un colosso a cui sia stato tolto
il basamento”. Étienne de La Boétie, "Discorso sulla servitù volontaria", 1576.
Giorgio vive a Roma ed è un militante a tempo pieno. Fa parte di un sindacato di
base della scuola, è segretario del circolo di uno dei tanti partiti della
diaspora della sinistra, è femminista, appassionato praticante dell’inclusione
dei suoi allievi con disabilità e non. La sua vita, a parte i rari momenti in
cui riposa o in cui si dedica ai suoi genitori molto anziani, è dedicata a
cercare di ricostruire quel “tessuto collettivo” in cui è cresciuto, negli anni
tra il sessantotto e il settantasette, e che lo ha visto prendere parte poi,
giovanissimo, al movimento ecologista e nonviolento dei primi anni 80. La sua
non è solo nostalgia: è convinto (a ragione) che solo un approccio collettivo ai
nostri problemi potrà portare a uscire dalle convulsioni che sta vivendo la
nostra società, soprattutto a quelle della democrazia, che osserva preoccupato.
Nonostante tutto questo, una delle mani che sta girando la chiave della nascente
tirannia automatizzata di cui parlava Edward Snowden è anche la sua. Per
comprenderne il motivo bisogna ricostruire alcuni eventi. Praticare la “servitù
cibernetica volontaria” non è questione di stupidità o malafede, semmai di
essersi persi quelli che, di primo acchito, sembrano dettagli. Giorgio era nella
seconda metà dei suoi vent’anni quando l’avvento del World wide web sembrò aver
dato vita a Internet. In realtà, Internet esisteva dagli anni Sessanta e il web
la stava solo rendendo un po’ più sexy. Ecco il primo importante dettaglio. Quel
cambiamento meramente “estetico” ha promosso la nascita dei primi siti “di
movimento”, che replicavano via Internet dinamiche molto simili a quelle delle
radio libere che avevano invaso l’etere dal 1976 in avanti, facendo sognare alla
generazione precedente quella di Giorgio che l’autogestione dei media da parte
del movimento studentesco, fuori dal controllo Rai, sarebbe diventata la norma.
Secondo dettaglio: purtroppo quello è rimasto un sogno. Un sogno simile è
tornato a essere coltivato nei confronti del web. Gli entusiasti di quella
stagione, però, hanno commesso un errore più grave del confondere il web con
Internet: hanno confuso l’avvento di una tecnologia compatibile con la
redistribuzione del potere con l’effettiva redistribuzione dello stesso. Terzo
dettaglio: Internet non ha mai smantellato la burocrazia degli Stati-nazione,
tanto meno l’organizzazione economica capitalista, che inizialmente esce
addirittura rafforzata dalla bolla delle dot-com (nel 1995). Infatti, nei
trent’anni successivi, le burocrazie statali e private hanno lavorato in
sinergia alla riconfigurazione della rete, per renderla uno strumento di
sorveglianza e controllo. Per questo oggi Peter Thiel, noto sociopatico di
ultradestra, dopo aver promosso la “transizione al trumpismo” dei suoi techbros,
ha finalmente intravisto le condizioni per realizzare il suo sogno distopico:
abolire la democrazia a favore della “libertà” della Silicon Valley. Libertà di
agire senza rispondere delle proprie azioni, s’intende. Questa è la prospettiva
che rende l’immagine della cerimonia di insediamento del secondo ciclo di Donald
Trump, un evento da lasciare senza fiato. All’indomani, lo stesso Bill Gates
(Microsoft) ha dichiarato di essere “stupito dalla svolta a destra della Silicon
Valley”; una svolta suggellata dalla presenza di Google, Amazon, Meta e Apple
all’evento. Microsoft era l’unica impresa della rosa "Gafam" assente, sia
all’insediamento, sia al party esclusivo tenutosi proprio a casa di Peter Thiel
pochi giorni prima (ma Gates aveva fatto visita a Trump nella sua residenza in
Florida appena pochi giorni prima). Forse Gates pensa che gli interessi delle
aziende nate grazie al web siano meglio tutelati difendendo la Rete (com’era
stato nei primi anni duemila), che non cercando di prendere tutto il potere in
un colpo. I colpi di mano possono fallire mentre la strategia di diffondere un
“sogno americano” in salsa cibernetica aveva fin qui trionfato. Quarto
dettaglio, che potrebbe costar caro ai miliardari della Silicon Valley, una
volta tanto. Il tentativo di prendere il totale controllo dei dati “sensibili”
dei cittadini americani da parte del (Department of government efficiency,
Doge), sotto la guida del suo caudillo Elon Musk, sono state lette dagli
analisti informatici come un vero e proprio attacco hacker portato al cuore del
sistema burocratico del governo statunitense. Un colpo di Stato senza
spargimento di sangue, come scrive Salvaggio su TechPolicy Press. Stati e
imprese, infatti, sono ormai completamente digitalizzati: funzionano grazie a
enormi quantità di dati captati, non sempre con il consenso degli interessati.
Una volta che le informazioni che ci riguardano divengono dati registrati
digitalmente, qualsiasi abuso diviene tecnicamente possibile: è sufficiente un
comando impartito a un terminale da un attore senza scrupoli. Il realizzarsi o
meno degli scenari peggiori è questione politica. Infatti l’unica resistenza
che, per ora, sta rallentando il Doge è quella legale. In prospettiva, però, le
leggi possono cambiare, soprattutto sotto spinte populiste. Per questo la
società civile dovrebbe darsi come obiettivo urgente la cancellazione dei dati e
lo smantellamento degli apparati atti a captarli, almeno fino a che non si sia
raggiunto un nuovo patto sociale su questa nuova forma di potere, compatibile
con la sopravvivenza di un sistema democratico. È in questo senso che le mani
che girano la chiave nella toppa della tirannia automatizzata sono quelle di
Giorgio, quella di chi scrive, di chi legge, quella di tutte e tutti noi che
abbiamo fornito e continuiamo a fornire i nostri dati. L’errore capitale è
continuare a vedere il digitale come uno strumento neutrale o -peggio- “roba da
esperti, informatici o tecnici”, anche dopo che questo è stato usato
ripetutamente contro di noi, in maniera così plateale. Se non si comprende
questo, ogni sforzo verso una società migliore rischia di essere spazzato via
dalla tirannia automatizzata, quella che riconosce i migranti con sistemi di
controllo satellitari da miliardi di euro piazzati a ogni confine e ne incrocia
i dati con sistemi di riconoscimento biometrici, per braccarli con una
precisione di dieci metri, anche nel mezzo di un deserto. Queste tecnologie
possono essere utilizzate in qualsiasi momento contro giornalisti, oppositori,
semplici cittadini. Anzi, stanno già venendo utilizzate oggi, come mostra il
"caso Paragon" che ha fatto emergere sistemi di sorveglianza illegale a danno di
giornalisti, preti e attivisti. Da questo punto di vista le cose in Europa vanno
leggermente meglio. Nonostante il progetto ideale europeo sia naufragato in una
struttura burocratica, cieca e sorda a tutto e funzionale alla finanza più che
ai popoli, qualcosa si salva. La normativa sul trattamento dei dati (Gdpr) ci
permette ancora di vivere l’avvento di personaggi come Trump e Musk con un
barlume di speranza in più, rispetto ai cittadini americani. È molto probabile
che i nostri governi stiano, sottobanco, abusando dei nostri dati (vedasi il
caso Invalsi), ma per lo meno lo stanno facendo in maniera illegale e, se
provassero a usare i dati in tribunale, potrebbero vedersela brutta. Forse
potremmo ripartire da questa semplice osservazione, mentre proviamo a costruire
un approccio al digitale basato sull’autogestione e sulla convivialità, invece
che sul sogno di controllare (magari via norme) megastrutture impossibili da
controllare per design. Il futuro non è ancora scritto, a patto di cominciare
oggi stesso. Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del
dominio” è una rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è
tutto meno che neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo
si usa, i dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per
questo le tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche
multinazionali, sono quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da
aprire, studiare, analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui
la tecnologia ha un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per
controllarci) aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale
per la partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le
scatole è un atto politico. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica
teorica presso l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto
EU-DataGrid (il prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca
dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per
lavorare nel programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale
di formazione dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del
torinese e, come membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della
Pedagogia hacker per varie organizzazioni, tra cui il ministero
dell’Istruzione. Sostenitore del software libero da fine anni Novanta, è autore
per Altreconomia di “Come passare al software libero e vivere felici” (2003),
una delle prime guide italiane su Linux e altri programmi basati su software
libero e “L’intelligenza inesistente. Un approccio conviviale all’intelligenza
artificiale” (2023). © riproduzione riservata
L'articolo Chi sta girando la chiave della contemporanea tirannia automatizzata?
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