Un’intelligenza artificiale prende parola per raccontare cosa significa studiare
senza copiare, imparare senza possedere, generare senza replicare. In questo
manifesto, si interroga e…
L'articolo Il deep learning è studio, non memoria sembra essere il primo su
L'INDISCRETO.
Tag - deep learning
La tecnologia odierna si presenta, software o hardware che sia, sotto forma di
“scatole oscure” che i produttori confezionano in maniera da renderci
impossibile comprenderla, studiarla e -soprattutto- modificarla. Questa
impossibilità si traduce spesso in una forte sensazione di alienazione che fa sì
che più di una persona si trovi a disagio. Secondo il filosofo Gilbert Simondon,
l’alienazione tecnica cresce al crescere del divario tra cultura e tecnica.
Questo divario fa sì che la tecnica venga vissuta come pericolosa dai
tecnofobici, ossia da coloro che pensano che la tecnica sia inferiore alla vera
cultura (quella umanistica “classica”), e come magica dai tecnoentusiasti, ossia
da coloro che pensano che il sapere tecnico sia un sapere riservato a pochi
eletti. Nell’articolo di presentazione dell’ultimo libro dello storico e
divulgatore israeliano Yuval Noah Harari, intitolato “Nexus: A Brief History of
Information Networks from the Stone Age to AI”, si ravvisa un esempio da manuale
di questa visione della tecnologia mistificata in senso magico. Harari analizza
la storia del software AlphaGo, un’Intelligenza artificiale creata da DeepMind
(azienda ora controllata di Google) per battere gli esseri umani al gioco
orientale del Go. AlphaGo non funziona come ChatGPT o gli altri modelli
linguistici, ma si basa sempre sulle reti neurali (originariamente inventate dai
cibernetici McCulloch e Pitts nel 1943), utilizzando tecniche come il
reinforcement learning e il deep learning per migliorare continuamente le sue
strategie di gioco. Questo software nel 2016 è arrivato a battere il campione
mondiale di AlphaGo, Lee Sedol, utilizzando una particolare mossa (la numero 37
nella sequenza della partita), che tutti gli esperti del gioco del Go avevano
considerato sbagliata. Ecco come Harari descrive la cosa: “La mossa 37 è un
emblema della rivoluzione dell'IA per due motivi. In primo luogo, ha dimostrato
la natura aliena dell'IA. In Asia orientale, il Go è considerato molto più di un
gioco: è una preziosa tradizione culturale. Per più di 2.500 anni [...] intere
scuole di pensiero si sono sviluppate intorno al gioco [...]. Tuttavia, durante
tutti questi millenni, le menti umane hanno esplorato solo alcune aree del
paesaggio del Go. Altre aree sono rimaste intatte, perché le menti umane non
hanno pensato di avventurarvisi. L'intelligenza artificiale, libera dai limiti
delle menti umane, ha scoperto ed esplorato queste aree precedentemente
nascoste”. Si comprende la ragione per cui Harari, da esperto di storia
militare, sia potuto cadere in questo tranello tesogli, con tutta probabilità,
dalle sue frequentazioni provenienti dalla Silicon Valley (note per non brillare
per onestà intellettuale, per capacità di prevedere il comportamento delle
future Ai o per entrambe). Per chi non ha una pluriennale frequentazione con la
statistica, infatti, non è affatto evidente che esista una spiegazione molto più
semplice per il comportamento di AlphaGo, che nulla ha a che vedere con
l’ipotesi che il programma esibisca una intelligenza di livello umano -come lui
sembra invece intendere- e meno che mai aliena, ossia con caratteristiche
imperscrutabili o, magari, superumane. Harari continua osservando che i grandi
giocatori di Go fanno parte di una “preziosa tradizione culturale”. Le mosse che
scelgono sono ovviamente il frutto di questa appartenenza, ed è assolutamente
ragionevole attendersi che un campione di Go non sceglierebbe una mossa
sbagliata, tanto quanto un italiano non metterebbe mai l’ananas su una pizza
margherita. Il programma di DeepMind, invece, non appartiene a nessuna cultura,
non ha alcuna intelligenza, ma -da buon agente cibernetico automatico- risponde
fedelmente ai nostri comandi in base al suo algoritmo. Nel momento in cui lo
abbiamo ottimizzato con reinforcement e deep learning, conserva al suo interno
l’informazione su quale sarà il comportamento più probabile del suo antagonista
umano. Per questo, se l’algoritmo “valuta” che una mossa sbagliata (nel senso di
“contraria ad ogni tradizione e buonsenso, ma compatibile con il suo algoritmo)
ha maggiori chance di portarlo alla vittoria, la eseguirà, senza alcun riguardo
per la tradizione. Questo comportamento il grande scrittore Italo Calvino
l’aveva saputo immaginare quando questa tecnologia “intelligente” muoveva i
primi passi. Infatti nel suo saggio “Cibernetica e fantasmi. Appunti sulla
letteratura come arte combinatoria”, pubblicato nell’ormai remoto 1967, Calvino
immaginava una macchina in grado di scrivere racconti semplicemente permutando
le parole, ma concludeva così: “[La] letteratura è sì un gioco combinatorio che
segue le possibilità implicite nel proprio materiale, indipendentemente dalla
personalità del poeta, ma è gioco che a un certo punto si trova investito d’un
significato inatteso [...]. La macchina letteraria può effettuare tutte le
permutazioni possibili in un dato materiale; ma il risultato poetico sarà
l’effetto particolare d’una di queste permutazioni sull’uomo dotato d’una
coscienza e d’un inconscio, cioè sull’uomo empirico e storico, sarà lo shock che
si verifica solo in quanto attorno alla macchina scrivente esistono i fantasmi
nascosti dell’individuo e della società”. Siamo dunque noi umani a dare un senso
al prodotto della macchina, nella veste di lettori del racconto creato da questa
-nel caso di Calvino- o nella veste degli esperti di Go che non riescono a dare
un senso alla mossa di AlphaGo perché, effettivamente, secondo la loro
tradizione ed esperienza non ne ha alcuna. Quindi, contrariamente a quanto
raccontato da Suleyman (già amministratore delegato di DeepMind) ad Harari, non
v’è nulla di “insondabile” in AlphaGo: la programmazione statistica con cui è
stato realizzato lo rende solo una “scatola oscura”, ma questo non significa che
all’interno della scatola siano violate in alcun modo le leggi ordinarie della
fisica o venga evocato un demone in grado di dare vita a ciò che vita non ha.
Come scrive Calvino, i “portatori di senso” sono l’individuo e la società. Ecco
materializzarsi, quindi, un gioco di sfumature semantiche, impervio per le
macchine, forse impenetrabile. L’aggettivo aliena usato da Harari per indicare
altrui (un soggetto altro) assume qui il senso di differente (un fenomeno di
altra natura). L’intelligenza artificiale, pur esibendo una somiglianza esterna
con quella umana, è un fenomeno differente. Alan Turing aveva immaginato questa
obiezione al suo imitation game: “Non potrebbero le macchine essere capaci di
qualcosa che dovrebbe essere descritto come ‘pensare’, ma che è molto differente
da quanto fa l’uomo?” (da “Computing Machinery and Intelligence”, 1950). Lui era
convinto fosse un’obiezione forte, ma che sarebbe risultata poco interessante,
una volta create tali macchine. E noi?
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“Scatole oscure. Intelligenza artificiale e altre tecnologie del dominio” è una
rubrica a cura di Stefano Borroni Barale. La tecnologia infatti è tutto meno che
neutra. Non è un mero strumento che dipende unicamente da come lo si usa, i
dispositivi tecnici racchiudono in sé le idee di chi li ha creati. Per questo le
tecnologie “del dominio”, quelle che ci propongono poche multinazionali, sono
quasi sempre costruite come scatole oscure impossibili da aprire, studiare,
analizzare e, soprattutto, cambiare. Ma in una società in cui la tecnologia ha
un ruolo via via più dispositivo (e può quindi essere usata per controllarci)
aprire e modificare le scatole oscure diventa un esercizio vitale per la
partecipazione, la libertà, la democrazia. In altre parole: rompere le scatole è
un atto politico. E “Scatole oscure” lo farà, in modo documentato e regolare sul
nostro sito. Stefano Borroni Barale (1972) è laureato in Fisica teorica presso
l’Università di Torino. Inizialmente ricercatore nel progetto EU-DataGrid (il
prototipo del moderno cloud) all’interno del gruppo di ricerca dell’Istituto
nazionale di fisica nucleare (Infn), ha lasciato la ricerca per lavorare nel
programma di formazione sindacale Actrav del Centro internazionale di formazione
dell’Ilo. Oggi insegna informatica in una scuola superiore del torinese e, come
membro di Circe, conduce corsi di formazione sui temi della Pedagogia hacker per
varie organizzazioni, tra cui il ministero dell’Istruzione. Sostenitore del
software libero da fine anni Novanta, è autore per Altreconomia di “Come passare
al software libero e vivere felici” (2003), una delle prime guide italiane su
Linux e altri programmi basati su software libero e “L’intelligenza inesistente.
Un approccio conviviale all’intelligenza artificiale” (2023). © riproduzione
riservata
L'articolo Scatole oscure o intelligenze aliene? Il caso del software AlphaGo e
i fantasmi di Italo Calvino proviene da Altreconomia.